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UDIENZA GENERALE
(25 GENNAIO 2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana,
25 gennaio 2006
GLI
UOMINI E LE NAZIONI POSSONO CAMBIARE IL MONDO CON LA
GIUSTIZIA E LA PACE DI DIO, CHE NASCONO DAL COMANDAMENTO
DELLA CARITA’: L’ESORTAZIONE DI BENEDETTO XVI
ALL’UDIENZA GENERALE IN AULA PAOLO VI
Il tema della carità, sviluppato da Benedetto XVI
nella sua prima Enciclica, è riecheggiato anche
nell’udienza generale che il Papa ha tenuto questa
mattina in Aula Paolo VI, davanti a circa 7.500 persone.
Un’udienza dedicata al Salmo 143, con un pensiero alla
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che
termina oggi. I particolari della catechesi del Papa nel
servizio di Alessandro De Carolis:
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(Canto
salmo)
Per
radicare nel mondo la pace e la giustizia, gli uomini ma
anche chi li governa devono scegliere Dio che di quei
valori è il Signore. Nel giorno in cui i credenti e non
solo si accingono a conoscere nei dettagli la prima
Enciclica di Benedetto XVI, il Papa stesso – ispirato
dalla catechesi dell’udienza generale sul Salmo 143 –
ha ribadito la forte valenza sociale che la carità
tradotta in azioni porta con sé:
“Tutti
insieme possiamo attuare questo progetto di armonia e di
pace, cessando l’azione distruttrice dell’odio, della
violenza, della guerra. Bisogna, però, fare una scelta
schierandosi dalla parte del Dio dell’amore e della
giustizia”.
Un
messaggio chiaro, universale nella sua applicazione, che
si contrappone a quella che nel Salmo viene chiamata “la
voce del male”, nella quale – ha spiegato Benedetto
XVI - vibrano la menzogna e
le falsità dei “malvagi”, ovvero gli
“oppressori del popolo di Dio e della sua fede”:
“Ma
a questo aspetto negativo subentra, con uno spazio ben
maggiore, la dimensione positiva, quella del nuovo mondo
gioioso che sta per affermarsi. È questo il vero shalom,
ossia la ‘pace’ messianica, un orizzonte luminoso che
è articolato in una successione di quadretti di vita
sociale: essi possono diventare anche per noi un auspicio
per la nascita di una società più giusta”.
Dei
“quadretti di vita sociale”, ha affermato il Pontefice
traducendo la simbologia del Salmo, fanno parte le
famiglie aperte al dono dei figli, “speranza del
futuro”. Fanno parte anche i frutti e gli animali al
pascolo e dunque la vita economica vissuta alla luce di
Dio, che dona “benessere”, “prosperità” e
soprattutto la “pace” agli uomini e alle loro città.
Città non più devastate – e qui l’immagine antica
del Salmo diventa icona di drammi attualissimi – dal
“gemito dei disperati, dei feriti, delle vittime, degli
orfani, triste retaggio delle guerre”. Un mondo
trasformato dalla carità di Dio e dalla fedeltà
dell’uomo alle “leggi” della carità - i Dieci
comandamenti - sui quali Benedetto XVI si è soffermato a
braccio alla fine della catechesi, commentando un pensiero
di Sant’Agostino:
“La
carità è la pienezza della legge che vive i comandamenti
come dimensione della unica carità: canta realmente il
canto nuovo. La carità che ci unisce ai sentimenti di
Cristo è il vero canto nuovo dell’uomo nuovo, idoneo a
creare anche un mondo nuovo. E così questo Salmo ci
invita a cantare sull’‘arpa a dieci corde’ con un
nuovo coro. Cantare con i sentimenti di Cristo, vivere i
dieci comandamenti a dimensione dell’amore e così
contribuire al mondo della pace e dell’armonia”.
All’inizio
dell’udienza, il Papa aveva ricordato anche la
conclusione odierna della Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani. Preghiera, ha osservato, che
“contribuisce in modo sostanziale a rendere più sincero
e ricco di frutti il comune impegno ecumenico delle Chiese
e comunità ecclesiali”. Prima di congedarsi dagli oltre
settemila fedeli dell’Aula Paolo VI, Benedetto XVI ha
voluto rivolgere, tra gli altri, un saluto particolare ad
un gruppo di allevatori “Margari” di Cuneo,
incoraggiati a perseverare nel loro “lavoro a contatto
con la natura, che – ha detto - può facilitare
l’incontro con il Creatore”. E un incoraggiamento il
Papa lo ha indirizzato anche agli arbitri di calcio della
Serie D italiana, invitati a coltivare “un’adeguata
formazione umana e spirituale”, per essere sempre più
“persone mature e responsabili”.
(applausi)
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Se due
di voi sopra la terra si accorderanno per domandare
qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la
concederà» (Mt 18,19). Questa solenne
assicurazione di Gesù ai suoi discepoli sostiene anche la
nostra preghiera. Ha inizio oggi la ormai tradizionale «Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani», appuntamento
importante per riflettere sul dramma della divisione della
comunità cristiana e domandare assieme a Gesù stesso «che
tutti siano una cosa sola affinché il mondo creda» (Gv
17,21). Lo facciamo oggi anche noi qui, in sintonia con
una grande moltitudine nel mondo. In effetti, la preghiera
«per l’unione di tutti» coinvolge in forme, tempi e
modi diversi cattolici, ortodossi e protestanti,
accomunati dalla fede in Gesù Cristo, unico Signore e
Salvatore
La
preghiera per l’unità fa parte di quel nucleo centrale
che il Concilio Vaticano II chiama «l’anima di tutto il
movimento ecumenico» (Unitatis redintegratio, 8),
nucleo che comprende appunto le preghiere pubbliche e
private, la conversione del cuore e la santità di vita.
Questa visione ci riporta al centro del problema ecumenico
che è l’obbedienza al Vangelo per fare la volontà di
Dio con il suo aiuto necessario ed efficace. Il Concilio
lo ha esplicitamente segnalato ai fedeli dichiarando: «Con
quanta più stretta comunione essi saranno – saremo –
uniti con il Padre, con il Verbo e con lo Spirito Santo,
con tanta più intima e facile azione potranno accrescere
le mutue relazioni fraterne» (ibid., 7).
Gli
elementi che, nonostante la divisione permanente
congiungono ancora i cristiani, sostengono la possibilità
di elevare una preghiera comune a Dio. Questa comunione in
Cristo sorregge tutto il movimento ecumenico e indica lo
scopo stesso della ricerca dell’unità di tutti i
cristiani nella Chiesa di Dio. Ciò distingue il movimento
ecumenico da ogni altra iniziativa di dialogo e di
rapporti con altre religioni e ideologie. Anche in questo
era stato preciso l’insegnamento del decreto
sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II: «A questo
movimento per l’unità, chiamato ecumenico, partecipano
quelli che invocano la Trinità e professano la fede in
Gesù Signore e Salvatore» (ibid., 1). Le
preghiere comuni che si svolgono nel mondo intero
particolarmente in questo periodo, oppure attorno alla
Pentecoste, esprimono inoltre la volontà di comune
impegno per il ristabilimento della piena comunione di
tutti i cristiani. Queste preghiere comuni «sono senza
dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia
dell’unità» (ibid., 8). Con tale affermazione
il Concilio Vaticano II interpreta in sostanza quanto dice
Gesù ai suoi discepoli ai quali assicura che se due si
accorderanno sulla terra per chiedere qualcosa al Padre
che è nei cieli, egli la concederà «perché» dove due
o tre sono riuniti nel suo nome egli è in mezzo a loro.
Dopo la resurrezione egli assicura ancora che sarà sempre
con loro «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt
28,20). E’ la presenza di Gesù nella comunità dei
discepoli e nella nostra preghiera, che ne garantisce
l’efficacia. Tanto da promettere che «tutto
quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in
cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà
sciolto anche in cielo» (Mt 18,18).
Ma
non ci limitiamo ad impetrare. Possiamo anche ringraziare
il Signore per la nuova situazione faticosamente creata
dalle relazioni ecumeniche tra i cristiani nella ritrovata
fraternità per i forti legami di solidarietà stabiliti,
per la crescita della comunione e per le convergenze
realizzate – certamente in modo diseguale – tra i vari
dialoghi. Ci sono tanti motivi per ringraziare. E se c’è
ancora tanto da sperare e da fare, non dimentichiamo che
Dio ci ha dato molto nel cammino verso l’unione. Perciò
gli siamo grati per questi doni. Il futuro sta davanti a
noi. Il Santo Padre Giovanni Paolo II di felice memoria
– che tanto ha fatto e sofferto per la questione
ecumenica – ci ha opportunamente insegnato che «riconoscere
quanto Dio ha già concesso è la condizione che ci
predispone a ricevere quei doni ancora indispensabili per
condurre a compimento l’opera ecumenica dell’unità»
(Ut unum sint, 41). Pertanto, fratelli e sorelle,
continuiamo a pregare perché siamo consci che la santa
causa del ristabilimento dell’unità dei cristiani
supera le nostre povere forze umane e che l’unità in
definitiva è dono di Dio.
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