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UDIENZA GENERALE (2 NOVEMBRE 2005) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana, 2 novembre 2005
NEL GIORNO DELLA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI, L’INVITO DI BENEDETTO XVI A RIFLETTERE SUL MISTERO DELLA MORTE, “PIU’ CHE UNA FINE UNA NUOVA NASCITA”.IN CHIUSURA DELL’UDIENZA GENERALE APPELLO DEL PAPA ALLE AUTORITA’ DELLO STATO PERCHE’ SOSTENGANO LE FAMIGLIE NUMEROSE
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Come sempre anche stamane una grande folla di pellegrini ha accolto il Papa in Piazza San Pietro per l’Udienza generale, tra questi un numeroso gruppo di circa mille bambini e ragazzi di varie regioni italiane, guariti negli ultimi 10 anni da malattie neoplastiche. Aderenti alla Fondazione “Città della speranza” di Padova, sono venuti per ricevere la benedizione papale e donare una speranza in più a tutti i malati di poter vincere il tumore. Il servizio di Roberta Gisotti:
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Il mistero della morte e la scelta di vivere da uomini giusti, al centro della catechesi del Papa, stamane all’udienza generale, nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di tutti i fedeli defunti. Tra gli oltre 20 mila pellegrini raccolti in Piazza San Pietro, sotto un insolito sole caldo novembrino, 2500 rappresentanti dell’Associazione nazionale famiglie numerose, a Roma per il loro primo Convegno. Il servizio di Roberta Gisotti:
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Dopo la festa dei Santi ieri, la commemorazione oggi dei defunti, “i nostri cari scomparsi”, volgendo il pensiero – ha detto Benedetto XVI - al mistero della morte, comune eredità di tutti gli uomini”, “più che una fine” “una nuova nascita”.
“Illuminati dalla fede, guardiamo all’enigma umano della morte con serenità e speranza”.
Cosi come sanno fare gli uomini “giusti”, di cui parla il Salmo 111, “i quali temono il Signore”, ovvero “con fiducia e amore” sono docili ai suoi comandamenti, dove trovano “gioia e pace”, “armonia interiore ed esteriore”. Ma chi è giusto? “Chi ha scelto – secondo il Salmista - di seguire la via di una condotta moralmente ineccepibile, contro ogni alternativa di illusorio successo ottenuto attraverso l’ingiustizia e l’immoralità”. E “cuore di questa fedeltà alla Parola divina” è “la carità”. Richiamandosi alle Sacre Scritture, Benedetto XVI ha descritto i giusti, caritatevoli “verso i poveri e i bisognosi”, generosi
“verso i fratelli in necessità” capaci di concedere prestiti “senza cadere nell’infamia dell’usura che annienta la vita dei miseri”, schierati “dalla parte degli emarginati” “con aiuti abbondanti”. Mentre ingiusto è chi possiede solo per se stesso e malvagi sono coloro che assistono al successo dei giusti “rodendosi di rabbia e di invidia”.
"Dio ama chi dona con gioia", chi gode nel donare e non semina scarsamente, per non raccogliere allo stesso modo, ma condivide senza rammarichi e distinzioni e dolore, e questo è autentico far del bene.”
In chiusura dell’udienza il saluto particolare del Papa alle famiglie numerose riunite in associazione, occasione di richiamare “la centralità della famiglia, cellula fondante della società, - ha sottolineato Benedetto XVI - luogo primario di accoglienza e di servizio alla vita”.
“Nell’odierno contesto sociale, i nuclei familiari con tanti figli costituiscono una testimonianza di fede, di coraggio e di ottimismo, perché senza figli non c’è futuro! Auspico che vengano ulteriormente promossi adeguati interventi sociali e legislativi a tutela e a sostegno delle famiglie più numerose, che costituiscono una ricchezza e una speranza per l’intero Paese”.
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Ed oggi nel pomeriggio Benedetto XVI, unendosi spiritualmente a quanti si recano nei cimiteri, si raccoglierà in preghiera nelle Grotte Vaticane presso le tombe dei Papi. Rivolgerà un pensiero particolare all’amato Giovanni Paolo II, cosi come ha anticipato ieri all’Angelus. La visita avverrà alle ore 18.00, in forma strettamente privata. In questi giorni, in particolare, la tomba di papa Wojtyla è meta di una processione incessante di fedeli: almeno 20 mila pellegrini ogni giorno. Ma con quale spirito i fedeli vivono questo pellegrinaggio in occasione della Commemorazione dei defunti? Roberta Moretti lo
ha chiesto ad alcuni di loro riuniti stamani in Piazza San Pietro:
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R. – Venire adesso è stato un ringraziamento per me e ho raccomandato a lui la mia famiglia e tutti quelli cui voglio bene.
R. – Con uno spirito di ammirazione, sicuramente per un uomo che ha donato la sua vita al prossimo.
R. – Con tanta emozione e con tanta gioia. Mi sono soffermata lì per una ventina di minuti perché penso che per noi ragazzi sia il minimo omaggiarlo in questo modo per quello che lui ha fatto per noi e per l’amore che ci ha dato.
R. – Un’emozione fortissima, ho la pelle d’oca. Spero che ci aiuti tutti.
R. – Sicuramente era una gioia perché era ed è un grande uomo, e poi, un’emo-zione fortissima. Comunque, lo vedo ogni giorno, perché è sempre nel mio cuore!
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
1. Dopo aver celebrato ieri la solenne festa di tutti i Santi del cielo, quest’oggi facciamo memoria di tutti i fedeli defunti. La liturgia ci invita a pregare per i nostri cari scomparsi, volgendo il pensiero al mistero della morte, comune eredità di tutti gli uomini.
Illuminati dalla fede, guardiamo all’enigma umano della morte con serenità e speranza. Secondo la Scrittura, infatti, essa più che una fine, è una nuova nascita, è il passaggio obbligato attraverso il quale possono raggiungere la vita in pienezza coloro che modellano la loro esistenza terrena secondo le indicazioni della Parola di Dio.
Il salmo 111, composizione di taglio sapienziale, ci presenta la figura di questi giusti, i quali temono il Signore, ne riconoscono la trascendenza e aderiscono con fiducia e amore alla sua volontà in attesa di incontrarlo dopo la morte.
A questi fedeli è riservata una "beatitudine": «Beato l’uomo che teme il Signore» (v. 1). Il Salmista precisa subito in che cosa consista tale timore: esso si manifesta nella docilità ai comandamenti di Dio. È proclamato beato colui che «trova grande gioia» nell’osservare i comandamenti, trovando in essi gioia e pace.
2. La docilità a Dio è, quindi, radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore. L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della «retribuzione», sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti: «Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta. Onore e ricchezza nella sua casa» (vv. 2-3; cfr v. 9). Certo, a questa visione ottimistica si oppongono le osservazioni amare del giusto Giobbe, che sperimenta il mistero del dolore, si sente ingiustamente punito e
sottoposto a prove apparentemente insensate. Bisognerà, quindi, leggere questo Salmo nel contesto globale della Rivelazione, che abbraccia la realtà della vita umana in tutti i suoi aspetti.
Tuttavia rimane valida la fiducia che il Salmista vuole trasmettere e far sperimentare a chi ha scelto di seguire la via di una condotta moralmente ineccepibile, contro ogni alternativa di illusorio successo ottenuto attraverso l’ingiustizia e l’immoralità.
3. Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi: «Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri» (vv. 5.9). Il fedele è, dunque, generoso; rispettando la norma biblica, egli concede prestiti ai fratelli in necessità, senza interesse (cfr Dt 15,7-11) e senza cadere nell’infamia dell’usura che annienta la vita dei miseri.
Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti. «Egli dona largamente ai poveri», si dice nel versetto 9, esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata.
4. Il Salmo 111, accanto al ritratto dell’uomo fedele e caritatevole, «buono, misericordioso e giusto», presenta in finale, in un solo versetto (cfr v. 10), anche il profilo del malvagio. Questo individuo assiste al successo della persona giusta rodendosi di rabbia e di invidia. È il tormento di chi ha una cattiva coscienza, a differenza dell’uomo generoso che ha «saldo» e «sicuro il suo cuore» (vv. 7-8).
Noi fissiamo il nostro sguardo sul volto sereno dell’uomo fedele che «dona largamente ai poveri» e ci affidiamo per la nostra riflessione conclusiva alle parole di Clemente Alessandrino che, commentando l'invito di Gesù a procurarsi amici con la disonesta ricchezza (cfr Lc 16,9), nel suo scritto intitolato Quale ricco si salverà, osserva: con questa affermazione Gesù «dichiara ingiusto per natura ogni possesso che uno possiede per se stesso come bene proprio e non lo pone in comune per coloro che ne hanno bisogno; ma dichiara altresì che da questa ingiustizia è possibile compiere un'opera giusta e salutare, dando riposo a qualcuno di quei
piccoli che hanno una dimora eterna presso il Padre (cfr Mt 10,42; 18,10)» (31,6: Collana di Testi Patristici, CXLVIII, Roma 1999, pp. 56-57).
E, rivolgendosi al lettore, Clemente avverte: «Guarda in primo luogo che egli non ti ha comandato di farti pregare né di aspettare di essere supplicato, ma di cercare tu stesso quelli che sono ben degni di essere ascoltati, in quanto sono discepoli del Salvatore» (31,7: ibidem, p. 57).
Poi, ricorrendo a un altro testo biblico, commenta: «È dunque bello il detto dell'apostolo: "Dio ama chi dona con gioia" (2Cor 9,7), chi gode nel donare e non semina scarsamente, per non raccogliere allo stesso modo, ma condivide senza rammarichi e distinzioni e dolore, e questo è autentico far del bene» (31,8: ibidem).
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