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UDIENZA
GENERALE (1 febbraio 2012) |
Radio
Vaticana, 1 febbraio 2012
Benedetto
XVI all'udienza generale: affidarsi a Dio per vincere il
male che è dentro e attorno a noi
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Come vincere il male che è dentro e attorno a noi: ne ha
parlato stamane il Papa nella catechesi dell’udienza
generale nell’Aula Paolo VI, in Vaticano, dedicata alla
preghiera di Gesù al Getsemani. Il servizio di Roberta
Gisotti.
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
“Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a
sentire paura e angoscia”. Disse loro: ‘La mia anima
è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate’”.
Le parole di Gesù durante la preghiera nel Giardino degli
Ulivi, rivelano – ha spiegato Benedetto XVI – come
Cristo “in quell’‘Ora’ sperimenti l’ultima
profonda solitudine proprio mentre il disegno di Dio si
sta attuando. In tale paura e angoscia di Gesù – ha
sottolineato ancora il Papa - è ricapitolato tutto
l’orrore dell’uomo davanti alla propria morte, la
certezza della sua inesorabilità e la percezione del peso
del male che lambisce la nostra vita”:
“Cari amici, anche noi, nella preghiera dobbiamo
essere capaci di portare davanti a Dio le nostre fatiche,
la sofferenza di certe situazioni, di certe giornate,
l’impegno quotidiano di seguirlo, di essere cristiani e
anche il peso del male che vediamo in noi e attorno a noi,
perché Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua
vicinanza, ci doni un po’ di luce nel cammino della
vita”.
Gesù nella preghiera davanti alla morte e al male si
rivolge al Padre: “Tutto è possibile per te: allontana
da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò
che vuoi tu”. “Questo è importante – ha
sottolineato Benedetto XVI - anche nella nostra
preghiera” quotidiana:
“…dobbiamo imparare ad affidarci di più alla
Provvidenza divina, chiedere a Dio la forza di uscire da
noi stessi per rinnovargli il nostro 'sì', per ripetergli
‘sia fatta la tua volontà’, per conformare la nostra
volontà alla sua”.
Da rilevare poi che “i tre discepoli, scelti da Gesù
per essergli vicino, non furono capaci di vegliare con
Lui, di condividere la sua preghiera, la sua adesione al
Padre e furono sopraffatti dal sonno”:
“…domandiamo al Signore di essere capaci di
vegliare con Lui in preghiera, di seguire la volontà di
Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di vivere
un’intimità sempre più grande con il Signore, per
portare in questa ‘terra’ un po’ del ‘cielo’ di
Dio”.
Nei saluti finali, il Papa ha rammentato che domani sarà
celebrata la Giornata delle persone consacrate,
“testimoni speciali” nella Chiesa di dedizione alla
volontà di Dio. Ed ancora ha richiamato la figura di San
Giovanni Bosco, festeggiato ieri, per sottolineare
“quanto sia importante educare le nuove generazioni agli
autentici valori umani e spirituali della vita”. Un
indirizzo particolare è andato ai vescovi della Comunità
di Sant’Egidio, giunti da vari Paesi dell’Europa,
dell’Africa e dell’Asia, incoraggiandoli “ad operare
con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante le
difficoltà che possono incontrare nella loro missione”.
BENEDETTO
XVI
UDIENZA
GENERALE
Aula
Paolo VI
Mercoledì, 1° febbraio 2012
Cari
fratelli e sorelle,
oggi
vorrei parlare della preghiera di Gesù al Getsemani, al
Giardino degli Ulivi. Lo scenario della narrazione
evangelica di questa preghiera è particolarmente
significativo. Gesù si avvia al Monte degli Ulivi, dopo
l'Ultima Cena, mentre sta pregando insieme con i suoi
discepoli. Narra l’Evangelista Marco: «Dopo aver
cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi»
(14,26). Si allude probabilmente al canto di alcuni Salmi
dell'hallèl con i quali si ringrazia Dio per la
liberazione del popolo dalla schiavitù e si chiede il suo
aiuto per le difficoltà e le minacce sempre nuove del
presente. Il percorso fino al Getsemani è costellato di
espressioni di Gesù che fanno sentire incombente il suo
destino di morte e annunciano l'imminente dispersione dei
discepoli.
Giunti al
podere sul Monte degli Ulivi, anche quella notte Gesù si
prepara alla preghiera personale. Ma questa volta avviene
qualcosa di nuovo: sembra non voglia restare solo. Molte
volte Gesù si ritirava in disparte dalla folla e dagli
stessi discepoli, sostando «in luoghi deserti» (cfr Mc
1,35) o salendo «sul monte», dice san Marco (cfr Mc
6,46). Al Getsemani, invece, egli invita Pietro, Giacomo e
Giovanni a stargli più vicino. Sono i discepoli che ha
chiamato ad essere con Lui sul monte della Trasfigurazione
(cfr Mc 9,2-13). Questa vicinanza dei tre durante
la preghiera al Getsemani è significativa. Anche in
quella notte Gesù pregherà il Padre «da solo», perché
il suo rapporto con Lui è del tutto unico e singolare: è
il rapporto del Figlio Unigenito. Si direbbe, anzi, che
soprattutto in quella notte nessuno possa veramente
avvicinarsi al Figlio, che si presenta al Padre nella sua
identità assolutamente unica, esclusiva. Gesù però, pur
giungendo «da solo» nel punto in cui si fermerà a
pregare, vuole che almeno tre discepoli rimangano non
lontani, in una relazione più stretta con Lui. Si tratta
di una vicinanza spaziale, una richiesta di solidarietà
nel momento in cui sente approssimarsi la morte, ma è
soprattutto una vicinanza nella preghiera, per esprimere,
in qualche modo, la sintonia con Lui, nel momento in cui
si appresta a compiere fino in fondo la volontà del
Padre, ed è un invito ad ogni discepolo a seguirlo nel
cammino della Croce. L’Evangelista Marco narra: «Prese
con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire
paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste
fino alla morte. Restate qui e vegliate”» (14,33-34).
Nella
parola che rivolge ai tre, Gesù, ancora una volta, si
esprime con il linguaggio dei Salmi: «La mia anima è
triste», una espressione del Salmo 43 (cfr Sal
43,5). La dura determinazione «fino alla morte», poi,
richiama una situazione vissuta da molti degli inviati di
Dio nell’Antico Testamento ed espressa nella loro
preghiera. Non di rado, infatti, seguire la missione loro
affidata significa trovare ostilità, rifiuto,
persecuzione. Mosè sente in modo drammatico la prova che
subisce mentre guida il popolo nel deserto, e dice a Dio:
«Non posso io da solo portare il peso di tutto questo
popolo; è troppo pesante per me. Se mi devi trattare così,
fammi morire piuttosto, fammi morire, se ho trovato grazia
ai tuoi occhi» (Nm 11,14-15). Anche per il profeta
Elia non è facile portare avanti il servizio a Dio e al
suo popolo. Nel Primo Libro dei Re si narra: «Egli
s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a
sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse:
“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non
sono migliore dei miei padri”» (19,4).
Le parole
di Gesù ai tre discepoli che vuole vicini durante la
preghiera al Getsemani, rivelano come Egli provi paura e
angoscia in quell'«Ora», sperimenti l’ultima profonda
solitudine proprio mentre il disegno di Dio si sta
attuando. E in tale paura e angoscia di Gesù è
ricapitolato tutto l'orrore dell'uomo davanti alla propria
morte, la certezza della sua inesorabilità e la
percezione del peso del male che lambisce la nostra vita.
Dopo
l’invito a restare e a vegliare in preghiera rivolto ai
tre, Gesù «da solo» si rivolge al Padre.
L’Evangelista Marco narra che Egli «andato un po’
innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile,
passasse via da lui quell’ora» (14,35). Gesù cade
faccia a terra: è una posizione della preghiera che
esprime l’obbedienza alla volontà del Padre,
l’abbandonarsi con piena fiducia a Lui. E’ un gesto
che si ripete all’inizio della Celebrazione della
Passione, il Venerdì Santo, come pure nella professione
monastica e nelle Ordinazioni diaconale, presbiterale ed
episcopale, per esprimere, nella preghiera, anche
corporalmente, l’affidarsi completo a Dio, il confidare
in Lui. Poi Gesù chiede al Padre che, se fosse possibile,
passasse via da lui quest’ora. Non è solo la paura e
l’angoscia dell’uomo davanti alla morte, ma è lo
sconvolgimento del Figlio di Dio che vede la terribile
massa del male che dovrà prendere su di Sé per
superarlo, per privarlo di potere.
Cari
amici, anche noi, nella preghiera dobbiamo essere capaci
di portare davanti a Dio le nostre fatiche, la sofferenza
di certe situazioni, di certe giornate, l’impegno
quotidiano di seguirlo, di essere cristiani, e anche il
peso del male che vediamo in noi e attorno a noi, perché
Egli ci dia speranza, ci faccia sentire la sua vicinanza,
ci doni un po’ di luce nel cammino della vita.
Gesù
continua la sua preghiera: «Abbà! Padre! Tutto è
possibile a te: allontana da me questo calice! Però non
ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36).
In questa invocazione ci sono tre passaggi rivelatori.
All'inizio abbiamo il raddoppiamento del termine con cui
Gesù si rivolge a Dio: «Abbà! Padre!» (Mc
14,36a). Sappiamo bene che la parola aramaica Abbà
è quella che veniva usata dal bambino per rivolgersi al
papà ed esprime quindi il rapporto di Gesù con Dio
Padre, un rapporto di tenerezza, di affetto, di fiducia,
di abbandono. Nella parte centrale dell'invocazione c’è
il secondo elemento: la consapevolezza dell'onnipotenza
del Padre – «tutto è possibile a te» -, che introduce
una richiesta in cui, ancora una volta, appare il dramma
della volontà umana di Gesù davanti alla morte e al
male: «allontana da me questo calice!». Ma c’è la
terza espressione della preghiera di Gesù ed è quella
decisiva, in cui la volontà umana aderisce pienamente
alla volontà divina. Gesù, infatti, conclude dicendo con
forza: «Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu»
(Mc 14,36c). Nell'unità della persona divina del
Figlio la volontà umana trova la sua piena realizzazione
nell’abbandono totale dell’Io al Tu del
Padre, chiamato Abbà. San Massimo il Confessore
afferma che dal momento della creazione dell’uomo e
della donna, la volontà umana è orientata a quella
divina ed è proprio nel “sì” a Dio che la volontà
umana è pienamente libera e trova la sua realizzazione.
Purtroppo, a causa del peccato, questo “sì” a Dio si
è trasformato in opposizione: Adamo ed Eva hanno pensato
che il “no” a Dio fosse il vertice della libertà,
l’essere pienamente se stessi. Gesù al Monte degli
Ulivi riporta la volontà umana al “sì” pieno a Dio;
in Lui la volontà naturale è pienamente integrata
nell’orientamento che le dà la Persona Divina. Gesù
vive la sua esistenza secondo il centro della sua Persona:
il suo essere Figlio di Dio. La sua volontà umana è
attirata dentro l’Io del Figlio, che si abbandona
totalmente al Padre. Così Gesù ci dice che solo nel
conformare la sua propria volontà a quella divina,
l’essere umano arriva alla sua vera altezza, diventa
“divino”; solo uscendo da sé, solo nel “sì” a
Dio, si realizza il desiderio di Adamo, di noi tutti,
quello di essere completamente liberi. E’ ciò che Gesù
compie al Getsemani: trasferendo la volontà umana nella
volontà divina nasce il vero uomo, e noi siamo redenti.
Il Compendio
del Catechismo della Chiesa Cattolica insegna
sinteticamente: «La preghiera di Gesù durante la sua
agonia nell'Orto del Getsemani e le sue ultime parole
sulla Croce rivelano la profondità della sua preghiera
filiale: Gesù porta a compimento il disegno d'amore del
Padre e prende su di sé tutte le angosce dell'umanità,
tutte le domande e le intercessioni della storia della
salvezza. Egli le presenta al Padre che le accoglie e le
esaudisce, al di là di ogni speranza, risuscitandolo dai
morti» (n.
543). Davvero «in nessun'altra parte della Sacra
Scrittura guardiamo così profondamente dentro il mistero
interiore di Gesù come nella preghiera sul Monte degli
Ulivi» (Gesù di Nazaret II, 177).
Cari
fratelli e sorelle, ogni giorno nella preghiera del Padre
nostro noi chiediamo al Signore: «sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra» (Mt 6,10).
Riconosciamo, cioè, che c'è una volontà di Dio con noi
e per noi, una volontà di Dio sulla nostra vita, che deve
diventare ogni giorno di più il riferimento del nostro
volere e del nostro essere; riconosciamo poi che è nel
“cielo” dove si fa la volontà di Dio e che la
“terra” diventa “cielo”, luogo della presenza
dell’amore, della bontà, della verità, della bellezza
divina, solo se in essa viene fatta la volontà di Dio.
Nella preghiera di Gesù al Padre, in quella notte
terribile e stupenda del Getsemani, la “terra” è
diventata “cielo”; la “terra” della sua volontà
umana, scossa dalla paura e dall’angoscia, è stata
assunta dalla sua volontà divina, così che la volontà
di Dio si è compiuta sulla terra. E questo è importante
anche nella nostra preghiera: dobbiamo imparare ad
affidarci di più alla Provvidenza divina, chiedere a Dio
la forza di uscire da noi stessi per rinnovargli il nostro
“sì”, per ripetergli «sia fatta la tua volontà»,
per conformare la nostra volontà alla sua. E’ una
preghiera che dobbiamo fare quotidianamente, perché non
sempre è facile affidarci alla volontà di Dio, ripetere
il “sì” di Gesù, il “sì” di Maria. I racconti
evangelici del Getsemani mostrano dolorosamente che i tre
discepoli, scelti da Gesù per essergli vicino, non furono
capaci di vegliare con Lui, di condividere la sua
preghiera, la sua adesione al Padre e furono sopraffatti
dal sonno. Cari amici, domandiamo al Signore di essere
capaci di vegliare con Lui in preghiera, di seguire la
volontà di Dio ogni giorno anche se parla di Croce, di
vivere un’intimità sempre più grande con il Signore,
per portare in questa «terra» un po’ del «cielo» di
Dio. Grazie.
Saluti:
Je salue
les pèlerins francophones, particulièrement le groupe du
Collège du Sacré-Cœur d’Aix-en-Provence. Chers amis,
dans la prière, n’hésitons pas à confier à Dieu ce
qui fait notre vie, nos joies et nos soucis. Je vous
invite à chercher en tout sa volonté, et à renouveler
votre engagement à vivre en chrétien, en suivant Jésus,
la lumière de notre vie. Avec ma bénédiction à tous,
et particulièrement aux personnes consacrées, dont nous
célébrerons la fête demain !
I offer a
warm welcome to the group of British Army Chaplains taking
part in today’s Audience. My greeting also goes to the
many student and parish groups present. Upon all the
English-speaking pilgrims and visitors, including those
from Hong Kong and the United States of America, I
cordially invoke God’s blessings of joy and peace!
Mit
Freude grüße ich die deutschsprachigen Pilger und
Besucher. Wollen wir immer wieder Zeiten der Stille und
des persönlichen Gebetes suchen und gerade in Stunden der
Not vertrauensvoll unsere Sorgen dem himmlischen Vater übergeben.
Wir wissen: ihm ist alles möglich und er kann auch das
Schwere zum Guten führen. Gott segne euch alle!
Saludo
cordialmente a los peregrinos de lengua española, en
particular a los grupos provenientes de España, Chile,
Argentina, México y otros países latinoamericanos.
Queridos amigos pidamos al Señor para que seamos capaces
de vigilar con Él en oración, de cumplir su voluntad
cada día aunque comporte sacrificio. Que estemos
dispuestos a vivir una intimidad cada vez más grande con
Él. Muchas gracias.
Amados
peregrinos de língua portuguesa, a todos dou as
boas-vindas, pedindo a Deus que vos encha de esperança e
conceda a luz para descobrir a sua vontade sobre a vossa
vida e fazer dela o ponto de referimento diário do vosso
querer e do vosso ser. E que as Suas Bênçãos sempre vos
acompanhem. Ide em paz!
Saluto
in lingua polacca:
Pozdrawiam
polskich pielgrzymów. Modlitwa Jezusa w ogrodzie
Getsemani jest wyrazem całkowitego poddania swojej
woli i zawierzenia życia Bogu Ojcu. Wszyscy jesteśmy
zaproszeni do tej ufności i pełnienia woli Bożej.
Jednak szczególnymi świadkami takiego oddania są
w Kościele osoby konsekrowane. Obchodząc jutro
ich dzień, prośmy Boga, aby mocą Ducha
Świętego umacniał je na drodze pełnienia
Jego woli. Wam wszystkim tu obecnym niech Bóg błogosławi.
Traduzione
italiana:
Saluto i
pellegrini polacchi. La preghiera di Gesù nell’orto del
Getsemani è un’espressione della totale sottomissione
della propria volontà e dell’affidamento della vita a
Dio Padre. Tutti siamo invitati a tale fiducia e a
compiere la volontà di Dio. Tuttavia i testimoni speciali
di tale dedizione sono nella Chiesa le persone consacrate.
Celebrando domani la loro giornata, chiediamo a Dio che
con la potenza dello Spirito Santo li rafforzi nel cammino
dell’adempimento della Sua volontà. Dio benedica tutti
voi qui presenti!
* * *
Rivolgo
un cordiale benvenuto a tutti i pellegrini di lingua
italiana. In particolare saluto i Vescovi amici della
Comunità di Sant’Egidio, provenienti da vari Paesi
dell'Europa, dell'Africa e dell'Asia, e li incoraggio ad
operare con entusiasmo al servizio del Vangelo, nonostante
le difficoltà che a volte possono incontrare nella loro
missione. Saluto con affetto i rappresentanti della Marina
Militare di Grottaglie; cari amici, vi ringrazio per la
vostra presenza e vi esorto a vivere con fedeltà il
vostro lavoro e ad arricchirlo con la vostra personale
testimonianza cristiana.
Desidero
rivolgere infine il mio saluto ai giovani, agli ammalati e
agli sposi novelli. La figura di san Giovanni Bosco, che
ieri abbiamo ricordato, ci porta a considerare quanto sia
importante educare le nuove generazioni agli autentici
valori umani e spirituali della vita. Cari giovani, invoco
su di voi la particolare protezione del Santo della
gioventù e vi auguro di trovare sempre educatori saggi e
guide sicure. Cari ammalati, la vostra sofferenza, offerta
con generosità al Signore, possa rendere fecondo
l'impegno che la Chiesa dedica al mondo giovanile. E voi,
sposi novelli, preparatevi ad essere i primi ed
insostituibili educatori dei figli che il Signore vi donerà.
©
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