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UDIENZA
GENERALE (14 GENNAIO 2009) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
14 gennaio 2009
Il
Papa all'udienza generale: con Cristo le paure si
dissolvono e si impara a rispettare il Creato. Il saluto
alle famiglie riunite a Città del Messico
Cristo
è superiore a qualsiasi forma di potere che possa
“umiliare l’uomo” e dunque essere parte del suo
Corpo, cioè la Chiesa, vuol dire essere protetti da ogni
avversità. La catechesi paolina del mercoledì,
sviluppata da Benedetto XVI ormai da lunghi mesi, ha
aggiunto un nuovo capitolo all’udienza generale di
questa mattina. Il Papa l’ha presieduta in Aula Paolo
VI, dedicandola alle Lettere scritte da San Paolo ai
Colossesi e agli Efesini e terminandola con un saluto ai
partecipanti al sesto Incontro mondiale delle famiglie,
che oggi si inaugura a Città del Messico. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
“Lettere gemelle” le ha ribattezzate l’esegesi.
Al punto che più di un terzo delle parole scritte da
Paolo alla comunità dei Colossesi si ritrova in modo
pressoché identico in quella inviata ai cristiani di
Efeso. Ma soprattutto lettere che danno sostanza ad alcuni
concetti basilari del bimillenario magistero della Chiesa:
Cristo “capo” della Chiesa - nel senso di guida ma
anche di forza vivificatrice - ma anche Cristo Signore del
cosmo, e la Chiesa sposa di Cristo. Benedetto XVI ha
sviluppato questi caposaldi dell’insegnamento paolino
affermando che entrambe le Lettere...
“...ci consegnano un messaggio altamente positivo
e fecondo. Questo: Cristo non ha da temere nessun
eventuale concorrente, perché è superiore a ogni
qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare
l'uomo. Solo Lui 'ci ha amati e ha dato se stesso per noi'.
Perciò, se siamo uniti a Cristo, non dobbiamo temere
nessun nemico e nessuna avversità; ma ciò significa
dunque che dobbiamo tenerci ben saldi a Lui, senza
allentare la presa (…) Mi sembra che questo sia
importante anche per noi, che dobbiamo imparare a far
fronte a tutte le paure, perché Lui è sopra ogni
dominazione, è il vero Signore del mondo”.
In quanto “orma di Dio”, Cristo è il Signore anche
del cosmo, ha detto il Papa, ricordando l’iconografia
bizantina che spesso lo ritrae - nelle absidi delle Chiese
- in veste di Pantokràtor, “seduto in alto sul mondo
intero”. Una visione, ha osservato il Pontefice, “che
è concepibile solo da parte della Chiesa, per due motivi:
“Sia in quanto la Chiesa riconosce che in qualche
modo Cristo è più grande di lei, dato che la sua
signoria si estende anche al di là dei suoi confini, e
sia in quanto solo la Chiesa è qualificata come Corpo di
Cristo, non il cosmo. Tutto questo significa che noi
dobbiamo considerare positivamente le realtà terrene,
poiché Cristo le ricapitola in sé, e in pari tempo
dobbiamo vivere in pienezza la nostra specifica identità
ecclesiale, che è la più omogenea all'identità di
Cristo stesso”.
La signoria di Cristo sulla Chiesa - sua “reale
sposa” - e sul cosmo, ha proseguito Benedetto XVI, è in
ultima analisi il segno “dell’imperscrutabile disegno
divino sulle sorti dell’uomo, dei popoli e del mondo”.
In una semplice parola - che San Paolo usa a più riprese
- un “mistero”, sul quale il Papa ha invitato i
credenti ad aprire gli occhi del cuore più che della
mente:
“Con questo linguaggio le due Epistole ci dicono
che è in Cristo che si trova il compimento di questo
mistero. Se siamo con Cristo, anche se non possiamo
intellettualmente capire tutto, sappiamo di essere nel
nucleo del 'mistero' e sulla strada della verità (...) e,
riconoscendo che molte cose stanno al di là delle nostre
capacità razionali, ci si deve affidare alla
contemplazione umile e gioiosa non solo della mente ma
anche del cuore. I Padri della Chiesa, del resto, ci
dicono che l’amore comprende di più che la sola
ragione”.
Dunque, ha concluso il Pontefice, in mondo come il
nostro spesso, neopagano e “pieno di paure”, il
dominio di Cristo ci insegna che non abbiamo nulla da
temere e ci insegna anche il corretto rapporto con il
Creato:
“Se cominciamo a capire che il cosmo è l'impronta
di Cristo, impariamo il nostro retto rapporto con il
cosmo, con tutti i problemi della conservazione del cosmo.
Impariamo a vederlo con la ragione, ma con una ragione
mossa dall’amore, e con l’umiltà e il rispetto che
consentono di agire in modo retto”.
Al termine dell’udienza generale e alle catechesi in
sintesi, oggi lette in sette lingue, Benedetto XVI ha
inviato un saluto speciale ai partecipanti al sesto
Incontro mondiale delle famiglie, che oggi si apre a Città
del Messico:
“Possa questo importante evento ecclesiale
manifestare ancora una volta la bellezza e il valore della
famiglia, suscitando in tutti nuove energie in favore di
questa insostituibile cellula fondamentale della società
e della Chiesa”.
E in ideale sintonia con quanto affermato sulle
famiglie che vivono il Vangelo, un momento di commozione
si è avuto quando il Papa si è avvicinato per un saluto
al piccolo Pietro Schilirò, il bambino monzese guarito
miracolosamente per intercessione dei Beati Luigi e Zelia
Martin, papà e mamma di Santa Teresa di Lisieux, elevati
all'onore degli altari il 19 ottobre scorso e le cui
reliquie sono in questi giorni esposte nella Basilica di
San Pietro.
UDIENZA
GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 14 gennaio 2009
Cari
fratelli e sorelle,
tra le
Lettere dell'epistolario paolino, ce ne sono due, quelle
ai Colossesi e agli Efesini, che in una certa misura si
possono considerare gemelle. Infatti, l'una e l'altra
hanno dei modi di dire che si trovano solo in esse, ed è
stato calcolato che più di un terzo delle parole della Lettera
ai Colossesi si trova anche in quella agli Efesini.
Per esempio, mentre in Colossesi si legge
letteralmente l'invito a "esortarvi con salmi, inni,
canti spirituali, con gratitudine cantando a Dio con i
vostri cuori" (Col 3,16), in Efesini si
raccomanda ugualmente di "parlare tra di voi con
salmi e inni e canti spirituali, cantando e lodando il
Signore con il vostro cuore" (Ef 5,19).
Potremmo meditare su queste parole: il cuore deve cantare,
e così anche la voce, con salmi e inni per entrare nella
tradizione della preghiera di tutta la Chiesa dell'Antico
e del Nuovo Testamento; impariamo così ad essere insieme
con noi e tra noi, e con Dio. Inoltre, in entrambe le Lettere
si trova un cosiddetto "codice domestico",
assente nelle altre Lettere paoline, cioè una serie di
raccomandazioni rivolte a mariti e mogli, a genitori e
figli, a padroni e schiavi (cfr rispettivamente Col
3,18-4,1 e Ef 5,22-6,9).
Più
importante ancora è constatare che solo in queste due Lettere
è attestato il titolo di "capo", kefalé,
dato a Gesù Cristo. E questo titolo viene impiegato a
un doppio livello. In un primo senso, Cristo è inteso
come capo della Chiesa (cfr Col 2,18-19 e Ef
4,15-16). Ciò significa due cose: innanzitutto, che egli
è il governante, il dirigente, il responsabile che guida
la comunità cristiana come suo leader e suo Signore (cfr Col
1,18: "Egli è il capo del corpo, cioè della
Chiesa"; e poi l’altro significato è che lui è
come la testa che innerva e vivifica tutte le membra del
corpo a cui è preposta (infatti, secondo Col 2,19
bisogna "tenersi fermi al capo, dal quale tutto il
corpo riceve sostentamento e coesione"): cioè non è
solo uno che comanda, ma uno che organicamente è connesso
con noi, dal quale viene anche la forza di agire in modo
retto.
In
entrambi i casi, la Chiesa è considerata sottoposta a
Cristo, sia per seguire la sua superiore conduzione - i
comandamenti -, sia anche per accogliere tutti gli
influssi vitali che da Lui promanano. I suoi comandamenti
non sono solo parole, comandi, ma sono forze vitali che
vengono da Lui e ci aiutano.
Questa
idea è particolarmente sviluppata in Efesini, dove
persino i ministeri della Chiesa, invece di essere
ricondotti allo Spirito Santo (come 1 Cor 12) sono
conferiti dal Cristo risorto: è Lui che "ha
stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri
come evangelisti, altri come pastori e maestri"
(4,11). Ed è da Lui che "tutto il corpo, ben
compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni
giuntura, ... riceve forza per crescere in modo da
edificare se stesso nella carità" (4,16). Cristo
infatti è tutto teso a "farsi comparire davanti la
sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o
alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef
5,27). Con questo ci dice che la forza con la quale
costruisce la Chiesa, con la quale guida la Chiesa, con la
quale dà anche la giusta direzione alla Chiesa, è
proprio il suo amore.
Quindi il
primo significato è Cristo Capo della Chiesa: sia quanto
alla conduzione, sia, soprattutto, quanto alla ispirazione
e vitalizzazione organica in virtù del suo amore. Poi, in
un secondo senso, Cristo è considerato non solo come capo
della Chiesa, ma come capo delle potenze celesti e del
cosmo intero. Così in Colossesi leggiamo che
Cristo "ha privato della loro forza i principati e le
potestà e ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al
corteo trionfale" di Lui (2,15). Analogamente in Efesini
troviamo scritto che, con la sua risurrezione, Dio pose
Cristo "al di sopra di ogni principato e autorità,
di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si
possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in
quello futuro" (1,21). Con queste parole le due Lettere
ci consegnano un messaggio altamente positivo e fecondo.
Questo: Cristo non ha da temere nessun eventuale
concorrente, perché è superiore a ogni qualsivoglia
forma di potere che presumesse di umiliare l'uomo. Solo
Lui "ci ha amati e ha dato se stesso per noi" (Ef
5,2). Perciò, se siamo uniti a Cristo, non dobbiamo
temere nessun nemico e nessuna avversità; ma ciò
significa dunque che dobbiamo tenerci ben saldi a Lui,
senza allentare la presa!
Per il
mondo pagano, che credeva in un mondo pieno di spiriti, in
gran parte pericolosi e contro i quali bisognava
difendersi, appariva come una vera liberazione l'annuncio
che Cristo era il solo vincitore e che chi era con Cristo
non aveva da temere nessuno. Lo stesso vale anche per il
paganesimo di oggi, poiché anche gli attuali seguaci di
simili ideologie vedono il mondo pieno di poteri
pericolosi. A costoro occorre annunciare che Cristo è il
vincitore, così che chi è con Cristo, chi resta unito a
Lui, non deve temere niente e nessuno. Mi sembra che
questo sia importante anche per noi, che dobbiamo imparare
a far fronte a tutte le paure, perchè Lui è sopra ogni
dominazione, è il vero Signore del mondo.
Addirittura
il cosmo intero è sottoposto a Lui, e a Lui converge come
al proprio capo. Sono celebri le parole della Lettera
agli Efesini, che parla del progetto di Dio di
"ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del
cielo e quelle della terra" (1,10). Analogamente
nella Lettera ai Colossesi si legge che "per
mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei
cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle
invisibili" (1,16) e che "con il sangue della
sua croce ... ha rappacificato le cose che stanno sulla
terra e quelle nei cieli" (1,20). Quindi non c’è,
da una parte, il grande mondo materiale e dall'altra
questa piccola realtà della storia della nostra terra, il
mondo delle persone: tutto è uno in Cristo. Egli è il
capo del cosmo; anche il cosmo è creato da Lui, è creato
per noi in quanto siamo uniti a Lui. È una visione
razionale e personalistica dell'universo. E direi una
visione più universalistica di questa non era possibile
concepire, ed essa conviene soltanto al Cristo risorto.
Cristo è il Pantokrátor, a cui sono sottoposte
tutte le cose: il pensiero va appunto al Cristo Pantocratòre,
che riempie il catino absidale delle chiese bizantine, a
volte raffigurato seduto in alto sul mondo intero o
addirittura su di un arcobaleno per indicare la sua
equiparazione a Dio stesso, alla cui destra è assiso (cfr
Ef 1,20; Col 3,1), e quindi anche la sua
ineguagliabile funzione di conduttore dei destini umani.
Una
visione del genere è concepibile solo da parte della
Chiesa, non nel senso che essa voglia indebitamente
appropriarsi di ciò che non le spetta, ma in un altro
duplice senso: sia in quanto la Chiesa riconosce che in
qualche modo Cristo è più grande di lei, dato che la sua
signoria si estende anche al di là dei suoi confini, e
sia in quanto solo la Chiesa è qualificata come Corpo di
Cristo, non il cosmo. Tutto questo significa che noi
dobbiamo considerare positivamente le realtà terrene,
poiché Cristo le ricapitola in sé, e in pari tempo
dobbiamo vivere in pienezza la nostra specifica identità
ecclesiale, che è la più omogenea all'identità di
Cristo stesso.
C'è poi
anche un concetto speciale, che è tipico di queste due Lettere,
ed è il concetto di "mistero". Una volta si
parla del "mistero della volontà" di Dio (Ef
1,9) e altre volte del "mistero di Cristo" (Ef
3,4; Col 4,3) o addirittura del "mistero di Dio, che
è Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della
sapienza e della conoscenza" (Col 3,2-3). Esso
sta a significare l'imperscrutabile disegno divino sulle
sorti dell'uomo, dei popoli e del mondo. Con questo
linguaggio le due Epistole ci dicono che è in Cristo che
si trova il compimento di questo mistero. Se siamo con
Cristo, anche se non possiamo intellettualmente capire
tutto, sappiamo di essere nel nucleo del
"mistero" e sulla strada della verità. È Lui
nella sua totalità, e non solo in un aspetto della sua
persona o in un momento della sua esistenza, che reca in sé
la pienezza dell'insondabile piano divino di salvezza. In
Lui prende forma quella che viene chiamata "la
multiforme sapienza di Dio" (Ef 3,10), poiché
in Lui "abita corporalmente tutta la pienezza della
divinità" (Col 2,9). D'ora in poi, quindi,
non è possibile pensare e adorare il beneplacito di Dio,
la sua sovrana disposizione, senza confrontarci
personalmente con Cristo in persona, in cui quel
"mistero" si incarna e può essere tangibilmente
percepito. Si perviene così a contemplare la "ininvestigabile
ricchezza di Cristo" (Ef 3,8), che sta oltre
ogni umana comprensione. Non che Dio non abbia lasciato
delle impronte del suo passaggio, poiché è Cristo stesso
l'orma di Dio, la sua impronta massima; ma ci si rende
conto di "quale sia l'ampiezza, la lunghezza,
l'altezza e la profondità" di questo mistero
"che sorpassa ogni conoscenza" (Ef
3,18-19). Le mere categorie intellettuali qui risultano
insufficienti, e, riconoscendo che molte cose stanno al di
là delle nostre capacità razionali, ci si deve affidare
alla contemplazione umile e gioiosa non solo della mente
ma anche del cuore. I Padri della Chiesa, del resto, ci
dicono che l’amore comprende di più che la sola
ragione.
Un'ultima
parola va detta sul concetto, già accennato sopra,
concernente la Chiesa come partner sponsale di Cristo.
Nella seconda Lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo
aveva paragonato la comunità cristiana a una fidanzata,
scrivendo così: "Io provo per voi una specie di
gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per
presentarvi quale vergine casta a Cristo" (2 Cor
11,2). La Lettera agli Efesini sviluppa quest’immagine,
precisando che la Chiesa non è solo una promessa sposa,
ma è la reale sposa di Cristo. Egli, per così dire, se
l’è conquistata, e lo ha fatto a prezzo della sua vita:
come dice il testo, "ha dato se stesso per lei"
(Ef 5,25). Quale dimostrazione d'amore può essere
più grande di questa? Ma, in più, egli è preoccupato
per la sua bellezza: non solo di quella già acquisita con
il battesimo, ma anche di quella che deve crescere ogni
giorno grazie ad una vita ineccepibile, "senza ruga né
macchia", nel suo comportamento morale (cfr Ef
5,26-27). Da qui alla comune esperienza del matrimonio
cristiano il passo è breve; anzi, non è neppure ben
chiaro quale sia per l'autore della Lettera il
punto di riferimento iniziale: se sia il rapporto
Cristo-Chiesa, alla cui luce pensare l'unione dell'uomo e
della donna, oppure se sia il dato esperienziale
dell'unione coniugale, alla cui luce pensare il rapporto
tra Cristo e la Chiesa. Ma ambedue gli aspetti si
illuminano reciprocamente: impariamo che cosa è il
matrimonio nella luce della comunione di Cristo e della
Chiesa, impariamo come Cristo si unisce a noi pensando al
mistero del matrimonio. In ogni caso, la nostra Lettera
si pone quasi a metà strada tra il profeta Osea, che
indicava il rapporto tra Dio e il suo popolo nei termini
di nozze già avvenute (cfr Os 2,4.16.21), e il
Veggente dell’Apocalisse, che prospetterà l'incontro
escatologico tra la Chiesa e l’Agnello come uno
sposalizio gioioso e indefettibile (cfr Ap 19,7-9;
21,9).
Ci
sarebbe ancora molto da dire, ma mi sembra che, da quanto
esposto, già si possa capire che queste due Lettere sono
una grande catechesi, dalla quale possiamo imparare non
solo come essere buoni cristiani, ma anche come divenire
realmente uomini. Se cominciamo a capire che il cosmo è
l'impronta di Cristo, impariamo il nostro retto rapporto
con il cosmo, con tutti i problemi della conservazione del
cosmo. Impariamo a vederlo con la ragione, ma con una
ragione mossa dall’amore, e con l’umiltà e il
rispetto che consentono di agire in modo retto. E se
pensiamo che la Chiesa è il Corpo di Cristo, che Cristo
ha dato se stesso per essa, impariamo come vivere con
Cristo l'amore reciproco, l'amore che ci unisce a Dio e
che ci fa vedere nell'altro l'immagine di Cristo, Cristo
stesso. Preghiamo il Signore che ci aiuti a meditare bene
la Sacra Scrittura, la sua Parola, e imparare così
realmente a vivere bene.
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