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UDIENZA
GENERALE (22 dicembre 2010) |
Radio
Vaticana, 22 dicembre 2010
Il
Papa all’udienza generale: prepararsi al Natale con
gioia accogliendo Gesù in cuori più puri, non solo in
case più belle
Accogliere
Gesù Bambino con una coscienza rinnovata dalla scelta del
bene, per toccare con mano la bontà di Dio. E’
l’auspicio che Benedetto XVI ha espresso durante
l’udienza generale di questa mattina in Aula Paolo VI.
Il Papa ha interamente dedicato la catechesi
all’imminente festa del Natale, augurando che essa doni
“calma e gioia”. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
La “piccola luce” che illumina “la notte del
mondo” e le luci sgargianti che inondano le strade in
questo periodo. E’ la similitudine che da lungo tempo
accompagna l’arrivo del Natale e che per il cristiano
accende il momento di un esame di coscienza. Benedetto XVI
lo ha messo in risalto in un passaggio della catechesi,
quando ha invitato i cristiani a non farsi trovare
“impreparati” dall’arrivo del Bambino di Betlemme,
presi cioè soprattutto dal “rendere più bella e
attraente la realtà esteriore”:
“La cura che poniamo per rendere più splendenti
le nostre strade e le nostre case ci spinga ancora di più
a predisporre il nostro animo ad incontrare Colui che verrà
a visitarci, che è la vera bellezza e la vera luce.
Purifichiamo quindi la nostra coscienza e la nostra vita
da ciò che è contrario a questa venuta: pensieri,
parole, atteggiamenti e azioni, spronandoci a compiere il
bene e a contribuire a realizzare in questo nostro mondo
la pace e la giustizia per ogni uomo e a camminare così
incontro al Signore”.
Un’autentica preparazione al Natale si gioca tutta
sull’attesa e sui sentimenti di gioia e di stupore che
l’evento di duemila anni fa continua a portare con sé.
Il Papa ha ricordato i protagonisti di allora – da
Zaccaria a Elisabetta e specialmente Maria e Giuseppe –
che trepidano per la “grande promessa” e insieme il
“mistero di questa nascita”. Attesa di un mistero che
avvolge e coinvolge i credenti del Terzo millennio
cristiano:
“Così, accanto all’attesa dei personaggi delle
Sacre Scritture, trova spazio e significato, attraverso i
secoli, anche la nostra attesa (…) Tutta l’esistenza
umana, infatti, è animata da questo profondo sentimento,
dal desiderio che quanto di più vero, di più bello e di
più grande abbiamo intravisto e intuito con la mente ed
il cuore, possa venirci incontro e davanti ai nostri occhi
diventi concreto e ci risollevi”.
Citando a più riprese Sant’Ireneo, che ebbe parole
ispirate sull’Incarnazione di Cristo, Benedetto XVI ha
ricordato fra l’altro che una delle idee centrali di
questo antico padre della Chiesa era che il cristiano deve
abituarsi “a percepire Dio”, il quale attraverso suo
Figlio bambino “ci chiama alla somiglianza con Lui”:
“Ci ricorda che noi dovremmo essere simili a Dio.
E dobbiamo imitarlo (...) Con la sua venuta tra noi, Dio
ci indica e ci assegna anche un compito: proprio quello di
essere somiglianti a Lui e di tendere alla vera vita, di
arrivare alla visione di Dio nel volto di Cristo (...) Il
Verbo fatto bambino ci aiuta a comprendere il modo di
agire di Dio, affinché siamo capaci di lasciarci sempre
più trasformare dalla sua bontà e dalla sua infinita
misericordia”.
Dopo aver disegnato con la sua riflessione una sorta di
presepe dell’anima, il Papa si è soffermato sulla
bellezza dei presepi che per una secolare consuetudine
abbelliscono le feste del Natale:
“Mi rallegro perché rimane viva e, anzi, si
riscopre la tradizione di preparare il presepe nelle case,
nei posti di lavoro, nei luoghi di ritrovo. Questa genuina
testimonianza di fede cristiana possa offrire anche oggi
per tutti gli uomini di buona volontà una suggestiva
icona dell’amore infinito del Padre verso noi tutti. I
cuori dei bambini e degli adulti possano ancora
sorprendersi di fronte ad essa”.
(suono zampogne)
Prima di suggellare l’udienza generale con il suono
degli zampognari molisani di Bojano, che hanno accennato
alcune melodie natalizie in Aula Paolo VI, Benedetto XVI
aveva concluso la catechesi con questo augurio:
“In mezzo all’attività frenetica dei nostri
giorni, questo tempo ci doni un po’ di calma e di gioia
e ci faccia toccare con mano la bontà del nostro Dio, che
si fa Bambino per salvarci e dare nuovo coraggio e nuova
luce al nostro cammino. E’ questo il mio augurio per un
santo e felice Natale: lo rivolgo con affetto a voi qui
presenti, ai vostri familiari, in particolare ai malati e
ai sofferenti, come pure alle vostre comunità e a quanti
vi sono cari”.
(applausi - suono zampogne)
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle!
Con
quest’ultima Udienza prima delle Festività Natalizie,
ci avviciniamo, trepidanti e pieni di stupore, al
"luogo" dove per noi e per la nostra salvezza
tutto ha avuto inizio, dove tutto ha trovato un
compimento, là dove si sono incontrate e incrociate le
attese del mondo e del cuore umano con la presenza di Dio.
Possiamo già ora pregustare la gioia per quella piccola
luce che si intravede, che dalla grotta di Betlemme
comincia ad irradiarsi sul mondo. Nel cammino
dell’Avvento, che la liturgia ci ha invitato a vivere,
siamo stati accompagnati ad accogliere con disponibilità
e riconoscenza il grande Avvenimento della venuta del
Salvatore e a contemplare pieni di meraviglia il suo
ingresso nel mondo.
L’attesa
gioiosa, caratteristica dei giorni che precedono il Santo
Natale, è certamente l’atteggiamento fondamentale del
cristiano che desidera vivere con frutto il rinnovato
incontro con Colui che viene ad abitare in mezzo a noi:
Cristo Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo. Ritroviamo
questa disposizione del cuore, e la facciamo nostra, in
coloro che per primi accolsero la venuta del Messia:
Zaccaria ed Elisabetta, i pastori, il popolo semplice, e
specialmente Maria e Giuseppe, i quali in prima persona
hanno provato la trepidazione, ma soprattutto la gioia per
il mistero di questa nascita. Tutto l’Antico Testamento
costituisce un’unica grande promessa, che doveva
compiersi con la venuta di un salvatore potente. Ce ne dà
testimonianza in particolare il libro del profeta Isaia,
il quale ci parla del travaglio della storia e
dell’intera creazione per una redenzione destinata a
ridonare nuove energie e nuovo orientamento al mondo
intero. Così, accanto all’attesa dei personaggi delle
Sacre Scritture, trova spazio e significato, attraverso i
secoli, anche la nostra attesa, quella che in questi
giorni stiamo sperimentando e quella che ci mantiene desti
per l’intero cammino della nostra vita. Tutta
l’esistenza umana, infatti, è animata da questo
profondo sentimento, dal desiderio che quanto di più
vero, di più bello e di più grande abbiamo intravisto e
intuito con la mente ed il cuore, possa venirci incontro e
davanti ai nostri occhi diventi concreto e ci risollevi.
"Ecco
viene il Signore onnipotente: sarà chiamato Emmanuele,
Dio-con-noi" (Antifona d’ingresso, S. Messa del 21
dicembre). Frequentemente, in questi giorni, ripetiamo
queste parole. Nel tempo della liturgia, che riattualizza
il Mistero, è ormai alle porte Colui che viene a salvarci
dal peccato e dalla morte, Colui che, dopo la
disobbedienza di Adamo ed Eva, ci riabbraccia e spalanca
per noi l’accesso alla vita vera. Lo spiega sant’Ireneo,
nel suo trattato "Contro le eresie", quando
afferma: "Il Figlio stesso di Dio scese «in una
carne simile a quella del peccato» (Rm 8,3) per
condannare il peccato, e, dopo averlo condannato,
escluderlo completamente dal genere umano. Chiamò
l’uomo alla somiglianza con se stesso, lo fece imitatore
di Dio, lo avviò sulla strada indicata dal Padre perché
potesse vedere Dio, e gli diede in dono lo stesso
Padre" (III, 20, 2-3).
Ci
appaiono alcune idee preferite di sant’Ireneo, che Dio
con il Bambino Gesù ci richiama alla somiglianza con se
stesso. Vediamo com’è Dio. E così ci ricorda che noi
dovremmo essere simili a Dio. E dobbiamo imitarlo. Dio si
è donato, Dio si è donato nelle nostre mani. Dobbiamo
imitare Dio. E infine l’idea che così possiamo vedere
Dio. Un’idea centrale di sant’Ireneo: l’uomo non
vede Dio, non può vederlo, e così è nel buio sulla
verità, su se stesso. Ma l’uomo che non può vedere
Dio, può vedere Gesù. E così vede Dio, così comincia a
vedere la verità, così comincia a vivere.
Il
Salvatore, dunque, viene per ridurre all’impotenza
l’opera del male e tutto ciò che ancora può tenerci
lontani da Dio, per restituirci all’antico splendore e
alla primitiva paternità. Con la sua venuta tra noi, Dio
ci indica e ci assegna anche un compito: proprio quello di
essere somiglianti a Lui e di tendere alla vera vita, di
arrivare alla visione di Dio nel volto di Cristo. Ancora
sant’Ireneo afferma: "Il Verbo di Dio pose la sua
abitazione tra gli uomini e si fece Figlio dell’uomo,
per abituare l’uomo a percepire Dio e per abituare Dio a
mettere la sua dimora nell’uomo secondo la volontà del
Padre. Per questo, Dio ci ha dato come «segno» della
nostra salvezza colui che, nato dalla Vergine, è l’Emmanuele"
(ibidem). Anche qui c’è un’idea centrale molto
bella di sant’Ireneo: dobbiamo abituarci a percepire
Dio. Dio è normalmente lontano dalla nostra vita, dalle
nostre idee, dal nostro agire. È venuto vicino a noi e
dobbiamo abituarci a essere con Dio. E audacemente Ireneo
osa dire che anche Dio deve abituarsi a essere con noi e
in noi. E che Dio forse dovrebbe accompagnarci a Natale,
abituarci a Dio, come Dio si deve abituare a noi, alla
nostra povertà e fragilità. La venuta del Signore, perciò,
non può avere altro scopo che quello di insegnarci a
vedere e ad amare gli avvenimenti, il mondo e tutto ciò
che ci circonda, con gli occhi stessi di Dio. Il Verbo
fatto bambino ci aiuta a comprendere il modo di agire di
Dio, affinché siamo capaci di lasciarci sempre più
trasformare dalla sua bontà e dalla sua infinita
misericordia.
Nella
notte del mondo, lasciamoci ancora sorprendere e
illuminare da questo atto di Dio, che è totalmente
inaspettato: Dio si fa Bambino. Lasciamoci sorprendere,
illuminare dalla Stella che ha inondato di gioia
l’universo. Gesù Bambino, giungendo a noi, non ci trovi
impreparati, impegnati soltanto a rendere più bella la
realtà esteriore. La cura che poniamo per rendere più
splendenti le nostre strade e le nostre case ci spinga
ancora di più a predisporre il nostro animo ad incontrare
Colui che verrà a visitarci, che è la vera bellezza e la
vera luce. Purifichiamo quindi la nostra coscienza e la
nostra vita da ciò che è contrario a questa venuta:
pensieri, parole, atteggiamenti e azioni, spronandoci a
compiere il bene e a contribuire a realizzare in questo
nostro mondo la pace e la giustizia per ogni uomo e a
camminare così incontro al Signore.
Segno
caratteristico del tempo natalizio è il presepe. Anche in
Piazza San Pietro, secondo la consuetudine, è quasi
pronto e idealmente si affaccia su Roma e sul mondo
intero, rappresentando la bellezza del Mistero del Dio che
si è fatto uomo e ha posto la sua tenda in mezzo a noi
(cfr Gv 1,14). Il presepe è espressione della
nostra attesa, che Dio si avvicina a noi, che Gesù si
avvicina a noi, ma è anche espressione del rendimento di
grazie a Colui che ha deciso di condividere la nostra
condizione umana, nella povertà e nella semplicità. Mi
rallegro perché rimane viva e, anzi, si riscopre la
tradizione di preparare il presepe nelle case, nei posti
di lavoro, nei luoghi di ritrovo. Questa genuina
testimonianza di fede cristiana possa offrire anche oggi
per tutti gli uomini di buona volontà una suggestiva
icona dell’amore infinito del Padre verso noi tutti. I
cuori dei bambini e degli adulti possano ancora
sorprendersi di fronte ad essa.
Cari
fratelli e sorelle, la Vergine Maria e san Giuseppe ci
aiutino a vivere il Mistero del Natale con rinnovata
gratitudine al Signore. In mezzo all’attività frenetica
dei nostri giorni, questo tempo ci doni un po’ di calma
e di gioia e ci faccia toccare con mano la bontà del
nostro Dio, che si fa Bambino per salvarci e dare nuovo
coraggio e nuova luce al nostro cammino. E’ questo il
mio augurio per un santo e felice Natale: lo rivolgo con
affetto a voi qui presenti, ai vostri familiari, in
particolare ai malati e ai sofferenti, come pure alle
vostre comunità e a quanti vi sono cari.
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