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UDIENZA GENERALE (31 AGOSTO 2005)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte: Radio Vaticana, 24 agosto 2005

UNA SOCIETA’ SOLIDALE HA BISOGNO DELLA BENEDIZIONE DI DIO E DEL DONO DEI FIGLI PER VIVERE SICURA E APERTA AL FUTURO: COSI’ IL PAPA ALL’UDIENZA GENERALE IN PIAZZA SAN PIETRO  

La centralità di Dio che dà senso al lavoro dell’uomo, custodendone città e famiglie, e l’importanza dei figli per il futuro delle società sono i temi principali dell’udienza generale che Benedetto XVI ha tenuto questa mattina alla presenza di migliaia di persone in Piazza San Pietro, ripartendo subito dopo in elicottero per la sua residenza estiva di Castel Gandolfo. Il servizio di Alessandro De Carolis:  

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E’ Dio la forza di una società solidale e libera da “incubi e insicurezze”. E’ Dio l’elargitore del dono più importante per una famiglia e la società: i figli. Benedetto XVI, all’udienza generale di oggi in Piazza San Pietro, trae dall’antica sapienza di un Salmo, il 126, gli insegnamenti per parlare agli uomini del nostro tempo: del sostegno di Dio che benedice il lavoro e la fatica del quotidiano, altrimenti vani, e del benessere e del futuro che possono costruire e sperare le nazioni in cui si generano più figli, rispetto a quelle segnate dal calo demografico.  

Prima di iniziare la 61.ma catechesi dell’anno sui Salmi della Liturgia dei Vespri, il Papa ha voluto salutare con un giro a bordo dell’auto scoperta gli 11 mila fedeli raccolti nel colonnato della Basilica vaticana, provenienti da molti Paesi tra cui il Malawi. Quindi, tra applausi e manifestazioni d’affetto, ha raggiunto il sagrato per introdurre subito il tema della “presenza decisiva” del Signore che –  ha detto – “aleggia sulle opere dell’uomo”:

“Una società solida nasce, certo, dall’impegno di tutti i suoi membri, ma ha bisogno della benedizione e del sostegno di quel Dio che, purtroppo, spesso è invece escluso o ignorato”.  

Il Libro dei Proverbi – ha spiegato Benedetto XVI – sottolinea con estrema chiarezza “il primato dell’azione divina per il benessere di una comunità”, quando afferma che “la benedizione del Signore arricchisce”, mentre “non le aggiunge nulla la fatica”:  

“Il Salmista, pur riconoscendo l’importanza del lavoro, non esita ad affermare che tutto questo lavoro è inutile, se Dio non è al fianco di chi fatica (…) Il Salmista vuole così esaltare il primato della grazia divina, che imprime consistenza e valore all’agire umano, pur segnato dal limite e dalla caducità”.  

Benedetto XVI ha poi preso in esame un secondo spunto offerto dalle descrizioni del Salmo: la “benedizione” e la Grazia” rappresentate dalla nascita dei figlio, “segno – ha osservato – della vita che continua e della storia della salvezza protesa verso nuove tappe”. Il Pontefice ha dato particolare risalto al passo del Salmo che parla dei “figli della giovinezza”. Una puntualizzazione importante perché è proprio quell’immagine del padre che, avuti i figli da giovane, può apprestarsi a vivere con serenità la vecchiaia a contenere, per il Papa, una verità per la nostra epoca:  

“La generazione è, quindi, un dono apportatore di vita e di benessere per la società. Ne siamo consapevoli ai nostri giorni di fronte a nazioni che il calo demografico priva della freschezza, dell’energia, del futuro incarnato dai figli. Su tutto, però, si erge la presenza benedicente di Dio, sorgente di vita e di speranza”. 

Tra i numerosi saluti in varie lingue al termine dell’udienza il Papa si è rivolto ai futuri sacerdoti dei Seminari maggiori che partecipano al loro incontro estivo e ha pronunciato parole particolarmente importanti nel giorno del 25.mo anniversario della nascita di Solidarność:  

DZIĘKUJĘ BOŻEJ OPATRZNOŚCI ZA…“Ringrazio la Divina Provvidenza per il soffio di un nuovo spirito che questo movimento ha portato nelle vicende dell’Europa contemporanea. Dio benedica tutti coloro che si impegnano per la promozione della giustizia sociale e per il bene degli operai”.

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1. Il Salmo 126, ora proclamato, presenta davanti ai nostri occhi uno spettacolo in movimento: una casa in costruzione, la città con le sue guardie, la vita delle famiglie, le veglie notturne, il lavoro quotidiano, i piccoli e i grandi segreti dell’esistenza. Ma su tutto si leva una presenza decisiva, quella del Signore che aleggia sulle opere dell’uomo, come suggerisce l’avvio incisivo del Salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (v. 1)

Una società solida nasce, certo, dall’impegno di tutti i suoi membri, ma ha bisogno della benedizione e del sostegno di quel Dio che, purtroppo, spesso è invece escluso o ignorato. Il Libro dei Proverbi sottolinea il primato dell’azione divina per il benessere di una comunità e lo fa in modo radicale affermando che «la benedizione del Signore arricchisce, non le aggiunge nulla la fatica» (Pr 10,22).

2. Questo Salmo sapienziale, frutto della meditazione sulla realtà della vita di ogni giorno, è costruito sostanzialmente su un contrasto: senza il Signore, invano si cerca di erigere una casa stabile, di edificare una città sicura, di far fruttificare la propria fatica (cfr Sal 126,1-2). Col Signore, invece, si ha prosperità e fecondità, una famiglia ricca di figli e serena, una città ben munita e difesa, libera da incubi e insicurezze (cfr vv. 3-5).

Il testo si apre con l’accenno al Signore raffigurato come costruttore della casa e sentinella che veglia sulla città (cfr Sal 120,1-8). L’uomo esce al mattino per impegnarsi nel lavoro a sostegno della famiglia e a servizio dello sviluppo della società. È un lavoro che occupa le sue energie, provocando il sudore della sua fronte (cfr Gn 3,19) per l’intero arco della giornata (cfr Sal 126,2).

3. Ebbene, il Salmista non esita ad affermare che tutto questo lavoro è inutile, se Dio non è al fianco di chi fatica. Ed afferma che Dio premia invece persino il sonno dei suoi amici. Il Salmista vuole così esaltare il primato della grazia divina, che imprime consistenza e valore all’agire umano, pur segnato dal limite e dalla caducità. Nell’abbandono sereno e fedele della nostra libertà al Signore, anche le nostre opere diventano solide, capaci di un frutto permanente. Il nostro «sonno» diventa, così, un riposo benedetto da Dio, destinato a suggellare un’attività che ha senso e consistenza.

4. Si passa, a questo punto, all’altra scena tratteggiata dal nostro Salmo. Il Signore offre il dono dei figli, visti come una benedizione e una grazia, segno della vita che continua e della storia della salvezza protesa verso nuove tappe (cfr v. 3). Il Salmista esalta in particolare «i figli della giovinezza»: il padre che ha avuto figli in gioventù non solo li vedrà in tutto il loro vigore, ma essi saranno il suo sostegno nella vecchiaia. Egli potrà, così, affrontare con sicurezza il futuro, divenendo simile a un guerriero, armato di quelle «frecce» acuminate e vittoriose che sono i figli (cfr vv 4-5).

L’immagine, desunta dalla cultura del tempo, ha lo scopo di celebrare la sicurezza, la stabilità, la forza di una famiglia numerosa, come si ripeterà nel successivo Salmo 127, in cui è tratteggiato il ritratto di una famiglia felice.

Il quadro finale raffigura un padre circondato dai suoi figli, che è accolto con rispetto alla porta della città, sede della vita pubblica. La generazione è, quindi, un dono apportatore di vita e di benessere per la società. Ne siamo consapevoli ai nostri giorni di fronte a nazioni che il calo demografico priva della freschezza, dell’energia, del futuro incarnato dai figli. Su tutto, però, si erge la presenza benedicente di Dio, sorgente di vita e di speranza.

5. Il Salmo 126 è stato spesso usato dagli autori spirituali proprio per esaltare questa presenza divina, decisiva per procedere sulla via del bene e del regno di Dio. Così il monaco Isaia (morto a Gaza nel 491) nel suo Asceticon (Logos 4,118), ricordando l’esempio degli antichi patriarchi e profeti, insegna: «Si sono posti sotto la protezione di Dio implorando la sua assistenza, senza mettere la loro fiducia in qualche fatica che avessero compiuto. E la protezione di Dio è stata per loro una città fortificata, perché sapevano che senza l’aiuto di Dio essi erano impotenti e la loro umiltà faceva loro dire con il Salmista: "Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode"» (Recueil ascétique, Abbaye de Bellefontaine 1976, pp. 74-75).

 

 

 

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