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UDIENZA
GENERALE (15 GIUGNO 2011) |
Radio
Vaticana, 15 giugno 2011
Udienza
generale, il Papa parla del profeta Elia: dove scompare
Dio, l’uomo diventa schiavo di ideologie e nichilismo
All’assoluto
di Dio, il credente risponda con un amore totale: è la
vibrante esortazione di Benedetto XVI all’udienza
generale di stamani in Piazza San Pietro, dedicata alla
figura del profeta Elia. Il Papa ha rammentato che, in un
tempo in cui Israele stava cedendo alla seduzione
dell’idolatria, Elia rimise il popolo davanti alla
propria verità, portandolo così alla salvezza. Quindi,
ha avvertito che anche oggi, dove scompare Dio, l’uomo
diventa schiavo delle ideologie e del nichilismo. Il
servizio di Alessandro Gisotti:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
La vera fede e l’idolatria. All’udienza generale,
Benedetto XVI si è soffermato sul confronto tra il
profeta Elia e i seguaci dell’idolo Baal, nell’Israele
del IX secolo a.C. Parlando a braccio, ha spiegato che
anche oggi, come tremila anni fa, quando l’uomo si
allontana da Dio diviene schiavo:
“Dove scompare Dio l’uomo cade nella schiavitù
di idolatrie, come hanno mostrato nel nostro tempo i
regimi totalitari con la loro schiavitù di idolatrie, e
come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che
rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie e lo
schiavizzano”.
Il Papa ha così ricordato come, ai tempi di Elia, in
Israele si era creata una situazione di aperto
sincretismo, per cui accanto al Signore il popolo adorava
Baal. Proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di
tale atteggiamento, Elia fa radunare il popolo di Israele
sul Monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di
scegliere tra il Signore e Baal. E qui, osserva il
Pontefice, si evidenza la realtà “ingannatoria
dell’idolo”:
“L’adorazione dell’idolo invece di aprire il
cuore umano all’Alterità, ad una relazione liberante
che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio
egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono
reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e
disperante della ricerca di sé. E l’inganno è tale
che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova costretto ad
azioni estreme, nell’illusorio tentativo di
sottometterlo alla propria volontà.
Ben altro è invece l’atteggiamento di preghiera di
Elia che chiede al popolo di avvicinarsi, di essere
partecipe dell’azione di Dio:
“Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di
Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito
seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si
unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della
sua preghiera e di quanto sta avvenendo”.
Il Papa ha quindi sottolineato che Elia si rivolge al
Signore chiamandolo Dio dei Padri, facendo così implicita
memoria delle promesse divine e della storia di Alleanza
che ha unito il Signore al suo popolo. Elia prega, dunque,
che Israele sia rimesso davanti alla propria verità e
faccia la scelta di seguire solo Dio. Un richiamo, quello
di Elia, ancora attuale:
“All’assoluto di Dio, il credente deve
rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni
tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. Ed è
proprio per il cuore del suo popolo che il profeta con la
sua preghiera sta implorando conversione”.
Infine, il Pontefice ha ribadito, con l’esempio del
profeta Elia, quale sia l’autentico scopo della
preghiera:
“Lo scopo primario della preghiera è la
conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore
e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio
e di vivere per l’altro”.
“La vera adorazione di Dio – ha soggiunto – è
dare se stesso a Dio e agli uomini; la vera adorazione è
l’amore”, un’adorazione che “non
distrugge, ma rinnova, trasforma”. Al momento dei saluti
ai pellegrini, il Papa ha rivolto un pensiero speciale ai
Missionari alle Missionarie della Consolata, come pure
alle Figlie della Divina Provvidenza, impegnati nei
rispettivi Capitoli generali. Quindi, ha rivolto un
affettuoso saluto ai giovani:
“Cari giovani, per molti vostri coetanei sono
iniziate le vacanze, mentre per altri questo è tempo di
esami. Vi aiuti il Signore a vivere questo periodo con
serenità e a sperimentare l’entusiasmo della fede”.
UDIENZA
GENERALE
Piazza San
Pietro
Mercoledì, 15 giugno 2011
Cari
fratelli e sorelle,
nella
storia religiosa dell’antico Israele, grande rilevanza
hanno avuto i profeti con il loro insegnamento e la loro
predicazione. Tra di essi, emerge la figura di Elia,
suscitato da Dio per portare il popolo alla conversione.
Il suo nome significa «il Signore è il mio Dio» ed è
in accordo con questo nome che si snoda la sua vita, tutta
consacrata a provocare nel popolo il riconoscimento del
Signore come unico Dio. Di Elia il Siracide dice:
«E sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola
bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Con questa
fiamma Israele ritrova il suo cammino verso Dio. Nel suo
ministero, Elia prega: invoca il Signore perché riporti
alla vita il figlio di una vedova che lo aveva ospitato
(cfr 1Re 17,17-24), grida a Dio la sua stanchezza e
la sua angoscia mentre fugge nel deserto ricercato a morte
dalla regina Gezabele (cfr 1Re 19,1-4), ma è
soprattutto sul monte Carmelo che si mostra in tutta la
sua potenza di intercessore quando, davanti a tutto
Israele, prega il Signore perché si manifesti e converta
il cuore del popolo. È l’episodio narrato nel capitolo
18 del Primo Libro dei Re, su cui oggi ci
soffermiamo.
Ci
troviamo nel regno del Nord, nel IX secolo a.C., al tempo
del re Acab, in un momento in cui in Israele si era creata
una situazione di aperto sincretismo. Accanto al Signore,
il popolo adorava Baal, l’idolo rassicurante da cui si
credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si
attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita
agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il
Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava
sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da
cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in
cambio di sacrifici. Israele stava cedendo alla seduzione
dell’idolatria, la continua tentazione del credente,
illudendosi di poter «servire a due padroni» (cfr Mt
6,24; Lc 16,13), e di facilitare i cammini impervi
della fede nell’Onnipotente riponendo la propria fiducia
anche in un dio impotente fatto dagli uomini.
È
proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di tale
atteggiamento che Elia fa radunare il popolo di Israele
sul monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di
operare una scelta: «Se il Signore è Dio, seguiteLo. Se
invece lo è Baal, seguite lui» (1Re 18, 21). E il
profeta, portatore dell’amore di Dio, non lascia sola la
sua gente davanti a questa scelta, ma la aiuta indicando
il segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti
di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il
vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che
consumerà l’offerta. Comincia così il confronto tra il
profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il
Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l’idolo
muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene
né in male (cfr Ger 10,5). E inizia anche il
confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi
a Dio e di pregare.
I profeti
di Baal, infatti, gridano, si agitano, danzano saltando,
entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi
incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi
tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a
loro stessi per interpellare il loro dio, facendo
affidamento sulle proprie capacità per provocarne la
risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria
dell’idolo: esso è pensato dall’uomo come qualcosa di
cui si può disporre, che si può gestire con le proprie
forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e
dalla propria forza vitale. L’adorazione dell’idolo
invece di aprire il cuore umano all’Alterità, ad una
relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio
angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di
amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio
esclusivo e disperante della ricerca di sé. E l’inganno
è tale che, adorando l’idolo, l’uomo si ritrova
costretto ad azioni estreme, nell’illusorio tentativo di
sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di
Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite
sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere
una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si
ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.
Ben altro
atteggiamento di preghiera è invece quello di Elia. Egli
chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così
nella sua azione e nella sua supplica. Lo scopo della
sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a
Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli;
perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando
partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto
sta avvenendo. Poi il profeta erige un altare,
utilizzando, come recita il testo, «dodici pietre,
secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al
quale era stata rivolta questa parola del Signore:
“Israele sarà il tuo nome”» (v. 31). Quelle pietre
rappresentano tutto Israele e sono la memoria tangibile
della storia di elezione, di predilezione e di salvezza di
cui il popolo è stato oggetto. Il gesto liturgico di Elia
ha una portata decisiva; l’altare è luogo sacro che
indica la presenza del Signore, ma quelle pietre che lo
compongono rappresentano il popolo, che ora, per la
mediazione del profeta, è simbolicamente posto davanti a
Dio, diventa “altare”, luogo di offerta e di
sacrificio.
Ma è
necessario che il simbolo diventi realtà, che Israele
riconosca il vero Dio e ritrovi la propria identità di
popolo del Signore. Perciò Elia chiede a Dio di
manifestarsi, e quelle dodici pietre che dovevano
ricordare a Israele la sua verità servono anche a
ricordare al Signore la sua fedeltà, a cui il profeta si
appella nella preghiera. Le parole della sua invocazione
sono dense di significato e di fede: «Signore, Dio di
Abramo, di Isacco e d’Israele, oggi si sappia che tu sei
Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto
tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore,
rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei
Dio e che converti il loro cuore!» (vv. 36-37; cfr Gen
32, 36-37). Elia si rivolge al Signore chiamandolo Dio dei
Padri, facendo così implicita memoria delle promesse
divine e della storia di elezione e di alleanza che ha
indissolubilmente unito il Signore al suo popolo. Il
coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini è tale
che ormai il suo Nome è inseparabilmente connesso a
quello dei Patriarchi e il profeta pronuncia quel Nome
santo perché Dio ricordi e si mostri fedele, ma anche
perché Israele si senta chiamato per nome e ritrovi la
sua fedeltà. Il titolo divino pronunciato da Elia appare
infatti un po’ sorprendente. Invece di usare la formula
abituale, “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”,
egli utilizza un appellativo meno comune: «Dio di Abramo,
di Isacco e d’Israele». La sostituzione del nome
“Giacobbe” con “Israele” evoca la lotta di
Giacobbe al guado dello Yabboq con il cambio del nome a
cui il narratore fa esplicito riferimento (cfr Gen 32,31)
e di
cui ho parlato in una delle scorse catechesi. Tale
sostituzione acquista un significato pregnante
all’interno dell’invocazione di Elia. Il profeta sta
pregando per il popolo del regno del Nord, che si chiamava
appunto Israele, distinto da Giuda, che indicava il regno
del Sud. E ora, questo popolo, che sembra aver dimenticato
la propria origine e il proprio rapporto privilegiato con
il Signore, si sente chiamare per nome mentre viene
pronunciato il Nome di Dio, Dio del Patriarca e Dio del
popolo: «Signore, Dio […] d’Israele, oggi si sappia
che tu sei Dio in Israele».
Il popolo
per cui Elia prega è rimesso davanti alla propria verità,
e il profeta chiede che anche la verità del Signore si
manifesti e che Egli intervenga per convertire Israele,
distogliendolo dall’inganno dell’idolatria e
portandolo così alla salvezza. La sua richiesta è che il
popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero
è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui
solo, il vero Dio. Perché solo così Dio è riconosciuto
per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la
possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo
negherebbero come assoluto, relativizzandoLo. È questa la
fede che fa di Israele il popolo di Dio; è la fede
proclamata nel ben noto testo dello Shema‘ Israel:
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il
Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto
il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue
forze» (Dt 6,4-5). All’assoluto di Dio, il
credente deve rispondere con un amore assoluto, totale,
che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore.
Ed è proprio per il cuore del suo popolo che il profeta
con la sua preghiera sta implorando conversione: «questo
popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il
loro cuore!» (1Re 18,37). Elia, con la sua
intercessione, chiede a Dio ciò che Dio stesso desidera
fare, manifestarsi in tutta la sua misericordia, fedele
alla propria realtà di Signore della vita che perdona,
converte, trasforma.
Ed è ciò
che avviene: «Cadde il fuoco del Signore e consumò
l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere,
prosciugando l’acqua del canaletto. A tal vista, tutto
il popolo cadde con la faccia a terra e disse: “Il
Signore è Dio, il Signore è Dio”» (vv. 38-39). Il
fuoco, questo elemento insieme necessario e terribile,
legato alle manifestazioni divine del roveto ardente e del
Sinai, ora serve a segnalare l’amore di Dio che risponde
alla preghiera e si rivela al suo popolo. Baal, il dio
muto e impotente, non aveva risposto alle invocazioni dei
suoi profeti; il Signore invece risponde, e in modo
inequivocabile, non solo bruciando l’olocausto, ma
persino prosciugando tutta l’acqua che era stata versata
intorno all’altare. Israele non può più avere dubbi;
la misericordia divina è venuta incontro alla sua
debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora,
Baal, l’idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava
perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha
ritrovato se stesso.
Cari
fratelli e sorelle, che cosa dice a noi questa storia del
passato? Qual è il presente di questa storia?
Innanzitutto è in questione la priorità del primo
comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l'uomo
cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato,
nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano
anche diverse forme del nichilismo, che rendono l'uomo
dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano.
Secondo. Lo scopo primario della preghiera è la
conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore
e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio
e di vivere per l'altro. E il terzo punto. I Padri ci
dicono che anche questa storia di un profeta è profetica,
se - dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è
un passo nel cammino verso Cristo. E ci dicono che qui
vediamo il vero fuoco di Dio: l'amore che guida il Signore
fino alla croce, fino al dono totale di sé. La vera
adorazione di Dio, allora, è dare se stesso a Dio e agli
uomini, la vera adorazione è l'amore. E la vera
adorazione di Dio non distrugge, ma rinnova, trasforma.
Certo, il fuoco di Dio, il fuoco dell'amore brucia,
trasforma, purifica, ma proprio così non distrugge, bensì
crea la verità del nostro essere, ricrea il nostro cuore.
E così, realmente vivi per la grazia del fuoco dello
Spirito Santo, dell'amore di Dio, siamo adoratori in
spirito e in verità. Grazie.
Saluti:
Je suis
heureux de saluer les pèlerins francophones, particulièrement
les jeunes et le groupe du sanctuaire de Belpeuch. En ces
jours qui suivent la fête de la Pentecôte, que l’Esprit-Saint
vous donne de savoir accueillir chaque jour la miséricorde
de Dieu qui vient à la rencontre de notre faiblesse et de
nos manques de foi ! Que Dieu vous bénisse !
I welcome
the members of the Catholic-Pentecostal International
Dialogue and I offer prayerful good wishes for the next
phase of their work. I also welcome the Fiftieth
Conference of the International Association of Schools and
Institutes of Administration, now meeting in Rome. I thank
the choirs, and particularly the University Choir from
Indonesia, for their praise of God in song. Finally, I
greet the delegates to the General Chapter of the
Congregation of the Resurrection. Upon all the
English-speaking pilgrims, especially those from the
Philippines, Canada and the United States, I invoke the
Lord’s blessings of joy and peace.
Mit
Freude grüße ich alle Gäste deutscher Sprache und heute
besonders die vielen Jugendlichen, Ministranten und Schüler,
die an dieser Audienz teilnehmen. Nehmen wir uns den großen
Beter Elija zum Vorbild, damit auch wir für die Menschen
beten und dabei, auch wenn wir nicht unmittelbar für
unsere eigenen Interessen erhört werden, um so mehr auf
Gottes Liebe und auf die wirkliche Antwort Gottes an die
Menschheit vertrauen lernen. Die Friede des Herrn geleite
euch auf allen euren Wegen!
Saludo
cordialmente a los peregrinos de lengua española, en
particular a los grupos provenientes de España,
Argentina, México y otros países Latinoamericanos.
Invito a todos a pedir al Señor que nos haga capaces de
ser auténticos mediadores ante nuestros hermanos, y así
indicar el camino de la fe del único Dios, que quiere
revelarse a todos los hombres para convertirlos y
llevarlos a la salvación. Muchas gracias.
Amados
peregrinos de língua portuguesa, uma saudação amiga de
boas-vindas para todos, com menção especial para os fiéis
das paróquias de Nossa Senhora da Conceição, em Angola,
São Sebastião de Campo Grande, no Brasil, e São Julião
da Barra, em Portugal. Possa esta peregrinação ao túmulo
dos Apóstolos ajudar-vos na vida a cooperar plenamente
com os desígnios de salvação que Deus tem sobre a
humanidade. Como estímulo e penhor de graças, dou-vos a
minha Bênção.
Saluto
in lingua polacca:
Witam i
serdecznie pozdrawiam pielgrzymów polskich. Czerwiec, to
miesiąc poświęcony Najświętszemu
Sercu Pana Jezusa. W wielu kościołach i wspólnotach
odprawiane są nabożeństwa czerwcowe. Zachęcam
was do zachowania tej pięknej tradycji. Niech Serce
Boże uczyni nasze serca według Serca swego.
Wszystkim wam błogosławię. Niech będzie
pochwalony Jezus Chrystus.
Traduzione
italiana:
Do il mio
benvenuto e un cordiale saluto ai pellegrini polacchi.
Giugno è il mese dedicato alla devozione del Sacro Cuore
di Gesù. In molte chiese e in molte comunità si celebra
tale devozione. Vi incoraggio a mantenere viva questa
bella tradizione. Il Cuore Divino renda i nostri cuori
simili al Suo. A tutti voi imparto la mia benedizione. Sia
lodato Gesù Cristo.
Saluto
in lingua croata:
Srdačno
pozdravljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito
krizmanike iz Hrvatskih katoličkih misija u
Stuttgartu i Sindelfingenu.
Dragi mladi prijatelji, milosni dar Duha Svetoga, kojega
ste primili u sakramentu Potvrde, neka vas ojača da
hrabro, uvijek i svugdje, svjedočite svoju vjeru.
Hvaljen Isus i Marija!
Traduzione
italiana:
Saluto di
cuore i pellegrini Croati, in modo particolare i cresimati
delle Missioni cattoliche croate di Stuttgart e
Sindelfingen. Cari amici giovani, il dono dello Spirito
Santo, che avete ricevuto nel sacramento della
Confermazione, vi sostenga nel testimoniare
coraggiosamente, sempre e in ogni luogo, la vostra fede.
Siano lodati Gesù e Maria!
Saluto
in lingua slovacca:
S láskou
vítam slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti Veľké
Uherce.
Bratia a sestry, modlite sa za vašich novokňazov,
vysvätených v týchto dňoch, aby verne hlásali
evanjelium, spravovali Boží ľud a slávili Božie
tajomstvá.
Ochotne žehnám vás i všetkých novokňazov.
Pochválený buď Ježiš Kristus!
Traduzione
italiana:
Con
affetto do il benvenuto ai pellegrini slovacchi,
specialmente a quelli provenienti dalla Parrocchia di Veľké
Uherce. Fratelli e sorelle, pregate per i vostri sacerdoti
novelli, ordinati in questi giorni, perché con fedeltà
possano annunciare il Vangelo, guidare il popolo di Dio e
celebrare i misteri divini.
Volentieri benedico voi e tutti i sacerdoti novelli.
Sia lodato Gesù Cristo!
* * *
Rivolgo
il mio cordiale saluto ai sacerdoti novelli della diocesi
di Brescia e ai Legionari di Cristo; cari amici, attuate
con gioia e fedeltà la vostra missione a servizio del
Vangelo e del Regno di Dio. Saluto i fedeli di Osimo e di
Copertino, accompagnati dal loro Pastore Mons. Edoardo
Menichelli, e li incoraggio ad essere sempre gioiosi
testimoni del Vangelo della carità. Un pensiero
particolare rivolgo ai Missionari e alle Missionarie della
Consolata, come pure alle Figlie della Divina Provvidenza,
che celebrano in questi giorni i rispettivi Capitoli
generali: cari fratelli e sorelle, vi esorto ad essere
sempre più segni eloquenti dell’amore di Dio e
strumenti della sua pace. Saluto i rappresentanti della
Federazione Biblica Cattolica ed auspico che il loro
impegno porti frutti preziosi specialmente per la vita
pastorale delle Chiese locali.
Saluto
infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari
giovani, per molti vostri coetanei sono iniziate le
vacanze, mentre per altri questo è tempo di esami. Vi
aiuti il Signore a vivere questo periodo con serenità e a
sperimentare l’entusiasmo della fede. Invito voi, cari
malati, a trovare conforto nel Signore, che illumina la
vostra sofferenza con il suo amore salvifico. A voi, cari
sposi novelli, auguro di cuore di imparare a pregare
insieme, affinché il vostro amore sia sempre più vero e
duraturo.
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