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UDIENZA GENERALE (7 DICEMBRE 2005)

Fonte: Radio Vaticana, 7 dicembre 2005

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

CHI GUIDA LE NAZIONI SI SCHIERI IN DIFESA DEI POVERI E DEI DEBOLI: L’ESORTAZIONE DI BENEDETTO XVI ALL’UDIENZA GENERALE IN PIAZZA SAN PIETRO. IL PAPA HA RIBADITO ANCORA L’IMPORTANZA DELLO SPORT NELL’EDUCAZIONE DEI GIOVANI

L’opzione dei poveri, oggi come ieri, è un dovere per chi governa uno Stato. E’ questo uno dei passaggi-chiave della catechesi di Benedetto XVI all’udienza generale di oggi. Circa 20 mila persone vi hanno assistito in Piazza San Pietro, sotto un sole luminoso che ha finalmente concesso una tregua al maltempo dei giorni scorsi. Al momento dei saluti, il Papa ha parlato anche della vocazione al sacerdozio e dei valori dello sport. La cronaca dell’udienza nel servizio di Alessandro De Carolis.   

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Dio sceglie di schierarsi con i poveri e gli ultimi della terra, chi governa le nazioni faccia altrettanto.  Dalle strofe del Salmo 137, Benedetto XVI ricava un monito che rivolge ai responsabili della cosa pubblica di oggi, così come secoli fa il Salmista aveva fatto con i re e i potenti del suo tempo. E di questo componimento sacro,che fa parte della Liturgia dei Vespri,il Papa mette in risalto anche la misericordia e la bontà che ispirano i sentimenti del Creatore verso l’uomo. Concetti comuni ad altri Salmi di “lode e di ringraziamento” come il 137, sui quali però Benedetto XVI ritorna con insistenza. Dio, afferma, “spazza via le esitazioni e le paure” dell’umanità, “fa fiorire fortezza e fiducia”. Ma soprattutto ravviva lo spirito degli umili e rianima il cuore degli oppressi:  

“Dio fa, dunque, la scelta di schierarsi in difesa dei deboli, delle vittime, degli ultimi: questo è reso noto a tutti i re, perché sappiano quale debba essere la loro opzione nel governo delle nazioni”.  

Il Papa definisce quella del Salmista “una chiamata in causa a raggio mondiale dei responsabili delle nazioni”, specificando a braccio: “Non solo di quel tempo, ma di tutti i tempi”. In Benedetto XVI, è continua l’esigenza di mostrare ai cristiani di oggi l’estrema attualità di parole scritte prima ancora della venuta di Cristo. Parlando della fiducia professata e riposta dal Salmista in Dio, il Pontefice esorta ancora spontaneamente: “In questa certezza della bontà di Dio viviamo anche noi”:  

“Dobbiamo essere certi che, per quanto siano pesanti e tempestose le prove che ci attendono, noi non saremo mai abbandonati a noi stessi, non cadremo mai fuori delle mani del Signore, quelle mani che ci hanno creato e che ora ci seguono nell’itinerario della vita. Come confesserà san Paolo, 'Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento'”.  

E al termine del discorso ufficiale, Benedetto XVI ha ribadito una volta di più che l’onnipotenza di Dio è una forza esclusivamente di amore:  

“Questo è l’ultimo motivo della nostra fiducia: che Dio ha la potenza della misericordia e usa la sua potenza per la misericordia”.  

Alla vigilia della Solennità dell’Immacolata Concezione, giorno in cui il Papa celebrerà anche i 40 anni dalla fine del Vaticano II, Benedetto XVI ha preso spunto da uno dei decreti conciliari, in questo caso la Presbyterorum ordinis, per parlare del sacerdozio. Ai convegnisti che partecipano in questi giorni ad un simposio sul decreto conciliare, il Pontefice ha detto di ritenere la Presbyterorum ordinis una “tappa di fondamentale importanza nella vita della Chiesa per quanto concerne la riflessione sulla natura e sulle caratteristiche del sacerdozio ministeriale”. A immagine di Cristo “e al suo servizio - ha aggiunto -  i sacerdoti devono donare la loro vita per la gloria di Dio e la salvezza delle anime”.        

Tra gli altri, da rilevare anche il saluto alle rappresentanti dell’Accademia dei Merletti di Cantù, che ha permesso al Papa di rivolgere un pensiero di particolare sensibilità alle detenute che, ha osservato, “hanno confezionato manufatti liturgici”. Guardando poi ai giovani, il Pontefice ha espresso un pubblico apprezzamento al gruppo dei Cavalieri di Sobieski: un segno, ha commentato, dello “zelo apostolico che il compianto mons. Luigi Giussani ha trasmesso nell’educazione della gioventù”. Ma anche lo sport - ha proseguito il Papa salutando gli arbitri di calcio delle sezioni di Bolzano e Firenze - assolve a questa funzione:  

 Carissimi, la vostra presenza mi offre l’opportunità per porre in luce, ancora una volta, il valore dello sport, che se ben praticato può diventare veicolo privilegiato di un impareggiabile messaggio di speranza, promuovendo la cultura del rispetto, della lealtà e della serena convivenza”.

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  LE PAROLE DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

1. Posto dalla tradizione giudaica sotto il patronato di Davide, anche se probabilmente sorto in epoca successiva, l’inno di ringraziamento che ora abbiamo ascoltato, e che costituisce il Salmo 137, si apre con un canto personale dell’orante. Egli leva la sua voce nella cornice dell’assemblea del tempio o, per lo meno, avendo come riferimento il Santuario di Sion, sede della presenza del Signore e del suo incontro con il popolo dei fedeli.

Infatti, il Salmista confessa di «prostrarsi verso il tempio santo» gerosolimitano (cfr v. 2): là egli canta davanti a Dio che è nei cieli con la sua corte di angeli, ma che è anche in ascolto nello spazio terreno del tempio (cfr v. 1). L’orante è certo che il «nome» del Signore, ossia la sua realtà personale viva e operante, e le sue virtù della fedeltà e della misericordia, segni dell’alleanza col suo popolo, sono il sostegno di ogni fiducia e di ogni speranza (cfr v. 2).

2. Lo sguardo si rivolge, allora, per un istante al passato, al giorno della sofferenza: allora, al grido del fedele angosciato aveva risposto la voce divina. Essa aveva infuso coraggio nell’anima turbata (cfr v. 3). L’originale ebraico parla letteralmente del Signore che «agita la forza nell’anima» del giusto oppresso: è come se fosse l’irruzione di un vento impetuoso che spazza via le esitazioni e le paure, imprime un’energia vitale nuova, fa fiorire fortezza e fiducia.

Dopo questa premessa apparentemente personale, il Salmista allarga lo sguardo sul mondo e immagina che la sua testimonianza coinvolga tutto l’orizzonte: «tutti i re della terra», in una sorta di adesione universalistica, si associano all’orante ebreo in una lode comune in onore della grandezza e potenza sovrana del Signore (cfr vv. 4-6).

3. Il contenuto di questa lode corale che sale da tutti i popoli fa già vedere la futura Chiesa dei pagani, la futura Chiesa universale. Questo ha come primo tema la «gloria» e le «vie del Signore» (cfr v. 5), cioè i suoi progetti di salvezza e la sua rivelazione. Si scopre, così, che Dio è certamente «eccelso» e trascendente, ma «guarda verso l’umile» con affetto, mentre allontana dal suo volto il superbo in segno di reiezione e di giudizio (cfr v. 6).

Come proclamava Isaia, «Così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo: in luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi» (Is 57,15). Dio fa, dunque, la scelta di schierarsi in difesa dei deboli, delle vittime, degli ultimi: questo è reso noto a tutti i re, perché sappiano quale debba essere la loro opzione nel governo delle nazioni. Naturalmente è detto non solo ai re e a tutti i governi, ma a tutti noi, perché anche noi dobbiamo sapere quale scelta fare, qual è l'opzione: schierarci con gli umili, con gli ultimi, con i poveri e deboli.

4. Dopo questa chiamata in causa a raggio mondiale dei responsabili delle nazioni, non solo di quel tempo, ma di tutti i tempi, l’orante ritorna alla lode personale (cfr Sal 137,7-8). Con uno sguardo che si protende verso il futuro della sua vita, egli implora un aiuto da Dio anche per le prove che l’esistenza ancora gli riserverà. E tutti noi preghiamo così con questo orante di quel tempo.

Si parla in modo sintetico dell’«ira dei nemici» (v. 7), una specie di simbolo di tutte le ostilità che possono pararsi innanzi al giusto durante il suo cammino nella storia. Ma egli sa e con lui sappiamo anche noi che il Signore non lo abbandonerà mai e stenderà la sua mano per sorreggerlo e guidarlo. La finale del Salmo è, allora, un’ultima appassionata professione di fiducia in Dio dalla bontà sempiterna: egli «non abbandonerà l’opera delle sue mani», cioè la sua creatura (v. 8). E in questa fiducia, in questa certezza della bontà di Dio, dobbiamo vivere anche noi.

Dobbiamo essere certi che, per quanto siano pesanti e tempestose le prove che ci attendono, noi non saremo mai abbandonati a noi stessi, non cadremo mai fuori delle mani del Signore, quelle mani che ci hanno creato e che ora ci seguono nell’itinerario della vita. Come confesserà san Paolo, «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento» (Fil 1,6).

5. Abbiamo, così, pregato anche noi con un Salmo di lode e di ringraziamento e di fiducia. Vogliamo continuare a far scorrere questo filo di lode innica attraverso la testimonianza di un cantore cristiano, il grande Efrem Siro (IV secolo), autore di testi di straordinaria fragranza poetica e spirituale.

«Per quanto grande sia la nostra meraviglia per te, o Signore, / la tua gloria supera ciò che le nostre lingue possono esprimere», canta Efrem in un inno (Inni sulla Verginità, 7: L’arpa dello Spirito, Roma 1999, p. 66), e in un altro: «Lode a te, per il quale tutte le cose sono facili, / perché tu sei onnipotente» (Inni sulla Natività, 11: ibidem, p. 48). E questo è un ultimo motivo della nostra fiducia, che Dio ha la potenza della misericordia e usa la sua potenza per la misericordia. E, infine, un'ultima citazione: «Lode a te da tutti coloro che comprendono la tua verità» (Inni sulla Fede, 14: ibidem, p. 27).

 

 

 

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