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UDIENZA GENERALE  (10 GENNAIO 2007) 

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 10 gennaio 2007

NELLA STORIA DELLA CHIESA NON MANCHERA’ MAI LA PERSECUZIONE, MA PROPRIO QUESTA DIVENTA FONTE DI MISSIONE: E’ QUANTO SOTTOLINEATO DAL PAPA ALL’UDIENZA GENERALE, DEDICATA ALLA FIGURA DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE. QUINDI, HA RIBADITO CHE LA CARITA’ NON PUO’ MAI ESSERE DISGIUNTA DALL’ANNUNCIO DEL VANGELO  

L'impegno per la carità non può essere disgiunto dall'annuncio evangelico: è l’esortazione rivolta da Benedetto XVI ai fedeli, nell’udienza generale in Aula Paolo VI. La catechesi del Papa è stata incentrata sulla figura e l’insegnamento di Santo Sfefano protomartire. “Nella storia della Chiesa – ha sottolineato – non mancherà mai la persecuzione”, ma proprio questa diventa “fonte di missione”. Il servizio di Alessandro Gisotti:

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“La Croce rimane sempre centrale nella vita della Chiesa”: è la riflessione di Benedetto XVI, che – nella sua seconda udienza generale del 2007 – si è soffermato sullo stretto legame tra persecuzione e missione. L’uccisione di Santo Stefano, ha ricordato, segna l’inizio della persecuzione contro i seguaci di Gesù, che da allora sono spinti ad uscire da Gerusalemme e ad annunciare, per la prima volta, il Vangelo ai pagani:  

“Nella storia della Chiesa non mancherà mai la passione, la persecuzione. E proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione di nuovi cristiani: ‘Noi cristiani ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani’”.  

Santo Stefano, ha proseguito, “ci insegna ad amare la Croce, perché la Croce è la strada attraverso la quale Cristo arriva sempre incontro a noi”. La Croce è dunque centrale nella vita di ogni singolo cristiano:  

“Anche nella nostra vita, la croce, che non ci mancherà mai, diventa benedizione. Accettando la croce, sapendo che croce diventa ed è benedizione, impariamo la gioia del cristianesimo anche nei momenti della difficoltà”.  

Un altro insegnamento forte lasciatoci da Santo Stefano, ha proseguito il Papa, è che carità e annuncio della Verità non vanno mai disgiunti:  

“Possiamo imparare dalla figura di Santo Stefano che carità e annuncio vanno sempre insieme”.  

Santo Stefano, ha aggiunto, ha annunciato Cristo con la carità, “fino al punto di accettare il martirio”. Un martirio modellato sulla stessa Passione di Gesù Cristo. Ancora, ha rammentato il legame tra Santo Stefano e San Paolo. “Saulo – ha avvertito – da persecutore diventa apostolo del Vangelo” e dopo l’incontro con Stefano riprende la sua lettura cristologica dell’Antico Testamento, mostrando che la comunione con Cristo rappresenta il compimento di tutta la legge. Così, in modo provvidenziale, accade che nella missione dell’Apostolo delle Genti si compia la testimonianza del primo martire della Chiesa.  

Ancora sulla figura di Santo Stefano, il Papa ha ricordato che egli faceva parte di sette uomini scelti dai discepoli per svolgere l’attività caritativa. Furono dunque presentati agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. Un gesto che può avere vari significati. “Si desume – ha detto Benedetto XVI - da quanto si legge nella prima lettera a Timoteo: non aver fretta di imporre le mani ad alcuno per non farti complice dei peccati altrui” che “il gesto dell’imposizione delle mani si sviluppa nella linea di un segno sacramentale”. Nel caso di Santo Stefano e compagni, ha spiegato, “si tratta certamente della trasmissione ufficiale da parte degli apostoli di un incarico e insieme dell’implorazione di una grazia per poter esercitarlo”.                  

Prima dell’udienza generale, Benedetto XVI ha visitato una mostra di presepi allestita nell’atrio dell’Aula Paolo VI. Un’esposizione di 20 presepi, opere di maestri del legno trentini, intitolata “Dolce Bambin Gesù”. Dopo la catechesi, al momento dei saluti, il Papa ha ricevuto dei simpatici omaggi: due magliette da calcio, entrambi con la scritta “Benedetto XVI”. La prima, color oro come quella della nazionale brasiliana, è stata donata da un gruppo di preti, la “Selecao Internazionale Sacerdoti calcio”; la seconda, bianca-rosso-azzurra da un gruppo di fedeli della Regione Campania.

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BENEDETTO XVI

Udienza generale

Cari fratelli e sorelle,

dopo il tempo delle feste ritorniamo alle nostre catechesi. Avevo meditato con voi le figure dei dodici Apostoli e di san Paolo. Poi abbiamo cominciato a riflettere sulle altre figure della Chiesa nascente e così oggi vogliamo soffermarci sulla persona di santo Stefano, festeggiato dalla Chiesa il giorno dopo Natale. Santo Stefano è il più rappresentativo di un gruppo di sette compagni. La tradizione vede in questo gruppo il germe del fututo ministero dei ‘diaconi’, anche se bisogna rilevare che questa denominazione è assente nel Libro degli Atti. L’importanza di Stefano risulta in ogno caso dal fatto che Luca, in questo suo importante libro, gli dedica due interi capitoli.

Il racconto lucano parte dalla constatazione di una suddivisione invalsa all’interno della primitiva Chiesa di Gerusalemme: questa era, sì, interamente composta da cristiani di origine ebraica, ma di questi alcuni erano originari della terra d'Israele ed erano detti «ebrei», mentre altri di fede ebraica veterotestamentaria provenivano dalla diaspora di lingua greca ed erano detti «ellenisti». Ecco il problema che si stava profilando: i più bisognosi tra gli ellenisti, specialmente le vedove sprovviste di ogni appoggio sociale, correvano il rischio di essere trascurati nell'assistenza per il sostentamento quotidiano. Per ovviare a questa difficoltà gli Apostoli, riservando a se stessi la preghiera e il ministero della Parola come loro centrale compito decisero di incaricare «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza» perché espletassero l'incarico dell’assistenza (At 6, 2-4), vale a dire del servizio sociale caritativo. A questo scopo, come scrive Luca, su invito degli Apostoli i discepoli elessero sette uomini. Ne abbiamo anche i nomi. Essi sono: «Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola. Li presentarono agli Apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani» (At 6,5-6).

Il gesto dell’imposizione delle mani può avere vari significati. Nell’Antico Testamento il gesto ha soprattutto il significato di trasmettere un incarico importante, come fece Mosè con Giosuè (cfr Nm 27,18-23), designando così il suo successore. In questa linea anche la Chiesa di Antiochia utilizzerà questo gesto per inviare Paolo e Barnaba in missione ai popoli del mondo (cfr At 13,3). Ad una analoga imposizione delle mani su Timoteo, per trasmettergli un incarico ufficiale, fanno riferimento le due Lettere paoline a lui indirizzate (cfr 1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6). Che si trattasse di un’azione importante, da compiere dopo discernimento, si desume da quanto si legge nella Prima Lettera a Timoteo: «Non aver fretta di imporre le mani ad alcuno, per non farti complice dei peccati altrui» (5,22). Quindi vediamo che il gesto dell’imposizione delle mani si sviluppa nella linea di un segno sacramentale. Nel caso di Stefano e compagni si tratta certamente della trasmissione ufficiale, da parte degli Apostoli, di un incarico e insieme dell’implorazione di una grazia per esercitarlo.

La cosa più importante da notare è che, oltre ai servizi caritativi, Stefano svolge pure un compito di evangelizzazione nei confronti dei connazionali, dei cosiddetti "ellenisti", Luca infatti insiste sul fatto che egli, «pieno di grazia e di fortezza» (At 6,8), presenta nel nome di Gesù una nuova interpretazione di Mosè e della stessa Legge di Dio, rilegge l’Antico Testamento nella luce dell’annuncio della morte e della risurrezione di Gesù. Questa rilettura dell’Antico Testamento, rilettura cristologica, provoca le reazioni dei Giudei che percepiscono le sue parole come una bestemmia (cfr At 6,11-14). Per questa ragione egli viene condannato alla lapidazione. E san Luca ci trasmette l'ultimo discorso del santo, una sintesi della sua predicazione. Come Gesù aveva mostrato ai discepoli di Emmaus che tutto l'Antico Testamento parla di lui, della sua croce e della sua risurrezione, così santo Stefano, seguendo l'insegnamento di Gesù, legge tutto l'Antico Testamento in chiave cristologica. Dimostra che il mistero della Croce sta al centro della storia della salvezza raccontata nell'Antico Testamento, mostra che realmente Gesù, il crocifisso e il risorto, è il punto di arrivo di tutta questa storia. E dimostra quindi anche che il culto del tempio è finito e che Gesù, il risorto, è il nuovo e vero "tempio". Proprio questo "no" al tempio e al suo culto provoca la condanna di santo Stefano, il quale, in questo momento — ci dice san Luca— fissando gli occhi al cielo vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra. E vedendo il cielo, Dio e Gesù, santo Stefano disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Segue il suo martirio, che di fatto è modellato sulla passione di Gesù stesso, in quanto egli consegna al "Signore Gesù" il proprio spirito e prega perché il peccato dei suoi uccisori non sia loro imputato (cfr At 7,59-60).

Il luogo del martirio di Stefano a Gerusalemme è tradizionalmente collocato poco fuori della Porta di Damasco, a nord, dove ora sorge appunto la chiesa di Saint- Étienne accanto alla nota École Biblique dei Domenicani. L'uccisione di Stefano, primo martire di Cristo, fu seguita da una persecuzione locale contro i discepoli di Gesù (cfr At 8,1), la prima verificatasi nella storia della Chiesa. Essa costituì l'occasione concreta che spinse il gruppo dei cristiani giudeo-ellenisti a fuggire da Gerusalemme e a disperdersi. Cacciati da Gerusalemme, essi si trasformarono in missionari itineranti: «Quelli che erano stati dispersi andavano per il paese e diffondevano la Parola di Dio» (At 8,4). La persecuzione e la conseguente dispersione diventano missione. Il Vangelo si propagò così nella Samaria, nella Fenicia e nella Siria fino alla grande città di Antiochia, dove secondo Luca esso fu annunciato per la prima volta anche ai pagani (cfr At 11,19-20) e dove pure risuonò per la prima volta il nome di «cristiani» (At 11,26).

In particolare, Luca annota che i lapidatori di Stefano «deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo» (At 7,58), lo stesso che da persecutore diventerà apostolo insigne del Vangelo. Ciò significa che il giovane Saulo doveva aver sentito la predicazione di Stefano, ed essere perciò a conoscenza dei contenuti principali. E san Paolo era probabilmente tra quelli che, seguendo e sentendo questo discorso, «fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui» (At 7, 54). E a questo punto possiamo vedere le meraviglie della Provvidenza divina. Saulo, avversario accanito della visione di Stefano, dopo l’incontro col Cristo risorto sulla via di Damasco, riprende la lettura cristologica dell'Antico Testamento fatta dal Protomartire, l'approfondisce e la completa, e così diventa l'«Apostolo delle Genti». La Legge è adempiuta, così egli insegna, nella croce di Cristo. E la fede in Cristo, la comunione con l'amore di Cristo è il vero adempimento di tutta la Legge. Questo è il contenuto della predicazione di Paolo. Egli dimostra così che il Dio di Abramo diventa il Dio di tutti. E tutti i credenti in Gesù Cristo, come figli di Abramo, diventano partecipi delle promesse. Nella missione di san Paolo si compie la visione di Stefano.

La storia di Stefano dice a noi molte cose. Per esempio, ci insegna che non bisogna mai disgiungere l'impegno sociale della carità dall'annuncio coraggioso della fede. Era uno dei sette incaricato soprattutto della carità. Ma non era possibile disgiungere carità e annuncio. Così, con la carità, annuncia Cristo crocifisso, fino al punto di accettare anche il martirio. Questo è la prima lezione che possiamo imparare dalla figura di santo Stefano: carità e annuncio vanno sempre insieme. Soprattutto, santo Stefano ci parla di Cristo, del Cristo crocifisso e risorto come centro della storia e della nostra vita. Possiamo comprendere che la Croce rimane sempre centrale nella vita della Chiesa e anche nella nostra vita personale. Nella storia della Chiesa non mancherà mai la passione, la persecuzione. E proprio la persecuzione diventa, secondo la celebre frase di Tertulliano, fonte di missione per i nuovi cristiani. Cito l sue parole: «Noi ci moltiplichiamo ogni volta che da voi siamo mietuti: è un seme il sangue dei cristiani» (Apologetico 50,13: Plures efficimur quoties metimur a vobis: semen est sanguis christianorum). Ma anche nella nostra vita la croce, che non mancherà mai, diventa benedizione. E accettando la croce, sapendo che essa diventa ed è benedizione, impariamo la gioia del cristiano anche nei momenti di difficoltà. Il valore della testimonianza è insostituibile, poiché ad essa conduce il Vangelo e di essa si nutre la Chiesa. Santo Stefano ci insegni a fare tesoro di queste lezioni, ci insegni ad amare la Croce, perché essa è la strada sulla quale Cristo arriva sempre di nuovo in mezzo a noi.

 

 

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