|
UDIENZA
GENERALE (25 NOVEMBRE 2009) |
Radio
Vaticana, 25 novembre 2009
Il
Papa all'udienza generale: il mondo sarebbe più felice se
le persone imitassero il rapporto d'amore nella Trinità
◊ Se
le relazioni tra le persone umane fossero modellate sul
rapporto d’amore che lega le tre Persone divine, il
mondo sarebbe un luogo più felice, nel quale ciascuno
vivrebbe “per l’altro”. E’ la considerazione con
la quale Benedetto XVI ha terminato questa mattina la
catechesi all’udienza generale, in Aula Paolo VI. Il
Papa ha tratto ispirazione dagli scritti di due monaci
teologi del XII secolo, Ugo e Riccardo, che vissero nella
famosa abbazia parigina di San Vittore. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
La storia degli uomini non è un cieco susseguirsi di
fatti orientati dal caos, ma il luogo dove Dio ha inviato
suo Figlio e dove continua ad agire attraverso lo Spirito
Santo. E se l’animo umano fosse più capace di
contemplare le realtà celesti sull’esempio della Trinità,
e comportarsi di conseguenza, scoprirebbe che il
“miracolo” della felicità è possibile anche nella
realtà terrena. Sono in estrema sintesi gli insegnamenti
ricavati dai due teologi di 800 anni fa - Ugo e Riccardo
di San Vittore - che Benedetto XVI ha proposto alle
migliaia di fedeli che lo hanno ascoltato in Aula Paolo VI.
Nella Parigi del XII secolo, San Vittore è un’abbazia
dalla “solida identità culturale”, tanto che i suoi
monaci saranno chiamati i “Vittorini”. In essa, ha
spiegato il Papa, “si realizzò una sintesi felice”
tra le due correnti teologiche più in voga all’epoca:
la monastica, più “orientata alla contemplazione dei
misteri della fede”, e la scolastica, che utilizzava la
ragione “per scrutare i misteri” divini. Ugo di San
Vittore, ha detto il Pontefice, è molto interessato “al
rapporto tra fede e ragione” e fonda la sua scienza
teologica sull’approccio storico-letterale della Bibbia:
“In altre parole, prima di scoprire il valore
simbolico, le dimensioni più profonde del testo biblico,
occorre conoscere e approfondire il significato della
storia narrata nella Scrittura: diversamente - avverte con
un efficace paragone - si rischia di essere come degli
studiosi di grammatica che ignorano l’alfabeto”.
Di qui, argomenta il monaco Ugo, se si conosce il senso
della storia nella Bibbia, allora anche le vicende umane
“appaiono segnate dalla provvidenza, secondo un suo
disegno ordinato”:
“Così, per Ugo di San Vittore, la storia non è
l’esito di un destino cieco o di un caso assurdo, come
potrebbe apparire. Al contrario, nella storia umana opera
lo Spirito Santo, che suscita un meraviglioso dialogo
degli uomini con Dio, loro amico. Questa visione teologica
della storia mette in evidenza l’intervento sorprendente
e salvifico di Dio, che realmente entra e agisce nella
storia, quasi si fa parte della nostra storia, ma sempre
salvaguardando e rispettando la libertà e la
responsabilità dell’uomo”.
Inoltre, ha ricordato Benedetto XVI, Ugo di San Vittore
dà una definizione di “sacramento” che mostra in modo
efficace tanto la “corporeità” del simbolo che rende
visibile il sacramento stesso, quanto la forza della
grazia che in esso è contenuta:
“È importante anche oggi che gli animatori
liturgici, e in particolare i sacerdoti, valorizzino con
sapienza pastorale i segni propri dei riti sacramentali -
questa visibilità e tangibilità della Grazia - curandone
attentamente la catechesi, affinché ogni celebrazione dei
sacramenti sia vissuta da tutti i fedeli con devozione,
intensità e letizia spirituale”.
A differenza di Ugo, il suo discepolo Riccardo è un
mistico e dunque “privilegia - ha notato Benedetto XVI -
il senso allegorico” della Bibbia. In una sua opera, il
monaco:
“Propone ai fedeli un cammino spirituale che
invita anzitutto ad esercitare le varie virtù, imparando
a disciplinare e a ordinare con la ragione i sentimenti ed
i moti interiori affettivi ed emotivi. Solo quando
l’uomo ha raggiunto equilibrio e maturazione umana in
questo campo, è pronto per accedere alla contemplazione
(...) La contemplazione quindi è il punto di arrivo, il
risultato di un arduo cammino, che comporta il dialogo tra
la fede e la ragione, cioè - ancora una volta - un
discorso teologico”.
“Questa applicazione del ragionamento alla
comprensione della fede”, ha constatato il Pontefice,
viene praticata “in modo convincente” da Riccardo nel
suo capolavoro sulla Trinità. Si tratta di un’acuta
descrizione dei rapporti d’amore che uniscono le tre
Persone trinitarie, della “gioia incessante” che li
caratterizza. Un modello, ha affermato il Papa, che se
imitato dall’uomo segnerebbe in positivo l’umanità:
“Come cambierebbe il mondo se nelle famiglie,
nelle parrocchie e in ogni altra comunità i rapporti
fossero vissuti seguendo sempre l’esempio delle tre
Persone divine, in cui ognuna vive non solo con l’altra,
ma per l’altra e nell’altra! Lo ricordavo qualche mese
fa all’Angelus: ‘Solo l'amore ci rende felici, perché
viviamo in relazione, e viviamo per amare e per essere
amati’”.
Ai saluti successivi alle catechesi nelle altre lingue,
Benedetto XVI ha rivolto ai giovani, ai malati e ai nuovi
sposi un pensiero sul prossimo inizio dell’Avvento:
“Esorto voi, giovani, a vivere questo ‘tempo
forte’ con vigile preghiera e generoso impegno
evangelico. Incoraggio voi, malati, a sostenere con
l'offerta delle vostre sofferenze il cammino di
preparazione al Santo Natale del popolo cristiano. Auguro
a voi, sposi novelli, di essere testimoni dello Spirito
d'amore che anima e sostiene l'intera Famiglia di
Dio".
UDIENZA
GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 25 novembre 2009
Ugo
e Riccardo di San Vittore
Cari
fratelli e sorelle,
in queste
Udienze
del mercoledì sto presentando alcune figure esemplari
di credenti, che si sono impegnati a mostrare la concordia
tra la ragione e la fede e a testimoniare con la loro vita
l’annuncio del Vangelo. Oggi intendo parlarvi di Ugo e
di Riccardo di San Vittore. Tutti e due sono tra quei
filosofi e teologi noti con il nome di Vittorini,
perché vissero e insegnarono nell’abbazia di San
Vittore, a Parigi, fondata all’inizio del secolo XII da
Guglielmo di Champeaux. Guglielmo stesso fu un maestro
rinomato, che riuscì a dare alla sua abbazia una solida
identità culturale. A San Vittore, infatti, fu inaugurata
una scuola per la formazione dei monaci, aperta anche a
studenti esterni, dove si realizzò una sintesi felice tra
i due modi di fare teologia, di cui ho già parlato in
precedenti catechesi: e cioè la teologia monastica,
orientata maggiormente alla contemplazione dei misteri
della fede nella Scrittura, e la teologia scolastica, che
utilizzava la ragione per cercare di scrutare tali misteri
con metodi innovativi, di creare un sistema teologico.
Della
vita di Ugo di San Vittore abbiamo poche notizie. Sono
incerti la data e il luogo della nascita: forse in
Sassonia o nelle Fiandre. Si sa che, giunto a Parigi –
la capitale europea della cultura del tempo –, trascorse
il resto dei suoi anni presso l’abbazia di San Vittore,
dove fu prima discepolo e poi insegnante. Già prima della
morte, avvenuta nel 1141, raggiunse una grande notorietà
e stima, al punto da essere chiamato un “secondo
sant’Agostino”: come Agostino, infatti, egli meditò
molto sul rapporto tra fede e ragione, tra scienze profane
e teologia. Secondo Ugo di San Vittore, tutte le scienze,
oltre a essere utili per la comprensione delle Scritture,
hanno un valore in se stesse e vanno coltivate per
allargare il sapere dell’uomo, come pure per
corrispondere al suo anelito di conoscere la verità.
Questa sana curiosità intellettuale lo indusse a
raccomandare agli studenti di non restringere mai il
desiderio di imparare e nel suo trattato di metodologia
del sapere e di pedagogia, intitolato significativamente Didascalicon
(circa l’insegnamento), raccomandava:
“Impara volentieri da tutti ciò che non sai. Sarà più
sapiente di tutti colui che avrà voluto imparare qualcosa
da tutti. Chi riceve qualcosa da tutti, finisce per
diventare più ricco di tutti” (Eruditiones
Didascalicae, 3,14: PL 176,774).
La
scienza di cui si occupano i filosofi e i teologi detti Vittorini
è in modo particolare la teologia, che richiede anzitutto
lo studio amoroso della Sacra Scrittura. Per conoscere
Dio, infatti, non si può che partire da ciò che Dio
stesso ha voluto rivelare di sé attraverso le Scritture.
In questo senso, Ugo di San Vittore è un tipico
rappresentante della teologia monastica, interamente
fondata sull’esegesi biblica. Per interpretare la
Scrittura, egli propone la tradizionale articolazione
patristico-medievale, cioè il senso storico-letterale,
anzitutto, poi quello allegorico e anagogico, e infine
quello morale. Si tratta di quattro dimensioni del senso
della Scrittura, che anche oggi si riscoprono di nuovo,
per cui si vede che nel testo e nella narrazione offerta
si nasconde un’indicazione più profonda: il filo della
fede, che ci conduce verso l’alto e ci guida su questa
terra, insegnandoci come vivere. Tuttavia, pur rispettando
queste quattro dimensioni del senso della Scrittura, in
modo originale rispetto ai suoi contemporanei, egli
insiste - e questa è una cosa nuova – sull’importanza
del senso storico-letterale. In altre parole, prima di
scoprire il valore simbolico, le dimensioni più profonde
del testo biblico, occorre conoscere e approfondire il
significato della storia narrata nella Scrittura:
diversamente – avverte con un efficace paragone – si
rischia di essere come degli studiosi di grammatica che
ignorano l’alfabeto. A chi conosce il senso della storia
descritta nella Bibbia, le vicende umane appaiono segnate
dalla Provvidenza divina, secondo un suo disegno ben
ordinato. Così, per Ugo di San Vittore, la storia non è
l’esito di un destino cieco o di un caso assurdo, come
potrebbe apparire. Al contrario, nella storia umana opera
lo Spirito Santo, che suscita un meraviglioso dialogo
degli uomini con Dio, loro amico. Questa visione teologica
della storia mette in evidenza l’intervento sorprendente
e salvifico di Dio, che realmente entra e agisce nella
storia, quasi si fa parte della nostra storia, ma sempre
salvaguardando e rispettando la libertà e la
responsabilità dell’uomo.
Per il
nostro autore, lo studio della Sacra Scrittura e del suo
significato storico-letterale rende possibile la teologia
vera e propria, ossia l’illustrazione sistematica delle
verità, conoscere la loro struttura, l’illustrazione
dei dogmi della fede, che egli presenta in solida sintesi
nel trattato De Sacramentis christianae fidei (I
sacramenti della fede cristiana), dove si trova, fra
l’altro, una definizione di “sacramento” che,
ulteriormente perfezionata da altri teologi, contiene
spunti ancor oggi molto interessanti. “Il sacramento”,
egli scrive, “è un elemento corporeo o materiale
proposto in maniera esterna e sensibile, che rappresenta
con la sua somiglianza una grazia invisibile e spirituale,
la significa, perché a tal fine è stato
istituito, e la contiene, perché è capace di
santificare” (9,2: PL 176,317). Da una parte la
visibilità nel simbolo, la “corporeità” del dono di
Dio, nel quale tuttavia, dall’altra parte, si nasconde
la grazia divina che proviene da una storia: Gesù Cristo
stesso ha creato i simboli fondamentali. Tre dunque sono
gli elementi che concorrono a definire un sacramento,
secondo Ugo di San Vittore: l’istituzione da parte di
Cristo, la comunicazione della grazia, e l’analogia tra
l’elemento visibile, quello materiale, e l’elemento
invisibile, che sono i doni divini. Si tratta di una
visione molto vicina alla sensibilità contemporanea,
perché i sacramenti vengono presentati con un linguaggio
intessuto di simboli e di immagini capaci di parlare
immediatamente al cuore degli uomini. È importante anche
oggi che gli animatori liturgici, e in particolare i
sacerdoti, valorizzino con sapienza pastorale i segni
propri dei riti sacramentali – questa visibilità e
tangibilità della Grazia – curandone attentamente la
catechesi, affinché ogni celebrazione dei sacramenti sia
vissuta da tutti i fedeli con devozione, intensità e
letizia spirituale.
Un degno
discepolo di Ugo di San Vittore è Riccardo, proveniente
dalla Scozia. Egli fu priore dell’abbazia di San Vittore
dal 1162 al 1173, anno della sua morte. Anche Riccardo,
naturalmente, assegna un ruolo fondamentale allo studio
della Bibbia, ma, a differenza del suo maestro, privilegia
il senso allegorico, il significato simbolico della
Scrittura con il quale, ad esempio, interpreta la figura
anticotestamentaria di Beniamino, figlio di Giacobbe,
quale simbolo della contemplazione e vertice della vita
spirituale. Riccardo tratta questo argomento in due testi,
Beniamino minore e Beniamino maggiore, nei
quali propone ai fedeli un cammino spirituale che invita
anzitutto ad esercitare le varie virtù, imparando a
disciplinare e a ordinare con la ragione i sentimenti ed i
moti interiori affettivi ed emotivi. Solo quando l’uomo
ha raggiunto equilibrio e maturazione umana in questo
campo, è pronto per accedere alla contemplazione, che
Riccardo definisce come “uno sguardo profondo e puro
dell’anima riversato sulle meraviglie della sapienza,
associato a un senso estatico di stupore e di
ammirazione” (Benjamin Maior 1,4: PL
196,67).
La
contemplazione quindi è il punto di arrivo, il risultato
di un arduo cammino, che comporta il dialogo tra la fede e
la ragione, cioè – ancora una volta – un discorso
teologico. La teologia parte dalle verità che sono
oggetto della fede, ma cerca di approfondirne la
conoscenza con l’uso della ragione, appropriandosi del
dono della fede. Questa applicazione del ragionamento alla
comprensione della fede viene praticata in modo
convincente nel capolavoro di Riccardo, uno dei grandi
libri della storia, il De Trinitate (La Trinità).
Nei sei libri che lo compongono egli riflette con acutezza
sul Mistero di Dio uno e trino. Secondo il nostro autore,
poiché Dio è amore, l’unica sostanza divina comporta
comunicazione, oblazione e dilezione tra due Persone, il
Padre e il Figlio, che si trovano fra loro in uno scambio
eterno di amore. Ma la perfezione della felicità e della
bontà non ammette esclusivismi e chiusure; richiede anzi
l’eterna presenza di una terza Persona, lo Spirito
Santo. L’amore trinitario è partecipativo, concorde, e
comporta sovrabbondanza di delizia, godimento di gioia
incessante. Riccardo cioè suppone che Dio è amore,
analizza l’essenza dell’amore, che cosa è implicato
nella realtà amore, arrivando così alla Trinità delle
Persone, che è realmente l’espressione logica del fatto
che Dio è amore.
Riccardo
tuttavia è consapevole che l’amore, benché ci riveli
l’essenza di Dio, ci faccia “comprendere” il Mistero
della Trinità, è pur sempre un’analogia per parlare di
un Mistero che supera la mente umana, e – da poeta e
mistico quale è – ricorre anche ad altre immagini.
Paragona ad esempio la divinità a un fiume, a un’onda
amorosa che sgorga dal Padre, fluisce e rifluisce nel
Figlio, per essere poi felicemente diffusa nello Spirito
Santo.
Cari
amici, autori come Ugo e Riccardo di San Vittore elevano
il nostro animo alla contemplazione delle realtà divine.
Nello stesso tempo, l’immensa gioia che ci procurano il
pensiero, l’ammirazione e la lode della Santissima
Trinità, fonda e sostiene l’impegno concreto di
ispirarci a tale modello perfetto di comunione
nell’amore per costruire le nostre relazioni umane di
ogni giorno. La Trinità è veramente comunione perfetta!
Come cambierebbe il mondo se nelle famiglie, nelle
parrocchie e in ogni altra comunità i rapporti fossero
vissuti seguendo sempre l’esempio delle tre Persone
divine, in cui ognuna vive non solo con l’altra,
ma per l’altra e nell’altra! Lo
ricordavo qualche mese fa all’Angelus:
“Solo l'amore ci rende felici, perché viviamo in
relazione, e viviamo per amare e per essere amati” (L’Oss.
Rom., 8-9 giugno 2009, p. 1). È l’amore a compiere
questo incessante miracolo: come nella vita della
Santissima Trinità, la pluralità si ricompone in unità,
dove tutto è compiacenza e gioia. Con sant’Agostino,
tenuto in grande onore dai Vittorini, possiamo
esclamare anche noi: “Vides Trinitatem, si caritatem
vides - contempli la Trinità, se vedi la carità”
(De Trinitate VIII, 8,12).
|
|