|
UDIENZA
GENERALE (14 DICEMBRE 2011) |
Radio
Vaticana, 14 dicembre 2011
Il Papa
all'udienza generale: nella preghiera cerchiamo non tanto
i doni ma il volto di Colui che dona
◊ Si prega Dio non per avere un
immediato riscontro della propria richiesta, ma per
ottenerne l’amicizia, poiché “il Donatore è più
prezioso del dono”. È l’insegnamento che Benedetto
XVI ha proposto all’udienza generale di questa mattina
in Aula Paolo VI, dove ha parlato della preghiera di Gesù
e della sua “azione guaritrice” che appare nei
Vangeli. Alla fine, il Papa ha ringraziato fra gli altri i
finanziatori e i realizzatori del restauro della scultura
“La Resurrezione”, che domina l’Aula Paolo VI da
oltre 30 anni. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Un sordomuto ignorato dalla folla e un caro amico
appena scomparso. Due situazioni che non avrebbero in
comune niente se non fosse che entrambe “incrociano”
la strada di Gesù e gli permettono di manifestare
pubblicamente quel suo particolarissimo modo umano-divino
di pregare il Padre, che – ha affermato Benedetto XVI
– dovrebbe essere il modo di pregare di ogni cristiano.
La guarigione del sordomuto, narrata dal Vangelo di Marco,
ne è un esempio eloquente. Gesù lo trae in disparte, lo
tocca nei punti della sua infermità, emette un sospiro
verso di lui guardando il cielo:
“L’insieme del racconto, allora, mostra che il
coinvolgimento umano con il malato porta Gesù alla
preghiera. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico
con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito (...)
Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la
preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che
ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla
compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre”.
Il secondo episodio presentato dal Papa è quello della
risurrezione di Lazzaro, ovvero il più celebre esempio
dell’umanità e della divinità di Gesù, il quale non
sa trattenere le lacrime per la perdita dell’amico,
senza che tuttavia questo “profondo dolore” – ha
constatato Benedetto XVI – perda il suo “chiaro
riferimento con Dio” e la “missione gli ha
affidato”. È il “doppio registro”, lo ha chiamato
il Papa, della preghiera di Cristo, per cui mentre Gesù
implora la vita per Lazzaro”, la sua malattia e morte
“vanno considerate il luogo in cui si manifesta la
gloria di Dio”:
“Ciascuno di noi è chiamato a comprendere che
nella preghiera di domanda al Signore non dobbiamo
attenderci un compimento immediato di ciò che noi
chiediamo, della nostra volontà, ma affidarci piuttosto
alla volontà del Padre, leggendo ogni evento nella
prospettiva della sua gloria, del suo disegno di amore,
spesso misterioso ai nostri occhi”.
Qui è racchiusa l’essenza della preghiera, che
Benedetto XVI ha spiegato prendendo a prestito le parole
del Catechismo della Chiesa Cattolica: “Prima che il
dono venga concesso, Gesù aderisce a Colui che dona e che
nei suoi doni dona se stesso”:
“Questo mi sembra molto importante: prima che il
dono venga concesso, aderire a Colui che dona; il donatore
è più prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là
di ciò che Dio ci da quando lo invochiamo, il dono più
grande che può darci è la sua amicizia, la sua presenza,
il suo amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e
custodire sempre”.
Con la sua preghiera, ha ripetuto il Papa, Gesù vuole
condurre “alla fiducia totale in Dio e nella sua volontà”,
mostrare che Dio “porta speranza ed è capace di
rovesciare le situazioni umanamente impossibili”. “La
nostra preghiera – ha concluso Benedetto XVI...
“...apre la porta a Dio, che ci insegna ad uscire
costantemente da noi stessi per essere capaci di farci
vicini agli altri, specialmente nei momenti di prova, per
portare loro consolazione, speranza e luce”.
Al momento dei saluti conclusivi, il Papa ne ha
rivolto uno particolare alla comunità dei Legionari di
Cristo e ai rappresentanti dell’Associazione Regnum
Christi, entrambi a Roma per l’ordinazione di cinquanta
nuovi sacerdoti. “Il Signore – ha detto loro – vi
sostenga nel vostro ministero, affinché possiate attuare
con gioia e fedeltà la vostra missione a servizio del
Vangelo”. Quindi ha ringraziato quanti, ha detto,
“hanno promosso, finanziato, e realizzato il restauro
della celebre scultura denominata ‘La
Resurrezione’”, che da 34 anni catalizza gli sguardi
di chi entra nell’Aula Paolo VI. Fu proprio Papa
Montini, ha ricordato, a volere l’opera del maestro
Pericle Fazzini:
“Dopo un periodo di accurati lavori, oggi abbiamo
la gioia di ammirare in tutto il suo originario splendore
quest’opera d’arte e di fede”.
UDIENZA
GENERALE
Aula
Paolo VI
Mercoledì, 14 dicembre 2011
La
preghiera di fronte all'azione benefica e sanante di Dio
Cari
fratelli e sorelle,
oggi
vorrei riflettere con voi sulla preghiera di Gesù legata
alla sua prodigiosa azione guaritrice. Nei Vangeli sono
presentate varie situazioni in cui Gesù prega di fronte
all’opera benefica e sanante di Dio Padre, che agisce
attraverso di Lui. Si tratta di una preghiera che, ancora
una volta, manifesta il rapporto unico di conoscenza e di
comunione con il Padre, mentre Gesù si lascia coinvolgere
con grande partecipazione umana nel disagio dei suoi
amici, per esempio di Lazzaro e della sua famiglia, o dei
tanti poveri e malati che Egli vuole aiutare
concretamente.
Un caso
significativo è la guarigione del sordomuto (cfr Mc
7,32-37). Il racconto dell’evangelista Marco – appena
sentito – mostra che l’azione sanante di Gesù è
connessa con un suo intenso rapporto sia con il prossimo -
il malato -, sia con il Padre. La scena del miracolo è
descritta con cura così: «Lo prese in disparte, lontano
dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la
saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il
cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”,
“Apriti”» (7,33-34). Gesù vuole che la guarigione
avvenga «in disparte, lontano dalla folla». Ciò non
sembra dovuto soltanto al fatto che il miracolo deve
essere tenuto nascosto alla gente per evitare che si
formino interpretazioni limitative o distorte della
persona di Gesù. La scelta di portare il malato in
disparte fa sì che, al momento della guarigione, Gesù e
il sordomuto si trovino da soli, avvicinati in una
singolare relazione. Con un gesto, il Signore tocca le
orecchie e la lingua del malato, ossia le sedi specifiche
della sua infermità. L’intensità dell’attenzione di
Gesù si manifesta anche nei tratti insoliti della
guarigione: Egli impiega le proprie dita e, persino, la
propria saliva. Anche il fatto che l’Evangelista riporti
la parola originale pronunciata dal Signore - «Effatà»,
ossia «Apriti!» - evidenzia il carattere singolare della
scena.
Ma il
punto centrale di questo episodio è il fatto che Gesù,
al momento di operare la guarigione, cerca direttamente il
suo rapporto con il Padre. Il racconto dice, infatti, che
Egli «guardando … verso il cielo, emise un sospiro»
(v. 34). L’attenzione al malato, la cura di Gesù verso
di lui, sono legati ad un profondo atteggiamento di
preghiera rivolta a Dio. E l’emissione del sospiro è
descritta con un verbo che nel Nuovo Testamento indica
l’aspirazione a qualcosa di buono che ancora manca (cfr Rm
8,23). L’insieme del racconto, allora, mostra che il
coinvolgimento umano con il malato porta Gesù alla
preghiera. Ancora una volta riemerge il suo rapporto unico
con il Padre, la sua identità di Figlio Unigenito. In
Lui, attraverso la sua persona, si rende presente
l’agire sanante e benefico di Dio. Non è un caso che il
commento conclusivo della gente dopo il miracolo ricordi
la valutazione della creazione all’inizio della Genesi:
«Ha fatto bene ogni cosa» (Mc 7,37).
Nell’azione guaritrice di Gesù entra in modo chiaro la
preghiera, con il suo sguardo verso il cielo. La forza che
ha sanato il sordomuto è certamente provocata dalla
compassione per lui, ma proviene dal ricorso al Padre. Si
incontrano queste due relazioni: la relazione umana di
compassione con l'uomo, che entra nella relazione con Dio,
e diventa così guarigione.
Nel
racconto giovanneo della risurrezione di Lazzaro, questa
stessa dinamica è testimoniata con un’evidenza ancora
maggiore (cfr Gv 11,1-44). Anche qui
s’intrecciano, da una parte, il legame di Gesù con un
amico e con la sua sofferenza e, dall’altra, la
relazione filiale che Egli ha con il Padre. La
partecipazione umana di Gesù alla vicenda di Lazzaro ha
tratti particolari. Nell’intero racconto è
ripetutamente ricordata l’amicizia con lui, come pure
con le sorelle Marta e Maria. Gesù stesso afferma: «Lazzaro,
il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a
svegliarlo» (Gv 11,11). L’affetto sincero per
l’amico è evidenziato anche dalle sorelle di Lazzaro,
come pure dai Giudei (cfr Gv 11,3; 11,36), si
manifesta nella commozione profonda di Gesù alla vista
del dolore di Marta e Maria e di tutti gli amici di
Lazzaro e sfocia nello scoppio di pianto – così
profondamente umano - nell’avvicinarsi alla tomba: «Gesù
allora, quando … vide piangere [Marta], e piangere anche
i Giudei che erano venuti con lei, si commosse
profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete
posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”.
Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,33-35).
Questo
legame di amicizia, la partecipazione e la commozione di
Gesù davanti al dolore dei parenti e conoscenti di
Lazzaro, si collega, in tutto il racconto, con un continuo
e intenso rapporto con il Padre. Fin dall’inizio,
l’avvenimento è letto da Gesù in relazione con la
propria identità e missione e con la glorificazione che
Lo attende. Alla notizia della malattia di Lazzaro,
infatti, Egli commenta: «Questa malattia non porterà
alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per
mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv
11,4). Anche l’annuncio della morte dell’amico viene
accolto da Gesù con profondo dolore umano, ma sempre in
chiaro riferimento al rapporto con Dio e alla missione che
gli ha affidato; dice: «Lazzaro è morto e io sono
contento per voi di non essere stato là, affinché voi
crediate» (Gv 11,14-15). Il momento della
preghiera esplicita di Gesù al Padre davanti alla tomba,
è lo sbocco naturale di tutta la vicenda, tesa su questo
doppio registro dell’amicizia con Lazzaro e del rapporto
filiale con Dio. Anche qui le due relazioni vanno insieme.
«Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo
grazie perché mi hai ascoltato”» (Gv 11,41): è
una eucaristia. La frase rivela che Gesù non ha lasciato
neanche per un istante la preghiera di domanda per la vita
di Lazzaro. Questa preghiera continua, anzi, ha rafforzato
il legame con l’amico e, contemporaneamente, ha
confermato la decisione di Gesù di rimanere in comunione
con la volontà del Padre, con il suo piano di amore, nel
quale la malattia e la morte di Lazzaro vanno considerate
come un luogo in cui si manifesta la gloria di Dio.
Cari
fratelli e sorelle, leggendo questa narrazione, ciascuno
di noi è chiamato a comprendere che nella preghiera di
domanda al Signore non dobbiamo attenderci un compimento
immediato di ciò che noi chiediamo, della nostra volontà,
ma affidarci piuttosto alla volontà del Padre, leggendo
ogni evento nella prospettiva della sua gloria, del suo
disegno di amore, spesso misterioso ai nostri occhi. Per
questo, nella nostra preghiera, domanda, lode e
ringraziamento dovrebbero fondersi assieme, anche quando
ci sembra che Dio non risponda alle nostre concrete
attese. L’abbandonarsi all’amore di Dio, che ci
precede e ci accompagna sempre, è uno degli atteggiamenti
di fondo del nostro dialogo con Lui. Il Catechismo
della Chiesa Cattolica commenta così la preghiera
di Gesù nel racconto della risurrezione di Lazzaro: «Introdotta
dal rendimento di grazie, la preghiera di Gesù ci rivela
come chiedere: prima che il dono venga concesso, Gesù
aderisce a colui che dona e che nei suoi doni dona se
stesso. Il Donatore è più prezioso del dono accordato;
è il “Tesoro”, ed il cuore del Figlio suo è in lui;
il dono viene concesso “in aggiunta” (cfr Mt
6,21 e 6,33)» (2604).
Questo mi sembra molto importante: prima che il dono venga
concesso, aderire a Colui che dona; il donatore è più
prezioso del dono. Anche per noi, quindi, al di là di ciò
che Dio ci da quando lo invochiamo, il dono più grande
che può darci è la sua amicizia, la sua presenza, il suo
amore. Lui è il tesoro prezioso da chiedere e custodire
sempre.
La
preghiera che Gesù pronuncia mentre viene tolta la pietra
dall’ingresso della tomba di Lazzaro, presenta poi uno
sviluppo singolare ed inatteso. Egli, infatti, dopo avere
ringraziato Dio Padre, aggiunge: «Io sapevo che mi dai
sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta
attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv
11,42). Con la sua preghiera, Gesù vuole condurre alla
fede, alla fiducia totale in Dio e nella sua volontà, e
vuole mostrare che questo Dio che ha tanto amato l’uomo
e il mondo da mandare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv
3,16), è il Dio della Vita, il Dio che porta speranza ed
è capace di rovesciare le situazioni umanamente
impossibili. La preghiera fiduciosa di un credente,
allora, è una testimonianza viva di questa presenza di
Dio nel mondo, del suo interessarsi all’uomo, del suo
agire per realizzare il suo piano di salvezza.
Le due
preghiere di Gesù meditate adesso, che accompagnano la
guarigione del sordomuto e la risurrezione di Lazzaro,
rivelano che il profondo legame tra l’amore a Dio e
l’amore al prossimo deve entrare anche nella nostra
preghiera. In Gesù, vero Dio e vero uomo, l’attenzione
verso l’altro, specialmente se bisognoso e sofferente,
il commuoversi davanti al dolore di una famiglia amica, Lo
portano a rivolgersi al Padre, in quella relazione
fondamentale che guida tutta la sua vita. Ma anche
viceversa: la comunione con il Padre, il dialogo costante
con Lui, spinge Gesù ad essere attento in modo unico alle
situazioni concrete dell’uomo per portarvi la
consolazione e l’amore di Dio. La relazione con l'uomo
ci guida verso la relazione con Dio, e quella con Dio ci
guida di nuovo al prossimo.
Cari
fratelli e sorelle, la nostra preghiera apre la porta a
Dio, che ci insegna ad uscire costantemente da noi stessi
per essere capaci di farci vicini agli altri, specialmente
nei momenti di prova, per portare loro consolazione,
speranza e luce. Il Signore ci conceda di essere capaci di
una preghiera sempre più intensa, per rafforzare il
nostro rapporto personale con Dio Padre, allargare il
nostro cuore alle necessità di chi ci sta accanto e
sentire la bellezza di essere «figli nel Figlio» insieme
con tanti fratelli. Grazie.
Saluti:
Je salue
les pèlerins francophones, en particulier la délégation
venue de Nouvelle-Calédonie, le groupe de Nice et de la
Trinité. Un lien profond existe entre l’amour de Dieu
et l’amour du prochain. Comme Jésus, soyons attentifs
aux personnes qui nous entourent, surtout celles qui
souffrent. Apportons-leur la consolation et l’espérance
que nous trouvons en Dieu. Bonne préparation de Noël !
Avec ma Bénédiction apostolique.
I offer a
warm welcome to all the English-speaking visitors present,
including the groups from Vietnam, Nigeria and the United
States. As we prepare to celebrate the Saviour’s birth
at Christmas, I cordially invoke upon you and your
families his abundant blessings of joy and peace!
Einen
frohen Gruß richte ich an alle deutschsprachigen Pilger
und Gäste. Auch durch unser Leben soll Gottes
Herrlichkeit sichtbar werden. Wir wollen Christus bitten,
daß er unsere persönliche Beziehung zu Gott stärkt, daß
er uns das Herz zugleich weit macht für die Bedürfnisse
und Nöte dieser Welt und der Menschen. Euch allen schenke
der Herr einen gesegneten Advent.
Saludo
cordialmente a los peregrinos de lengua española, en
particular a la Delegación del Estado de Puebla, México,
con su Gobernador, Licenciado Rafael Moreno Rosas.
Agradezco su presencia y las muestras de la rica artesanía
mexicana que han traído, y espero, con la ayuda de Dios,
poder ser yo esta vez quien visite su País. Agradezco
también la presencia de los peregrinos de España y otros
países latinoamericanos. Invito a todos a reforzar
nuestra relación personal con Dios mediante la oración,
que nos hará también más hermanos ente nosotros. Muchas
gracias.
Saúdo
cordialmente os grupos brasileiros da diocese de Pato de
Minas e da paróquia de Silvânia e restantes peregrinos
de língua portuguesa, a todos recordando que a oração
abre a porta da nossa vida a Deus. E Deus ensina-nos a
sair de nós mesmos para ir ao encontro dos outros que
vivem na prova, dando-lhes consolação, esperança e luz.
De coração, a todos abençôo em nome do Senhor.
Saluto
in lingua polacca:
Pozdrawiam
serdecznie uczestniczących w tej audiencji Polaków.
Modlitwa Chrystusa, o której mowa w dzisiejszej
katechezie, wyrasta z Jego synowskiej ufności do Ojca,
zgodności z Jego wolą, z pewności, że
zostanie wysłuchana. Od Jezusa uczmy się takiej
modlitwy. Niech modlitwa umacnia naszą więź
z Bogiem, przemienia nasze życie i uwrażliwia
nas na potrzeby bliźnich. Prośmy, by nasze serca
doznały uzdrawiającego działania Boga.
Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.
Traduzione
italiana:
Saluto
cordialmente i Polacchi partecipanti a questa udienza. La
preghiera di Cristo, della quale tratta la catechesi
odierna, nasce dalla Sua filiale fiducia verso il Padre,
dall’accordo con la Sua volontà, dalla sicurezza che
essa sarà esaudita. Impariamo da Gesù tale preghiera.
Che essa rafforzi il nostro rapporto con Dio, cambi la
nostra vita, ci faccia sensibili alle necessità del
prossimo. Preghiamo perchè i nostri cuori sperimentino
l’azione risanatrice di Dio. Sia lodato Gesù Cristo.
Saluto
in lingua ucraina:
Щиро
вітаю
прочан з
України,
особливо,
вірних з
Мукачівської
Єпархії,
що
прибули iз
своїм
архипастирем
владикою
Міланом
Шашіком.
Всім вам
бажаю з
живою
вірою
пережити
час
приготування
до вже
близького
Різдва.
Слава
Ісусу
Христу!
Traduzione
italiana:
Rivolgo
un cordiale saluto ai pellegrini provenienti
dall’Ucraina, in particolare ai fedeli dell’Eparchia
di Mukachevo, accompagnati dal loro Pastore Mons. Milan
Sasik. A tutti auguro di vivere con intensa fede questo
tempo di preparazione al Natale ormai vicino. Sia lodato
Gesù Cristo!
* * *
Rivolgo
un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In
particolare, saluto la comunità dei Legionari di Cristo,
presenti numerosi a questo incontro, insieme con i
rappresentanti dell’Associazione Regnum Christi,
venuti a Roma per l’ordinazione di cinquanta nuovi
sacerdoti. Il Signore vi sostenga nel vostro ministero,
affinché possiate attuare con gioia e fedeltà la vostra
missione a servizio del Vangelo. Saluto la comunità del
Seminario Vescovile di San Miniato, qui convenuta con il
Vescovo Mons. Fausto Tardelli, la Comunità del Pontificio
Ateneo Regina Apostolorum di Roma e i
rappresentanti della Federazione Italiana delle Comunità
Terapeutiche.
Saluto e
ringrazio quanti hanno promosso, finanziato, e realizzato
il restauro della celebre scultura denominata “La
Resurrezione” del maestro Pericle Fazzini, che il Servo
di Dio Paolo VI ha voluto in quest’Aula e che potete
vedere davanti a voi. Dopo un periodo di accurati lavori,
oggi abbiamo la gioia di ammirare in tutto il suo
originario splendore quest’opera d’arte e di fede.
Il mio
pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi
novelli. A voi, cari giovani, auguro di disporre i vostri
cuori ad accogliere Gesù, che ci salva con la potenza del
suo amore. A voi, cari malati, che sperimentate ancor più
il peso della croce, le prossime feste natalizie apportino
serenità e conforto. E voi, cari sposi novelli, crescete
sempre più in quell'amore che Gesù nel suo Natale è
venuto a donarci.
©
Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
|
|