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UDIENZA GENERALE
(28 GIUGNO 2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana,
28 giugno 2006
LA
FEDE NON SI ESPRIME IN ASTRATTO MA CON OPERE DI BENE:
ALL’UDIENZA GENERALE, IL COMMENTO DI BENEDETTO XVI ALLA
LETTERA DI GIACOMO IL MINORE, L’APOSTOLO AL CENTRO DEL
CICLO DI CATECHESI DEL PAPA SUI DISCEPOLI DI CRISTO
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“La fede deve
realizzarsi nella vita”, mai in astratto. Sintetizza così,
Benedetto XVI, l’insegnamento della Lettera scritta da
uno degli Apostoli, Giacomo detto “il Minore”, alla
cui figura il Papa ha dedicato la catechesi dell’udienza
generale di oggi, conclusasi pochi minuti fa. Come
mercoledì scorso, Benedetto XVI ha abbreviato il proprio
discorso per non prolungare eccessivamente l’attesa
delle circa 25 mila persone presenti in Piazza San Pietro
sotto il gran caldo e l’afa. Il servizio di Alessandro
De Carolis.
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La
sua epistola occupa il primo posto tra le cosiddette
“Lettere cattoliche”, dirette cioè non a una
specifica comunità cristiana dell’antichità, ma a
tutte in generale. Lui stesso, l’autore, fu definito da
San Paolo una “colonna” della Chiesa dei primissimi
tempi. Giacomo il Minore è stato ed è ancora oggi “un
maestro di vita” per i cristiani. Fu identificato con
l’appellativo di “Piccolo”, per distinguerlo
dall’omonimo apostolo Giacomo, figlio di Zebedeo e
fratello di Giovanni. Nel suo ciclo di catechesi sui
discepoli di Cristo, Benedetto XVI si è soffermato sui
passaggi storici e sul “ruolo preminente” che Giacomo
il Minore – quarta figura ad essere esaminata dal
Pontefice - svolse “nella Chiesa di Gerusalemme”, in
particolare nel celebre Concilio durante il quale
l’apostolo affermò insieme con gli altri che i pagani
potevano essere accolti nella comunità cristiana anche
senza sottoporsi alla circoncisione, ma solo rispettando
alcune norme della legge mosaica. Una presa di posizione,
ha spiegato il Papa, che riconobbe, da una parte, la
religione ebraica come “matrice perennemente viva e
valida” del cristianesimo, e dall’altra permise ai
“gentili” convertiti a Cristo di conservare “la
propria identità sociologica”.
Ma
è specialmente dall’unica lettera che porta il suo nome
a giungere a noi cristiani del 21° secolo un insegnamento
senza tempo:
“L’eredità
più importante, lasciataci da San Giacomo, è la lettera
che reca il suo nome. Si tratta di uno scritto assai
importante, che insiste molto sulle necessità di non
ridurre la propria fede ad una pura dichiarazione verbale
o astratta, ma di esprimerla concretamente in opere di
bene”.
Si
tratta, dunque, di un “cristianesimo concreto e
pratico”, ha proseguito Benedetto XVI, quello che si
evince dallo scritto di Giacomo il Minore, e non una vuota
dichiarazione d’intenti. Un cristianesimo di valori alti
e radicato nella Croce di Gesù:
“San
Giacomo in questa lettera ci invita alla costanza nelle
prove gelosamente accettate e alla preghiera fiduciosa per
ottenere da Dio il dono della sapienza, grazie alla quale
giungiamo a comprendere che i veri valori della vita non
stanno nelle ricchezze transitorie, ma nel saper
condividere le proprie sostanze con i poveri e i
bisognosi”.
Da
ultimo, ha concluso il Papa, la lettera di Giacomo “ci
esorta ad abbandonarci alle mani di Dio in tutto ciò che
facciamo, pronunciando sempre le parole: 'Se il Signore
vorrà'”:
“Così
egli ci insegna a non presumere di pianificare la nostra
vita in maniera autonoma e interessata, ma a fare spazio
all’imperscrutabile volontà di Dio. In questo modo san
Giacomo resta un sempre attuale maestro di vita per
ciascuno di noi”.
Dopo
le catechesi in sintesi, pronunciate in nove lingue,
Benedetto XVI ha aperto la consueta parentesi di saluti ai
gruppi dei pellegrini. Molte oggi le Congregazioni
religiose presenti in Piazza, tra cui i Padri Verbiti e le
Suore Francescane Immacolatine, impegnate nei Capitoli
generali. Oltre a loro, il Papa ha rivolto saluti
particolari ai rappresentanti dell’Apostolato della
preghiera e ai membri della Famiglia Orionina,
organizzatrice della tradizionale “Festa del Papa” che
si svolgerà nel pomeriggio presso l’Auditorium della
Conciliazione a Roma:
“Cari
amici, vi ringrazio per la vostra presenza e per l’amore
che volete manifestare verso il Successore di Pietro con
questa vostra iniziativa. Continuate a seguire fedelmente
il vostro Fondatore e testimoniate il Vangelo della vita
mediante ogni vostra Istituzione ed attività, al servizio
specialmente delle persone deboli e sofferenti, ricordando
– come diceva don Orione – che 'nel
più misero dei fratelli brilla l’immagine di Dio'”.
Concludendo,
poi, con il saluto ai giovani,
ai malati
e ai nuovi sposi,
Benedetto XVI ha invitato i giovani ad approfittare del
periodo estivo per vivere, ha detto, “utili
esperienze sociali e religiose”, ed esortando gli sposi
novelli ad approfondire la loro “missione nella Chiesa e
nella società”. “A voi, cari malati
– ha augurato infine - non manchi anche in questo
periodo estivo la vicinanza dei vostri familiari”.
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli e sorelle,
accanto
alla figura di Giacomo "il Maggiore", figlio di
Zebedeo, del quale abbiamo parlato mercoledì scorso, nei
Vangeli compare un altro Giacomo, che viene detto "il
Minore". Anch’egli fa parte delle liste dei dodici
Apostoli scelti personalmente da Gesù, e viene sempre
specificato come "figlio di Alfeo" (cfr Mt
10,3; Mc 3,18; Lc 5; At 1,13). E’
stato spesso identificato con un altro Giacomo, detto
"il Piccolo" (cfr Mc 15,40), figlio di
una Maria (cfr ibid.) che potrebbe essere la "Maria
di Cleofa" presente, secondo il Quarto Vangelo, ai
piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv
19,25). Anche lui era originario di Nazaret e probabile
parente di Gesù (cfr Mt 13,55; Mc 6,3), del
quale alla maniera semitica viene detto
"fratello" (cfr Mc 6,3; Gal 1,19).
Di quest'ultimo Giacomo, il libro degli Atti
sottolinea il ruolo preminente svolto nella Chiesa di
Gerusalemme. Nel Concilio apostolico là celebrato dopo la
morte di Giacomo il Maggiore, affermò insieme con gli
altri che i pagani potevano essere accolti nella Chiesa
senza doversi prima sottoporre alla circoncisione (cfr At
15,13). San Paolo, che gli attribuisce una specifica
apparizione del Risorto (cfr 1 Cor 15,7),
nell’occasione della sua andata a Gerusalemme lo nomina
addirittura prima di Cefa-Pietro, qualificandolo
"colonna" di quella Chiesa al pari di lui (cfr Gal
2,9). In seguito, i giudeo-cristiani lo considerarono loro
principale punto di riferimento. A lui viene pure
attribuita la Lettera che porta il nome di Giacomo
ed è compresa nel canone neotestamentario. Egli non vi si
presenta come "fratello del Signore", ma come
"servo di Dio e del Signore Gesù Cristo" (Gc
1,1).
Tra gli
studiosi si dibatte la questione dell’identificazione di
questi due personaggi dallo stesso nome, Giacomo figlio di
Alfeo e Giacomo "fratello del Signore". Le
tradizioni evangeliche non ci hanno conservato alcun
racconto né sull’uno né sull’altro in riferimento al
periodo della vita terrena di Gesù. Gli Atti degli
Apostoli, invece, ci mostrano che un "Giacomo"
ha svolto un ruolo molto importante, come abbiamo già
accennato, dopo la risurrezione di Gesù, all’interno
della Chiesa primitiva (cfr At 12,17; 15,13-21; 21,18).
L’atto più rilevante da lui compiuto fu l’intervento
nella questione del difficile rapporto tra i cristiani di
origine ebraica e quelli di origine pagana: in esso egli
contribuì insieme a Pietro a superare, o meglio, a
integrare l'originaria dimensione giudaica del
cristianesimo con l'esigenza di non imporre ai pagani
convertiti l’obbligo di sottostare a tutte le norme
della legge di Mosè. Il libro degli Atti ci ha conservato
la soluzione di compromesso, proposta proprio da Giacomo e
accettata da tutti gli Apostoli presenti, secondo cui ai
pagani che avessero creduto in Gesù Cristo si doveva
soltanto chiedere di astenersi dall’usanza idolatrica di
mangiare la carne degli animali offerti in sacrificio agli
dèi, e dall’"impudicizia", termine che
probabilmente alludeva alle unioni matrimoniali non
consentite. In pratica, si trattava di aderire solo a
poche proibizioni, ritenute piuttosto importanti, della
legislazione mosaica.
In questo
modo, si ottennero due risultati significativi e
complementari, entrambi validi tuttora: da una parte, si
riconobbe il rapporto inscindibile che collega il
cristianesimo alla religione ebraica come a sua matrice
perennemente viva e valida; dall’altra, si concesse ai
cristiani di origine pagana di conservare la propria
identità sociologica, che essi avrebbero perduto se
fossero stati costretti a osservare i cosiddetti
"precetti cerimoniali" mosaici: questi ormai non
dovevano più considerarsi obbliganti per i pagani
convertiti. In sostanza, si dava inizio a una prassi di
reciproca stima e rispetto, che, nonostante incresciose
incomprensioni posteriori, mirava per natura sua a
salvaguardare quanto era caratteristico di ciascuna delle
due parti.
La più
antica informazione sulla morte di questo Giacomo ci è
offerta dallo storico ebreo Flavio Giuseppe. Nelle sue Antichità
Giudaiche (20,201s), redatte a Roma verso la fine del
I° secolo, egli ci racconta che la fine di Giacomo fu
decisa con iniziativa illegittima dal Sommo Sacerdote
Anano, figlio dell’Annas attestato nei Vangeli, il quale
approfittò dell'intervallo tra la deposizione di un
Procuratore romano (Festo) e l'arrivo del successore
(Albino) per decretare la sua lapidazione nell’anno 62.
Al nome
di questo Giacomo, oltre all’apocrifo Protovangelo di
Giacomo, che esalta la santità e la verginità
di Maria Madre di Gesù, è particolarmente legata la Lettera
che reca il suo nome. Nel canone del Nuovo Testamento essa
occupa il primo posto tra le cosiddette ‘Lettere
cattoliche’, destinate cioè non a una sola Chiesa
particolare – come Roma, Efeso, ecc. -, ma a molte
Chiese. Si tratta di uno scritto assai importante, che
insiste molto sulla necessità di non ridurre la propria
fede a una pura dichiarazione verbale o astratta, ma di
esprimerla concretamente in opere di bene. Tra l'altro,
egli ci invita alla costanza nelle prove gioiosamente
accettate e alla preghiera fiduciosa per ottenere da Dio
il dono della sapienza, grazie alla quale giungiamo a
comprendere che i veri valori della vita non stanno nelle
ricchezze transitorie, ma piuttosto nel saper condividere
le proprie sostanze con i poveri e i bisognosi (cfr Gc
1,27).
Così la
lettera di san Giacomo ci mostra un cristianesimo molto
concreto e pratico. La fede deve realizzarsi nella vita,
soprattutto nell’amore del prossimo e particolarmente
nell’impegno per i poveri. E’ su questo sfondo che
dev’essere letta anche la frase famosa: "Come il
corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza
le opere è morta" (Gc 2,26). A volte questa
dichiarazione di Giacomo è stata contrapposta alle
affermazioni di Paolo, secondo cui noi veniamo resi giusti
da Dio non in virtù delle nostre opere, ma grazie alla
nostra fede (cfr Gal 2,16; Rm 3,28).
Tuttavia, le due frasi, apparentemente contraddittorie con
le loro prospettive diverse, in realtà, se bene
interpretate, si completano. San Paolo si oppone
all’orgoglio dell’uomo che pensa di non aver bisogno
dell’amore di Dio che ci previene, si oppone
all’orgoglio dell’autogiustificazione senza la grazia
semplicemente donata e non meritata. San Giacomo parla
invece delle opere come frutto normale della fede:
"L’albero buono produce frutti buoni", dice il
Signore (Mt 7,17). E san Giacomo lo ripete e lo
dice a noi.
Da
ultimo, la lettera di Giacomo ci esorta ad abbandonarci
alle mani di Dio in tutto ciò che facciamo, pronunciando
sempre le parole: "Se il Signore vorrà" (Gc
4,15). Così egli ci insegna a non presumere di
pianificare la nostra vita in maniera autonoma e
interessata, ma a fare spazio all’imperscrutabile volontà
di Dio, che conosce il vero bene per noi. In questo modo
san Giacomo resta un sempre attuale maestro di vita per
ciascuno di noi.
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