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UDIENZA GENERALE
(24 MAGGIO 2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana,
24 maggio 2006
IL
CAMMINO DELLA FEDE NON È UNA MARCIA TRIONFALE: BENEDETTO
XVI ALL’UDIENZA GENERALE CONFIDA LE ATTESE DEL SUO VIAGGIO IN
POLONIA, ALLA VIGILIA DELLA SUA PARTENZA PER VARSAVIA
Il
Papa confida alle migliaia di fedeli - raccolti stamane
in Piazza San Pietro per l’udienza generale - le sue
attese per la visita apostolica in Polonia, alla vigilia
della sua partenza domani per Varsavia. Si tratta del suo
secondo viaggio all’estero, dopo quello
compiuto a Colonia nell’agosto scorso per celebrare
la Giornata
mondiale della Gioventù. “State saldi nella fede”: è
il motto scelto da Benedetto XVI per questo viaggio a lui
particolarmente a cuore.
Il servizio di Roberta Gisotti.
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Con
voce emozionata Benedetto XVI ha ricordato che domani sarà
nella “patria dell’amato Giovanni Paolo II”: “ripercorrerò
i luoghi della sua vita e del suo ministero sacerdotale ed
episcopale”, “un desiderio che da tempo portavo nel
cuore” ha detto, ringraziando il Signore per questa
“opportunità”. Poi la richiesta di speciali preghiere
e l’affidamento del viaggio alla Vergine Santa, “tanto
venerata in Polonia”.
“Sia
Lei a guidare i miei passi perché possa
confermare nella fede la diletta comunità cattolica
polacca e incoraggiarla ad affrontare, con una incisiva
azione evangelizzatrice, le sfide del momento presente.
Sia
Maria a ottenere per quell’intera
nazione una rinnovata primavera di fede e di civile
progresso, conservando sempre viva la memoria del grande
mio Predecessore”.
E
la folla di fedeli ha risposto al Papa con
lunghi applausi: 35 mila
i pellegrini - tra i quali anche 2 mila polacchi -
giunti in totale da 21 Paesi, raccolti oggi in piazza
San Pietro per ascoltare la catechesi del Papa incentrata
su “Pietro, l’apostolo”; Pietro che “aveva
promesso fedeltà assoluta”, eppure “conosce
l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento”; così
“anche Pietro deve imparare a essere niente”, come
ciascun “peccatore credente”. “Da quel giorno Pietro
ha “seguito il Maestro con la precisa consapevolezza
della propria fragilità; ma questa consapevolezza – ha
spiegato il Santo Padre – non l’ha scoraggiato. Egli
sapeva infatti di poter contare
sulla presenza accanto a sé del Risorto”.
“La
scuola della fede per tutti noi non è una marcia
trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di
amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno”
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli e sorelle,
in queste
catechesi stiamo meditando sulla Chiesa. Abbiamo detto che
la Chiesa vive nelle persone e perciò, nell’ultima
catechesi, abbiamo cominciato a meditare sulle figure dei
singoli Apostoli, iniziando da san Pietro. Abbiamo visto
due tappe decisive della sua vita: la chiamata presso il
lago di Galilea e poi la confessione di fede: “Tu sei il
Cristo, il Messia”. Una confessione, abbiamo detto,
ancora insufficiente, iniziale e tuttavia aperta. San
Pietro si pone in un cammino di sequela. E così questa
confessione iniziale porta in sé, come in germe, già la
futura fede della Chiesa. Oggi vogliamo considerare altri
due avvenimenti importanti nella vita di san Pietro: la
moltiplicazione dei pani – abbiamo sentito nel brano ora
letto la domanda del Signore e la risposta di Pietro
– e poi il Signore che chiama Pietro ad essere pastore
della Chiesa universale.
Cominciamo
con la vicenda della moltiplicazione dei pani. Voi sapete
che il popolo aveva ascoltato il Signore per ore. Alla
fine Gesù dice: Sono stanchi, hanno fame, dobbiamo dare
da mangiare a questa gente. Gli Apostoli domandano: Ma
come? E Andrea, il fratello di Pietro, attira
l’attenzione di Gesù su di un ragazzo che portava con sé
cinque pani e due pesci. Ma che sono per tante persone, si
chiedono gli Apostoli. Ma il Signore fa sedere la gente e
distribuire questi cinque pani e due pesci. E tutti si
saziano. Anzi, il Signore incarica gli Apostoli, e tra
loro Pietro, di raccogliere gli abbondanti avanzi: dodici
canestri di pane (cfr Gv 6,12-13). Successivamente
la gente, vedendo questo miracolo – che sembra essere il
rinnovamento, così atteso, di una nuova “manna”, del
dono del pane dal cielo – vuole farne il proprio re. Ma
Gesù non accetta e si ritira sulla montagna a pregare
tutto solo. Il giorno dopo, Gesù sull’altra riva del
lago, nella sinagoga di Cafarnao, interpretò il miracolo
– non nel senso di una regalità su Israele con un
potere di questo mondo nel modo sperato dalla folla, ma
nel senso del dono di sé: “Il pane che io darò è la
mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Gesù
annuncia la croce e con la croce la vera moltiplicazione
dei pani, il pane eucaristico – il suo modo
assolutamente nuovo di essere re, un modo totalmente
contrario alle aspettative della gente.
Noi
possiamo capire che queste parole del Maestro – che non
vuol compiere ogni giorno una moltiplicazione dei pani,
che non vuol offrire ad Israele un potere di questo mondo
- risultassero veramente difficili, anzi inaccettabili,
per la gente. “Dà la sua carne”: che cosa vuol dire
questo? E anche per i discepoli appare inaccettabile
quanto Gesù dice in questo momento. Era ed è per il
nostro cuore, per la nostra mentalità, un discorso
“duro” che mette alla prova la fede (cfr Gv
6,60). Molti dei discepoli si tirarono indietro. Volevano
uno che rinnovasse realmente lo Stato di Israele, del suo
popolo, e non uno che diceva: “Io do la mia carne”.
Possiamo immaginare che le parole di Gesù fossero
difficili anche per Pietro, che a Cesarea di Filippo si
era opposto alla profezia della croce. E tuttavia quando
Gesù chiese ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”,
Pietro reagì con lo slancio del suo cuore generoso,
guidato dallo Spirito Santo. A nome di tutti rispose con
parole immortali, che sono anche le nostre parole:
“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna;
noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di
Dio” (cfr Gv 6,66-69).
Qui, come
a Cesarea, con le sue parole Pietro inizia la confessione
della fede cristologica della Chiesa e diventa la bocca
anche degli altri Apostoli e di noi credenti di tutti i
tempi. Ciò non vuol dire che avesse già capito il
mistero di Cristo in tutta la sua profondità. La sua era
ancora una fede iniziale, una fede in cammino; sarebbe
arrivato alla vera pienezza solo mediante l’esperienza
degli avvenimenti pasquali. Ma tuttavia era già fede,
aperta alla realtà più grande – aperta soprattutto
perché non era fede in qualcosa, era fede in Qualcuno: in
Lui, Cristo. Così anche la nostra fede è sempre una fede
iniziale e dobbiamo compiere ancora un grande cammino. Ma
è essenziale che sia una fede aperta e che ci lasciamo
guidare da Gesù, perché Egli non soltanto conosce la
Via, ma è la Via.
La
generosità irruente di Pietro non lo salvaguarda,
tuttavia, dai rischi connessi con l’umana debolezza.
E’ quanto, del resto, anche noi possiamo riconoscere
sulla base della nostra vita. Pietro ha seguito Gesù con
slancio, ha superato la prova della fede, abbandonandosi a
Lui. Viene tuttavia il momento in cui anche lui cede alla
paura e cade: tradisce il Maestro (cfr Mc
14,66-72). La scuola della fede non è una marcia
trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di
amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno.
Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce
l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo
spavaldo apprende a sue spese l’umiltà. Anche Pietro
deve imparare a essere debole e bisognoso di perdono.
Quando finalmente gli cade la maschera e capisce la verità
del suo cuore debole di peccatore credente, scoppia in un
liberatorio pianto di pentimento. Dopo questo pianto egli
è ormai pronto per la sua missione.
In un
mattino di primavera questa missione gli sarà affidata da
Gesù risorto. L’incontro avverrà sulle sponde del lago
di Tiberiade. E’ l’evangelista Giovanni a riferirci il
dialogo che in quella circostanza ha luogo tra Gesù e
Pietro. Vi si rileva un gioco di verbi molto
significativo. In greco il verbo “filéo”
esprime l’amore di amicizia, tenero ma non totalizzante,
mentre il verbo “agapáo” significa l’amore
senza riserve, totale ed incondizionato. Gesù domanda a
Pietro la prima volta: «Simone... mi ami tu (agapâs-me)”
con questo amore totale e incondizionato (cfr Gv
21,15)? Prima dell’esperienza del tradimento
l’Apostolo avrebbe certamente detto: “Ti amo (agapô-se)
incondizionatamente”. Ora che ha conosciuto l’amara
tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria
debolezza, dice con umiltà: “Signore, ti voglio bene (filô-se)”,
cioè “ti amo del mio povero amore umano”. Il Cristo
insiste: “Simone, mi ami tu con questo amore totale che
io voglio?”. E Pietro ripete la risposta del suo umile
amore umano: “Kyrie, filô-se”, “Signore, ti
voglio bene come so voler bene”. Alla terza volta Gesù
dice a Simone soltanto: “Fileîs-me?”, “mi
vuoi bene?”. Simone comprende che a Gesù basta il suo
povero amore, l’unico di cui è capace, e tuttavia è
rattristato che il Signore gli abbia dovuto dire così.
Gli risponde perciò: “Signore, tu sai tutto, tu sai che
ti voglio bene (filô-se)”. Verrebbe da dire che
Gesù si è adeguato a Pietro, piuttosto che Pietro a Gesù!
E’ proprio questo adeguamento divino a dare speranza al
discepolo, che ha conosciuto la sofferenza dell’infedeltà.
Da qui nasce la fiducia che lo rende capace della sequela
fino alla fine: «Questo disse per indicare con quale
morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo
aggiunse: “Seguimi”» (Gv 21,19).
Da quel
giorno Pietro ha “seguito” il Maestro con la precisa
consapevolezza della propria fragilità; ma questa
consapevolezza non l’ha scoraggiato. Egli sapeva infatti
di poter contare sulla presenza accanto a sé del Risorto.
Dagli ingenui entusiasmi dell’adesione iniziale,
passando attraverso l’esperienza dolorosa del
rinnegamento ed il pianto della conversione, Pietro è
giunto ad affidarsi a quel Gesù che si è adattato alla
sua povera capacità d’amore. E mostra così anche a noi
la via, nonostante tutta la nostra debolezza. Sappiamo che
Gesù si adegua a questa nostra debolezza. Noi lo
seguiamo, con la nostra povera capacità di amore e
sappiamo che Gesù è buono e ci accetta. E’ stato per
Pietro un lungo cammino che lo ha reso un testimone
affidabile, “pietra” della Chiesa, perché
costantemente aperto all’azione dello Spirito di Gesù.
Pietro stesso si qualificherà come “testimone delle
sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve
manifestarsi” (1 Pt 5,1). Quando scriverà queste
parole sarà ormai anziano, avviato verso la conclusione
della sua vita che sigillerà con il martirio. Sarà in
grado, allora, di descrivere la gioia vera e di indicare
dove essa può essere attinta: la sorgente è Cristo
creduto e amato con la nostra debole ma sincera fede,
nonostante la nostra fragilità. Perciò scriverà ai
cristiani della sua comunità, e lo dice anche a noi:
“Voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza
vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia
indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della
vostra fede, cioè la salvezza delle anime” (1 Pt
1,8-9).
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