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UDIENZA GENERALE
(9 AGOSTO 2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana,
2 agosto 2006
SOSTITUIRE
ALLE ARMI LA BUONA VOLONTA’, LA FIDUCIA E IL RISPETTO
DEI PATTI: IL NUOVO APPELLO DI BENEDETTO XVI PER UNA
TREGUA IN LIBANO CHE APRA ALLA PACE.LA CATECHESI
DELL’UDIENZA GENERALE DEDICATA ALLA NOVITA’ DEL
CRISTIANESIMO, DESCRITTA DALL’APOSTOLO GIOVANNI: DIO
E’ AMORE
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“Non
più gli uni contro gli altri”, ma una soluzione
“giusta e duratura” del conflitto libanese
creata sulle basi della ragionevolezza, della buona
volontà, del rispetto e della fiducia. Benedetto
XVI ha implorato ancora una volta la pace per il
Medio Oriente, a conclusione dell’udienza generale
di questa mattina incentrata al tema dell’amore di
Dio nell’evangelista Giovanni. |
Alla
crisi mediorientale e alle sue vittime il Papa aveva
dedicato anche una sosta in preghiera ieri pomeriggio,
durante una visita privata compiuta nell’antico
Santuario della Madonna del Tufo, che sorge a Rocca di
Papa, località dei Castelli Romani non lontana dalla
residenza estiva di Castel Gandolfo. La cronaca
dell’udienza generale nel servizio di Alessandro De
Carolis.
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“Cari
fratelli e sorelle, il mio accorato pensiero va ancora una
volta all’amata regione del Medio Oriente. In
riferimento al tragico conflitto in corso ripropongo le
parole di Papa Paolo VI all'ONU, nell'ottobre del 1965:
‘Non più gli uni contro gli altri, non più, giammai!
... Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi
dalle vostre mani’. Di fronte agli sforzi in atto per
giungere finalmente al cessate-il-fuoco e ad una soluzione
giusta e duratura del conflitto ripeto, con l'immediato
mio Predecessore Giovanni Paolo II, che è possibile
cambiare il corso degli avvenimenti quando prevalgono la
ragione, la buona volontà, la fiducia nell'altro,
l'attuazione degli impegni assunti e la cooperazione fra
partners responsabili (Discorso
al Corpo diplomatico, 13 gennaio 2003). A tutti
rinnovo l'esortazione ad intensificare la preghiera per
ottenere il desiderato dono della pace”.
Per
far risuonare la preoccupazione e la solidarietà che
occupano in questi giorni e in queste ore il suo cuore di
pastore, Benedetto XVI prende a prestito accenti e
parole di Paolo VI e Giovanni Paolo II, purtroppo
ancora attuali in una cronaca che non riesce a cambiare.
Il Papa si appella alla buona volontà, alla fiducia, al
rispetto. Valori umani che finiscono assunti e sublimati
nell’alveo di un valore più grande, che fa del
cristianesimo un unicum
religioso: l’amore.
Riannodando con la catechesi di oggi il filo
dei suoi insegnamenti sul rapporto tra gli Apostoli e la
Chiesa, Benedetto XVI passa dalla figura dell’Apostolo
Giovanni, commentata prima della sosta estiva, alla
“folgorante intuizione” che fa da perno a tutta la
produzione del quarto evangelista: “Dio è amore”. Si
tratta, spiega Benedetto XVI, di un argomento
“caratteristico” non solo del Vangelo e delle Lettere
di Giovanni, ma di un “dato peculiare” di tutta la
religione cristiana, che perciò si distingue da altre
fedi nelle quali “è molto difficile trovare testi del
genere”. Giovanni, osserva il Papa, non tratta l’amore
di Dio in modo “astratto”, ma “concreto” e
“verificabile” da ogni persona, distinguendo i “tre
momenti” che lo caratterizzano: l’Amore, essenza
stessa di Dio, l’ingresso di questo Amore nella storia
umana attraverso Gesù, la “risposta d’amore” che
l’uomo è chiamato a dare al Comandamento nuovo.
Già
dal primo dei tre momenti, l’intuizione
dell’evangelista mostra tutta la sua eccezionalità nel
definire Dio:
“Si noti
bene: non viene affermato semplicemente che ‘Dio ama’
e tanto meno che ‘l'amore è Dio!’. In altre parole:
Giovanni non si limita a descrivere l'agire divino, ma
procede fino alle sue radici. Inoltre, non intende
attribuire una qualità divina a un amore generico e
magari impersonale; non sale dall’amore a Dio, ma si
volge direttamente a Dio per definire la sua natura con la
dimensione infinita dell'amore. Con ciò Giovanni vuol
dire che il costitutivo essenziale di Dio è l’amore e
quindi tutta l'attività di Dio nasce dall’amore ed è
improntata all'amore: tutto ciò che Dio fa, lo fa per
amore e con amore. Anche se non sempre possiamo subito
capire che questo è l’amore, ma è l’amore vero”.
Nel
secondo “momento costitutivo dell’amore di Dio”,
entra in scena il Figlio, incarnato, morto e risorto per
gli uomini. Con Gesù, afferma Benedetto XVI, è Dio
stesso che si è “impegnato e ha ‘pagato’ in prima
persona”. Dunque, “sostando in contemplazione dinanzi
a questo ‘eccesso’ di amore” che lo riguarda,
l’uomo – riconosce il Papa, “non può non domandarsi
quale sia la doverosa risposta”. Ed è la natura di
questa risposta l’oggetto del terzo momento. “Da
destinatari recettivi di un amore che ci precede e
sovrasta – dice Benedetto XVI - siamo chiamati
all’impegno di una risposta attiva, che per essere
adeguata non può essere che una risposta d’amore”.
Una risposta nuova
come “nuovo” è il Comandamento di Gesù che chiede di
amare il prossimo non come se stessi, ma come Lui, il
Cristo, lo ha amato:
“E’
così che l'amore diventa davvero cristiano: sia nel senso
che esso deve essere indirizzato verso tutti senza
distinzioni, sia soprattutto in quanto deve pervenire fino
alle estreme conseguenze, non avendo altra misura che
l’essere senza misura. Quelle parole di Gesù, ‘come
io vi ho amati’, ci invitano e insieme ci inquietano;
sono una meta cristologica che può apparire
irraggiungibile, ma al tempo stesso sono uno stimolo che
non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto
realizzare”.
Ed
ha aggiunto a braccio:
“Preghiamo
il Padre di poterlo vivere così intensamente, anche se in
modo imperfetto, e tuttavia da contagiarne quanti
incontriamo sul nostro cammino”.
(applausi)
Di
fronte a un’Aula Paolo VI particolarmente festosa,
Benedetto XVI ha poi concluso l’udienza con i
tradizionali saluti in varie lingue e un pensiero
particolare per alcuni dei gruppi presenti, tra i quali i
seminaristi maggiori italiani impegnati in questi giorni
nel loro incontro estivo, i partecipanti al campo
internazionale promosso dall’Opera Giorgio La Pira
di Firenze e i giovani partecipanti al Meeting
internazionale promosso dai Frati Minori Conventuali.
“Iddio – ha detto loro il Papa - vi renda sempre più
testimoni e costruttori di pace, seguendo le orme del
Poverello di Assisi”. L’ultimo pensiero di Benedetto
XVI è andato alla Santa Patrona d’Europa, Teresa
Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, festeggiata
oggi dalla Chiesa. “Questa eroica testimone del Vangelo
– ha concluso - aiuti ciascuno ad avere sempre fiducia
in Cristo e a incarnare nella propria esistenza il suo
messaggio di salvezza”.
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli e sorelle,
prima
delle vacanze avevo cominciato con piccoli ritratti dei
dodici Apostoli. Gli Apostoli erano compagni di via di Gesù,
amici di Gesù e questo loro cammino con Gesù non era
solo un cammino esteriore, dalla Galilea a Gerusalemme, ma
un cammino interiore nel quale hanno imparato la fede in
Gesù Cristo, non senza difficoltà perché erano uomini
come noi. Ma proprio per ciò perché erano compagni di
via di Gesù, amici di Gesù che in un cammino non facile
hanno imparato la fede, sono anche guide per noi, che ci
aiutano a conoscere Gesù Cristo, ad amarLo e ad avere
fede in Lui. Avevo già parlato su quattro dei dodici
Apostoli: su Simon Pietro, sul fratello Andrea, su
Giacomo, il fratello di San Giovanni, e l’altro Giacomo,
detto "il Minore", che ha scritto una Lettera
cje troviamo nel Nuovo Testamento. Ed avevo cominciato a
parlare di Giovanni l’evangelista, raccogliendo
nell’ultima catechesi prima delle vacanze i dati
essenziali che delineano la fisionomia di questo Apostolo.
Vorrei adesso concentrare l’attenzione sul contenuto del
suo insegnamento. Gli scritti di cui oggi, quindi, ci
vogliamo occupare sono il Vangelo e le Lettere che vanno
sotto il suo nome.
Se c'è
un argomento caratteristico che emerge negli scritti di
Giovanni, questo è l'amore. Non a caso ho voluto iniziare
la mia prima Lettera enciclica con le parole di questo
Apostolo: "Dio è amore (Deus caritas est);
chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in
lui" (1 Gv 4,16). E’ molto difficile trovare
testi del genere in altre religioni. E dunque tali
espressioni ci mettono di fronte ad un dato davvero
peculiare del cristianesimo. Certamente Giovanni non è
l'unico autore delle origini cristiane a parlare
dell'amore. Essendo questo un costitutivo essenziale del
cristianesimo, tutti gli scrittori del Nuovo Testamento ne
parlano, sia pur con accentuazioni diverse. Se ora ci
soffermiamo a riflettere su questo tema in Giovanni, è
perché egli ce ne ha tracciato con insistenza e in
maniera incisiva le linee principali. Alle sue parole,
dunque, ci affidiamo. Una cosa è certa: egli non ne fa
una trattazione astratta, filosofica, o anche teologica,
su che cosa sia l’amore. No, lui non è un teorico. Il
vero amore infatti, per natura sua, non è mai puramente
speculativo, ma dice riferimento diretto, concreto e
verificabile a persone reali. Ebbene, Giovanni come
apostolo e amico di Gesù ci fa vedere quali siano le
componenti o meglio le fasi dell'amore cristiano, un
movimento caratterizzato da tre momenti.
Il primo
riguarda la Fonte stessa dell’amore, che l’Apostolo
colloca in Dio, arrivando, come abbiamo sentito, ad
affermare che "Dio è amore" (1 Gv
4,8.16). Giovanni è l'unico autore del Nuovo Testamento a
darci quasi una specie di definizione di Dio. Egli dice,
ad esempio, che "Dio è Spirito" (Gv
4,24) o che "Dio è luce" (1 Gv 1,5). Qui
proclama con folgorante intuizione che "Dio è
amore". Si noti bene: non viene affermato
semplicemente che "Dio ama" e tanto meno che
"l'amore è Dio"! In altre parole: Giovanni non
si limita a descrivere l'agire divino, ma procede fino
alle sue radici. Inoltre, non intende attribuire una
qualità divina a un amore generico e magari impersonale;
non sale dall’amore a Dio, ma si volge direttamente a
Dio per definire la sua natura con la dimensione infinita
dell'amore. Con ciò Giovanni vuol dire che il costitutivo
essenziale di Dio è l’amore e quindi tutta l'attività
di Dio nasce dall’amore ed è improntata all'amore:
tutto ciò che Dio fa, lo fa per amore e con amore, anche
se non sempre possiamo subito capire che questo è amore,
il vero amore.
A questo
punto, però, è indispensabile fare un passo avanti e
precisare che Dio ha dimostrato concretamente il suo amore
entrando nella storia umana mediante la persona di Gesù
Cristo, incarnato, morto e risorto per noi. Questo è il
secondo momento costitutivo dell'amore di Dio. Egli non si
è limitato alle dichiarazioni verbali, ma, possiamo dire,
si è impegnato davvero e ha "pagato" in prima
persona. Come appunto scrive Giovanni, "Dio ha tanto
amato il mondo (cioè: tutti noi) da donare il suo Figlio
unigenito" (Gv 3,16). Ormai, l'amore di Dio
per gli uomini si concretizza e manifesta nell'amore di
Gesù stesso. Ancora Giovanni scrive: Gesù "avendo
amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla
fine" (Gv 13,1). In virtù di questo amore
oblativo e totale noi siamo radicalmente riscattati dal
peccato, come ancora scrive San Giovanni: "Figlioli
miei, ... se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato
presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è
propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i
nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo" (1
Gv 2,1-2; cfr 1 Gv 1,7). Ecco fin dove è
giunto l'amore di Gesù per noi: fino all'effusione del
proprio sangue per la nostra salvezza! Il cristiano,
sostando in contemplazione dinanzi a questo
"eccesso" di amore, non può non domandarsi
quale sia la doverosa risposta. E penso che sempre e di
nuovo ciascuno di noi debba domandarselo.
Questa
domanda ci introduce al terzo momento della dinamica
dell’amore: da destinatari recettivi di un amore che ci
precede e sovrasta, siamo chiamati all’impegno di una
risposta attiva, che per essere adeguata non può essere
che una risposta d’amore. Giovanni parla di un
"comandamento". Egli riferisce infatti queste
parole di Gesù: "Vi do un comandamento nuovo: che vi
amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così
amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv
13,34). Dove sta la novità a cui Gesù si riferisce? Sta
nel fatto che egli non si accontenta di ripetere ciò che
era già richiesto nell'Antico Testamento e che leggiamo
anche negli altri Vangeli: "Ama il prossimo tuo come
te stesso" (Lv 19,18; cfr Mt 22,37-39; Mc
12,29-31; Lc 10,27). Nell’antico precetto il
criterio normativo era desunto dall’uomo ("come te
stesso"), mentre nel precetto riferito da Giovanni
Gesù presenta come motivo e norma del nostro amore la sua
stessa persona: "Come io vi ho amati". E’ così
che l'amore diventa davvero cristiano, portando in sé la
novità del cristianesimo: sia nel senso che esso deve
essere indirizzato verso tutti senza distinzioni, sia
soprattutto in quanto deve pervenire fino alle estreme
conseguenze, non avendo altra misura che l’essere senza
misura. Quelle parole di Gesù, "come io vi ho
amati", ci invitano e insieme ci inquietano; sono una
meta cristologica che può apparire irraggiungibile, ma al
tempo stesso sono uno stimolo che non ci permette di
adagiarci su quanto abbiamo potuto realizzare. Non ci
consente di essere contenti di come siamo, ma ci spinge a
rimanere in cammino verso questa meta.
Quell'aureo
testo di spiritualità che è il piccolo libro del tardo
medioevo intitolato Imitazione di Cristo scrive in
proposito: "Il nobile amore di Gesù ci spinge a
operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre
più perfette. L'amore vuole stare in alto e non essere
trattenuto da nessuna bassezza. L'amore vuole essere
libero e disgiunto da ogni affetto mondano... l'amore
infatti è nato da Dio, e non può riposare se non in Dio
al di là di tutte le cose create. Colui che ama vola,
corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla.
Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché
trova riposo nel Solo grande che è sopra tutte le cose,
dal quale scaturisce e proviene ogni bene" (libro III,
cap. 5). Quale miglior commento del "comandamento
nuovo", enunciato da Giovanni? Preghiamo il Padre di
poterlo vivere, anche se sempre in modo imperfetto, così
intensamente da contagiarne quanti incontriamo sul nostro
cammino.
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