UDIENZA GENERALE (25 MAGGIO 2005) |
Fonte: Radio Vaticana
ALL’UDIENZA GENERALE, APPELLO PER L’AFRICA DI BENEDETTO XVI, CHE HA DEDICATO LA CATECHESI AL SALMO 115, CANTO DI SPERANZA E DI FIDUCIA IN DIO CHE NON ABBANDONA L’UMANITA’
Le “catene della morte” spezzate dal “Signore della vita”, che non abbandona l’uomo a se stesso né ai drammi dell’esistenza ma si china su di lui con amore. Benedetto XVI ha impostato su questo tema, desunto dal Salmo 115 della Liturgia dei Vespri, la riflessione dell’udienza generale, durante la quale ha levato un appello alla comunità internazionale in favore dell’Africa, rappresentata oggi in Piazza San Pietro dai presidenti di Burkina Faso, Mali e Swalizand. Il servizio di Alessandro De Carolis:
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La filigrana della catechesi è ancora una volta la speranza: quella dell’uomo in un Dio vicino, attento, amorevole. O quella, trasportata sulle armonie di un testo antico fino ad oggi, che chiede per il futuro di un continente come l’Africa, grazie all’aiuto che può venirgli dalla comunità mondiale.
A cantare questa speranza all’umanità - ha spiegato questa mattina Benedetto XVI alle circa 30 mila persone in Piazza San Pietro - è un Salmo che già San Paolo citava nei suoi discorsi e che la tradizione cristiana ha finito per trasformare in un canto di celebrazione del martirio. Insieme con il 114 - ha osservato il Papa - il Salmo 115 costituisce “un ringraziamento unitario rivolto al Signore che libera dall’incubo della morte”. Ma è anche un “testo eucaristico” in ragione del riferimento al “calice della salvezza”:
“In realtà, Cristo è il primo martire. Ha dato la sua vita in un contesto di odio e di falsità, ma ha trasformato questa Passione e così anche questo contesto, nell’Eucaristia, in una festa di ringraziamento”.
“L’orante – ha proseguito il Papa - ha tenuto alta la fiaccola della fede, anche quando sulle sue labbra affiorava l’amarezza della disperazione e dell’infelicità”. O quando, attorno a lui, “si levava come una cortina gelida di odio e di inganno, perché il prossimo si manifestava falso e infedele”:
La supplica, però, ora si trasforma in gratitudine perché il Signore ha sollevato il suo fedele dal gorgo oscuro della menzogna. E così, questo Salmo è anche per noi sempre un testo di speranza: anche in situazioni difficili il Signore non ci abbandona e ci dice di tenere alta la fiaccola della fede”.
Davanti alla presenza salvifica di Dio, dunque, il Salmista ribadisce la sua fede e il suo atto, in piena sintonia ecclesiale, diventa un “rito di ringraziamento” vissuto in modo comunitario.
Nel saluto ai pellegrini di lingua inglese, dagli Stati Uniti alla Cina, Benedetto XVI ha ricordato l’’Africa Day’, la Giornata per l’Africa che si celebra oggi. “I miei pensieri e le mie preghiere – ha esclamato - sono per l’amata popolazione africana”:
“I ENCOURAGE OUR CATHOLIC INSTITUTIONS TO CONTINUE…
Incoraggio le nostre istituzioni cattoliche a continuare nella loro generosa attenzione alle loro necessità, e spero e prego che la comunità internazionale sia sempre più interpellata dai problemi del continente africano”.
Poco dopo, l’appello si è trasformato in un gesto concreto di cordialità quando Benedetto XVI ha incontrato due capi di Stato e un capo di governo africani: Blaise Compaoré, presidente del Burkina Faso; Amadou Toumani Toure, presidente della Repubblica del Mali, Absalom Themaba Diamini, primo ministro del Regno dello Swaziland. Ma il momento dei saluti particolari, ormai tradizionalmente ricco e festoso, ha visto il Pontefice soffermarsi con un gruppo di 50 rabbini, ospiti in questi giorni del Simposio ebraico-cristiano promosso dal Movimento dei Focolari, e quindi, con un applaudito fuori programma,
scendere dalla giardinetta scoperta, con la quale stava completando il giro finale della piazza, per salutare personalmente un gruppo di pellegrini cinesi provenienti da Hong Kong e da varie città italiane.
In precedenza, dal sagrato, Benedetto XVI aveva rivolto alcuni saluti particolari anche alle Suore di Maria Bambina, alle Clarisse Francescane del Santissimo Sacramento e all’Ordine Antoniano Maronita, tutti istituti impegnati nei rispettivi Capitoli generali. Il Papa ha inoltre ricordato ai presenti la Messa solenne che presiederà domani alle 19.00 in San Giovanni in Laterano per la festa del Corpus Domini:
“Invito tutti a partecipare numerosi a tale celebrazione, per esprimere insieme la fede in Cristo, presente nell’Eucaristia”.
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Alessandro De Carolis, 25 maggio 2005, Radio Vaticana
TESTO DEL DISCORSO DEL SANTO PADRE (FONTE VATICAN INFORMATION SERVICE)
Rendimento di grazie nel tempio
Primi Vespri - Domenica 3a settimana
1. Il Salmo 115 col quale abbiamo ora pregato è stato sempre in uso nella tradizione cristiana, a partire da san Paolo che, citandone l’avvio nella traduzione greca della Settanta, così scrive ai cristiani di Corinto: «Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo» (2Cor 4,13).
L’Apostolo si sente in spirituale accordo col Salmista nella serena fiducia e nella sincera testimonianza, nonostante le sofferenze e debolezze umane. Scrivendo ai Romani, Paolo riprenderà il v. 2 del Salmo e delineerà un contrasto tra il Dio fedele e l’uomo incoerente: «Resti fermo che Dio è verace e ogni uomo mentitore» (Rm 3,4).
La tradizione successiva trasformerà questo canto in una celebrazione del martirio (cfr Origene, Esortazione al martirio, 18: Testi di Spiritualità, Milano 1985, pp. 127-129) a causa dell’affermazione della «morte preziosa dei fedeli» (cfr Sal 115,15). Oppure ne farà un testo eucaristico in considerazione del riferimento al «calice della salvezza» che il Salmista eleva invocando il nome del Signore (cfr v. 13). Questo calice è identificato dalla tradizione cristiana col «calice della benedizione» (cfr 1Cor 10,16), col «calice della nuova alleanza» (cfr 1Cor 11,25; Lc 22,20): sono espressioni che nel Nuovo
Testamento rimandano appunto all’Eucaristia.
2. Il Salmo 115 nell’originale ebraico costituisce un’unica composizione col Salmo precedente, il 114. Ambedue costituiscono un ringraziamento unitario, rivolto al Signore che libera dall’incubo della morte.
Nel nostro testo affiora la memoria di un passato angoscioso: l’orante ha tenuta alta la fiaccola della fede, anche quando sulle sue labbra affiorava l’amarezza della disperazione e dell’infelicità (cfr Sal 115,10). Attorno, infatti, si levava come una cortina gelida di odio e di inganno, perché il prossimo si manifestava falso e infedele (cfr v. 11). La supplica, però, ora si trasforma in gratitudine perché il Signore ha sollevato il suo fedele dal gorgo oscuro della menzogna (cfr v. 12).
L’orante si dispone, perciò, ad offrire un sacrificio di ringraziamento, nel quale si berrà al calice rituale, la coppa della libagione sacra che è segno di riconoscenza per la liberazione (cfr v. 13). È quindi la Liturgia la sede privilegiata in cui innalzare la lode grata al Dio salvatore.
3. Infatti si fa cenno esplicito, oltre che al rito sacrificale, anche all’assemblea di «tutto il popolo», davanti al quale l’orante scioglie il voto e testimonia la propria fede (cfr v. 14). Sarà in questa circostanza che egli renderà pubblico il suo ringraziamento, ben sapendo che, anche quando incombe la morte, il Signore è chino su di lui con amore. Dio non è indifferente al dramma della sua creatura, ma spezza le sue catene (cfr v. 16).
L’orante salvato dalla morte si sente «servo» del Signore, «figlio della sua ancella» (ibidem), una bella espressione orientale per indicare chi è nato nella stessa casa del padrone. Il Salmista professa umilmente e con gioia la sua appartenenza alla casa di Dio, alla famiglia delle creature unite a lui nell’amore e nella fedeltà.
4. Il Salmo, sempre attraverso le parole dell’orante, finisce evocando di nuovo il rito di ringraziamento che sarà celebrato nella cornice del tempio (cfr vv. 17-19). La sua preghiera si collocherà così in ambito comunitario. La sua vicenda personale è narrata perché sia per tutti di stimolo a credere e ad amare il Signore. Sullo sfondo, pertanto, possiamo scorgere l’intero popolo di Dio mentre ringrazia il Signore della vita, il quale non abbandona il giusto nel grembo oscuro del dolore e della morte, ma lo guida alla speranza e alla vita.
5. Concludiamo la nostra riflessione affidandoci alle parole di san Basilio Magno che, nell’Omelia sul Salmo 115, così commenta la domanda e la risposta presenti nel Salmo: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza. Il Salmista ha compreso i moltissimi doni ricevuti da Dio: dal non essere è stato condotto all’essere, è stato plasmato dalla terra e dotato di ragione… ha poi scorto l’economia di salvezza a favore del genere umano, riconoscendo che il Signore ha dato se stesso in redenzione al posto di tutti noi; e rimane incerto, cercando fra tutte le cose che gli appartengono, quale dono possa
mai trovare che sia degno del Signore. Che cosa dunque renderò al Signore? Non sacrifici, né olocausti… ma tutta la mia stessa vita. Per questo dice: Alzerò il calice della salvezza, chiamando calice il patire nel combattimento spirituale, il resistere al peccato sino alla morte. Ciò che, del resto, insegnò il nostro Salvatore nel Vangelo: Padre, se è possibile, passi da me questo calice; e di nuovo ai discepoli: potete bere il calice che io berrò?, significando chiaramente la morte che accoglieva per la salvezza del mondo» (PG XXX, 109).
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