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UDIENZA GENERALE (25 OTTOBRE 2006)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte: Radio Vaticana, 25 ottobre 2006

CRISTO VA MESSO AL CENTRO DELLA VITA DI OGNI CREDENTE COME LO FU PER PAOLO DI TARSO, CHE AFFRONTO’ CON CORAGGIO OGNI DIFFICOLTA’ PER AMORE DEL VANGELO: LA CATECHESI DELL’UDIENZA GENERALE DEDICATA DA BENEDETTO XVI ALL’ “APOSTOLO DELLE GENTI”  

“La figura di Gesù è al centro della vita del cristiano”: un atto di fede e una regola di vita che da duemila anni risplendono nella testimonianza di uno dei più grandi annunciatori del Vangelo: Paolo di Tarso. All’“Apostolo delle genti”, Benedetto XVI ha dedicato l’udienza generale di questa mattina, dopo aver concluso le catechesi sui dodici Apostoli che accompagnarono la missione terrena di Gesù. 

Al termine dell’udienza, il Papa ha salutato i familiari di Alessandra Lisi, la giovane ricercatrice rimasta uccisa nell’incidente della metropolitana di Roma, lo scorso 18 ottobre. La cronaca dell’udienza nel servizio di Alessandro De Carolis.  

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Si definisce “Apostolo per volontà di Dio”. Di un Dio di cui impara ad amare e servire quel Cristo, che poi scoprirà come suo Figlio, con la stessa intensità e dedizione con le quali all’inizio lo aveva combattuto. E poi, un Apostolo con il cuore allargato sul mondo, che non fa distinzioni di etnia, perché ha scoperto che il Dio che lo ha scelto “è il Dio di tutti”. Nella storia della Chiesa delle origini, Paolo di Tarso “brilla come stella di prima grandezza”. Benedetto XVI, parlando alle oltre 30 mila persone in Piazza San Pietro per l’udienza generale, ha inaugurato con il racconto della vita e dell’importanza del cosiddetto “13° Apostolo” un nuovo ciclo di catechesi con le quali, ha annunciato, si esamineranno nelle prossime settimane le storie di altri uomini e donne che si votarono al Vangelo.  

Nei primi anni Trenta dopo la morte di Gesù, ha ricordato il Papa, Paolo è un ebreo osservante che vive a Gerusalemme dove viene a sapere di un gruppo di seguaci del Nazareno che pongono al centro della loro vita un uomo crocifisso piuttosto che la legge mosaica. Per lo zelo che lo anima, questo atteggiamento è per Saulo di Tarso “scandaloso” e “inaccettabile”. Ma Dio ha altri piani su di lui. E quando sulla strada per Damasco Gesù gli si rivela, Paolo userà nelle sue lettere quattro verbi per descrivere quell’istante straordinario: “visione”, “illuminazione”, “rivelazione”, “vocazione”. Quattro verbi che gli cambiano la vita per sempre e che rendono unica la sua esperienza:  

“Si definisce esplicitamente ‘apostolo per volontà di Dio’, come a sottolineare che la sua conversione è stata non il risultato di un proseguimento di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di un atto divino, di una imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto ciò che prima aveva costituito per lui un valore, divenne paradossalmente – secondo le sue parole – ‘perdita’ e ‘spazzatura’, e da quel momento tutte le sue energie furono poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo Vangelo”.  

Da qui, ha proseguito Benedetto XVI, “deriva per noi una lezione molto importante”:  

“Ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e la sua parola. Alla luce di Cristo, ogni altro valore viene recuperato e insieme purificato da eventuali scorie”.

Altra caratteristica di San Paolo, ha osservato il Papa, è “il respiro universale del suo apostolato”. Che affronta con coraggio incredibile. Medio Oriente, Asia Minore, Europa, tra i pericoli del mare e del deserto, tra le insidie dei briganti come degli amici. Benedetto XVI ha elencato le traversie dell’apostolo, che subì naufragi, carcere, percosse, lapidazioni, antipatie, pur di arrivare “fino agli estremi confini della terra”. Come non amare “un uomo di questa statura”, ha esclamato il Papa, rivelando il “segreto” di questa eccezionale tempra apostolica:  

“E’ chiaro che non gli sarebbe stato possibile affrontare situazioni tanto difficili, a volte disperate se non ci fosse stata una ragione di valore assoluto, di fronte alla quale nessun limite poteva ritenersi invalicabile. Per Paolo questa ragione – lo sappiamo – è Gesù Cristo, di cui egli scrive: ‘L’amore di Cristo ci spinge’. Il Signore ci aiuti a mettere in pratica lasciataci dall’apostolo nelle sue lettere, in cui dice: ‘Fatevi miei imitatori come io sono imitatore di Cristo’”. (applausi)

Dopo le sintesi della catechesi in varie lingue, al momento dei saluti Benedetto XVI ha ricordato la testimonianza evangelica di Sant’Antonio Maria Claret, celebrato ieri dalla Chiesa, e ha poi incontrato e confortato, intrattenendosi alcuni minuti con lei, la signora Angela Maria, mamma di Alessandra Lisi, la trentenne morta in seguito allo scontro nella metropolitana di Roma di una settimana fa. Ad accompagnare la donna e a presentarla al Papa, il sindaco della capitale, Walter Veltroni.

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LE PAROLE DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo concluso le nostre riflessioni sui dodici Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Oggi iniziamo ad avvicinare le figure di altri personaggi importanti della Chiesa primitiva. Anch’essi hanno speso la loro vita per il Signore, per il Vangelo e per la Chiesa. Si tratta di uomini e anche di donne, che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, «hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo» (15,26).

Il primo di questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr Panegirico 7,3). Dante Alighieri nella Divina Commedia, ispirandosi al racconto di Luca negli Atti (cfr 9,15), lo definisce semplicemente «vaso di elezione» (Inf. 2,28), che significa: strumento prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il "tredicesimo Apostolo" – e realmente egli insiste molto di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal Risorto -, o addirittura "il primo dopo l'Unico". Certo, dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non solo il racconto che ne fa Luca negli Atti degli Apostoli, ma anche un gruppo di Lettere che provengono direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce ne rivelano la personalità e il pensiero. Luca ci informa che il suo nome originario era Saulo (cfr At 7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr At 9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr At 13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e la Siria. Ben presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo la Legge mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr At 22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e ruvido, la lavorazione di tende (cfr At 18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulle Chiese (cfr At 20,34; 1 Cor 4,12; 2 Cor 12,13-14).

Fu decisivo per lui conoscere la comunità di coloro che si professavano discepoli di Gesù. Da loro era venuto a sapere di una nuova fede, - un nuovo "cammino", come si diceva - che poneva al proprio centro non tanto la Legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione dei peccati. Come giudeo zelante, egli riteneva questo messaggio inaccettabile, anzi scandaloso, e si sentì perciò in dovere di perseguitare i seguaci di Cristo anche fuori di Gerusalemme. Fu proprio sulla strada di Damasco, agli inizi degli anni ’30, che Saulo, secondo le sue parole, venne «ghermito da Cristo» (Fil 3,12). Mentre Luca racconta il fatto con dovizia di dettagli, - di come la luce del Risorto lo ha toccato e ha cambiato fondamentalmente tutta la sua vita – egli nelle sue Lettere va diritto all’essenziale e parla non solo di visione (cfr 1 Cor 9,1), ma di illuminazione (cfr 2 Cor 4,6) e soprattutto di rivelazione e di vocazione nell’incontro con il Risorto (cfr Gal 1,15-16). Infatti, si definirà esplicitamente «apostolo per vocazione» (cfr Rm 1,1; 1 Cor 1,1) o «apostolo per volontà di Dio» (2 Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1), come a sottolineare che la sua conversione era non il risultato di uno sviluppo di pensieri, di riflessioni, ma il frutto di un intervento divino, di un’imprevedibile grazia divina. Da allora in poi, tutto ciò che prima costituiva per lui un valore divenne paradossalmente, secondo le sue parole, perdita e spazzatura (cfr Fil 3,7-10). E da quel momento tutte le sue energie furono poste al servizio esclusivo di Gesù Cristo e del suo Vangelo. Ormai la sua l'esistenza sarà quella di un Apostolo desideroso di «farsi tutto a tutti» (1 Cor 9,22) senza riserve.

Di qui deriva per noi una lezione molto importante: ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola. Alla sua luce ogni altro valore viene recuperato e insieme purificato da eventuali scorie. Un’altra fondamentale lezione offerta da Paolo è il respiro universale che caratterizza il suo apostolato. Sentendo acuto il problema dell'accesso dei Gentili, cioè dei pagani, a Dio, che in Gesù Cristo crocifisso e risorto offre la salvezza a tutti gli uomini senza eccezioni, dedicò se stesso a rendere noto questo Vangelo, letteralmente «buona notizia», cioè annuncio di grazia destinato a riconciliare l'uomo con Dio, con se stesso e con gli altri. Dal primo momento egli aveva capito che questa è una realtà che non concerneva solo i giudei o un certo gruppo di uomini, ma che aveva un valore universale e concerneva tutti, perché Dio è il Dio di tutti. Punto di partenza per i suoi viaggi fu la Chiesa di Antiochia di Siria, dove per la prima volta il Vangelo venne annunciato ai Greci e dove venne anche coniato il nome di «cristiani» (cfr At 11, 20.26), cioè di credenti Cristo. Di là egli puntò prima su Cipro e poi a più riprese sulle regioni dell'Asia Minore (Pisidia, Licaonia, Galazia), poi su quelle dell’Europa (Macedonia, Grecia). Più rilevanti furono le città di Efeso, Filippi, Tessalonica, Corinto, senza tuttavia dimenticare Beréa, Atene e Mileto.

Nell’apostolato di Paolo non mancarono difficoltà, che egli affrontò con coraggio per amore di Cristo. Egli stesso ricorda di aver agito «nelle fatiche… nelle prigionie… nelle percosse… spesso in pericolo di morte...: tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio...; viaggi innumerevoli, pericoli dai fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità; e oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (2 Cor 11,23-28). Da un passaggio della Lettera ai Romani (cfr 15, 24.28) traspare il suo proposito di spingersi fino alla Spagna, alle estremità dell'Occidente, per annunciare il Vangelo dappertutto, fino ai confini della terra allora conosciuta. Come non ammirare un uomo così? Come non ringraziare il Signore per averci dato un Apostolo di questa statura? E’ chiaro che non gli sarebbe stato possibile affrontare situazioni tanto difficili e a volte disperate, se non ci fosse stata una ragione di valore assoluto, di fronte alla quale nessun limite poteva ritenersi invalicabile. Per Paolo, questa ragione, lo sappiamo, è Gesù Cristo, di cui egli scrive: «L'amore di Cristo ci spinge... perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2 Cor 5,14-15), per noi, per tutti.

Di fatto, l’Apostolo renderà la suprema testimonianza del sangue sotto l'imperatore Nerone qui a Roma, dove conserviamo e veneriamo le sue spoglie mortali. Così scrisse di lui Clemente Romano, mio predecessore su questa Sede Apostolica negli ultimi anni del secolo I°: «Per la gelosia e la discordia Paolo fu obbligato a mostrarci come si consegue il premio della pazienza... Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, e dopo essere giunto fino agli estremi confini dell'Occidente, sostenne il martirio davanti ai governanti; così partì da questo mondo e raggiunse il luogo santo, divenuto con ciò il più grande modello di perseveranza» (Ai Corinzi 5). Il Signore ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione lasciataci dall’Apostolo nelle sue Lettere: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11,1).

 

 

 

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