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UDIENZA
GENERALE (27 GENNAIO 2010) |
Radio
Vaticana, 27 gennaio 2009
L'udienza
generale dedicata dal Papa a San Francesco: gigante della
santità e uomo del dialogo, che insegna l'amore per Dio e
il Creato
◊ “Un
gigante della santità”: è una delle tante, ammirate,
definizioni che Benedetto XVI ha dedicato a San Francesco.
La vita e la straordinaria testimonianza di carità del
Poverello di Assisi sono state al centro all’udienza
generale di oggi in Aula Paolo VI. San Francesco, ha
affermato il Papa, resta un affascinante modello di santità,
di gioia cristiana, di dialogo interreligioso, di amore
per la Chiesa e per il Creato. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
“Nacque al mondo un sole”. Le migliaia di persone
presenti in Aula Paolo VI hanno sentito il Papa fare suo
lo stupore di Dante Alighieri, che settecento anni fa, in
una terzina della Divina Commedia, usò questa espressione
per parlare della nascita di San Francesco. Un Santo di
caratura universale, per il quale ci si è sforzati lungo
i secoli di coniare appellativi che provassero a
restituirne la grandezza. “Alter Christus”,
“fratello di Gesù”. Benedetto XVI li ha ricordati e
ripetuti - spesso alternando al testo scritto riflessioni
spontanee permeate di genuino entusiasmo verso il Santo di
Assisi - del quale ha sintetizzato così l’ideale più
intimo dell’anima:
“Essere come Gesù; contemplare il Cristo del
Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In
particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale
alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche
ai suoi figli spirituali (...) La testimonianza di
Francesco, che ha amato la povertà per seguire Cristo con
dedizione e libertà totali, continua ad essere anche per
noi un invito a coltivare la povertà interiore per
crescere nella fiducia in Dio, unendo anche uno stile di
vita sobrio e un distacco dai beni materiali”.
Ripercorrendo le fasi più importanti della sua vita -
la conversione, la rinuncia ai beni materiali per il bene
di Dio, il viaggio a Roma da Innocenzo III - il Papa si è
soffermato con una digressione a braccio sul “forte
simbolismo” che avvolge l’episodio avvenuto nella
chiesa diroccata di San Damiano, quando per tre volte il
Crocifisso chiede a Francesco di riparare la sua “Chiesa
in rovina”:
“Lo stato rovinoso di questo edificio è simbolo
della situazione drammatica e inquietante della Chiesa
stessa in quel tempo, con una fede superficiale che non
forma e non trasforma la vita, con un clero poco zelante
(...) Tuttavia, in questa Chiesa in rovina sta nel centro
il Crocifisso e parla: chiama al rinnovamento, chiama
Francesco ad un lavoro manuale per riparare concretamente
la chiesetta di san Damiano, simbolo della chiamata più
profonda a rinnovare la Chiesa stessa di Cristo, con la
sua radicalità di fede e con il suo entusiasmo di amore
per Cristo”.
Connessa a ciò, ha proseguito Benedetto XVI, va
considerata anche “la grande deferenza” che il Santo
di Assisi nutrì verso i sacerdoti, anche quelli “poco
degni”, per via del loro potere di rendere presente
Cristo nell’Eucaristia, così come il rispetto nei
riguardi del Pontefice di Roma. Francesco, ha osservato
Benedetto XVI, non rinnovò la Chiesa “contro il Papa”
ma assieme a lui poiché:
“…il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni
carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del
Corpo Mistico, che è la Chiesa; pertanto agì sempre in
piena comunione con l’autorità ecclesiastica. Nella
vita dei Santi non c’è contrasto tra carisma profetico
e carisma di governo e, se qualche tensione viene a
crearsi, essi sanno attendere con pazienza i tempi dello
Spirito Santo”.
Con l’approvazione pontificia, consolidata dai
successori di Innocenzo III, l’Ordine francescano cresce
e si ramifica arrivando a testimoniare il proprio carisma
ben più in là dei villaggi dell’Italia centrale
dov’era sorto. Ed emblematica diventa la missione che
Francesco compie in Egitto per predicare il Vangelo al
cospetto di un sultano musulmano:
“In un’epoca in cui era in atto uno scontro tra
il cristianesimo e l’islam, Francesco, armato solo della
sua fede e della sua mitezza personale, percorse con
efficacia la via del dialogo (...) È un modello al quale
anche oggi dovrebbero ispirarsi i rapporti tra cristiani e
musulmani: promuovere un dialogo nella verità, nel
rispetto reciproco e nella mutua comprensione”.
Francesco muore alla Porziuncola - “sulla nuda
terra”, ha ricordato il Papa - la sera del 3 ottobre
1226. Nemmeno per un istante muore invece la sua eredità
spirituale. Il suo essere un “uomo gioioso” semplice e
umile, innamorato di Cristo, diventa uno stile che suscita
un numero infinito di seguaci. E non muore quel “senso
della fraternità universale” che si traduce per
Francesco nel “Cantico delle creature” e per
l’umanità di oggi, ha affermato Benedetto XVI, in un
“messaggio molto attuale”:
“Come ho ricordato nella mia recente Enciclica
Caritas in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che
rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente, e
nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di
quest’anno ho sottolineato che anche la costruzione di
una pace solida è legata al rispetto dell’ambiente”.
Resta, dunque, di San Francesco il tratto della
“perfetta letizia”, che lo rese un uomo “lieto in
ogni situazione”. Da questo, ha concluso il Papa,
comprendiamo "il segreto della vera felicità:
diventare santi, vicini a Dio”.
Il
Papa ricorda le vittime della Shoah e quanti protessero i
perseguitati a rischio della propria vita
Il Papa stamani, al termine
dell’udienza generale nell’Aula Paolo VI, in Vaticano,
ha ricordato con commozione le vittime della Shoah in
occasione del Giorno della Memoria, celebrato oggi
dall’Onu e in vari Paesi nel mondo, tra cui l’Italia.
Ce ne parla Sergio Centofanti.
Sono passati 65 anni da quel 27 gennaio 1945, quando le
truppe sovietiche aprirono i cancelli del campo di
concentramento nazista di Auschwitz, in Polonia, liberando
i pochi superstiti. Il Papa, che ad Auschwitz ha compiuto
una storica visita nel maggio del 2006, ricorda così
quella tragica vicenda:
“Tale evento e le testimonianze dei sopravvissuti
rivelarono al mondo l'orrore di crimini di inaudita
efferatezza, commessi nei campi di sterminio creati dalla
Germania nazista”.
Il “Giorno della memoria” – sottolinea il Papa
– viene celebrato, proprio il 27 gennaio, “in ricordo
di tutte le vittime di quei crimini, specialmente
dell’annientamento pianificato degli Ebrei, e in onore
di quanti, a rischio della propria vita, hanno protetto i
perseguitati, opponendosi alla follia omicida”:
“Con animo commosso pensiamo alle innumerevoli
vittime di un cieco odio razziale e religioso, che hanno
subito la deportazione, la prigionia, la morte in quei
luoghi aberranti e disumani. La memoria di tali fatti, in
particolare del dramma della Shoah che ha colpito il
popolo ebraico, susciti un sempre più convinto rispetto
della dignità di ogni persona, perché tutti gli uomini
si percepiscano una sola grande famiglia. Dio onnipotente
illumini i cuori e le menti, affinché non si ripetano più
tali tragedie!”
UDIENZA
GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 27 gennaio 2010
San
Francesco d'Assisi
Cari
fratelli e sorelle,
in una recente
catechesi, ho già illustrato il ruolo provvidenziale
che l’Ordine dei Frati Minori e l’Ordine dei Frati
Predicatori, fondati rispettivamente da san Francesco
d’Assisi e da san Domenico da Guzman, ebbero nel
rinnovamento della Chiesa del loro tempo. Oggi vorrei
presentarvi la figura di Francesco, un autentico
“gigante” della santità, che continua ad affascinare
moltissime persone di ogni età e di ogni religione.
“Nacque
al mondo un sole”. Con queste parole, nella Divina
Commedia (Paradiso, Canto XI), il sommo poeta
italiano Dante Alighieri allude alla nascita di Francesco,
avvenuta alla fine del 1181 o agli inizi del 1182, ad
Assisi. Appartenente a una ricca famiglia – il padre era
commerciante di stoffe –, Francesco trascorse
un’adolescenza e una giovinezza spensierate, coltivando
gli ideali cavallereschi del tempo. A vent’anni prese
parte ad una campagna militare, e fu fatto prigioniero. Si
ammalò e fu liberato. Dopo il ritorno ad Assisi, cominciò
in lui un lento processo di conversione spirituale, che lo
portò ad abbandonare gradualmente lo stile di vita
mondano, che aveva praticato fino ad allora. Risalgono a
questo periodo i celebri episodi dell’incontro con il
lebbroso, a cui Francesco, sceso da cavallo, donò il
bacio della pace, e del messaggio del Crocifisso nella
chiesetta di San Damiano. Per tre volte il Cristo in croce
si animò, e gli disse: “Va’, Francesco, e ripara la
mia Chiesa in rovina”. Questo semplice avvenimento della
parola del Signore udita nella chiesa di S. Damiano
nasconde un simbolismo profondo. Immediatamente san
Francesco è chiamato a riparare questa chiesetta, ma lo
stato rovinoso di questo edificio è simbolo della
situazione drammatica e inquietante della Chiesa stessa in
quel tempo, con una fede superficiale che non forma e non
trasforma la vita, con un clero poco zelante, con il
raffreddarsi dell’amore; una distruzione interiore della
Chiesa che comporta anche una decomposizione dell’unità,
con la nascita di movimenti ereticali. Tuttavia, in questa
Chiesa in rovina sta nel centro il Crocifisso e parla:
chiama al rinnovamento, chiama Francesco ad un lavoro
manuale per riparare concretamente la chiesetta di san
Damiano, simbolo della chiamata più profonda a rinnovare
la Chiesa stessa di Cristo, con la sua radicalità di fede
e con il suo entusiasmo di amore per Cristo. Questo
avvenimento, accaduto probabilmente nel 1205, fa pensare
ad un altro avvenimento simile verificatosi nel 1207: il
sogno del Papa Innocenzo III. Questi vede in sogno che la
Basilica di San Giovanni in Laterano, la chiesa madre di
tutte le chiese, sta crollando e un religioso piccolo e
insignificante puntella con le sue spalle la chiesa
affinché non cada. E’ interessante notare, da una
parte, che non è il Papa che dà l’aiuto affinché la
chiesa non crolli, ma un piccolo e insignificante
religioso, che il Papa riconosce in Francesco che Gli fa
visita. Innocenzo III era un Papa potente, di grande
cultura teologica, come pure di grande potere politico,
tuttavia non è lui a rinnovare la Chiesa, ma il piccolo e
insignificante religioso: è san Francesco, chiamato da
Dio. Dall’altra parte, però, è importante notare che
san Francesco non rinnova la Chiesa senza o contro il
Papa, ma solo in comunione con lui. Le due realtà vanno
insieme: il Successore di Pietro, i Vescovi, la Chiesa
fondata sulla successione degli Apostoli e il carisma
nuovo che lo Spirito Santo crea in questo momento per
rinnovare la Chiesa. Insieme cresce il vero rinnovamento.
Ritorniamo
alla vita di san Francesco. Poiché il padre Bernardone
gli rimproverava troppa generosità verso i poveri,
Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto
simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così
rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della
creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che
gli ha donato Dio, alle cui mani egli si consegna. Poi
visse come un eremita, fino a quando, nel 1208, ebbe luogo
un altro avvenimento fondamentale nell’itinerario della
sua conversione. Ascoltando un brano del Vangelo di Matteo
– il discorso di Gesù agli apostoli inviati in missione
–, Francesco si sentì chiamato a vivere nella povertà
e a dedicarsi alla predicazione. Altri compagni si
associarono a lui, e nel 1209 si recò a Roma, per
sottoporre al Papa Innocenzo III il progetto di una nuova
forma di vita cristiana. Ricevette un’accoglienza
paterna da quel grande Pontefice, che, illuminato dal
Signore, intuì l’origine divina del movimento suscitato
da Francesco. Il Poverello di Assisi aveva compreso che
ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a
servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa; pertanto
agì sempre in piena comunione con l’autorità
ecclesiastica. Nella vita dei santi non c’è contrasto
tra carisma profetico e carisma di governo e, se qualche
tensione viene a crearsi, essi sanno attendere con
pazienza i tempi dello Spirito Santo.
In realtà,
alcuni storici nell’Ottocento e anche nel secolo scorso
hanno cercato di creare dietro il Francesco della
tradizione, un cosiddetto Francesco storico, così come si
cerca di creare dietro il Gesù dei Vangeli, un cosiddetto
Gesù storico. Tale Francesco storico non sarebbe stato un
uomo di Chiesa, ma un uomo collegato immediatamente solo a
Cristo, un uomo che voleva creare un rinnovamento del
popolo di Dio, senza forme canoniche e senza gerarchia. La
verità è che san Francesco ha avuto realmente una
relazione immediatissima con Gesù e con la parola di Dio,
che voleva seguire sine glossa, così com’è, in
tutta la sua radicalità e verità. E’ anche vero che
inizialmente non aveva l’intenzione di creare un Ordine
con le forme canoniche necessarie, ma, semplicemente, con
la parola di Dio e la presenza del Signore, egli voleva
rinnovare il popolo di Dio, convocarlo di nuovo
all’ascolto della parola e all’obbedienza verbale con
Cristo. Inoltre, sapeva che Cristo non è mai “mio”,
ma è sempre “nostro”, che il Cristo non posso averlo
“io” e ricostruire “io” contro la Chiesa, la sua
volontà e il suo insegnamento, ma solo nella comunione
della Chiesa costruita sulla successione degli Apostoli si
rinnova anche l’obbedienza alla parola di Dio.
E’
anche vero che non aveva intenzione di creare un nuovo
ordine, ma solamente rinnovare il popolo di Dio per il
Signore che viene. Ma capì con sofferenza e con dolore
che tutto deve avere il suo ordine, che anche il diritto
della Chiesa è necessario per dar forma al rinnovamento e
così realmente si inserì in modo totale, col cuore,
nella comunione della Chiesa, con il Papa e con i Vescovi.
Sapeva sempre che il centro della Chiesa è l'Eucaristia,
dove il Corpo di Cristo e il suo Sangue diventano
presenti. Tramite il Sacerdozio, l'Eucaristia è la
Chiesa. Dove Sacerdozio e Cristo e comunione della Chiesa
vanno insieme, solo qui abita anche la parola di Dio. Il
vero Francesco storico è il Francesco della Chiesa e
proprio in questo modo parla anche ai non credenti, ai
credenti di altre confessioni e religioni.
Francesco
e i suoi frati, sempre più numerosi, si stabilirono alla
Porziuncola, o chiesa di Santa Maria degli Angeli, luogo
sacro per eccellenza della spiritualità francescana.
Anche Chiara, una giovane donna di Assisi, di nobile
famiglia, si mise alla scuola di Francesco. Ebbe così
origine il Secondo Ordine francescano, quello delle
Clarisse, un’altra esperienza destinata a produrre
frutti insigni di santità nella Chiesa.
Anche il
successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III, con la
sua bolla Cum dilecti del 1218 sostenne il
singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano
aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e
persino in Marocco. Nel 1219 Francesco ottenne il permesso
di recarsi a parlare, in Egitto, con il sultano musulmano
Melek-el-Kâmel, per predicare anche lì il Vangelo di Gesù.
Desidero sottolineare questo episodio della vita di san
Francesco, che ha una grande attualità. In un’epoca in
cui era in atto uno scontro tra il Cristianesimo e
l’Islam, Francesco, armato volutamente solo della sua
fede e della sua mitezza personale, percorse con efficacia
la via del dialogo. Le cronache ci parlano di
un’accoglienza benevola e cordiale ricevuta dal sultano
musulmano. È un modello al quale anche oggi dovrebbero
ispirarsi i rapporti tra cristiani e musulmani: promuovere
un dialogo nella verità, nel rispetto reciproco e nella
mutua comprensione (cfr Nostra
Aetate, 3). Sembra poi che nel 1220 Francesco
abbia visitato la Terra Santa, gettando così un seme, che
avrebbe portato molto frutto: i suoi figli spirituali,
infatti, fecero dei Luoghi in cui visse Gesù un ambito
privilegiato della loro missione. Con gratitudine penso
oggi ai grandi meriti della Custodia francescana di Terra
Santa.
Rientrato
in Italia, Francesco consegnò il governo dell’Ordine al
suo vicario, fra Pietro Cattani, mentre il Papa affidò
alla protezione del Cardinal Ugolino, il futuro Sommo
Pontefice Gregorio IX, l’Ordine, che raccoglieva sempre
più aderenti. Da parte sua il Fondatore, tutto dedito
alla predicazione che svolgeva con grande successo,
redasse una Regola, poi approvata dal Papa.
Nel 1224,
nell’eremo della Verna, Francesco vede il Crocifisso
nella forma di un serafino e dall’incontro con il
serafino crocifisso, ricevette le stimmate; egli diventa
così uno col Cristo crocifisso: un dono, quindi, che
esprime la sua intima identificazione col Signore.
La morte
di Francesco – il suo transitus - avvenne la sera
del 3 ottobre 1226, alla Porziuncola. Dopo aver benedetto
i suoi figli spirituali, egli morì, disteso sulla nuda
terra. Due anni più tardi il Papa Gregorio IX lo iscrisse
nell’albo dei santi. Poco tempo dopo, una grande
basilica in suo onore veniva innalzata ad Assisi, meta
ancor oggi di moltissimi pellegrini, che possono venerare
la tomba del santo e godere la visione degli affreschi di
Giotto, pittore che ha illustrato in modo magnifico la
vita di Francesco.
È stato
detto che Francesco rappresenta un alter Christus, era
veramente un’icona viva di Cristo. Egli fu chiamato
anche “il fratello di Gesù”. In effetti, questo era
il suo ideale: essere come Gesù; contemplare il Cristo
del Vangelo, amarlo intensamente, imitarne le virtù. In
particolare, egli ha voluto dare un valore fondamentale
alla povertà interiore ed esteriore, insegnandola anche
ai suoi figli spirituali. La prima beatitudine del
Discorso della Montagna - Beati i poveri in spirito perché
di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3) - ha trovato
una luminosa realizzazione nella vita e nelle parole di
san Francesco. Davvero, cari amici, i santi sono i
migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella
loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai
attraente, così che parla realmente con noi. La
testimonianza di Francesco, che ha amato la povertà per
seguire Cristo con dedizione e libertà totali, continua
ad essere anche per noi un invito a coltivare la povertà
interiore per crescere nella fiducia in Dio, unendo anche
uno stile di vita sobrio e un distacco dai beni materiali.
In
Francesco l’amore per Cristo si espresse in modo
speciale nell’adorazione del Santissimo Sacramento
dell’Eucaristia. Nelle Fonti francescane si
leggono espressioni commoventi, come questa: “Tutta
l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo
esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi
è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O
sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e
Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra
salvezza, sotto una modica forma di pane” (Francesco di
Assisi, Scritti, Editrici Francescane, Padova 2002,
401).
In
quest’anno
sacerdotale, mi piace pure ricordare una
raccomandazione rivolta da Francesco ai sacerdoti:
“Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro,
facciano con riverenza il vero sacrificio del santissimo
Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo”
(Francesco di Assisi, Scritti, 399). Francesco
mostrava sempre una grande deferenza verso i sacerdoti, e
raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui
fossero personalmente poco degni. Portava come motivazione
di questo profondo rispetto il fatto che essi hanno
ricevuto il dono di consacrare l’Eucaristia. Cari
fratelli nel sacerdozio, non dimentichiamo mai questo
insegnamento: la santità dell’Eucaristia ci chiede di
essere puri, di vivere in modo coerente con il Mistero che
celebriamo.
Dall’amore
per Cristo nasce l’amore verso le persone e anche verso
tutte le creature di Dio. Ecco un altro tratto
caratteristico della spiritualità di Francesco: il senso
della fraternità universale e l’amore per il creato,
che gli ispirò il celebre Cantico delle creature.
È un messaggio molto attuale. Come ho ricordato nella mia
recente Enciclica Caritas
in veritate, è sostenibile solo uno sviluppo che
rispetti la creazione e che non danneggi l’ambiente (cfr
nn. 48-52),
e nel Messaggio
per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho
sottolineato che anche la costruzione di una pace solida
è legata al rispetto del creato. Francesco ci ricorda che
nella creazione si dispiega la sapienza e la benevolenza
del Creatore. La natura è da lui intesa proprio come un
linguaggio nel quale Dio parla con noi, nel quale la realtà
diventa trasparente e possiamo noi parlare di Dio e
con Dio.
Cari
amici, Francesco è stato un grande santo e un uomo
gioioso. La sua semplicità, la sua umiltà, la sua fede,
il suo amore per Cristo, la sua bontà verso ogni uomo e
ogni donna l’hanno reso lieto in ogni situazione.
Infatti, tra la santità e la gioia sussiste un intimo e
indissolubile rapporto. Uno scrittore francese ha detto
che al mondo vi è una sola tristezza: quella di non
essere santi, cioè di non essere vicini a Dio. Guardando
alla testimonianza di san Francesco, comprendiamo che è
questo il segreto della vera felicità: diventare santi,
vicini a Dio!
Ci
ottenga la Vergine, teneramente amata da Francesco, questo
dono. Ci affidiamo a Lei con le parole stesse del
Poverello di Assisi: “Santa Maria Vergine, non vi è
alcuna simile a te nata nel mondo tra le donne, figlia e
ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, Madre del
santissimo Signor nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito
Santo: prega per noi... presso il tuo santissimo diletto
Figlio, Signore e Maestro” (Francesco di Assisi, Scritti,
163).

Saluti:
Je suis
heureux de saluer les pèlerins francophones présents, en
particulier Mgr Perrier, Evêque de Tarbes et Lourdes qui
accompagne un groupe de l’Hospitalité Notre-Dame de
Lourdes. Prions Dieu afin qu’il donne à son Église des
saints, qui soient eux-aussi des ‘autres Christ’. Bon
pèlerinage à tous!
A warm
welcome to all of the English speaking pilgrims present at
today’s audience! I particularly greet high school
students from Jordan and Israel, members of the initiative
Aqabat Eilat: “one more step towards peace”,
students and faculty from the Bossey Graduate School of
Ecumenical Studies, as well as pilgrims from England,
Gibraltar, Hong Kong and the United States. God bless you
all!
Ganz
herzlich grüße ich alle deutschsprachigen Brüder und
Schwestern. Die Heiligen, die Freunde Jesu, sind die
besten Kenner und Ausleger der Heiligen Schrift. Das können
wir gerade an Franz sehen. Sie machen das Wort Gottes in
ihrem Leben sichtbar, machen es gegenwärtig, geben ihm
gleichsam wieder Fleisch und Blut und laden uns ein, nach
ihrem Beispiel eine tiefe und persönliche Beziehung zu
Christus zu suchen, besonders in der Eucharistie, in
der der Sohn Gottes in der demütigen Gestalt des Brotes
wahrhaft unter uns ist und uns Freude schenkt. Heiligkeit
bedeutet Freude. An Franziskus sehen wir das ganz
besonders. Diese Freude wünsche ich euch allen und eine
gesegnete Pilgerschaft!
Ein besonderes Anliegen ist es mir heute, an den
Holocaust-Gedenktag zu erinnern. Vor genau 65 Jahren, am
27. Januar 1945, wurde das Konzentrationslager Auschwitz
durch die Rote Armee befreit. Die erschütternden Berichte
der Überlebenden zeigen der Welt, zu welchen
abscheulichen Verbrechen der menschenverachtende Größenwahn
und Rassenhaß der Nazi-Ideologie in Deutschland geführt
hat. Das Gedenken an diese Taten, insbesondere die Tragödie
der Shoah am jüdischen Volk, wie auch das Zeugnis all
jener, die sich unter Einsatz ihres Lebens diesem Wahnsinn
widersetzt haben, gemahnt uns stets aufs neue an den
absoluten Respekt vor der Würde der Person und des
menschlichen Lebens. Alle Menschen jedes Volkes und jedes
Erdteils sollen sich als eine einzige große Familie
verstehen. Der Allmächtige Gott erleuchte die Herzen und
den Verstand, auf daß sich solche furchtbaren Vergehen
nie wiederholen. Der Segen und der Friede des Herrn
begleite uns allezeit.
Saludo
cordialmente a los peregrinos de lengua española, venidos
de España, México y otros países latinoamericanos. Que
el ejemplo de San Francisco aumente la confianza en Dios y
fomente un estilo de vida sobrio, sin apego a los bienes
materiales. Muchas gracias.
Amados
peregrinos de língua portuguesa, o testemunho da vida de
São Francisco de Assis ensina que o segredo da verdadeira
felicidade é tornar-se santo. Que a Virgem Maria conceda
este dom a vós e aos vossos familiares que de coração
abençôo. Ide em paz!
Saluto
in lingua polacca:
Serdecznie
witam polskich pielgrzymów. Wpatrzeni w postać
świętego Franciszka, uczmy się od niego
ewangelicznej prostoty i radości, miłości
dla ludzi i poszanowania dzieł stworzenia, głębokiej
modlitwy i dążenia do świętości.
Bądźmy ludźmi pokoju i nieśmy innym
prawdziwe szczęście, które odnajdujemy w Bogu.
Niech Jego błogosławieństwo stale wam
towarzyszy.
Traduzione
italiana:
Do un
cordiale benvenuto ai pellegrini polacchi. Fissando lo
sguardo sulla figura di San Francesco impariamo da lui la
semplicità e la gioia, l’amore per gli uomini e il
rispetto per il creato, la profonda preghiera e
l’aspirazione alla santità. Siamo uomini della pace e
portiamo agli altri la vera felicità che ritroviamo in
Dio. La Sua benedizione vi accompagni sempre.
Saluto
in lingua slovacca:
S láskou
pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z farností
Čadca – Kýčerka, Kysucké Nové Mesto a Žilina.
Bratia a sestry, prajem vám, aby vaša návšteva posvätných
miest Ríma znamenala pre každého z vás obnovu kresťanskej
viery. Zo srdca vás žehnám.
Pochválený buď Ježiš Kristus!
Traduzione
italiana
Saluto
con affetto i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli
provenienti dalle parrocchie di Čadca – Kýčerka,
Kysucké Nové Mesto a Žilina.
Fratelli e sorelle, auguro che la vostra visita ai luoghi
sacri di Roma rappresenti per ciascuno di voi il
rinnovamento della fede cristiana. Di cuore vi benedico.
Sia lodato Gesù Cristo!

APPELLO
Sessantacinque
anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli
del campo di concentramento nazista della città polacca
di Oświęcim, nota con il nome tedesco di
Auschwitz, e vennero liberati i pochi superstiti. Tale
evento e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono al
mondo l'orrore di crimini di inaudita efferatezza,
commessi nei campi di sterminio creati dalla Germania
nazista.
Oggi, si
celebra il “Giorno della memoria”, in ricordo di tutte
le vittime di quei crimini, specialmente
dell’annientamento pianificato degli Ebrei, e in onore
di quanti, a rischio della propria vita, hanno protetto i
perseguitati, opponendosi alla follia omicida. Con animo
commosso pensiamo alle innumerevoli vittime di un cieco
odio razziale e religioso, che hanno subito la
deportazione, la prigionia, la morte in quei luoghi
aberranti e disumani. La memoria di tali fatti, in
particolare del dramma della Shoah che ha colpito
il popolo ebraico, susciti un sempre più convinto
rispetto della dignità di ogni persona, perché tutti gli
uomini si percepiscano una sola grande famiglia. Dio
onnipotente illumini i cuori e le menti, affinché non si
ripetano più tali tragedie!
* * *
Rivolgo
un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In
particolare, saluto i vari gruppi di militari qui
presenti, augurando a ciascuno di arricchire il proprio
servizio al paese con la personale testimonianza.
Saluto,
infine, voi, cari giovani, cari malati e cari sposi
novelli, ed auspico che ciascuno nella propria condizione,
contribuisca con generosità a diffondere la gioia di
amare e servire Gesù Cristo.
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