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UDIENZA
GENERALE (28 OTTOBRE 2009) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 28 ottobre 2009
Il
Papa all'udienza generale: migliore attenzione alla Messa
e alla lettura della Bibbia per arrivare alla verità
attraverso la fede e la ragione
La
fede e la ragione, quando sono in rispettoso dialogo fra
loro, sono come ali con le quali “lo spirito umano
s’innalza verso la contemplazione della verità”.
L’affermazione di Giovanni Paolo II è stata ripresa da
Benedetto XVI a conclusione dell’udienza generale di
questa mattina in Piazza San Pietro. Il Papa ha dedicato
la sua catechesi ai due modelli di teologia, quella
monastica e quella scolastica, che si affermarono nel XII
secolo in Europa, grazie a una felice congiuntura sociale
e culturale. Ed ha invitato i cristiani di oggi a far
tesoro di questa ricca eredità spirituale. Il servizio di
Alessandro De Carolis:
Nutrire la propria esistenza dei cristiani attraverso
un “più attento” ascolto del Vangelo e delle
Scritture, come insegnarono 800 anni fa i fautori della
teologia monastica. E comprendere attraverso la ragione
umana, con un’“amore che diventa intelligenza”,
orizzonti sempre più vasti del mistero di Dio, come
insegnarono i teologi scolastici in quello stesso periodo.
Sono le due fondamentali eredità per i credenti di oggi
che Benedetto XVI ha posto in luce parlando all’udienza
generale della fioritura della teologia latina del XII
secolo. Tratteggiando, per l’Europa dell’epoca, quello
che fu un periodo di “vivace attività culturale” e di
“maggiore purezza evangelica” all’interno della
Chiesa, favorita dalla riforma gregoriana, il Pontefice ha
affermato che in quello stesso contesto:
“Rifiorì anche la teologia acquisendo una più
grande consapevolezza della propria natura: affinò il
metodo, affrontò problemi nuovi, avanzò nella
contemplazione dei Misteri di Dio, produsse opere
fondamentali, ispirò iniziative importanti della cultura,
dall’arte alla letteratura, e preparò i capolavori del
secolo successivo, il secolo di Tommaso d’Aquino e di
Bonaventura da Bagnoregio”.
Alle oltre 30 mila persone che lo ascoltavano,
Benedetto XVI ha spiegato le differenze di metodo sulle
quali monaci, da un lato, e colti pensatori dall’altro
svilupparono in quella stagione medievale il loro
rispettivo modo di fare teologia. Quella monastica -
cosiddetta perché nata nei monasteri era legata, ha
rilevato, “principalmente alla spiegazione della sacra
pagina”, alla lectio divina, ovvero alla lettura pregata
della Bibbia:
“Per loro la semplice lettura del Testo sacro non
bastava per percepirne il senso profondo, l’unità
interiore e il messaggio trascendente. Occorreva,
pertanto, praticare una 'lettura spirituale', condotta in
docilità allo Spirito Santo. Alla scuola dei Padri, la
Bibbia veniva così interpretata allegoricamente, per
scoprire in ogni pagina, dell’Antico come del Nuovo
Testamento, quanto dice di Cristo e della sua opera di
salvezza”.
I monaci dell’epoca, dunque, erano preparati non solo
dal punto di vista spirituale ma anche da quello
letterario del testo biblico. Per loro, fare teologia
equivaleva ad ascoltare la Parola divina purificando il
cuore che doveva accoglierla, in una costante meditazione
che sfociava in lode a Dio. Questa dinamica, ha soggiunto
Benedetto XVI, costituisce anche per noi oggi un invito:
“...a nutrire la nostra esistenza della Parola di
Dio, ad esempio, mediante un ascolto più attento delle
letture e del Vangelo specialmente nella Messa domenicale.
E’ importante inoltre riservare un certo tempo ogni
giorno alla meditazione della Bibbia, perché la Parola di
Dio sia lampada che illumina il nostro cammino quotidiano
sulla terra”
A coltivare invece la teologia scolastica - nata per
l’appunto nelle scholae, che poi diventeranno le
prime Università - erano, ha sottolineato Benedetto XVI,
dei veri “professionisti della cultura”, appassionati
di ricerca che desideravano “mostrare la ragionevolezza
e la fondatezza dei misteri di Dio”, “creduti con la
fede” ma “compresi pure dalla ragione”:
“La teologia scolastica mirava a presentare
l’unità e l’armonia della Rivelazione cristiana con
un metodo, detto appunto 'scolastico', della scuola, che
concede fiducia alla ragione umana (...) Ancora oggi,
leggendo le summae scolastiche si rimane colpiti
dall’ordine, dalla chiarezza, dalla concatenazione
logica degli argomenti, e dalla profondità di alcune
intuizioni”.
Spiegando l’articolato procedimento della teologia
scolastica - che partendo da un tema centrale metteva a
confronto varie tesi fino a giungere a una summa, cioè a
una sintesi “tra autorità e ragione”- il Papa ha
osservato che tale teologia:
“...ci ricorda che tra fede e ragione esiste una
naturale amicizia, fondata nell’ordine stesso della
creazione (...) La fede è aperta allo sforzo di
comprensione da parte della ragione; la ragione, a sua
volta, riconosce che la fede non la mortifica, anzi la
sospinge verso orizzonti più ampi ed elevati”.
Ai vari gruppi presenti in Piazza
San Pietro e destinatari dei suoi saluti particolari - tra
i quali l’Associazione regionale cori d’Abruzzo - il
Papa ha augurato che “l’incontro con il Successore di
Pietro susciti in ciascuno un rinnovato impegno di
testimonianza cristiana”. Da sottolineare, infine, il
breve colloquio che Benedetto XVI ha riservato al termine
dell'udienza generale ai due coniugi olandesi Paul e Wilma
Van Munster, violentemente aggrediti nell'agosto del 2008
alla periferia di Roma. La coppia era accompagnata dal
sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
oggi mi
soffermo su un’interessante pagina di storia, relativa
alla fioritura della teologia latina nel secolo XII,
avvenuta per una serie provvidenziale di coincidenze. Nei
Paesi dell’Europa occidentale regnava allora una
relativa pace, che assicurava alla società sviluppo
economico e consolidamento delle strutture politiche, e
favoriva una vivace attività culturale grazie pure ai
contatti con l’Oriente. All’interno della Chiesa si
avvertivano i benefici della vasta azione nota come
"riforma gregoriana", che, promossa
vigorosamente nel secolo precedente, aveva apportato una
maggiore purezza evangelica nella vita della comunità
ecclesiale, soprattutto nel clero, e aveva restituito alla
Chiesa e al Papato un’autentica libertà di azione.
Inoltre si andava diffondendo un vasto rinnovamento
spirituale, sostenuto dal rigoglioso sviluppo della vita
consacrata: nascevano e si espandevano nuovi Ordini
religiosi, mentre quelli già esistenti conoscevano una
promettente ripresa.
Rifiorì
anche la teologia acquisendo una più grande
consapevolezza della propria natura: affinò il metodo,
affrontò problemi nuovi, avanzò nella contemplazione dei
Misteri di Dio, produsse opere fondamentali, ispirò
iniziative importanti della cultura, dall’arte alla
letteratura, e preparò i capolavori del secolo
successivo, il secolo di Tommaso d’Aquino e di
Bonaventura da Bagnoregio. Due furono gli ambienti nei
quali ebbe a svolgersi questa fervida attività teologica:
i monasteri e le scuole cittadine, le scholae,
alcune delle quali ben presto avrebbero dato vita alle
Università, che costituiscono una delle tipiche
"invenzioni" del Medioevo cristiano. Proprio a
partire da questi due ambienti, i monasteri e le scholae,
si può parlare di due differenti modelli di teologia: la
"teologia monastica" e la "teologia
scolastica". I rappresentanti della teologia
monastica erano monaci, in genere Abati, dotati di
saggezza e di fervore evangelico, dediti essenzialmente a
suscitare e ad alimentare il desiderio amoroso di Dio. I
rappresentanti della teologia scolastica erano uomini
colti, appassionati della ricerca; dei magistri
desiderosi di mostrare la ragionevolezza e la fondatezza
dei Misteri di Dio e dell’uomo, creduti con la fede,
certo, ma compresi pure dalla ragione. La diversa finalità
spiega la differenza del loro metodo e del loro modo di
fare teologia.
Nei
monasteri del XII secolo il metodo teologico era legato
principalmente alla spiegazione della Sacra Scrittura,
della sacra pagina per esprimerci come gli autori
di quel periodo; si praticava specialmente la teologia
biblica. I monaci, cioè, erano tutti devoti ascoltatori e
lettori delle Sacre Scritture, e una delle principali loro
occupazioni consisteva nella lectio divina, cioè
nella lettura pregata della Bibbia. Per loro la semplice
lettura del Testo sacro non bastava per percepirne il
senso profondo, l’unità interiore e il messaggio
trascendente. Occorreva, pertanto, praticare una
"lettura spirituale", condotta in docilità allo
Spirito Santo. Alla scuola dei Padri, la Bibbia veniva così
interpretata allegoricamente, per scoprire in ogni pagina,
dell’Antico come del Nuovo Testamento, quanto dice di
Cristo e della sua opera di salvezza.
Il Sinodo
dei Vescovi dell’anno scorso sulla "Parola
di Dio nella vita e nella missione della Chiesa"
ha richiamato l’importanza dell’approccio spirituale
alle Sacre Scritture. A tale scopo, è utile far tesoro
della teologia monastica, un’ininterrotta esegesi
biblica, come pure delle opere composte dai suoi
rappresentanti, preziosi commentari ascetici ai libri
della Bibbia. Alla preparazione letteraria la teologia
monastica univa dunque quella spirituale. Era cioè
consapevole che una lettura puramente teorica e profana
non basta: per entrare nel cuore della Sacra Scrittura, la
si deve leggere nello spirito in cui è stata scritta e
creata. La preparazione letteraria era necessaria per
conoscere l’esatto significato delle parole e facilitare
la comprensione del testo, affinando la sensibilità
grammaticale e filologica. Lo studioso benedettino del
secolo scorso Jean Leclercq ha così intitolato il
saggio con cui presenta le caratteristiche della teologia
monastica: L’amour des lettres et le désir de Dieu
(L’amore delle parole e il desiderio di Dio). In
effetti, il desiderio di conoscere e di amare Dio, che ci
viene incontro attraverso la sua Parola da accogliere,
meditare e praticare, conduce a cercare di approfondire i
testi biblici in tutte le loro dimensioni. Vi è poi
un’altra attitudine sulla quale insistono coloro che
praticano la teologia monastica, e cioè un intimo
atteggiamento orante, che deve precedere, accompagnare e
completare lo studio della Sacra Scrittura. Poiché, in
ultima analisi, la teologia monastica è ascolto della
Parola di Dio, non si può non purificare il cuore per
accoglierla e, soprattutto, non si può non accenderlo di
fervore per incontrare il Signore. La teologia diventa
pertanto meditazione, preghiera, canto di lode e spinge a
una sincera conversione. Non pochi rappresentanti della
teologia monastica sono giunti, per questa via, ai più
alti traguardi dell’esperienza mistica, e costituiscono
un invito anche per noi a nutrire la nostra esistenza
della Parola di Dio, ad esempio, mediante un ascolto più
attento delle letture e del Vangelo specialmente nella
Messa domenicale. E’ importante inoltre riservare un
certo tempo ogni giorno alla meditazione della Bibbia,
perché la Parola di Dio sia lampada che illumina il
nostro cammino quotidiano sulla terra.
La
teologia scolastica, invece, - come dicevo - era praticata
nelle scholae, sorte accanto alle grandi cattedrali
dell’epoca, per la preparazione del clero, o attorno a
un maestro di teologia e ai suoi discepoli, per formare
dei professionisti della cultura, in un’epoca in cui il
sapere era sempre più apprezzato. Nel metodo degli
scolastici era centrale la quaestio, cioè il
problema che si pone al lettore nell’affrontare le
parole della Scrittura e della Tradizione. Davanti al
problema che questi testi autorevoli pongono, si sollevano
questioni e nasce il dibattito tra il maestro e gli
studenti. In tale dibattito appaiono da una parte gli
argomenti dell’autorità, dall’altra quelli della
ragione e il dibattito si sviluppa nel senso di trovare,
alla fine, una sintesi tra autorità e ragione per
giungere a una comprensione più profonda della parola di
Dio. Al riguardo, san Bonaventura dice che la teologia è
"per additionem" (cfr Commentaria in quatuor
libros sententiarum, I, proem., q. 1, concl.), cioè
la teologia aggiunge la dimensione della ragione alla
parola di Dio e così crea una fede più profonda, più
personale e quindi anche più concreta nella vita
dell’uomo. In questo senso, si trovavano diverse
soluzioni e si formavano conclusioni che cominciavano a
costruire un sistema di teologia. L’organizzazione delle
quaestiones conduceva alla compilazione di sintesi
sempre più estese, cioè si componevano le diverse quaestiones
con le risposte scaturite, creando così una sintesi, le
cosiddette summae, che erano, in realtà, ampi
trattati teologico-dogmatici nati dal confronto della
ragione umana con la parola di Dio. La teologia scolastica
mirava a presentare l’unità e l’armonia della
Rivelazione cristiana con un metodo, detto appunto
"scolastico", della scuola, che concede fiducia
alla ragione umana: la grammatica e la filologia sono al
servizio del sapere teologico, ma lo è ancora di più la
logica, cioè quella disciplina che studia il
"funzionamento" del ragionamento umano, in modo
che appaia evidente la verità di una proposizione. Ancora
oggi, leggendo le summae scolastiche si rimane
colpiti dall’ordine, dalla chiarezza, dalla
concatenazione logica degli argomenti, e dalla profondità
di alcune intuizioni. Con linguaggio tecnico, viene
attribuito ad ogni parola un preciso significato e, tra il
credere e il comprendere, viene a stabilirsi un reciproco
movimento di chiarificazione.
Cari
fratelli e sorelle, facendo eco all’invito della Prima
Lettera di Pietro, la teologia scolastica ci stimola
ad essere sempre pronti a rispondere a chiunque domandi
ragione della speranza che è in noi (cfr 3,15). Sentire
le domande come nostre e così essere capaci anche di dare
una risposta. Ci ricorda che tra fede e ragione esiste una
naturale amicizia, fondata nell’ordine stesso della
creazione. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’incipit
dell’Enciclica Fides et ratio scrive: "La
fede e la ragione sono come le due ali, con le quali lo
spirito umano s'innalza verso la contemplazione della
verità". La fede è aperta allo sforzo di
comprensione da parte della ragione; la ragione, a sua
volta, riconosce che la fede non la mortifica, anzi la
sospinge verso orizzonti più ampi ed elevati. Si
inserisce qui la perenne lezione della teologia monastica.
Fede e ragione, in reciproco dialogo, vibrano di gioia
quando sono entrambe animate dalla ricerca dell’intima
unione con Dio. Quando l’amore vivifica la dimensione
orante della teologia, la conoscenza, acquisita dalla
ragione, si allarga. La verità è ricercata con umiltà,
accolta con stupore e gratitudine: in una parola, la
conoscenza cresce solo se ama la verità. L’amore
diventa intelligenza e la teologia autentica sapienza del
cuore, che orienta e sostiene la fede e la vita dei
credenti. Preghiamo dunque perché il cammino della
conoscenza e dell’approfondimento dei Misteri di Dio sia
sempre illuminato dall’amore divino.
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