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UDIENZA
GENERALE (22 APRILE 2009) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 22 aprile 2009
Benedetto
XVI all'udienza generale: l'avidità, radice di tutti i
mali, è alla base dell'attuale crisi economica. Il Papa
ricorda i 25 anni della Croce delle Gmg
La
lotta dei cristiani contro le forze del male parte dal di
dentro ed è sostanzialmente una lotta contro la
cupidigia, “radice di tutti i vizi”. All’udienza
generale di questa mattina, in Piazza San Pietro,
Benedetto XVI ha fatto propria la convinzione di un antico
e quasi sconosciuto maestro di spiritualità, Ambrogio
Autperto, vissuto nell’ottavo secolo alla corte di Carlo
Magno e poi divenuto abate. Il Papa ha sottolineato che
anche nell’attuale crisi economica mondiale si ravvisano
i segni di “un’avidità di guadagno” di pochi ricchi
e potenti a danno di molti. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Un periodo di lotte di potere, di conflitti
nazionalistici, che penetrano e allignano anche fra le
mura della Chiesa. A metà dell’ottavo secolo - racconta
Benedetto XVI - carolingi e longobardi si fronteggiano in
modo aspro quando Ambrogio Autperto, che era entrato a
corte come precettore di Carlo Magno, si trova di fronte
alla scelta di rimanere o seguire il desiderio di
ritirarsi in preghiera nell’Abbazia di San Vincenzo al
Volturno. Sceglie questa seconda strada, che però non lo
salva dalle malizie degli affari del mondo. Reagisce con
fermezza a questo stato di cose e la sua reazione viene
presa a modello dal Papa:
“Egli denuncia, ad esempio, la contraddizione tra
la splendida apparenza esterna dei monasteri e la
tiepidezza dei monaci: sicuramente con questa critica
aveva di mira anche la sua stessa abbazia”.
Ciò che Autperto, divenuto abate, insegna ai monaci è
che, se si è cristiani di fatto e non di nome, c’è da
affrontare un “combattimento spirituale quotidiano”.
L’animo umano, dice, è tentato dall’avidità. Ad essa
va contrapposto “il disprezzo del mondo”, concetto che
il Papa spiega nel suo reale e attuale significato:
“Questo disprezzo del mondo non è un disprezzo
del creato, della bellezza e della bontà della creazione
e del Creatore, ma un disprezzo della falsa visione del
mondo presentataci e insinuataci proprio dalla cupidigia
(...) Autperto osserva poi che l’avidità di guadagno
dei ricchi e dei potenti nella società del suo tempo
esiste anche nell’interno delle anime dei monaci e (…)
denuncia fin dall’inizio la cupidigia come la radice di
tutti i mali (…) Rilievo, questo, che alla luce della
presente crisi economica mondiale, rivela tutta la sua
attualità”.
E’ uno dei “nodi” tematici dell’udienza
generale, durante la quale il Pontefice collega più volte
il contesto del 700 dopo Cristo alle vicende
contemporanee. Anche il ricco, ripete, deve combattere
contro la cupidigia, contro l’apparire, per trovare la
via dell’amore. Verso il 758 Autperto inizia a lavorare
alla sua opera più importante, il commento ai dieci libri
dell’Apocalisse di San Giovanni, nel quale - illustra
Benedetto XVI - si lascia ispirare da un antico studioso
africano, Ticonio:
“Ticonio era giunto alla convinzione che la Chiesa
fosse un corpo bipartito: una parte, egli dice, appartiene
a Cristo, ma c’è un’altra parte della Chiesa che
appartiene al diavolo (…) Agostino lesse questo commento
e ne trasse profitto, ma sottolineò fortemente che la
Chiesa è nelle mani di Cristo, rimane il suo Corpo (…)
Sottolinea perciò che la Chiesa non può mai essere
separata da Gesù Cristo”.
Dunque, la semisconosciuta vita di Ambrogio Autperto -
che muore, forse ucciso, nel 784 - e anche i suoi
insegnamenti spesso erroneamente attribuiti ad altri -
rileva Benedetto XVI, non senza sorpresa e anche qualche
critica per l’oblio patito per secoli da questo autore
cristiano - sono un “tesoro teologico e spirituale”. E
c’è un’ulteriore perla in questo scrigno: Autperto già
guarda in modo molto moderno a Maria “come modello della
Chiesa”:
“La sua grande venerazione e il suo profondo amore
per la Madre di Dio gli ispirano a volte delle
formulazioni che in qualche modo anticipano quelle di san
Bernardo e della mistica francescana, senza tuttavia
deviare verso forme discutibili di sentimentalismo, perché
egli non separa mai Maria dal mistero della Chiesa. Con
buona ragione quindi Ambrogio Autperto è considerato il
primo grande mariologo in Occidente”.
Tra i molti saluti conclusivi, Benedetto XVI ha rivolto
parole di particolare intensità ai Giovani del “Centro
internazionale Giovanile San Lorenzo”, che celebrano il
25.mo anniversario di quel 22 aprile 1984, quando alla
fine dell'Anno Santo della Redenzione Giovanni Paolo II
affidò ai giovani del mondo la grande croce di legno
giubilare, più tardi accolta e custodita nel Centro
internazionale e ancor più spesso portata in giro nei
continenti, specie alla vigilia delle Gmg, al punto da
diventarne un simbolo. Questo l’auspico del Papa:
“Cari amici, vi affido di nuovo questa croce!
Continuate a portarla in ogni angolo della terra, perché
anche le prossime generazioni scoprano la Misericordia di
Dio e ravvivino nei loro cuori la speranza in Cristo
crocifisso e risorto!".
UDIENZA
GENERALE
Piazza San
Pietro
Mercoledì, 22 aprile 2009
Ambrogio
Autperto
Cari
fratelli e sorelle,
la Chiesa
vive nelle persone e chi vuol conoscere la Chiesa,
comprendere il suo mistero, deve considerare le persone
che hanno vissuto e vivono il suo messaggio, il suo
mistero. Perciò parlo da tanto tempo nelle catechesi del
mercoledì di persone dalle quali possiamo imparare che
cosa sia la Chiesa. Abbiamo cominciato con gli Apostoli e
i Padri della Chiesa e siamo pian piano giunti fino all’VIII
secolo, il periodo di Carlo Magno. Oggi vorrei parlare di
Ambrogio Autperto, un autore piuttosto sconosciuto: le sue
opere infatti erano state attribuite in gran parte ad
altri personaggi più noti, da sant’Ambrogio di Milano a
sant’Ildefonso, senza parlare di quelle che i monaci di
Montecassino hanno ritenuto di dover rivendicare alla
penna di un loro abate omonimo, vissuto quasi un secolo più
tardi. A prescindere da qualche breve cenno autobiografico
inserito nel suo grande commento all’Apocalisse,
abbiamo poche notizie certe sulla sua vita. L’attenta
lettura delle opere di cui via via la critica gli
riconosce la paternità consente però di scoprire nel suo
insegnamento un tesoro teologico e spirituale prezioso
anche per i nostri tempi.
Nato in
Provenza, da distinta famiglia, Ambrogio Autperto –
secondo il suo tardivo biografo Giovanni – fu alla corte
del re franco Pipino il Breve ove, oltre all’incarico di
ufficiale, svolse in qualche modo anche quello di
precettore del futuro imperatore Carlo Magno.
Probabilmente al seguito di Papa Stefano II, che nel
753-54 si era recato alla corte franca, Autperto venne in
Italia ed ebbe modo di visitare la famosa abbazia
benedettina di san Vincenzo, alle sorgenti del Volturno,
nel ducato di Benevento. Fondata all’inizio di quel
secolo dai tre fratelli beneventani Paldone, Tatone e
Tasone, l’abbazia era conosciuta come oasi di cultura
classica e cristiana. Poco dopo la sua visita, Ambrogio
Autperto decise di abbracciare la vita religiosa ed entrò
in quel monastero, dove poté formarsi in modo adeguato,
soprattutto nel campo della teologia e della spiritualità,
secondo la tradizione dei Padri. Intorno all’anno 761
venne ordinato sacerdote e il 4 ottobre del 777 fu eletto
abate col sostegno dei monaci franchi, mentre gli erano
contrari quelli longobardi, favorevoli al longobardo
Potone. La tensione a sfondo nazionalistico non si acquietò
nei mesi successivi, con la conseguenza che Autperto
l’anno dopo, nel 778, pensò di dare le dimissioni e di
riparare con alcuni monaci franchi a Spoleto, dove poteva
contare sulla protezione di Carlo Magno. Con ciò,
tuttavia, il dissidio nel monastero di S. Vincenzo non
venne appianato, e qualche anno dopo, quando alla morte
dell’abate succeduto ad Autperto fu eletto proprio
Potone (a. 782), il contrasto tornò a divampare e si
giunse alla denuncia del nuovo abate presso Carlo Magno.
Questi rinviò i contendenti al tribunale del Pontefice,
il quale li convocò a Roma. Chiamò anche come testimone
Autperto che, però, durante il viaggio morì
improvvisamente, forse ucciso, il 30 gennaio 784.
Ambrogio
Autperto fu monaco ed abate in un’epoca segnata da forti
tensioni politiche, che si ripercuotevano anche sulla vita
all’interno dei monasteri. Di ciò abbiamo echi
frequenti e preoccupati nei suoi scritti. Egli denuncia,
ad esempio, la contraddizione tra la splendida apparenza
esterna dei monasteri e la tiepidezza dei monaci:
sicuramente con questa critica aveva di mira anche la sua
stessa abbazia. Per essa scrisse la Vita dei tre
fondatori con la chiara intenzione di offrire alla nuova
generazione di monaci un termine di riferimento con cui
confrontarsi. Uno scopo simile perseguiva anche il piccolo
trattato ascetico Conflictus vitiorum et virtutum
(“Conflitto tra i vizi e le virtù”), che ebbe grande
successo nel Medioevo e fu pubblicato nel 1473 a Utrecht
sotto il nome di Gregorio Magno e un anno dopo a
Strasburgo sotto quello di sant’Agostino. In esso
Ambrogio Autperto intende ammaestrare i monaci in modo
concreto sul come affrontare il combattimento spirituale
giorno per giorno. In modo significativo egli applica
l’affermazione di 2
Tim 3,12: “Tutti quelli che vogliono vivere
piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati” non più
alla persecuzione esterna, ma all’assalto che il
cristiano deve affrontare dentro di sé da parte delle
forze del male. Vengono presentate in una specie di
disputa 24 coppie di combattenti: ogni vizio cerca di
adescare l’anima con sottili ragionamenti, mentre la
rispettiva virtù ribatte tali insinuazioni servendosi
preferibilmente di parole della Scrittura.
In questo
trattato sul conflitto tra vizi e virtù, Autperto
contrappone alla cupiditas (la cupidigia) il contemptus
mundi (il disprezzo del mondo), che diventa una figura
importante nella spiritualità dei monaci. Questo
disprezzo del mondo non è un disprezzo del creato, della
bellezza e della bontà della creazione e del Creatore, ma
un disprezzo della falsa visione del mondo presentataci e
insinuataci proprio dalla cupidigia. Essa ci insinua che
“avere” sarebbe il sommo valore del nostro essere, del
nostro vivere nel mondo apparendo come importanti. E così
falsifica la creazione del mondo e distrugge il mondo.
Autperto osserva poi che l’avidità di guadagno dei
ricchi e dei potenti nella società del suo tempo esiste
anche nell’interno delle anime dei monaci e scrive perciò
un trattato intitolato De cupiditate, in cui, con
l’apostolo Paolo, denuncia fin dall’inizio la
cupidigia come la radice di tutti i mali. Scrive: “Dal
suolo della terra diverse spine acute spuntano da varie
radici; nel cuore dell’uomo, invece, le punture di tutti
i vizi provengono da un’unica radice, la cupidigia” (De
cupiditate 1: CCCM 27B, p. 963). Rilievo, questo, che
alla luce della presente crisi economica mondiale, rivela
tutta la sua attualità. Vediamo che proprio da questa
radice della cupidigia tale crisi è nata. Ambrogio
immagina l’obiezione che i ricchi e i potenti potrebbero
sollevare dicendo: ma noi non siamo monaci, per noi certe
esigenze ascetiche non valgono. E lui risponde: “È vero
ciò che dite, ma anche per voi, nella maniera del vostro
ceto e secondo la misura delle vostre forze, vale la via
ripida e stretta, perché il Signore ha proposto solo due
porte e due vie (cioè la porta stretta e quella larga, la
via ripida e quella comoda); non ha indicato una terza
porta ed una terza via” (l. c., p. 978). Egli vede
chiaramente che i modi di vivere sono molto diversi. Ma
anche per l’uomo in questo mondo, anche per il ricco
vale il dovere di combattere contro la cupidigia, contro
la voglia di possedere, di apparire, contro il concetto
falso di libertà come facoltà di disporre di tutto
secondo il proprio arbitrio. Anche il ricco deve trovare
l’autentica strada della verità, dell’amore e così
della retta vita. Quindi Autperto, da prudente pastore
d’anime, sa poi dire, alla fine della sua predica
penitenziale, una parola di conforto: “Ho parlato non
contro gli avidi, ma contro l’avidità, non contro la
natura, ma contro il vizio” (l. c., p. 981).
L’opera
più importante di Ambrogio Autperto è sicuramente il suo
commento in dieci libri all’Apocalisse: esso
costituisce, dopo secoli, il primo commento ampio nel
mondo latino all’ultimo libro della Sacra Scrittura.
Quest’opera era frutto di un lavoro pluriennale,
svoltosi in due tappe tra il 758 ed il 767, quindi prima
della sua elezione ad abate. Nella premessa, egli indica
con precisione le sue fonti, cosa assolutamente non
normale nel Medioevo. Attraverso la sua fonte forse più
significativa, il commento del Vescovo Primasio Adrumetano,
redatto intorno alla metà del VI secolo, Autperto entra
in contatto con l’interpretazione che dell’Apocalisse
aveva lasciato l’africano Ticonio, che era vissuto una
generazione prima di sant’Agostino. Non era cattolico;
apparteneva alla Chiesa scismatica donatista; era tuttavia
un grande teologo. In questo suo commento egli vede
soprattutto nell’Apocalisse riflettersi il
mistero della Chiesa. Ticonio era giunto alla convinzione
che la Chiesa fosse un corpo bipartito: una parte, egli
dice, appartiene a Cristo, ma c’è un’altra parte
della Chiesa che appartiene al diavolo. Agostino lesse
questo commento e ne trasse profitto, ma sottolineò
fortemente che la Chiesa è nelle mani di Cristo, rimane
il suo Corpo, formando con Lui un solo soggetto, partecipe
della mediazione della grazia. Sottolinea perciò che la
Chiesa non può mai essere separata da Gesù Cristo. Nella
sua lettura dell’Apocalisse, simile a quella di
Ticonio, Autperto non s’interessa tanto della seconda
venuta di Cristo alla fine dei tempi, quanto piuttosto
delle conseguenze che derivano per la Chiesa del presente
dalla sua prima venuta, l’incarnazione nel seno della
Vergine Maria. E ci dice una parola molto importante: in
realtà Cristo “deve in noi, che siamo il suo Corpo,
quotidianamente nascere, morire e risuscitare” (In
Apoc. III: CCCM 27, p. 205). Nel contesto della
dimensione mistica che investe ogni cristiano, egli guarda
a Maria come a modello della Chiesa, modello per tutti
noi, perché anche in noi e tra noi deve nascere Cristo.
Sulla scorta dei Padri che vedevano nella “donna vestita
di sole” di Ap
12,1 l’immagine della Chiesa, Autperto argomenta:
“La beata e pia Vergine … quotidianamente partorisce
nuovi popoli, dai quali si forma il Corpo generale del
Mediatore. Non è quindi sorprendente se colei, nel cui
beato seno la Chiesa stessa meritò di essere unita al suo
Capo, rappresenta il tipo della Chiesa”. In questo senso
Autperto vede un ruolo decisivo della Vergine Maria
nell’opera della Redenzione (cfr anche le sue omelie In
purificatione s. Mariae e In adsumptione s. Mariae).
La sua grande venerazione e il suo profondo amore per la
Madre di Dio gli ispirano a volte delle formulazioni che
in qualche modo anticipano quelle di san Bernardo e della
mistica francescana, senza tuttavia deviare verso forme
discutibili di sentimentalismo, perché egli non separa
mai Maria dal mistero della Chiesa. Con buona ragione
quindi Ambrogio Autperto è considerato il primo grande
mariologo in Occidente. Alla pietà che, secondo lui, deve
liberare l’anima dall’attaccamento ai piaceri terreni
e transitori, egli ritiene debba unirsi il profondo studio
delle scienze sacre, soprattutto la meditazione delle
Sacre Scritture, che qualifica “cielo profondo, abisso
insondabile” (In Apoc. IX). Nella bella preghiera
con cui conclude il suo commento all’Apocalisse sottolineando
la priorità che in ogni ricerca teologica della verità
spetta all’amore, egli si rivolge a Dio con queste
parole: “Quando da noi sei scrutato intellettualmente,
non sei scoperto come veramente sei; quando sei amato, sei
raggiunto”.
Possiamo
vedere oggi in Ambrogio Autperto una personalità vissuta
in un tempo di forte strumentalizzazione politica della
Chiesa, in cui nazionalismo e tribalismo avevano sfigurato
il volto della Chiesa. Ma lui, in mezzo a tutte queste
difficoltà che conosciamo anche noi, seppe scoprire il
vero volto della Chiesa in Maria, nei Santi. E seppe così
capire che cosa vuol dire essere cattolico, essere
cristiano, vivere della Parola di Dio, entrare in questo
abisso e così vivere il mistero della Madre di Dio: dare
di nuovo vita alla Parola di Dio, offrire alla Parola di
Dio la propria carne nel tempo presente. E con tutta la
sua conoscenza teologica, la profondità della sua
scienza, Autperto seppe capire che con la semplice ricerca
teologica Dio non può essere conosciuto realmente com’è.
Solo l’amore lo raggiunge. Ascoltiamo questo messaggio e
preghiamo il Signore perchè ci aiuti a vivere il mistero
della Chiesa oggi, in questo nostro tempo.
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