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UDIENZA
GENERALE (5 AGOSTO 2009) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 5 agosto 2009
Sacerdoti
innamorati di Cristo per rispondere alle sfide del
relativismo che mortifica la ragione: così il Papa
all'udienza generale dedicata al Curato d'Ars
I
sacerdoti siano innamorati di Cristo, messaggeri di
speranza, riconciliazione e pace per tutti: è la
preghiera elevata stamani da Benedetto XVI durante
l’udienza generale del mercoledì a Castel Gandolfo, che
ha visto la partecipazione di alcune migliaia di fedeli,
alcuni provenienti anche dalla Cina. Un’udienza dedicata
a San Giovanni Maria Vianney, di cui ieri la Chiesa ha
celebrato la memoria liturgica. Nella catechesi il Papa ha
sottolineato che razionalismo e relativismo sono due
risposte inadeguate alla legittima domanda dell’uomo di
usare a pieno la ragione alla ricerca della verità
dell’esistenza. Infine, il saluto ai partecipanti al
Meeting internazionale giovani verso Assisi. Il servizio
di Sergio Centofanti.
Nella sua catechesi il Papa ha ripercorso brevemente
l’esistenza del Santo Curato d’Ars, di cui ieri
ricorreva il 150.mo anniversario della morte o meglio
della sua “nascita al Cielo” - come ha detto il
Pontefice – che ha immaginato la “grande festa” che
deve esserci stata in Paradiso “all’ingresso di un così
zelante pastore!”. E proprio in occasione di questo
anniversario è stato indetto l’Anno Sacerdotale sul
tema “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”.
Benedetto XVI ha ricordato le povere origini contadine di
questo santo che in gioventù ha lavorato nei campi o
pascolato gli animali, sempre cercando di “conformarsi
alla divina volontà anche nelle mansioni più umili”. A
diciassette anni era ancora analfabeta. Il suo desiderio
era quello di diventare sacerdote, ma gli studi erano lo
scoglio principale ed ebbe non poche difficoltà, “non
pochi insuccessi e tante lacrime”:
“Giunse infatti all’Ordinazione presbiterale
dopo non poche traversìe ed incomprensioni, grazie
all’aiuto di sapienti sacerdoti, che non si fermarono a
considerare i suoi limiti umani, ma seppero guardare
oltre, intuendo l’orizzonte di santità che si profilava
in quel giovane veramente singolare”.
“Nel servizio pastorale, tanto semplice quanto
straordinariamente fecondo – ha rilevato il Papa -
questo anonimo parroco di uno sperduto villaggio del sud
della Francia riuscì talmente ad immedesimarsi col
proprio ministero” da conformarsi a Cristo Buon Pastore,
dando la vita per le sue pecore:
“La sua esistenza fu una catechesi vivente, che
acquistava un’efficacia particolarissima quando la gente
lo vedeva celebrare la Messa, sostare in adorazione
davanti al tabernacolo o trascorrere molte ore nel
confessionale … Riconosceva nella pratica del sacramento
della penitenza il logico e naturale compimento
dell’apostolato sacerdotale”.
“I metodi pastorali di San Giovanni Maria Vianney –
ha aggiunto il Papa - potrebbero apparire poco adatti alle
attuali condizioni sociali e culturali”:
“Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi,
in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi
e molti carismi sono tipici della persona, c’è però
uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti sono
chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo
il Curato d’Ars è l’essere innamorato di Cristo. Il
vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore
che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato,
celebrato e vissuto, e che è diventato amore delle pecore
di Cristo, delle persone che cercano Dio”.
Il Curato d’Ars seppe rispondere alla sete di verità
dell’uomo del suo tempo: un periodo difficile, quello
della “Francia post-rivoluzionaria – ha rilevato il
Pontefice - che sperimentava una sorta di ‘dittatura del
razionalismo’ volta a cancellare la presenza stessa dei
sacerdoti e della Chiesa nella società”. In quel
contesto, San Giovanni Maria Vianney visse - negli anni
della giovinezza – “un’eroica clandestinità
percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla
Santa Messa. Poi - da sacerdote testimoniò con la sua
vita che “il razionalismo, allora imperante, era in
realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni
dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile”.
Se 150 anni fa c’era la “dittatura del
razionalismo, all’epoca attuale – ha detto il Papa -
si registra in molti ambienti una sorta di ‘dittatura
del relativismo’. Entrambe – ha proseguito - appaiono
risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di
usare a pieno della propria ragione come elemento
distintivo e costitutivo della propria identità. Il
razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei
limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura
di tutte le cose, trasformandola in una dea; il
relativismo contemporaneo mortifica la ragione, perché di
fatto arriva ad affermare che l’essere umano non può
conoscere nulla con certezza al di là del campo
scientifico positivo. Oggi però, come allora – ha
spiegato il Papa - l’uomo ‘mendicante di significato e
compimento’ va alla continua ricerca di risposte
esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi”.
Così, nonostante il mutare dei tempi, per Benedetto XVI
lo stile del curato d’Ars mantiene intatta la sua
“forza profetica” e “continua ad essere un valido
insegnamento per i sacerdoti e per noi tutti”:
“I sacerdoti imitandolo devono coltivare e
accrescere giorno dopo giorno un’intima unione personale
con Cristo e devono insegnare a tutti questa unione,
questa amicizia intima con Cristo. Solo se innamorato di
Cristo il sacerdote potrà toccare i cuori della gente ed
aprirli all’amore misericordioso del Signore”.
Infine, il Papa ha ricordato, ai saluti, l’odierna
memoria liturgica della Dedicazione della Basilica romana
di Santa Maria Maggiore che ci invita a volgere lo sguardo
verso la Madre di Cristo:
“Guardate
sempre a Lei, cari giovani, imitandola nel seguire
fedelmente la volontà divina; ricorrete a Lei con
fiducia, cari ammalati, per sperimentare nel momento della
prova l'efficacia della sua protezione; affidate a Lei,
cari sposi novelli, la vostra famiglia, perché sia sempre
sorretta dalla sua materna intercessione”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
nell’odierna
catechesi vorrei ripercorrere brevemente l’esistenza del
Santo Curato d’Ars sottolineandone alcuni tratti, che
possono essere di esempio anche per i sacerdoti di questa
nostra epoca, certamente diversa da quella in cui egli
visse, ma segnata, per molti versi, dalle stesse sfide
fondamentali umane e spirituali. Proprio ieri si sono
compiuti 150 anni dalla sua nascita al Cielo: erano
infatti le due del mattino del 4 agosto 1859, quando san
Giovanni Battista Maria Vianney, terminato il corso della
sua esistenza terrena, andò incontro al Padre celeste per
ricevere in eredità il regno preparato fin dalla
creazione del mondo per coloro che fedelmente seguono i
suoi insegnamenti (cfr Mt 25, 34). Quale grande
festa deve esserci stata in Paradiso all’ingresso di un
così zelante pastore! Quale accoglienza deve avergli
riservata la moltitudine dei figli riconciliati con il
Padre, per mezzo dalla sua opera di parroco e confessore!
Ho voluto prendere spunto da questo anniversario per
indire l’Anno Sacerdotale, che, com’è noto, ha per
tema Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote.
Dipende dalla santità la credibilità della testimonianza
e, in definitiva, l’efficacia stessa della missione di
ogni sacerdote.
Giovanni
Maria Vianney nacque nel piccolo borgo di Dardilly l’8
maggio del 1786, da una famiglia contadina, povera di beni
materiali, ma ricca di umanità e di fede. Battezzato,
com’era buon uso all’epoca, lo stesso giorno della
nascita, consacrò gli anni della fanciullezza e
dell’adolescenza ai lavori nei campi e al pascolo degli
animali, tanto che, all’età di diciassette anni, era
ancora analfabeta. Conosceva però a memoria le preghiere
insegnategli dalla pia madre e si nutriva del senso
religioso che si respirava in casa. I biografi narrano
che, fin dalla prima giovinezza, egli cercò di
conformarsi alla divina volontà anche nelle mansioni più
umili. Nutriva in animo il desiderio di divenire
sacerdote, ma non gli fu facile assecondarlo. Giunse
infatti all’Ordinazione presbiterale dopo non poche
traversie ed incomprensioni, grazie all’aiuto di
sapienti sacerdoti, che non si fermarono a considerare i
suoi limiti umani, ma seppero guardare oltre, intuendo
l’orizzonte di santità che si profilava in quel giovane
veramente singolare. Così, il 23 giugno 1815, fu ordinato
diacono e, il 13 agosto seguente, sacerdote. Finalmente
all’età di 29 anni, dopo molte incertezze, non pochi
insuccessi e tante lacrime, poté salire l’altare del
Signore e realizzare il sogno della sua vita.
Il Santo
Curato d’Ars manifestò sempre un’altissima
considerazione del dono ricevuto. Affermava: "Oh! Che
cosa grande è il Sacerdozio! Non lo si capirà bene che
in Cielo… se lo si comprendesse sulla terra, si
morirebbe, non di spavento ma di amore!" (Abbé
Monnin, Esprit du Curé d’Ars, p. 113). Inoltre,
da fanciullo aveva confidato alla madre: "Se fossi
prete, vorrei conquistare molte anime" (Abbé Monnin,
Procès de l’ordinaire, p. 1064). E così fu. Nel
servizio pastorale, tanto semplice quanto
straordinariamente fecondo, questo anonimo parroco di uno
sperduto villaggio del sud della Francia riuscì talmente
ad immedesimarsi col proprio ministero, da divenire, anche
in maniera visibilmente ed universalmente riconoscibile, alter
Christus, immagine del Buon Pastore, che, a differenza
del mercenario, dà la vita per le proprie pecore (cfr Gv
10,11). Sull’esempio del Buon Pastore, egli ha dato la
vita nei decenni del suo servizio sacerdotale. La sua
esistenza fu una catechesi vivente, che acquistava
un’efficacia particolarissima quando la gente lo vedeva
celebrare la Messa, sostare in adorazione davanti al
tabernacolo o trascorrere molte ore nel confessionale.
Centro di
tutta la sua vita era dunque l’Eucaristia, che celebrava
ed adorava con devozione e rispetto. Altra caratteristica
fondamentale di questa straordinaria figura sacerdotale
era l’assiduo ministero delle confessioni. Riconosceva
nella pratica del sacramento della penitenza il logico e
naturale compimento dell’apostolato sacerdotale, in
obbedienza al mandato di Cristo: "A chi rimetterete i
peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete
resteranno non rimessi" (cfr Gv 20,23). San
Giovanni Maria Vianney si distinse pertanto come ottimo e
instancabile confessore e maestro spirituale. Passando
"con un solo movimento interiore, dall’altare al
confessionale", dove trascorreva gran parte della
giornata, cercava in ogni modo, con la predicazione e con
il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai parrocchiani
il significato e la bellezza della penitenza sacramentale,
mostrandola come un’esigenza intima della Presenza
eucaristica (cfr Lettera ai sacerdoti per l’Anno
Sacerdotale).
I metodi
pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero
apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e
culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote
oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i
tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi
irripetibili, c’è però uno stile di vita e un anelito
di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben
vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata
la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva
chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di
fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì
a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie
doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur
lodevole impegno della volontà; conquistò le anime,
anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che
intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu
"innamorato" di Cristo, e il vero segreto del
suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per
il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto,
che è divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani
e per tutte le persone che cercano Dio. La sua
testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per
ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote,
l’Eucaristia "non è semplicemente un evento con
due protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione
eucaristica tende ad una trasformazione totale della
propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo
e crea un nuovo noi" (Joseph Ratzinger, La
Comunione nella Chiesa, p. 80).
Lungi
allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney
a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità
devozionale ottocentesca, è necessario al contrario
cogliere la forza profetica che contrassegna la sua
personalità umana e sacerdotale di altissima attualità.
Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una
sorta di "dittatura del razionalismo" volta a
cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa
nella società, egli visse, prima - negli anni della
giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo
chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa.
Poi - da sacerdote – si contraddistinse per una
singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare
che il razionalismo, allora imperante, era in realtà
distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo
e quindi, in definitiva, non vivibile.
Cari
fratelli e sorelle, a 150 anni dalla morte del Santo
Curato d’Ars, le sfide della società odierna non sono
meno impegnative, anzi forse, si sono fatte più
complesse. Se allora c’era la "dittatura del
razionalismo", all’epoca attuale si registra in
molti ambienti una sorta di "dittatura del
relativismo". Entrambe appaiono risposte inadeguate
alla giusta domanda dell’uomo di usare a pieno della
propria ragione come elemento distintivo e costitutivo
della propria identità. Il razionalismo fu inadeguato
perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di
elevare la sola ragione a misura di tutte le cose,
trasformandola in una dea; il relativismo contemporaneo
mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare
che l’essere umano non può conoscere nulla con certezza
al di là del campo scientifico positivo. Oggi però, come
allora, l’uomo "mendicante di significato e
compimento" va alla continua ricerca di risposte
esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi.
Avevano
ben presente questa "sete di verità", che arde
nel cuore di ogni uomo, i Padri del Concilio Ecumenico
Vaticano II quando affermarono che spetta ai sacerdoti,
"quali educatori della fede", formare
"un’autentica comunità cristiana" capace di
aprire "a tutti gli uomini la strada che conduce a
Cristo" e di esercitare "una vera azione
materna" nei loro confronti, indicando o agevolando a
che non crede "il cammino che porta a Cristo e alla
sua Chiesa", e costituendo per chi già crede
"stimolo, alimento e sostegno per la lotta
spirituale" (cfr Presbyterorum ordinis, 6).
L’insegnamento che a questo proposito continua a
trasmetterci il Santo Curato d’Ars é che, alla base di
tale impegno pastorale, il sacerdote deve porre
un’intima unione personale con Cristo, da coltivare e
accrescere giorno dopo giorno. Solo se innamorato di
Cristo, il sacerdote potrà insegnare a tutti questa
unione, questa amicizia intima con il divino Maestro, potrà
toccare i cuori della gente ed aprirli all’amore
misericordioso del Signore. Solo così, di conseguenza,
potrà infondere entusiasmo e vitalità spirituale alle
comunità che il Signore gli affida. Preghiamo perché,
per intercessione di san Giovanni Maria Vianney, Iddio
faccia dono alla sua Chiesa di santi sacerdoti, e perché
cresca nei fedeli il desiderio di sostenere e coadiuvare
il loro ministero. Affidiamo questa intenzione a Maria,
che proprio oggi invochiamo come Madonna della Neve.
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