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UDIENZA GENERALE
(27 SETTEMBRE 2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana,
27 settembre 2006
L’AUSPICIO
DI BENEDETTO XVI NELL’ODIERNA GIORNATA MONDIALE DEL
TURISMO: CHE SIA “UNA
PORTA APERTA ALLA PACE E ALLA CONVIVENZA ARMONIOSA”
ALL’UDIENZA GENERALE, IL PAPA PORTA L’ESEMPIO
DELL’APOSTOLO TOMMASO, I CUI DUBBI CI CONFORTANO NELLE
NOSTRE INSICUREZZE
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Il
turismo è “un fenomeno sociale di grande
rilevanza nel mondo contemporaneo”. Così il Papa
è tornato a commentare dopo il messaggio di ieri
l’odierna Giornata mondiale del turismo, al
termine dell’udienza generale dedicata
all’apostolo San Tommaso, stamane in piazza San
Pietro, affollata da migliaia di
fedeli e turisti. Il servizio di Roberta
Gisotti.
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Occasione
di incontro e scambio tra i popoli e le persone, il
turismo non solo vacanza fine a se stessa. Benedetto XVI
nei saluti agli oltre 30 mila pellegrini di tutto il
mondo, premiati da una radiosa giornata di sole
settembrino, si è soffermato su un tema certamente
rilevante sul piano socio-economico ma anche etico, in
tempi di crescente globalizzazione:
“Auspico
che il turismo promuova sempre più il dialogo e il
reciproco rispetto delle culture, diventando così una
porta aperta alla pace e alla convivenza armoniosa.”
Proseguendo
nel ciclo di catechesi dedicate agli Apostoli, il Papa ha
parlato oggi di Tommaso perché “formi la nostra fede,
rafforzi la speranza e riaccenda l’amore”, lui
determinato nel seguire il Maestro, fino a volerne
condividere “la prova suprema della morte”, quando Gesù
si reca a Betania per resuscitare Lazzaro; lui che chiede
spiegazioni a Gesù nell’Ultima Cena, esprimendo “la
pochezza della nostra capacità di comprendere” e al
tempo stesso ponendosi “nell’atteggiamento
fiducioso” di chi attende “luce e forza da chi è in
grado di donarle”; lui incredulo sulla Resurrezione di
Cristo, che poi reagirà “con la più splendida
professione di fede di tutto il Nuovo Testamento”,
esclamando “Mio Signore e mio Dio”. “Tommaso – ha
spiegato il Santo Padre citando Sant’Agostino -
‘vedeva e toccava l’uomo, ma confessava la sua fede in
Dio, che non vedeva né toccava’”. Da qui
l’importanza per tutti noi dell’apostolo Tommaso:
“Primo,
perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo,
perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un
esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché
le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero
senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire,
nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione
a Lui”.
Ha
ricordato ancora Benedetto XVI che nel nome di Tommaso
vennero scritti gli Atti ed il Vangelo di Tommaso,
“ambedue apocrifi ma comunque importanti – ha detto -
per lo studio delle origini cristiane”. Inoltre il Papa
ha ricordato che, secondo un’antica tradizione, Tommaso
evangelizzò prima
la Siria
e
la Persia
, spingendosi poi fino all’India. “In questa
prospettiva missionaria” l’auspicio del Papa, perché
Tommaso “corrobori sempre più la nostra fede”.
Prima
di accomiatarsi, il Santo Padre – rivolto ai giovani,
agli ammalati e agli sposi novelli - ha richiamato
l’esempio di carità offerto da San Vincenzo de Paoli,
di cui ricorre oggi la memoria.
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli e sorelle,
proseguendo
i nostri incontri con i dodici Apostoli scelti
direttamente da Gesù, oggi dedichiamo la nostra
attenzione a Tommaso. Sempre presente nelle quattro liste
compilate dal Nuovo Testamento, egli nei primi tre Vangeli
è collocato accanto a Matteo (cfr Mt 10,3; Mc
3,18; Lc 6,15), mentre negli Atti si trova vicino a
Filippo (cfr At 1,13). Il suo nome deriva da una
radice ebraica, ta’am, che significa
"appaiato, gemello". In effetti, il Vangelo di
Giovanni più volte lo chiama con il soprannome di
"Didimo" (cfr Gv 11,16; 20,24; 21,2), che
in greco vuol dire appunto "gemello". Non è
chiaro il perché di questo appellativo.
Soprattutto
il Quarto Vangelo ci offre alcune notizie che ritraggono
qualche lineamento significativo della sua personalità.
La prima riguarda l'esortazione, che egli fece agli altri
Apostoli, quando Gesù, in un momento critico della sua
vita, decise di andare a Betania per risuscitare Lazzaro,
avvicinandosi così pericolosamente a Gerusalemme (cfr Mc
10,32). In quell'occasione Tommaso disse ai suoi
condiscepoli: "Andiamo anche noi e moriamo con
lui" (Gv 11,16). Questa sua determinazione nel
seguire il Maestro è davvero esemplare e ci offre un
prezioso insegnamento: rivela la totale disponibilità ad
aderire a Gesù, fino ad identificare la propria sorte con
quella di Lui ed a voler condividere con Lui la prova
suprema della morte. In effetti, la cosa più importante
è non distaccarsi mai da Gesù. D'altronde, quando i
Vangeli usano il verbo "seguire" è per
significare che dove si dirige Lui, là deve andare anche
il suo discepolo. In questo modo, la vita cristiana si
definisce come una vita con Gesù Cristo, una vita da
trascorrere insieme con Lui. San Paolo scrive qualcosa di
analogo, quando così rassicura i cristiani di Corinto:
"Voi siete nel nostro cuore, per morire insieme e
insieme vivere" (2 Cor 7,3). Ciò che si
verifica tra l’Apostolo e i suoi cristiani deve,
ovviamente, valere prima di tutto per il rapporto tra i
cristiani e Gesù stesso: morire insieme, vivere insieme,
stare nel suo cuore come Lui sta nel nostro.
Un
secondo intervento di Tommaso è registrato nell’Ultima
Cena. In quell’occasione Gesù, predicendo la propria
imminente dipartita, annuncia di andare a preparare un
posto ai discepoli perché siano anch'essi dove si trova
lui; e precisa loro: "Del luogo dove io vado, voi
conoscete la via" (Gv 14,4). E’ allora che
Tommaso interviene dicendo: "Signore, non sappiamo
dove vai, e come possiamo conoscere la via?" (Gv
14,5). In realtà, con questa uscita egli si pone ad un
livello di comprensione piuttosto basso; ma queste sue
parole forniscono a Gesù l'occasione per pronunciare la
celebre definizione: "Io sono la via, la verità e la
vita" (Gv 14,6). E’ dunque primariamente a
Tommaso che viene fatta questa rivelazione, ma essa vale
per tutti noi e per tutti i tempi. Ogni volta che noi
sentiamo o leggiamo queste parole, possiamo metterci col
pensiero al fianco di Tommaso ed immaginare che il Signore
parli anche con noi così come parlò con lui. Nello
stesso tempo, la sua domanda conferisce anche a noi il
diritto, per così dire, di chiedere spiegazioni a Gesù.
Noi spesso non lo comprendiamo. Abbiamo il coraggio di
dire: non ti comprendo, Signore, ascoltami, aiutami a
capire. In tal modo, con questa franchezza che è il vero
modo di pregare, di parlare con Gesù, esprimiamo la
pochezza della nostra capacità di comprendere, al tempo
stesso ci poniamo nell’atteggiamento fiducioso di chi si
attende luce e forza da chi è in grado di donarle.
Notissima,
poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso
incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un
primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua
assenza, e aveva detto: "Se non vedo nelle sue mani
il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei
chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!"
(Gv 20,25). In fondo, da queste parole emerge la
convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto
dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni
qualificanti dell’identità di Gesù siano ora
soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che
punto Egli ci ha amati. In questo l’Apostolo non si
sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare
in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è
presente. E Gesù lo interpella: "Metti qua il tuo
dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel
mio costato; e non essere più incredulo, ma
credente" (Gv 20,27). Tommaso reagisce con la
più splendida professione di fede di tutto il Nuovo
Testamento: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv
20,28). A questo proposito commenta Sant’Agostino:
Tommaso "vedeva e toccava l’uomo, ma confessava la
sua fede in Dio, che non vedeva né toccava. Ma quanto
vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino
ad allora aveva dubitato" (In Iohann. 121,5).
L'evangelista prosegue con un’ultima parola di Gesù a
Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati
quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv
20,29). Questa frase si può anche mettere al presente:
"Beati quelli che non vedono eppure credono". In
ogni caso, qui Gesù enuncia un principio fondamentale per
i cristiani che verranno dopo Tommaso, quindi per tutti
noi. E’ interessante osservare come un altro Tommaso, il
grande teologo medioevale di Aquino, accosti a questa
formula di beatitudine quella apparentemente opposta
riportata da Luca: "Beati gli occhi che vedono ciò
che voi vedete" (Lc 10,23). Ma l’Aquinate
commenta: "Merita molto di più chi crede
senza vedere che non chi crede vedendo" (In Johann.
XX lectio VI § 2566). In effetti, la Lettera
agli Ebrei, richiamando tutta la serie degli antichi
Patriarchi biblici, che credettero in Dio senza vedere il
compimento delle sue promesse, definisce la fede come
"fondamento delle cose che si sperano e prova di
quelle che non si vedono" (11,1). Il caso
dell’apostolo Tommaso è importante per noi per almeno
tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre
insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio
può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza;
e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci
ricordano il vero senso della fede matura e ci
incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul
nostro cammino di adesione a Lui.
Un'ultima
annotazione su Tommaso ci è conservata dal Quarto
Vangelo, che lo presenta come testimone del Risorto nel
successivo momento della pesca miracolosa sul Lago di
Tiberiade (cfr Gv 21,2). In quell'occasione egli è
menzionato addirittura subito dopo Simon Pietro: segno
evidente della notevole importanza di cui godeva
nell’ambito delle prime comunità cristiane. In effetti,
nel suo nome vennero poi scritti gli Atti e il
Vangelo di Tommaso, ambedue apocrifi ma
comunque importanti per lo studio delle origini cristiane.
Ricordiamo infine che, secondo un’antica tradizione,
Tommaso evangelizzò prima la Siria e la Persia (così
riferisce già Origene, riportato da Eusebio di Cesarea, Hist.
eccl. 3,1) e poi si spinse fino all'India occidentale
(cfr Atti di Tommaso 1-2 e 17ss), da dove poi il
cristianesimo raggiunse anche l’India meridionale. In
questa prospettiva missionaria terminiamo la nostra
riflessione, esprimendo l’auspicio che l’esempio di
Tommaso corrobori sempre più la nostra fede in Gesù
Cristo, nostro Signore e nostro Dio.
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