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UDIENZA
GENERALE (20 APRILE 2011) |
Radio
Vaticana, 20 aprile 2011
Udienza
generale. Il Papa sul Triduo Pasquale: Gesù ci invita a
vegliare contro il male e ad affidarci totalmente
all’amore di Dio
Nel
momento della prova estrema, Gesù si è affidato
totalmente a Dio e così ha vinto le tentazioni del Male:
è quanto sottolineato da Benedetto XVI all’udienza
generale in Piazza San Pietro, alla vigilia del Triduo
Pasquale. Nella sua catechesi, svolta quasi interamente a
braccio, il Papa ha esortato i fedeli a raccogliere
l’esortazione di Gesù nel Getsemani a restare vigili di
fronte al Male. Quindi, si è soffermato sull’amore tra
il Figlio e il Padre, che è garanzia di salvezza per ogni
uomo. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Comprendere “lo stato d’animo con cui Gesù ha
vissuto il momento della prova estrema”: è quanto ha
cercato di fare Benedetto XVI nell’udienza generale
tutta dedicata ai tre giorni santi in cui la Chiesa fa
memoria del mistero della Passione, morte e Risurrezione
di Gesù. Il Papa ha innanzitutto invitato ogni cristiano
a celebrare il sacramento della Riconciliazione, “per
poter partecipare con maggiore frutto alla Santa
Pasqua”. Dopo la Messa crismale, nella mattina del
Giovedì Santo, ha rammentato, il Triduo Pasquale inizia
effettivamente nel pomeriggio con la Memoria dell’Ultima
Cena:
“Pronunciando la benedizione sul pane e sul vino,
Egli anticipa il sacrificio della croce e manifesta
l’intenzione di perpetuare la sua presenza in mezzo ai
discepoli: sotto le specie del pane e del vino, Egli si
rende presente in modo reale col suo corpo donato e col
suo sangue versato”.
Ed ha sottolineato come con la lavanda dei piedi degli
Apostoli, Gesù ci invita ad amarci come Lui ha amato noi.
Ha così rivolto il pensiero all’agonia del Signore
nell’Orto del Getsemani. Gesù, ha ricordato, dice ai
suoi discepoli di vegliare, di non restare insensibili al
male. Un’esortazione che riguarda tutti i fedeli, anche
oggi:
"Questo appello alla vigilanza concerne proprio
questo momento di angoscia, di minaccia, nella quale
arriverà il proditore [traditore], ma concerne tutta la
storia della Chiesa. E' un messaggio permanente per tutti
i tempi, perché la sonnolenza dei discepoli era non solo
il problema di quel momento, ma è il problema di tutta la
storia".
Ma in che cosa consiste dunque tale sonnolenza? Questa,
ha rilevato, è “una certa insensibilità dell’anima
verso il potere del male”, un non volersi far turbare
troppo dalle cose gravi che succedono nel mondo. Ma non
solo:
"È insensibilità per Dio: questa è la nostra
vera sonnolenza; questa insensibilità per la presenza di
Dio che ci rende insensibili anche per il male. Non
sentiamo Dio - ci disturberebbe - e così non sentiamo,
naturalmente, anche la forza del male e rimaniamo sulla
strada della nostra comodità".
Il Papa ha, così, rivolto l’attenzione alla
preghiera del Signore nel momento dell’agonia al
Getsemani: “Non la mia, ma la tua volontà”. Cristo,
ha affermato, sente l’abisso della morte, il terrore del
niente:
"Possiamo capire come Gesù, con la sua anima
umana, sia terrorizzato davanti a questa realtà, che
percepisce in tutta la sua crudeltà: la mia volontà
sarebbe non bere il calice, ma la mia volontà è
subordinata alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla
volontà del Padre, che è anche la vera volontà del
Figlio".
L’uomo, ha aggiunto, di per sé è tentato di opporsi
alla volontà di Dio. Ma in verità questa autonomia è
sbagliata. Entrare nella volontà di Dio non è infatti
“una schiavitù che violenta” la nostra volontà, ma
vuol dire entrare nella verità, nell’amore e nel bene.
Ecco allora che Gesù tira su questa nostra volontà verso
la volontà di Dio:
"In questa trasformazione del 'no' in 'sì', in
questo inserimento della volontà creaturale nella volontà
del Padre, Egli trasforma l'umanità e ci redime. E ci
invita a entrare in questo suo movimento: uscire dal
nostro 'no' ed entrare nel 'sì' del Figlio. La mia volontà
c'è, ma decisiva è la volontà del Padre, perché questa
è la verità e l'amore".
Il Pontefice ha così confrontato l’angoscia e la
sofferenza di Gesù rispetto al grande filosofo Socrate
che rimane senza turbamenti davanti alla morte:
"Ma la missione di Gesù era un'altra. La sua
missione non era questa totale indifferenza e libertà; la
sua missione era portare in sé tutta la nostra
sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio
questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la
missione dell'Uomo-Dio. Egli porta in sé la nostra
sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la
volontà di Dio".
Il Papa è quindi tornato a riflettere sull’adesione
totale di Gesù alla volontà di Dio. Nel Getsemani, come
sulla Croce, ha ribadito, è questo amore tra il Figlio e
il Padre che vince le tentazioni del Maligno e ci salva:
“Il criterio che ha guidato ogni scelta di Gesù
durante tutta la sua vita è stata la sua ferma volontà
di amare il Padre, di essere uno con il Padre, e di
essergli fedele; questa decisione di corrispondere al suo
amore lo ha spinto ad abbracciare, in ogni singola
circostanza, il progetto del Padre, a fare proprio il
disegno di amore affidatogli di ricapitolare ogni cosa in
Lui, per ricondurre a Lui ogni cosa”.
Al momento dei saluti ai pellegrini, il Papa ha
dedicato un pensiero speciale ai partecipanti
all’incontro internazionale dell’Univ, promosso dalla
Prelatura dell'Opus Dei. Il Papa ha auspicato che
attraverso la vita di questi giovani universitari si
realizzi quanto auspicava San Josemaría Escrivá: “Il
tuo contegno e la tua conversazione siano tali, che tutti
nel vederti o nel sentirti parlare, possano dire: ecco uno
che legge la vita di Gesù Cristo”.
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Triduo
Pasquale
Cari
fratelli e sorelle,
siamo
ormai giunti al cuore della Settimana Santa, compimento
del cammino quaresimale. Domani entreremo nel Triduo
Pasquale, i tre giorni santi in cui la Chiesa fa memoria
del mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù.
Il Figlio di Dio, dopo essersi fatto uomo in obbedienza al
Padre, divenendo in tutto simile a noi eccetto il peccato
(cfr Eb 4,15), ha accettato di compiere fino in
fondo la sua volontà, di affrontare per amore nostro la
passione e la croce, per farci partecipi della sua
risurrezione, affinché in Lui e per Lui possiamo vivere
per sempre, nella consolazione e nella pace. Vi esorto
pertanto ad accogliere questo mistero di salvezza, a
partecipare intensamente al Triduo pasquale, fulcro
dell’intero anno liturgico e momento di particolare
grazia per ogni cristiano; vi invito a cercare in questi
giorni il raccoglimento e la preghiera, così da attingere
più profondamente a questa sorgente di grazia. A tale
proposito, in vista delle imminenti festività, ogni
cristiano è invitato a celebrare il sacramento della
Riconciliazione, momento di speciale adesione alla morte e
risurrezione di Cristo, per poter partecipare con maggiore
frutto alla Santa Pasqua.
Il Giovedì
Santo è il giorno in cui si fa memoria dell’istituzione
dell’Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale. In
mattinata, ciascuna comunità diocesana, radunata nella
Chiesa Cattedrale attorno al Vescovo, celebra la Messa
crismale, nella quale vengono benedetti il sacro Crisma,
l’Olio dei catecumeni e l’Olio degli infermi. A
partire dal Triduo pasquale e per l’intero anno
liturgico, questi Oli verranno adoperati per i Sacramenti
del Battesimo, della Confermazione, delle Ordinazioni
sacerdotale ed episcopale e dell’Unzione degli Infermi;
in ciò si evidenzia come la salvezza, trasmessa dai segni
sacramentali, scaturisca proprio dal Mistero pasquale di
Cristo; infatti, noi siamo redenti con la sua morte e
risurrezione e, mediante i Sacramenti, attingiamo a quella
medesima sorgente salvifica. Durante la Messa crismale,
domani, avviene anche il rinnovo delle promesse
sacerdotali. Nel mondo intero, ogni sacerdote rinnova gli
impegni che si è assunto nel giorno dell’Ordinazione,
per essere totalmente consacrato a Cristo nell’esercizio
del sacro ministero a servizio dei fratelli. Accompagniamo
i nostri sacerdoti con la nostra preghiera.
Nel
pomeriggio del Giovedì Santo inizia effettivamente il
Triduo pasquale, con la memoria dell’Ultima Cena, nella
quale Gesù istituì il Memoriale della sua Pasqua, dando
compimento al rito pasquale ebraico. Secondo la
tradizione, ogni famiglia ebrea, radunata a mensa nella
festa di Pasqua, mangia l’agnello arrostito, facendo
memoria della liberazione degli Israeliti dalla schiavitù
d’Egitto; così nel cenacolo, consapevole della sua
morte imminente, Gesù, vero Agnello pasquale, offre sé
stesso per la nostra salvezza (cfr 1Cor 5,7).
Pronunciando la benedizione sul pane e sul vino, Egli
anticipa il sacrificio della croce e manifesta
l’intenzione di perpetuare la sua presenza in mezzo ai
discepoli: sotto le specie del pane e del vino, Egli si
rende presente in modo reale col suo corpo donato e col
suo sangue versato. Durante l’Ultima Cena, gli Apostoli
vengono costituiti ministri di questo Sacramento di
salvezza; ad essi Gesù lava i piedi (cfr Gv
13,1-25), invitandoli ad amarsi gli uni gli altri come Lui
li ha amati, dando la vita per loro. Ripetendo questo
gesto nella Liturgia, anche noi siamo chiamati a
testimoniare fattivamente l’amore del nostro Redentore.
Il Giovedì
Santo, infine, si chiude con l’Adorazione eucaristica,
nel ricordo dell’agonia del Signore nell’orto del
Getsemani. Lasciato il cenacolo, Egli si ritirò a
pregare, da solo, al cospetto del Padre. In quel momento
di comunione profonda, i Vangeli raccontano che Gesù
sperimentò una grande angoscia, una sofferenza tale da
fargli sudare sangue (cfr Mt 26,38). Nella
consapevolezza della sua imminente morte in croce, Egli
sente una grande angoscia e la vicinanza della morte. In
questa situazione, appare anche un elemento di grande
importanza per tutta la Chiesa. Gesù dice ai suoi:
rimanete qui e vigilate; e questo appello alla vigilanza
concerne proprio questo momento di angoscia, di minaccia,
nella quale arriverà il proditore [traditore], ma
concerne tutta la storia della Chiesa. E' un messaggio
permanente per tutti i tempi, perché la sonnolenza dei
discepoli era non solo il problema di quel momento, ma è
il problema di tutta la storia. La questione è in che
cosa consiste questa sonnolenza, in che cosa consisterebbe
la vigilanza alla quale il Signore ci invita. Direi che la
sonnolenza dei discepoli lungo la storia è una certa
insensibiltà dell'anima per il potere del male,
un’insensibilità per tutto il male del mondo. Noi non
vogliamo lasciarci turbare troppo da queste cose, vogliamo
dimenticarle: pensiamo che forse non sarà così grave, e
dimentichiamo. E non è soltanto insensibilità per il
male, mentre dovremmo vegliare per fare il bene, per
lottare per la forza del bene. È insensibilità per Dio:
questa è la nostra vera sonnolenza; questa insensibilità
per la presenza di Dio che ci rende insensibili anche per
il male. Non sentiamo Dio - ci disturberebbe - e così non
sentiamo, naturalmente, anche la forza del male e
rimaniamo sulla strada della nostra comodità.
L'adorazione notturna del Giovedì Santo, l'essere vigili
col Signore, dovrebbe essere proprio il momento per farci
riflettere sulla sonnolenza dei discepoli, dei difensori
di Gesù, degli apostoli, di noi, che non vediamo, non
vogliamo vedere tutta la forza del male, e che non
vogliamo entrare nella sua passione per il bene, per la
presenza di Dio nel mondo, per l'amore del prossimo e di
Dio.
Poi, il
Signore comincia a pregare. I tre apostoli - Pietro,
Giacomo, Giovanni - dormono, ma qualche volta si svegliano
e sentono il ritornello di questa preghiera del Signore:
“Non la mia volontà, ma la tua sia
realizzata”. Che cos'è questa mia volontà, che
cos'è questa tua volontà, di cui parla il
Signore? La mia volontà è “che non
dovrebbe morire”, che gli sia risparmiato questo calice
della sofferenza: è la volontà umana, della natura
umana, e Cristo sente, con tutta la consapevolezza del suo
essere, la vita, l'abisso della morte, il terrore del
nulla, questa minaccia della sofferenza. E Lui più di
noi, che abbiamo questa naturale avversione contro la
morte, questa paura naturale della morte, ancora più di
noi, sente l'abisso del male. Sente, con la morte, anche
tutta la sofferenza dell'umanità. Sente che tutto questo
è il calice che deve bere, deve far bere a se stesso,
accettare il male del mondo, tutto ciò che è terribile,
l’avversione contro Dio, tutto il peccato. E possiamo
capire come Gesù, con la sua anima umana, sia
terrorizzato davanti a questa realtà, che percepisce in
tutta la sua crudeltà: la mia volontà sarebbe non
bere il calice, ma la mia volontà è subordinata
alla tua volontà, alla volontà di Dio, alla
volontà del Padre, che è anche la vera volontà del
Figlio. E così Gesù trasforma, in questa preghiera,
l’avversione naturale, l’avversione contro il calice,
contro la sua missione di morire per noi; trasforma questa
sua volontà naturale in volontà di Dio, in un “sì”
alla volontà di Dio. L'uomo di per sé è tentato di
opporsi alla volontà di Dio, di avere l’intenzione di
seguire la propria volontà, di sentirsi libero solo se è
autonomo; oppone la propria autonomia contro
l’eteronomia di seguire la volontà di Dio. Questo è
tutto il dramma dell'umanità. Ma in verità questa
autonomia è sbagliata e questo entrare nella volontà di
Dio non è un’opposizione a sé, non è una schiavitù
che violenta la mia volontà, ma è entrare nella verità
e nell'amore, nel bene. E Gesù tira la nostra volontà,
che si oppone alla volontà di Dio, che cerca l'autonomia,
tira questa nostra volontà in alto, verso la volontà di
Dio. Questo è il dramma della nostra redenzione, che Gesù
tira in alto la nostra volontà, tutta la nostra
avversione contro la volontà di Dio e la nostra
avversione contro la morte e il peccato, e la unisce con
la volontà del Padre: “Non la mia volontà ma la
tua”. In questa trasformazione del “no” in
“sì”, in questo inserimento della volontà creaturale
nella volontà del Padre, Egli trasforma l'umanità e ci
redime. E ci invita a entrare in questo suo movimento:
uscire dal nostro “no” ed entrare nel “sì” del
Figlio. La mia volontà c'è, ma decisiva è la volontà
del Padre, perché questa è la verità e l'amore.
Un
ulteriore elemento di questa preghiera mi sembra
importante. I tre testimoni hanno conservato - come appare
nella Sacra Scrittura - la parola ebraica o aramaica con
la quale il Signore ha parlato al Padre, lo ha chiamato:
“Abbà”, padre. Ma questa formula, “Abbà”, è una
forma familiare del termine padre, una forma che si usa
solo in famiglia, che non si è mai usata nei confronti di
Dio. Qui vediamo nell'intimo di Gesù come parla in
famiglia, parla veramente come Figlio col Padre. Vediamo
il mistero trinitario: il Figlio che parla col Padre e
redime l'umanità.
Ancora
un’osservazione. La Lettera agli Ebrei ci ha dato una
profonda interpretazione di questa preghiera del Signore,
di questo dramma del Getsemani. Dice: queste lacrime di
Gesù, questa preghiera, queste grida di Gesù, questa
angoscia, tutto questo non è semplicemente una
concessione alla debolezza della carne, come si
potrebbe dire. Proprio così realizza l'incarico del Sommo
Sacerdote, perché il Sommo Sacerdote deve portare
l'essere umano, con tutti i suoi problemi e le sofferenze,
all'altezza di Dio. E la Lettera agli Ebrei dice: con
tutte queste grida, lacrime, sofferenze, preghiere, il
Signore ha portato la nostra realtà a Dio (cfr Eb
5,7ss). E usa questa parola greca “prosferein”,
che è il termine tecnico per quanto deve fare il Sommo
Sacerdote per offrire, per portare in alto le sue mani.
Proprio
in questo dramma del Getsemani, dove sembra che la forza
di Dio non sia più presente, Gesù realizza la funzione
del Sommo Sacerdote. E dice inoltre che in questo atto di
obbedienza, cioè di conformazione della volontà naturale
umana alla volontà di Dio, viene perfezionato come
sacerdote. E usa di nuovo la parola tecnica per ordinare
sacerdote. Proprio così diventa realmente il Sommo
Sacerdote dell'umanità e apre così il cielo e la porta
alla risurrezione.
Se
riflettiamo su questo dramma del Getsemani, possiamo anche
vedere il grande contrasto tra Gesù con la sua angoscia,
con la sua sofferenza, in confronto con il grande filosofo
Socrate, che rimane pacifico, senza perturbazione davanti
alla morte. E sembra questo l'ideale. Possiamo ammirare
questo filosofo, ma la missione di Gesù era un'altra. La
sua missione non era questa totale indifferenza e libertà;
la sua missione era portare in sé tutta la nostra
sofferenza, tutto il dramma umano. E perciò proprio
questa umiliazione del Getsemani è essenziale per la
missione dell'Uomo-Dio. Egli porta in sé la nostra
sofferenza, la nostra povertà, e la trasforma secondo la
volontà di Dio. E così apre le porte del cielo, apre il
cielo: questa tenda del Santissimo, che finora l’uomo ha
chiuso contro Dio, è aperta per questa sua sofferenza e
obbedienza. Queste alcune osservazioni per il Giovedì
Santo, per la nostra celebrazione della notte del Giovedì
Santo.
Il Venerdì
Santo faremo memoria della passione e della morte del
Signore; adoreremo Cristo Crocifisso, parteciperemo alle
sue sofferenze con la penitenza e il digiuno. Volgendo
“lo sguardo a colui che hanno trafitto” (cfr Gv
19,37), potremo attingere dal suo cuore squarciato che
effonde sangue ed acqua come da una sorgente; da quel
cuore da cui scaturisce l’amore di Dio per ogni uomo
riceviamo il suo Spirito. Accompagniamo quindi nel Venerdì
Santo anche noi Gesù che sale il Calvario, lasciamoci
guidare da Lui fino alla croce, riceviamo l’offerta del
suo corpo immolato. Infine, nella notte del Sabato Santo,
celebreremo la solenne Veglia Pasquale, nella quale ci è
annunciata la risurrezione di Cristo, la sua vittoria
definitiva sulla morte che ci interpella ad essere in Lui
uomini nuovi. Partecipando a questa santa Veglia, la Notte
centrale di tutto l’Anno Liturgico, faremo memoria del
nostro Battesimo, nel quale anche noi siamo stati sepolti
con Cristo, per poter con Lui risorgere e partecipare al
banchetto del cielo (cfr Ap 19,7-9).
Cari
amici, abbiamo cercato di comprendere lo stato d’animo
con cui Gesù ha vissuto il momento della prova estrema,
per cogliere ciò che orientava il suo agire. Il criterio
che ha guidato ogni scelta di Gesù durante tutta la sua
vita è stata la ferma volontà di amare il Padre, di
essere uno col Padre, e di essergli fedele; questa
decisione di corrispondere al suo amore lo ha spinto ad
abbracciare, in ogni singola circostanza, il progetto del
Padre, a fare proprio il disegno di amore affidatogli di
ricapitolare ogni cosa in Lui, per ricondurre a Lui ogni
cosa. Nel rivivere il santo Triduo, disponiamoci ad
accogliere anche noi nella nostra vita la volontà di Dio,
consapevoli che nella volontà di Dio, anche se appare
dura, in contrasto con le nostre intenzioni, si trova il
nostro vero bene, la via della vita. La Vergine Madre ci
guidi in questo itinerario, e ci ottenga dal suo Figlio
divino la grazia di poter spendere la nostra vita per
amore di Gesù, nel servizio dei fratelli. Grazie.
Saluti:
Je salue
cordialement les fidèles francophones, particulièrement
les jeunes! Durant ces jours saints, puissiez-vous
chercher le recueillement et la prière, et vivre le
sacrement de la réconciliation pour participer avec
fruits aux célébrations de la Sainte Pâque. Avec ma bénédiction!
I offer a
cordial welcome to all the English-speaking pilgrims and
visitors present at today’s Audience, especially the
groups from England, the Netherlands, the Philippines,
Canada and the United States. To you and your families I
offer prayerful good wishes for a spiritually fruitful
celebration of Holy Week and a happy Easter!
Gerne heiße
ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache willkommen.
Wir wollen uns mit Freude und mit innerer Bereitschaft auf
das nahe Osterfest vorbereiten – im Gebet, im Empfang
des Bußsakraments als Akt der Erneuerung, der Neuwerdung
und in der Mitfeier der Liturgie. So sollen auch wir
bereit sein, Gottes Willen in unserem Leben anzuerkennen
und uns ihm mit innerer Freude anzuvertrauen, weil wir
wissen, wem wir da vertrauen, damit wir wirklich
als Getaufte, als Christen leben. Euch allen eine
gesegnete Osterzeit!
Saludo
con afecto a los peregrinos de lengua española,
especialmente a los participantes en el encuentro UNIV, así
como a los venidos de Argentina, Colombia, Ecuador, España,
México y otros países latinoamericanos. Que la Virgen
María nos enseñe a todos a acompañar en estos días a
su Hijo, en los momentos decisivos de su misterio
redentor.
A minha
saudação a todos peregrinos de língua portuguesa,
particularmente aos jovens universitários vindos para o
UNIV! Exorto-vos, na celebração do Santo Tríduo, a
dispor-vos ao acolhimento nas vossas vidas da vontade de
Deus, conscientes de que nela se encontra o nosso
verdadeiro bem, e o caminho da vida! Uma Santa Páscoa
para todos!
Saluto
in lingua croata:
Od srca
pozdravljam i blagoslivljam sve hrvatske hodočasnike,
a osobito mlade iz Splita i Zadra.
Dragi prijatelji, uskoro će nam se u liturgiji očitovati
beskrajna ljubav kojom nas je Isus ljubio darujući
svoj život da bismo mi imali puninu života. Slijedite
Krista prema slavi uskrsnuća ljubeći jedni druge.
Hvaljen Isus i Marija!
Traduzione
italiana:
Di cuore
saluto e benedico tutti i pellegrini croati,
particolarmente i giovani di Split e Zadar. Cari amici,
fra pochi giorni, nella liturgia, ci sarà rivelato
l’amore immenso con il quale Gesù ci ha amato dando la
sua vita affinché noi avessimo la pienezza della vita.
Seguite Cristo verso la gloria della Risurrezione amandovi
gli uni gli altri. Siano lodati Gesù e Maria! .
Saluto
in lingua lituana:
Nuoširdžiai
sveikinu maldininkus iš Lietuvos. Garbė Jėzui
Kristui! Brangūs bičiuliai, dėkoju, kad
atvykote. Meldžiu jums ir visiems jūsų Tėvynės
gyventojams gausių dangaus malonių. Visiems
suteikiu Apaštališkąjį Palaiminimą.
Traduzione
italiana:
Rivolgo
un cordiale saluto ai pellegrini provenienti dalla
Lituania. Sia lodato Gesù Cristo! Cari amici, vi
ringrazio per la vostra presenza e invoco su di voi, sulle
vostre famiglie e sull’intera popolazione della vostra
Patria l’abbondanza dei doni celesti. A tutti imparto la
Benedizione Apostolica.
Saluto
in lingua polacca:
Pozdrawiam
obecnych tu Polaków. Liturgia Wielkiego Tygodnia
wprowadza nas w tajemnice męki i śmierci Bożego
Syna, aby niedzielny poranek zabłysnął
światłem Jego zmartwychwstania. Życzę,
aby przeżywanie tych tajemnic umacniało w nas
wiarę, budziło nadzieję i rozpalało miłość,
abyśmy coraz pełniej uczestniczyli w rzeczywistości
naszego odkupienia. Niech Bóg wam błogosławi!
Traduzione
italiana:
Saluto i
polacchi qui presenti. La liturgia della Settimana Santa
ci introduce nei misteri della passione e della morte del
Figlio di Dio, perché il mattino della domenica risplenda
della luce della risurrezione. Vi auguro di vivere questi
misteri per rafforzare la fede, ravvivare la speranza e
accendere l’amore, affinché sempre più pienamente
partecipiamo alla realtà della nostra redenzione. Dio vi
benedica!
* * *
Rivolgo
un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In
particolare saluto voi, partecipanti all’incontro
internazionale dell’UNIV, promosso dalla Prelatura
dell'Opus Dei. Cari amici, auguro che queste giornate
romane siano per tutti voi occasione di riscoperta della
persona del Cristo e di forte esperienza ecclesiale perché
possiate tornare a casa animati dal desiderio di
testimoniare la misericordia del Padre celeste. Così
attraverso la vostra vita si realizzerà quanto auspicava
San Josemaría Escrivá: “Il tuo contegno e la tua
conversazione siano tali, che tutti nel vederti o nel
sentirti parlare, possano dire: ecco uno che legge la vita
di Gesù Cristo” (Cammino, n. 2).
Saluto, poi, cordialmente i giovani, i malati
e gli sposi novelli. Domani entreremo nel Sacro
Triduo che ci farà rivivere i misteri centrali della
nostra salvezza. Invito voi, cari giovani,
specialmente voi ragazzi della “Lega Nazionale
Dilettanti” a guardare alla Croce e trarre da essa luce
per camminare fedelmente sulle orme del Redentore. Per
voi, cari malati, la Passione del Signore,
culminante nel trionfo glorioso della Pasqua, costituisca
sempre sorgente di speranza e di conforto. E voi, cari sposi
novelli, disponete i vostri cuori a celebrare con
intensa partecipazione il Mistero pasquale, perché la
vostra esistenza diventi ogni giorno un dono reciproco,
aperto all'amore fecondo di bene.
©
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