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UDIENZA
GENERALE (2 DICEMBRE 2009) |
Radio
Vaticana, 2 dicembre 2009
Benedetto
XVI all'udienza generale: amare Dio e il prossimo è il
segreto di una vita felice. Ribadita l'importanza del
Sacramento della Riconciliazione
◊ Solo
se lo si ama con il cuore e l’intelligenza, si impara a
conoscere Dio e a vivere con Lui una vita realmente
felice. All’udienza generale di questa mattina in Piazza
San Pietro, Benedetto XVI ha fatto suo l’insegnamento di
Guglielmo di Saint-Thierry, monaco francese e uno dei più
importanti autori cristiani del XII secolo ai quali il
Papa sta dedicando le sue catechesi da alcune settimane.
Al termine, Benedetto XVI ha parlato alla folla
dell’importanza del Sacramento della Riconciliazione,
nel 25° dell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et
paenitentia. Il servizio di Alessandro De Carolis:
“L’energia principale che muove l’animo umano è
l’amore”. Quella che per molti versi potrebbe apparire
un’affermazione scontata e piuttosto banale nella nostra
epoca - esposta com’è a vari intendimenti e
fraintendimenti - è da sempre il cuore del messaggio
cristiano. Al punto che per il monaco Guglielmo di
Saint-Thierry, benedettino dapprima e poi cistercense,
vissuto in Francia a cavallo tra il 1080 circa e il 1148,
la comprensione dell’arte cristiana dell’amore diventa
il fulcro di un’intera esistenza di contemplazione e di
approfondimento. Benedetto XVI riprende una delle “idee
fondamentali” di Guglielmo che, sottolinea, è “valida
anche per noi”:
“La natura umana, nella sua essenza più profonda,
consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è
affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad
amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma
solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e
l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato
creato”.
Quest’unico compito richiede in realtà un “lungo e
articolato cammino” che si snoda, secondo il monaco
francese, nelle varie fasi della vita umana,
dall’infanzia alla vecchiaia:
“In
questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi
efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni
affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e
unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza
dell’amore, fino a giungere al vertice della vita
spirituale, che Guglielmo definisce come 'sapienza'. A
conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta
una grande serenità e dolcezza”.
“L’arte delle arti è l’arte dell’amore”,
scriveva ancora Guglielmo di Saint-Thierry, specificando,
ha ricordato il Papa, “che l’oggetto di questo amore
è l’Amore con la 'A' maiuscola, cioè Dio”. Tuttavia,
osserva Benedetto XVI, “colpisce che nel parlare
dell’amore a Dio”, il monaco “attribuisca una
notevole importanza alla dimensione affettiva”:
“In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di
carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come
non esprimere in questa relazione con il Signore anche i
nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la
sensibilità, la delicatezza?”.
L’ascesi verso Dio è un atto dove entrano in gioco
razionalità e affettività anche se, spiega il Papa, la
sola intelligenza “riduce ma non elimina la distanza tra
soggetto e l’oggetto dell’amore:
“L’amore invece produce attrazione e comunione,
fino al punto che vi è una trasformazione e
un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto
amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia
permette allora una conoscenza molto più profonda di
quella operata dalla sola ragione (...) Cari amici, ci
domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è
forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò
che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce
nessuno e niente! (...) Dio lo si conosce se lo si
ama!”.
Una volta raggiunto l’apice di quella che il monaco
Guglielmo definisce “unità di spirito” con Dio, ecco
che l’uomo raggiunge la vera somiglianza con il suo
Creatore, la piena unità con Lui. In sostanza, dal
“Cantore dell’amore e della carità” - come
Benedetto XVI ha definito Guglielmo di Saint-Thierry -
arriva ai cristiani di oggi la conferma di quale sia “la
scelta di fondo che dà senso e valore a tutte le altre
scelte:”
“Amare Dio e, per amore suo, amare il nostro
prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia,
anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci dunque alla
scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e
totale”.
Dopo le catechesi nelle altre lingue e i saluti
particolari ai gruppi di fedeli - tra i quali quelli
rivolti ai rappresentanti dell’Associazione Marinai
d’Italia e a quelli della Federazione Italiana
Panificatori e Pasticcieri, ringraziati “per il generoso
dono dei panettoni destinati alle opere di carità del
Papa” - Benedetto XVI ha ricordato il 25.mo anniversario
di promulgazione dell’Esortazione Apostolica Reconciliatio
et paenitentia, pubblicata da Giovanni Paolo II il 2
dicembre del 1984. Un documento, ha detto il Pontefice,
che “richiamò l’attenzione sull’importanza del
sacramento della penitenza nella vita della Chiesa”.
Ricordando alcuni degli “apostoli del confessionale”,
da San Giovanni Maria Vianney a San Pio da Pietrelcina, il
Papa ha concluso:
“L’esempio di questi Santi, assidui e fedeli
ministri del perdono divino, sia infine per i sacerdoti -
specialmente in questo Anno sacerdotale - e per tutti i
cristiani un invito a confidare sempre nella bontà di
Dio, accostandosi e celebrando con fiducia il Sacramento
della Riconciliazione”.
UDIENZA
GENERALE
Guglielmo
di Saint-Thierry
Cari
fratelli e sorelle,
in una precedente
Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di
Chiaravalle, il “Dottore della dolcezza”, grande
protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo –
amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul
quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.
Guglielmo
nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia,
dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per
lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come
quelle della sua città natale e di Reims, in Francia.
Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il
maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo
così originale da suscitare molte perplessità e
opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve,
sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione
nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e
irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla
vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero
benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche
anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in
diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa
l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica,
per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò
in questo senso all’interno del proprio monastero, e in
genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non
poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e
così, nonostante il consiglio contrario dell’amico
Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise
l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai
cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte,
avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante
dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più
profondi desideri, e alla composizione di scritti di
letteratura spirituale, importanti nella storia della
teologia monastica.
Una delle
sue prime opere è intitolata De natura et dignitate
amoris (La natura e la dignità dell’amore).
Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo,
valida anche per noi. L’energia principale che muove
l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura
umana, nella sua essenza più profonda, consiste
nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a
ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare,
sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla
scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può
raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive
infatti Guglielmo: “L’arte delle arti è l’arte
dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della
natura. L’amore è una forza dell’anima, che la
conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che
le è proprio” (La natura e la dignità dell’amore
1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo
e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in
quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo:
l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.
In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi
efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni
affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e
unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza
dell’amore, fino a giungere al vertice della vita
spirituale, che Guglielmo definisce come “sapienza”. A
conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta
una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà
dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano
in Dio, conosciuto e amato in Cristo.
Anche in
altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione
all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una
vita riuscita e felice, e che egli descrive come un
desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso
nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che
l’oggetto di questo amore è l’Amore con la “A”
maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di
chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e
in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non
viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento
dell’uomo” (De contemplando Deo 6, passim, SC
61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel
parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole
importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari
amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo
Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa
relazione con il Signore anche i nostri umanissimi
sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la
delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto
amarci con un cuore di carne!
Secondo
Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà
importante: illumina l’intelligenza e permette di
conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le
persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai
sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la
distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il
tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino
al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione
tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa
reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una
conoscenza molto più profonda di quella operata dalla
sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di
Guglielmo: “Amor ipse intellectus est - già in
se stesso l’amore è principio di conoscenza”. Cari
amici, ci domandiamo: non è proprio così nella
nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo
realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza
una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E
questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi
misteri, che superano la capacità di comprensione della
nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!
Una
sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è
contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di
Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e
che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino
Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un
titolo significativo: Epistola aurea (Lettera
d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita
spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti
coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio,
nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un
itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare
dall’uomo “animale” a quello “razionale”, per
approdare a quello “spirituale”. Che cosa intende dire
il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio
una persona accetta la visione della vita ispirata dalla
fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un
processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la
volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è
accolta con profonda convinzione e si sperimenta
un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si
spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la
nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla
perfezione della vita spirituale, quando le realtà della
fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e
appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore.
Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione
dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci,
soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace,
avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è
diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e
somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo
spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità
sempre più piena tra la propria volontà e quella divina.
A questa perfezione, che Guglielmo chiama “unità di
spirito”, non si giunge con lo sforzo personale, sia
pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra
cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello
Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica,
assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni
desiderio d’amore presente nell’uomo. “Vi è poi
un’altra somiglianza con Dio”, leggiamo nell’Epistola
aurea, “che viene detta non più somiglianza, ma
unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio,
uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico
volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal
modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio
è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per
natura” (Epistola aurea 262-263, SC 223,
pp. 353-355).
Cari
fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire
il “Cantore dell’amore, della carità”, ci insegna
ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà
senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per
amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo
incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine
eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per
imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare
in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane
santa, Dottore della Chiesa, Teresa
di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che
vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una
preghiera di questa Santa: “Io ti amo, e tu lo sai,
divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo
fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore
conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del
mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi
smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si
fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che
trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più
nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore”.
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