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UDIENZA
GENERALE (12 NOVEMBRE 2008) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
12 novembre 2006
Benedetto
XVI all'udienza generale: "Vieni Signore Gesù e
cambia le ingiustizie che si annidano nel mondo e nei
cuori degli uomini"
Cristo
che ha vinto la morte venga oggi, nel mondo del 21.mo
secolo, e lo rinnovi in tutte quelle situazioni che
parlano di drammi e ingiustizia: venga per il Darfur e per
il Nord Kivu, venga per l’indifferenza di chi ha
dimenticato Cristo e per chi ancora non lo conosce. Con
una improvvisata e intensa preghiera, Benedetto XVI ha
concluso questa mattina la catechesi dell’udienza
generale in Piazza San Pietro, ancora una volta ispirata
dagli insegnamenti di San Paolo, in particolare quelli
sulla parusia, ovvero il secondo ritorno di Cristo.
Il servizio di Alessandro De Carolis:
Non verrà dimenticata facilmente la preghiera finale
di questo mercoledì in Piazza San Pietro. Benedetto XVI,
dopo aver spiegato in modo più semplice rispetto al testo
ufficiale tutto ciò che San Paolo ha scritto nelle sue
Lettere sul ritorno glorioso di Cristo alla fine dei
tempi, apre letteralmente il cuore davanti alla folla. La
seconda venuta di Gesù, ha appena detto, è una
“responsabilità” per i cristiani che devono lavorare
e testimoniare il suo Vangelo nell’oggi della storia. Ma
questo, ha proseguito, non deve soffocare quell’anelito
proprio della fede cristiana che si traduce nelle parole
di un’antichissima invocazione: “Maranà thà!”,
“Vieni, Signore Gesù”. E improvvisamente quel
“vieni”, si moltiplica accorato sulle labbra del Papa
e diventa una preghiera, tanto spontanea quanto
emozionante, che abbraccia il mondo e l’umanità:
“Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi che
tu conosci. Vieni dove c'è ingiustizia e violenza. Vieni
nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in tanti
parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni anche
tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono solo
per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni nel
modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei
nostri cuori”.
“Ogni discorso cristiano - aveva affermato Benedetto
XVI introducendo la catechesi - parte sempre dall’evento
della risurrezione” il quale è in stretto rapporto sia
con il tempo presente, nel quale si costruisce il Regno di
Dio, sia con il futuro quando “Cristo consegnerà il
Regno al Padre”. San Paolo, ha osservato il Papa, spiega
che la parusia - all’inizio ritenuta imminente dai primi
cristiani - è un “motivo di salda speranza”, così
come lo è per i cristiani di venti secoli dopo:
“Alla fine saremo sempre con il Signore. E’
questo, al di là delle immagini, il messaggio essenziale:
il nostro futuro è ‘essere con il Signore’; in quanto
credenti, nella nostra vita noi siamo già con il Signore;
il nostro futuro, la vita eterna, è già cominciata”.
Tuttavia, ha proseguito il Pontefice, credere nel
ritorno di Gesù – vivere cioè nella “situazione fra
i tempi”, il presente e il futuro - non vuol dire per un
cristiano astrazione dalla vita di ogni giorno:
“L’attesa della parusia di Gesù non
dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario
crea responsabilità davanti al Giudice divino circa il
nostro agire in questo mondo. Proprio così cresce la
nostra responsabilità di lavorare in e per questo
mondo”.
In definitiva, ha concluso Benedetto XVI, dagli
insegnamenti di San Paolo si deducono alcuni punti fissi,
a partire dall’“universalità della chiamata alla
fede” alla certezza che il cristiano risorgerà “con
Cristo”: una certezza, questa, che vince ogni tipo di
paura, compresa quella della morte:
“Come in Cristo il mondo futuro è già
cominciato, questo dà anche certezza della speranza. Il
futuro non è un buio nel quale nessuno si orienta. Non è
così. Senza Cristo, anche oggi per il mondo il futuro è
buio, c'è tanta paura del futuro. Il cristiano sa che la
luce di Cristo è più forte e perciò vive in una
speranza non vaga, in una speranza che dà certezza e dà
coraggio per affrontare il futuro”.
Al termine delle catechesi in lingua, Benedetto XVI ha
salutato con calore il cardinale arcivescovo di Milano,
Dionigi Tettamanzi, venuto a Roma per consegnare al Papa i
primi due esemplari del nuovo Lezionario Ambrosiano. Nel
ringraziare la Chiesa milanese, il Pontefice ha definito
il dono un gesto “carico di significato ecclesiale” e
un “grande dono per l’intera Comunità ambrosiana”.
Sia per voi, ha soggiunto, “strumento prezioso per un
rinnovato impegno missionario nell’annunciare il Vangelo
in ogni ambito della società”.
BENEDETTO XVI
Udienza
generale
Cari
fratelli e sorelle,
il tema
della risurrezione, sul quale ci siamo soffermati la
scorsa settimana, apre una nuova prospettiva, quella
dell'attesa del ritorno del Signore, e perciò ci porta a
riflettere sul rapporto tra il tempo presente, tempo della
Chiesa e del Regno di Cristo, e il futuro (éschaton)
che ci attende, quando Cristo consegnerà il Regno al
Padre (cfr 1 Cor 15,24). Ogni discorso cristiano
sulle cose ultime, chiamato escatologia, parte
sempre dall’evento della risurrezione: in questo
avvenimento le cose ultime sono già incominciate e, in un
certo senso, già presenti.
Probabilmente
nell’anno 52 san Paolo ha scritto la prima delle sue
lettere, la prima Lettera ai Tessalonicesi, dove
parla di questo ritorno di Gesù, chiamato parusia,
avvento, nuova e definitiva e manifesta presenza (cfr
4,13-18). Ai Tessalonicesi, che hanno i loro dubbi e i
loro problemi, l'Apostolo scrive così: "Se infatti
crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche
Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono
morti" (4,14). E continua: "Prima risorgeranno i
morti in Cristo, quindi noi, che viviamo e che saremo
ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle
nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così
saremo sempre con il Signore" (4,16-17). Paolo
descrive la parusia di Cristo con accenti quanto
mai vivi e con immagini simboliche, che trasmettono però
un messaggio semplice e profondo: alla fine saremo sempre
con il Signore. E’ questo, al di là delle immagini, il
messaggio essenziale: il nostro futuro è "essere con
il Signore"; in quanto credenti, nella nostra vita
noi siamo già con il Signore; il nostro futuro, la vità
eterna, è già cominciata.
Nella
seconda Lettera ai Tessalonicesi Paolo cambia la
prospettiva; parla di eventi negativi, che dovranno
precedere quello finale e conclusivo. Non bisogna
lasciarsi ingannare – dice – come se il giorno del
Signore fosse davvero imminente, secondo un calcolo
cronologico: "Riguardo alla venuta del Signore nostro
Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo,
fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la
mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né
da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il
giorno del Signore sia già presente. Nessuno vi inganni
in alcun modo!" (2,1-3). Il prosieguo di questo testo
annuncia che prima dell’arrivo del Signore vi sarà
l'apostasia e dovrà essere rivelato un non meglio
identificato ‘uomo iniquo’, il ‘figlio della
perdizione’ (2,3), che la tradizione chiamerà poi
l’Anticristo. Ma l’intenzione di questa Lettera di san
Paolo è innanzitutto pratica; egli scrive: "Quando
eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa
regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi. Sentiamo
infatti che alcuni tra di voi vivono una vita disordina,
senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali,
esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di
guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità" (3,
10-12). In altre parole, l’attesa della parusia
di Gesù non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma
al contrario crea responsabilità davanti al Giudice
divino circa il nostro agire in questo mondo. Proprio così
cresce la nostra responsabilità di lavorare in e per
questo mondo. Vedremo la stessa cosa domenica prossima nel
Vangelo dei talenti, dove il Signore ci dice che ha
affidato talenti a tutti e il Giudice chiederà conto di
essi dicendo: Avete portato frutto? Quindi l’attesa del
ritorno implica responsabilità per questo mondo.
La stessa
cosa e lo stesso nesso tra parusia – ritorno del
Giudice/Salvatore – e impegno nostro nella nostra vita
appare in un altro contesto e con nuovi aspetti nella Lettera
ai Filippesi. Paolo è in carcere e aspetta la
sentenza che può essere di condanna a morte. In questa
situazione pensa al suo futuro essere con il Signore, ma
pensa anche alla comunità di Filippi che ha bisogno del
proprio padre, di Paolo, e scrive: "Per me infatti il
vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere
nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero
che cosa scegliere. Sono stretto infatti tra queste due
cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere
con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più
necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo,
so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a voi
tutti, per il progresso e la gioia della vostra fede,
affinchè il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre
più in Cristo Gesù, con il mio ritorno tra voi" (1,
21-26).
Paolo non
ha paura della morte, al contrario: essa indica infatti il
completo essere con Cristo. Ma Paolo partecipa anche dei
sentimenti di Cristo, il quale non ha vissuto per se, ma
per noi. Vivere per gli altri diventa il programma della
sua vita e perciò dimostra la sua perfetta disponibilità
alla volontà di Dio, a quel che Dio deciderà. È
disponibile soprattutto, anche in futuro, a vivere su
questa terra per gli altri, a vivere per Cristo, a vivere
per la sua viva presenza e così per il rinnovamento del
mondo. Vediamo che questo suo essere con Cristo crea una
grande libertà interiore: libertà davanti alla minaccia
della morte, ma libertà anche davanti a tutti gli impegni
e le sofferenze della vita. È semplicemente disponibile
per Dio e realmente libero.
E
passiamo adesso, dopo avere esaminato i diversi aspetti
dell'attesa della parusia del Cristo, a domandarci: quali
sono gli atteggiamenti fondamentali del cristiano riguardo
alla cose ultime: la morte, la fine del mondo? Il primo
atteggiamento è la certezza che Gesù è risorto, è col
Padre, e proprio così è con noi, per sempre. E nessuno
è più forte di Cristo, perché Egli è col Padre, è con
noi. Siamo perciò sicuri, liberati dalla paura. Questo
era un effetto essenziale della predicazione cristiana. La
paura degli spiriti, delle divinità era diffusa in tutto
il mondo antico. E anche oggi i missionari, insieme con
tanti elementi buoni delle religioni naturali, trovano la
paura degli spiriti, dei poteri nefasti che ci minacciano.
Cristo vive, ha vinto la morte e ha vinto tutti questi
poteri. In questa certezza, in questa libertà, in questa
gioia viviamo. Questo è il primo aspetto del nostro
vivere riguardo al futuro.
In
secondo luogo, la certezza che Cristo è con me. E come in
Cristo il mondo futuro è già cominciato, questo dà
anche certezza della speranza. Il futuro non è un buio
nel quale nessuno si orienta. Non è così. Senza Cristo,
anche oggi per il mondo il futuro è buio, c'è tanta
paura del futuro. Il cristiano sa che la luce di Cristo è
più forte e perciò vive in una speranza non vaga, in una
speranza che dà certezza e dà coraggio per affrontare il
futuro.
Infine,
il terzo atteggiamento. Il Giudice che ritorna — è
giudice e salvatore insieme — ci ha lasciato l’impegno
di vivere in questo mondo secondo il suo modo di vivere.
Ci ha consegnato i suoi talenti. Perciò il nostro terzo
atteggiamento è: responsabilità per il mondo, per i
fratelli davanti a Cristo, e nello stesso tempo anche
certezza della sua misericordia. Ambedue le cose sono
importanti. Non viviamo come se il bene e il male fossero
uguali, perché Dio può essere solo misericordioso.
Questo sarebbe un inganno. In realtà, viviamo in una
grande responsabilità. Abbiamo i talenti, siamo
incaricati di lavorare perché questo mondo si apra a
Cristo, sia rinnovato. Ma pur lavorando e sapendo nella
nostra responsabilità che Dio è giudice vero, siamo
anche sicuri che questo giudice è buono, conosciamo il
suo volto, il volto del Cristo risorto, del Cristo
crocifisso per noi. Perciò possiamo essere sicuri della
sua bontà e andare avanti con grande coraggio.
Un
ulteriore dato dell’insegnamento paolino riguardo
all'escatologia è quello dell’universalità della
chiamata alla fede, che riunisce Giudei e Gentili, cioè
i pagani, come segno e anticipazione della realtà
futura, per cui possiamo dire che noi sediamo già nei
cieli con Gesù Cristo, ma per mostrare nei secoli futuri
la ricchezza della grazia (cfr Ef 2,6s): il dopo
diventa un prima per rendere evidente lo stato
di incipiente realizzazione in cui viviamo. Ciò rende
tollerabili le sofferenze del momento presente, che non
sono comunque paragonabili alla gloria futura (cfr Rm
8,18). Si cammina nella fede e non in visione, e se anche
sarebbe preferibile andare in esilio dal corpo ed abitare
presso il Signore, quel che conta in definitiva, dimorando
nel corpo o esulando da esso, è che si sia graditi a Lui
(cfr 2 Cor 5,7-9).
Infine,
un ultimo punto che forse appare un po' difficile per noi.
San Paolo alla conclusione della sua seconda Lettera ai
Corinzi ripete e mette in bocca anche ai Corinzi una
preghiera nata nelle prime comunità cristiane dell'area
palestinese: Maranà, thà! che letteralmente
significa "Signore nostro, vieni!" (16,22). Era
la preghiera della prima cristianità, e anche l'ultimo
libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse, si chiude con
questa preghiera: "Signore, vieni!". Possiamo
pregare anche noi così? Mi sembra che per noi oggi, nella
nostra vita, nel nostro mondo, sia difficile pregare
sinceramente perché perisca questo mondo, perché venga
la nuova Gerusalemme, perchè venga il giudizio ultimo e
il giudice, Cristo. Penso che se sinceramente non osiamo
pregare così per molti motivi, tuttavia in un modo giusto
e corretto anche noi possiamo dire, con la prima
cristianità: "Vieni, Signore Gesù!". Certo,
non vogliamo che adesso venga la fine del mondo. Ma,
d'altra parte, vogliamo anche che finisca questo mondo
ingiusto. Vogliamo anche noi che il mondo sia
fondamentalmente cambiato, che incominci la civiltà
dell'amore, che arrivi un mondo di giustizia, di pace,
senza violenza, senza fame. Tutto questo vogliamo: e come
potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza la
presenza di Cristo non arriverà mai un mondo realmente
giusto e rinnovato. E anche se in un altro modo,
totalmente e in profondità, possiamo e dobbiamo dire
anche noi, con grande urgenza e nelle circostanze del
nostro tempo: Vieni, Signore! Vieni nel tuo modo, nei modi
che tu conosci. Vieni dove c'è ingiustizia e violenza.
Vieni nei campi di profughi, nel Darfur, nel Nord Kivu, in
tanti parti del mondo. Vieni dove domina la droga. Vieni
anche tra quei ricchi che ti hanno dimenticato, che vivono
solo per se stessi. Vieni dove tu sei sconosciuto. Vieni
nel modo tuo e rinnova il mondo di oggi. Vieni anche nei
nostri cuori, vieni e rinnova il nostro vivere, vieni nel
nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire luce di
Dio, presenza tua. In questo senso preghiamo con san
Paolo: Maranà, thà! "Vieni, Signore Gesù!",
e preghiamo perché Cristo sia realmente presente oggi nel
nostro mondo e lo rinnovi.
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