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UDIENZA GENERALE (4 GENNAIO 2006)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte: Radio Vaticana, 4 gennaio 2006

IL CENTRO E IL FINE DELLA STORIA E’ CRISTO, NELLA SUA DIREZIONE E’ IL PROGRESSO DELL’UMANITA’. COSI’ BENEDETTO XVI ALL’UDIENZA GENERALE IN AULA PAOLO VI. IL SALUTO DEL PAPA AI PELLEGRINI IN SOPRANNUMERO NELLA BASILICA DI SAN PIETRO 

E’ stata articolata in due fasi la prima udienza generale di Benedetto XVI del 2006, dedicata alla centralità di Cristo nella storia e al ruolo dei cristiani per il progresso dell’umanità. A causa del freddo, il Papa ha tenuto la catechesi del mercoledì in Aula Paolo VI, completamente gremita, e quindi si è spostato nella Basilica di San Pietro per salutare i fedeli - oggi in totale circa 15 mila - che non avevano trovato posto in Aula. Il servizio di Alessandro De Carolis.  

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Lavorare per il progresso dell’umanità ha per i cristiani un solo significato: avvicinare gli uomini a Cristo. E’ questa la direzione e la “meta” della storia. La riflessione di Benedetto XVI all’udienza generale, quasi un invito di inizio d’anno, è scaturita dal commento al Cantico di San Paolo ai Colossesi, che parla del primato di Cristo “sia nella creazione sia nella storia della redenzione”.

 

(canto Salmo)

 

Il celebre inno di Paolo, ha notato all’inizio della catechesi il Papa – che poco prima aveva attraversato la corsia centrale dell’Aula accolto da grande entusiasmo - “ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi primi giorni del 2006”. Cristo, ha affermato Benedetto XVI, “ripropone in mezzo a noi in modo visibile il ‘Dio invisibile’, attraverso la comune natura che li unisce”. E per questa “sua altissima dignità” il Figlio di Dio “precede ‘tutte le cose’ non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente”. Una verità, ha proseguito a braccio il Pontefice, che contiene un insegnamento e un imperativo per ogni cristiano:  

“La storia ha una meta, ha una direzione. La storia va verso l’umanità unita in Cristo, va così verso l’uomo perfetto, l’umanesimo perfetto, l’umanità divinizzata e perciò realmente umanizzata. O con altre parole San Paolo ci dice: Sì, c’è progresso nella storia. C’è, se vogliamo, un’evoluzione nella storia. Progresso è tutto ciò che ci avvicina a Cristo, che ci avvicina così all’umanità unita, al vero umanesimo. E così dietro queste indicazioni si nasconde anche un imperativo per noi, lavorare per il progresso, cosa che vogliamo tutti. Possiamo, lavorando per l’avvicinamento degli uomini a Cristo, possiamo conformandoci personalmente a Cristo, andando così nella linea del vero progresso”.  

Oltre alla primogenitura di Cristo nella creazione, San Paolo ne celebra più avanti la figura di Salvatore che libera e redime, manifestando – ha osservato Benedetto XVI – la “comunione vitale” che lega il capo ai membri della sua Chiesa:  

“Ecco, infatti, quella pienezza di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata. Con questa presenza vitale che ci rende partecipi della divinità siamo trasformati interiormente, riconciliati, riappacificati. E vivere da cristiani vuol dire lasciarsi in questo modo, interiormente trasformati nella forma di Cristo, e così si realizza la riconciliazione, la riappacificazione”.  

I saluti del Papa al termine dell’udienza hanno raggiunto, tra gli altri, numerosi Istituti di religiose, impegnate nei rispettivi capitoli generali, come le Suore Domenicane di San Sisto, le Suore dell’Adorazione del Sacro Cuore e le Suore Domenicane “Ancelle del Signore”. Altri due Istituti - le Suore Oblate di S. Antonio di Padova e le Suore Catechiste del Sacro Cuore - sono stati ricordati dal Pontefice nel centenario della loro fondazione. “Vi auguro – ha detto loro il Papa - di continuare a servire il Vangelo e la Chiesa in fedeltà al vostro rispettivo carisma”. E un auspicio simile, ma in un’ottica laica, Benedetto XVI lo ha indirizzato ai rappresentanti dell’Associazione Maestri Cattolici, incoraggiati “a proseguire con generosità nel loro impegno di testimonianza cristiana nella scuola e nella società”.  

Al congedo di Benedetto XVI dall’Aula Paolo VI, tra applausi e acclamazioni, è seguito pochi minuti dopo un nuovo bagno di folla nella Basilica Vaticana, dove il Papa ha rivolto un saluto in più lingue ai pellegrini in soprannumero rispetto alla capienza dell’Aula. Una conclusione insolita ma identico il calore con cui i fedeli hanno accolto le brevi parole del Pontefice:  

“Porgo un affettuoso augurio di serenità e di bene per il nuovo anno. A tutti voi assicuro la mia preghiera e ringrazio per le vostre preghiere”.

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LE PAROLE DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

Cari fratelli e sorelle,

1. In questa prima Udienza generale del nuovo anno ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino ed è anche un portale di ingresso in questo anno. L’Inno proposto alla nostra riflessione è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cfr vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi primi giorni del 2006, come pure il nostro cammino lungo l’intero arco del nuovo anno (cfr vv. 15-20).

La lode dell’Apostolo e così la nostra sale a «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come «liberazione dal potere delle tenebre» (v. 13), cioè come «redenzione e remissione dei peccati» (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come «partecipazione alla sorte dei santi nella luce» (v. 12) e come ingresso «nel regno del Figlio diletto» (v. 13).

2. A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cfr vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato Cristo come il primogenito di tutta la creazione, Cristo, «generato prima di ogni creatura» (v. 15). Egli è, infatti, l’«immagine del Dio invisibile», e questa espressione ha tutta la carica che l’«icona» ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.

Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il «Dio invisibile». In Lui vediamo il volto di Dio, attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede «tutte le cose» non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: «per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili... e tutte sussistono in lui» (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche «in vista di lui» (v. 16). E così San Paolo ci indica una verità molto importante: la storia ha una meta, ha una direzione. La storia va verso l’umanità in Cristo, va così verso l’uomo perfetto, verso l’umanesimo perfetto. Con altre parole san Paolo ci dice: sì, c’è progresso nella storia. C’è - se vogliamo - una evoluzione della storia. Progresso è tutto ciò che ci avvicina a Cristo e ci avvicina così all’umanità unita, al vero umanesimo. E così, dentro queste indicazioni, si nasconde anche un imperativo per noi: lavorare per il progresso, cosa che vogliamo tutti. Possiamo farlo lavorando per l’avvicinamento degli uomini a Cristo; possiamo farlo conformandoci personalmente a Cristo, andando così nella linea del verso progresso.

3. Il secondo movimento dell’Inno (cfr Col 1,18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere «capo del corpo, cioè della Chiesa» (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.

Ecco, infatti, quel pleroma, quella «pienezza» di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cfr v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28) e vivere da cristiano vuol dire lasciarsi in questo modo interiormente trasformare verso la forma di Cristo. Si realizza la riconciliazione, la rappacificazione.

4. A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di san Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.

Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda con questo inno della Lettera ai Colossesi. «Chi ci ha redento non è un puro uomo - osserva Proclo -: tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m'avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne» (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).

Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

È realmente il Dio con noi. Amen!

 

 

 

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