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UDIENZA
GENERALE (17 DICEMBRE 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
17 dicembre 2008
Benedetto
XVI all'udienza generale: il Natale non è commercio di
doni, ma dono di Dio all'uomo. Il Papa prega per
l'infanzia povera e invita a fare il presepe
Il
Natale è la festa universale della gioia: l’attuale
crisi economica può aiutare a spogliarlo dalle
“incrostazioni consumistiche e materialistiche”, che
spesso lo travisano, e a riscoprirlo nella sua autenticità:
un dono di speranza di Dio al mondo. E’ l’assunto
centrale della catechesi di Benedetto XVI all’udienza
generale di oggi, l’ultima del 2008, tenuta davanti a
circa cinquemila persone. Il Papa ha avuto un pensiero per
l’infanzia povera e in difficoltà in tutto il mondo e
ha concluso invitando ogni famiglia a coltivare la
tradizione del presepe. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Il Natale parla al cuore. Anche al cuore di chi non
crede ma non può non percepire in questo periodo
“qualcosa di straordinario e trascendente”, perché
l’arrivo, “l’abbraccio”, di un bambino è “un
evento che reca gioia”. Le parole iniziali di Benedetto
XVI sono state un inno alla tenerezza che il Cristo nella
Grotta di Betlemme suscita nei sentimenti di ciascuno e,
in quanto festa di un Bambino che nasce, diviene “festa
che canta il dono della vita”. Ma la visione che Gesù
offre di sé nella miseria della mangiatoia ha indotto il
Papa ad altre considerazioni, più stringenti e attuali:
“Contemplandolo nel presepe come non pensare ai
tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una
grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non
pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che
non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di
attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che
vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata
questa loro attesa?”.
“Sotto la spinta del consumismo edonista, purtroppo -
ha osservato Benedetto XVI - il Natale rischia di perdere
il suo significato spirituale per ridursi a mera occasione
commerciale di acquisti e scambi di doni”. Tuttavia, ha
proseguito:
“Le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi
economica che in questi mesi stanno vivendo tantissime
famiglie, e che tocca l’intera umanità, possono essere
uno stimolo a riscoprire il calore della semplicità,
dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del
Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e
materialistiche, il Natale può diventare così
un’occasione per accogliere, come regalo personale, il
messaggio di speranza che promana dal mistero della
nascita di Cristo”.
Una nascita, ha affermato il Pontefice, che non è
quella di “un grande personaggio”. A Natale, ha
insistito, non si commemora in astratto il mistero della
nascita dell’uomo, tanto meno si festeggia “l’inizio
della nuova stagione”. Al contrario, è la ricchezza
biblica della liturgia della Novena di Natale, iniziata
ieri, a indicare il senso dell’Incarnazione di Gesù. Il
Papa ha citato passi di San Leone Magno, di San Paolo, e
il Prologo del Vangelo di Giovanni che del Natale - ha
detto - spiega l’essenza:
“A Natale ricordiamo qualcosa di assai concreto ed
importante per gli uomini, qualcosa di essenziale per la
fede cristiana, una verità che san Giovanni riassume in
queste poche parole: ‘il Verbo si è fatto carne’”.
Gesù Bambino diventa storia, come dimostra San Luca, e
rende tangibile il divino nelle carni di un neonato. E’
una “Persona”, ha messo in luce Benedetto XVI, “che
si interessa di ogni singola persona”:
“Un Dio buono, che non va confuso con un qualche
essere eccelso e lontano, a cui non ci è dato di arrivare
mai, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci è
molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è
venuto per rimanere con noi”.
Davanti a tutto questo - che a qualcuno, e in fondo a
tutti, potrebbe sembrare “troppo bello per essere
vero”, al punto da chiedersi se sia degno per Dio
“farsi bambino” - il Papa ha invitato a “piegare”
la limitatezza dell’intelligenza umana davanti alla
grandezza del mistero. Nella Grotta di Betlemme, ha
spiegato:
“Dio si mostra a noi umile ‘infante’ per
vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più
facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla
saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto
appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di
accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci
da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla
superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi
veramente liberi, liberi di amarlo”.
(musica zampogne)
Al momento dei saluti finali, uno di sapore
particolarmente natalizio Benedetto XVI lo ha rivolto al
gruppo “Zampognari del Matese”, provenienti dalla città
molisana di Boiano, che si sono esibiti in Aula Paolo VI
con alcune delle tradizionali melodie della loro arte. Un
accompagnamento sonoro che ha fatto da sfondo all’ultima
raccomandazione del Pontefice, quella riguardante
l’allestimento del presepe nelle famiglie:
“Auspico che un elemento così importante, non
solo della nostra fede, ma anche della cultura e
dell’arte cristiana, continui a far parte di questa
grande Solennità: in fondo è un semplice ed eloquente
modo per ricordare Gesù che, facendosi uomo, è venuto
‘ad abitare in mezzo a noi’. Buon Natale a
tutti!" (applausi)
UDIENZA
GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 17 dicembre 2008
Cari
fratelli e sorelle!
Iniziano
proprio oggi i giorni dell’Avvento
che ci preparano immediatamente al Natale del Signore:
siamo nella Novena di Natale che in tante comunità
cristiane viene celebrata con liturgie ricche di testi
biblici, tutti orientati ad alimentare l’attesa per la
nascita del Salvatore. La Chiesa intera in effetti
concentra il suo sguardo di fede verso questa festa ormai
vicina predisponendosi, come ogni anno, ad unirsi al
cantico gioioso degli angeli, che nel cuore della notte
annunzieranno ai pastori l’evento straordinario della
nascita del Redentore, invitandoli a recarsi nella grotta
di Betlemme. Là giace l’Emmanuele, il Creatore fattosi
creatura, avvolto in fasce e adagiato in una povera
mangiatoia (cfr Lc
2,13-14).
Per il
clima che lo contraddistingue, il Natale è una festa
universale. Anche chi non si professa credente, infatti,
può percepire in questa annuale ricorrenza cristiana
qualcosa di straordinario e di trascendente, qualcosa di
intimo che parla al cuore. E’ la festa che canta il dono
della vita. La nascita di un bambino dovrebbe essere
sempre un evento che reca gioia; l’abbraccio di un
neonato suscita normalmente sentimenti di attenzione e di
premura, di commozione e di tenerezza. Il Natale è
l’incontro con un neonato che vagisce in una misera
grotta. Contemplandolo nel presepe come non pensare ai
tanti bambini che ancora oggi vengono alla luce in una
grande povertà, in molte regioni del mondo? Come non
pensare ai neonati non accolti e rifiutati, a quelli che
non riescono a sopravvivere per carenza di cure e di
attenzioni? Come non pensare anche alle famiglie che
vorrebbero la gioia di un figlio e non vedono colmata
questa loro attesa? Sotto la spinta di un consumismo
edonista, purtroppo, il Natale rischia di perdere il suo
significato spirituale per ridursi a mera occasione
commerciale di acquisti e scambi di doni! In verità, però,
le difficoltà, le incertezze e la stessa crisi economica
che in questi mesi stanno vivendo tantissime famiglie, e
che tocca l’intera l’umanità, possono essere uno
stimolo a riscoprire il calore della semplicità,
dell’amicizia e della solidarietà, valori tipici del
Natale. Spogliato delle incrostazioni consumistiche e
materialistiche, il Natale può diventare così
un’occasione per accogliere, come regalo personale, il
messaggio di speranza che promana dal mistero della
nascita di Cristo.
Tutto
questo però non basta per cogliere nella sua pienezza il
valore della festa alla quale ci stiamo preparando. Noi
sappiamo che essa celebra l’avvenimento centrale della
storia: l’Incarnazione del Verbo divino per la
redenzione dell’umanità. San Leone Magno, in una delle
sue numerose omelie natalizie, così esclama: «Esultiamo
nel Signore, o miei cari, ed apriamo il nostro cuore alla
gioia più pura. Perché è spuntato il giorno che per noi
significa la nuova redenzione, l’antica preparazione, la
felicità eterna. Si rinnova infatti per noi nel
ricorrente ciclo annuale l’alto mistero della nostra
salvezza, che, promesso, all’inizio e accordato alla
fine dei tempi, è destinato a durare senza fine» (Homilia
XXII). Su questa verità fondamentale ritorna più
volte san Paolo nelle sue lettere. Ai Galati, ad
esempio, scrive: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio
mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la
Legge…perché ricevessimo l’adozione a figli» (4,4).
Nella Lettera ai Romani evidenzia le logiche ed
esigenti conseguenze di questo evento salvifico: «Se
siamo figli (di Dio), siamo anche eredi: eredi di Dio,
coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue
sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (8,17).
Ma è soprattutto san Giovanni, nel Prologo del
quarto Vangelo, a meditare profondamente sul
mistero dell’Incarnazione. Ed è per questo che il Prologo
fa parte della liturgia del Natale fin dai tempi più
antichi: in esso si trova infatti l’espressione più
autentica e la sintesi più profonda di questa festa e del
fondamento della sua gioia. San Giovanni scrive: «Et
Verbum caro factum est et habitavit in nobis /
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»
(Gv
1,14).
A Natale
dunque non ci limitiamo a commemorare la nascita di un
grande personaggio; non celebriamo semplicemente ed in
astratto il mistero della nascita dell’uomo o in
generale il mistero della vita; tanto meno festeggiamo
solo l’inizio della nuova stagione. A Natale ricordiamo
qualcosa di assai concreto ed importante per gli uomini,
qualcosa di essenziale per la fede cristiana, una verità
che san Giovanni riassume in queste poche parole: “il
Verbo si è fatto carne”. Si tratta di un evento
storico che l’evangelista Luca si preoccupa di situare
in un contesto ben determinato: nei giorni in cui fu
emanato il decreto per il primo censimento di Cesare
Augusto, quando Quirino era già governatore della Siria (cfr
Lc
2,1-7). E’ dunque in una notte storicamente datata
che si verificò l’evento di salvezza che Israele
attendeva da secoli. Nel buio della notte di Betlemme si
accese realmente una grande luce: il Creatore
dell’universo si è incarnato unendosi indissolubilmente
alla natura umana, sì da essere realmente “Dio da Dio,
luce da luce” e al tempo stesso uomo, vero uomo. Quel
che Giovanni, chiama in greco “ho logos” –
tradotto in latino “Verbum” e in italiano “il
Verbo” - significa anche “il Senso”. Quindi potremmo
intendere l’espressione di Giovanni così: il “Senso
eterno” del mondo si è fatto tangibile ai nostri sensi
e alla nostra intelligenza: ora possiamo toccarlo e
contemplarlo (cfr 1Gv
1,1). Il “Senso” che si è fatto carne non è
semplicemente un’idea generale insita nel mondo; è una
“Parola” rivolta a noi. Il Logos ci conosce, ci
chiama, ci guida. Non è una legge universale, in seno
alla quale noi svolgiamo poi qualche ruolo, ma è una
Persona che si interessa di ogni singola persona: è il
Figlio del Dio vivo, che si è fatto uomo a Betlemme.
A molti
uomini, ed in qualche modo a noi tutti, questo sembra
troppo bello per essere vero. In effetti, qui ci viene
ribadito: sì, esiste un senso, ed il senso non è una
protesta impotente contro l’assurdo. Il Senso ha potere:
è Dio. Un Dio buono, che non va confuso con un qualche
essere eccelso e lontano, a cui non sarebbe mai dato di
arrivare, ma un Dio che si è fatto nostro prossimo e ci
è molto vicino, che ha tempo per ciascuno di noi e che è
venuto per rimanere con noi. E’ allora spontaneo
domandarsi: “E’ mai possibile una cosa del genere?
E’ cosa degna di Dio farsi bambino?”. Per cercare di
aprire il cuore a questa verità che illumina l’intera
esistenza umana, occorre piegare la mente e riconoscere la
limitatezza della nostra intelligenza. Nella grotta di
Betlemme, Dio si mostra a noi umile “infante” per
vincere la nostra superbia. Forse ci saremmo arresi più
facilmente di fronte alla potenza, di fronte alla
saggezza; ma Lui non vuole la nostra resa; fa piuttosto
appello al nostro cuore e alla nostra libera decisione di
accettare il suo amore. Si è fatto piccolo per liberarci
da quell’umana pretesa di grandezza che scaturisce dalla
superbia; si è liberamente incarnato per rendere noi
veramente liberi, liberi di amarlo.
Cari
fratelli e sorelle, il Natale è un’opportunità
privilegiata per meditare sul senso e sul valore della
nostra esistenza. L’approssimarsi di questa solennità
ci aiuta a riflettere, da una parte, sulla drammaticità
della storia nella quale gli uomini, feriti dal peccato,
sono perennemente alla ricerca della felicità e di un
senso appagante del vivere e del morire; dall’altra, ci
esorta a meditare sulla bontà misericordiosa di Dio, che
è venuto incontro all’uomo per comunicargli
direttamente la Verità che salva, e per renderlo
partecipe della sua amicizia e della sua vita.
Prepariamoci, pertanto, al Natale con umiltà e semplicità,
disponendoci a ricevere in dono la luce, la gioia e la
pace, che da questo mistero si irradiano. Accogliamo il
Natale di Cristo come un evento capace di rinnovare oggi
la nostra esistenza. L’incontro con il Bambino Gesù ci
renda persone che non pensano soltanto a se stesse, ma si
aprono alle attese e alle necessità dei fratelli. In
questa maniera diventeremo anche noi testimoni della luce
che il Natale irradia sull’umanità del terzo millennio.
Chiediamo a Maria Santissima, tabernacolo del Verbo
incarnato, e a san Giuseppe, silenzioso testimone degli
eventi della salvezza, di comunicarci i sentimenti che
essi nutrivano mentre attendevano la nascita di Gesù, in
modo che possiamo prepararci a celebrare santamente il
prossimo Natale, nel gaudio della fede e animati
dall’impegno di una sincera conversione.
Buon
Natale a tutti!
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