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UDIENZA
GENERALE (22 GIUGNO 2011) |
Radio
Vaticana, 22 giugno 2011
Benedetto
XVI all’udienza generale: i Salmi insegnano a pregare
con le parole di Dio
Lasciamoci insegnare da Dio come pregarlo: l’invito è
stato rivolto stamane da Benedetto XVI all’udienza
generale in piazza San Pietro, dedicata al “libro di
preghiera per eccellenza”, il libro dei Salmi. Il
servizio di Roberta Gisotti:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
“Un ‘formulario’ di preghiere, una raccolta di
150 Salmi che la tradizione biblica dona al popolo dei
credenti perché diventino la sua la nostra preghiera, il
nostro modo di rivolgerci a Dio”, così si presenta il
Salterio, donato a Israele e alla Chiesa, ha spiegato il
Papa:
“In questo libro, trova espressione tutta
l’esperienza umana con le sue molteplici sfaccettature,
e tutta la gamma dei sentimenti che accompagnano
l’esistenza dell’uomo”.
Tutta la realtà del credente confluisce in queste
preghiere:
“Nei Salmi, si intrecciano e si esprimono gioia e
sofferenza, desiderio di Dio e percezione della propria
indegnità, felicità e senso di abbandono, fiducia in Dio
e dolorosa solitudine, pienezza di vita e paura di
morire”.
Inni, lamentazioni, canti di ringraziamento, salmi
penitenziali e sapienziali che esprimono insieme suppliche
e lodi al Signore, “che si china sulle nostre fragilità”:
“Perché la supplica è animata dalla certezza che
Dio risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento
di grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono
dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un
bisogno di aiuto che la supplica esprime”.
“Pregando i Salmi s’impara a pregare”:
“Poiché sono Parola di Dio, chi prega i Salmi
parla a Dio con le parole stesse di Dio, rivolgendosi a
Lui con le parole che Egli stesso ci dona. Così, pregando
i Salmi si impara a pregare”.
Qualcosa di analogo – ha osservato Benedetto XVI –
avviene nel bambino che inizia a parlare “con parole non
gli appartengono in modo innato ma che egli apprende dai
suoi genitori e da coloro che vivono intono a lui”.
Tra le figure più citate nei Salmi il Papa ha
ricordato Re Davide, “re ‘secondo il cuore di
Dio’”. “Instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne
ha tradito l’amore; ma poi umile penitente, ha accolto
il perdono divino e ha accettato un destino segnato dal
dolore”. “Orante appassionato”, “figura
messianica”, che in qualche modo adombra il mistero di
Cristo, che nella sua vita terrena ha pregato con i Salmi,
cosi arricchiti di luce nuova:
“Prendiamo dunque in mano questo libro santo,
lasciamoci insegnare da Dio a rivolgerci a Lui, facciamo
del Salterio una guida che ci aiuti e ci accompagni
quotidianamente nel cammino della preghiera”.
Quindi l’invito finale di Benedetto XVI a partecipare
domani sera, Festa del Corpus Domini, alla Messa
alle 19 in San Giovanni in Laterano, cui seguirà la
processione che raggiungerà attraverso via Merulana Santa
Maria Maggiore.
“Invito i fedeli di Roma e i pellegrini ad unirsi
in questo atto di profonda fede verso l'Eucaristia, che
costituisce il più prezioso tesoro della Chiesa e
dell'umanità”.
Al termine dell’udienza, Benedetto XVI ha ricevuto un
quadro ricordo del collegamento, realizzato il 21 maggio
scorso, tra il Vaticano e la Stazione spaziale
internazionale (Iss). Dono offerto dall'amministratore
capo della Nasa, Charles Bolden, e dal presidente
dell'Agenzia spaziale italiana (Asi), Enrico Saggese.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
nelle
precedenti catechesi, ci siamo soffermati su alcune figure
dell’Antico Testamento particolarmente significative per
la nostra riflessione sulla preghiera. Ho parlato su
Abramo che intercede per le città straniere, su Giacobbe
che nella lotta notturna riceve la benedizione, su Mosè
che invoca il perdono per il suo popolo, e su Elia che
prega per la conversione di Israele. Con la catechesi di
oggi, vorrei iniziare un nuovo tratto del percorso: invece
di commentare particolari episodi di personaggi in
preghiera, entreremo nel "libro di preghiera"
per eccellenza, il libro dei Salmi. Nelle prossime
catechesi leggeremo e mediteremo alcuni tra i Salmi più
belli e più cari alla tradizione orante della Chiesa.
Oggi vorrei introdurli parlando del libro dei Salmi nel
suo complesso.
Il
Salterio si presenta come un "formulario" di
preghiere, una raccolta di centocinquanta Salmi che la
tradizione biblica dona al popolo dei credenti perché
diventino la sua, la nostra preghiera, il nostro modo di
rivolgersi a Dio e di relazionarsi con Lui. In questo
libro, trova espressione tutta l’esperienza umana con le
sue molteplici sfaccettature, e tutta la gamma dei
sentimenti che accompagnano l’esistenza dell’uomo. Nei
Salmi, si intrecciano e si esprimono gioia e sofferenza,
desiderio di Dio e percezione della propria indegnità,
felicità e senso di abbandono, fiducia in Dio e dolorosa
solitudine, pienezza di vita e paura di morire. Tutta la
realtà del credente confluisce in quelle preghiere, che
il popolo di Israele prima e la Chiesa poi hanno assunto
come mediazione privilegiata del rapporto con l’unico
Dio e risposta adeguata al suo rivelarsi nella storia. In
quanto preghiere, i Salmi sono manifestazioni dell’animo
e della fede, in cui tutti si possono riconoscere e nei
quali si comunica quell’esperienza di particolare
vicinanza a Dio a cui ogni uomo è chiamato. Ed è tutta
la complessità dell’esistere umano che si concentra
nella complessità delle diverse forme letterarie dei vari
Salmi: inni, lamentazioni, suppliche individuali e
collettive, canti di ringraziamento, salmi penitenziali,
salmi sapienziali, ed altri generi che si possono
ritrovare in queste composizioni poetiche.
Nonostante
questa molteplicità espressiva, possono essere
identificati due grandi ambiti che sintetizzano la
preghiera del Salterio: la supplica, connessa al lamento,
e la lode, due dimensioni correlate e quasi inscindibili.
Perché la supplica è animata dalla certezza che Dio
risponderà, e questo apre alla lode e al rendimento di
grazie; e la lode e il ringraziamento scaturiscono
dall’esperienza di una salvezza ricevuta, che suppone un
bisogno di aiuto che la supplica esprime.
Nella
supplica, l’orante si lamenta e descrive la sua
situazione di angoscia, di pericolo, di desolazione,
oppure, come nei Salmi penitenziali, confessa la colpa, il
peccato, chiedendo di essere perdonato. Egli espone al
Signore il suo stato di bisogno nella fiducia di essere
ascoltato, e questo implica un riconoscimento di Dio come
buono, desideroso del bene e "amante della vita"
(cfr Sap 11,26), pronto ad aiutare, salvare,
perdonare. Così, ad esempio, prega il Salmista nel Salmo
31: «In te, Signore, mi sono rifugiato, mai sarò deluso
[…] Scioglimi dal laccio che mi hanno teso, perché sei
tu la mia difesa» (vv. 2.5). Già nel lamento,
dunque, può emergere qualcosa della lode, che si
preannuncia nella speranza dell’intervento divino e si
fa poi esplicita quando la salvezza divina diventa realtà.
In modo analogo, nei Salmi di ringraziamento e di lode,
facendo memoria del dono ricevuto o contemplando la
grandezza della misericordia di Dio, si riconosce anche la
propria piccolezza e la necessità di essere salvati, che
è alla base della supplica. Si confessa così a Dio la
propria condizione creaturale inevitabilmente segnata
dalla morte, eppure portatrice di un desiderio radicale di
vita. Perciò il Salmista esclama, nel Salmo 86: «Ti
loderò, Signore, mio Dio, con tutto il cuore e darò
gloria al tuo nome per sempre, perché grande con me è la
tua misericordia: hai liberato la mia vita dal profondo
degli inferi» (vv. 12-13). In tal modo, nella
preghiera dei Salmi, supplica e lode si intrecciano e si
fondono in un unico canto che celebra la grazia eterna del
Signore che si china sulla nostra fragilità.
Proprio
per permettere al popolo dei credenti di unirsi a questo
canto, il libro del Salterio è stato donato a Israele e
alla Chiesa. I Salmi, infatti, insegnano a pregare. In
essi, la Parola di Dio diventa parola di preghiera - e
sono le parole del Salmista ispirato - che diventa anche
parola dell’orante che prega i Salmi. È questa la
bellezza e la particolarità di questo libro biblico: le
preghiere in esso contenute, a differenza di altre
preghiere che troviamo nella Sacra Scrittura, non sono
inserite in una trama narrativa che ne specifica il senso
e la funzione. I Salmi sono dati al credente proprio come
testo di preghiera, che ha come unico fine quello di
diventare la preghiera di chi li assume e con essi si
rivolge a Dio. Poiché sono Parola di Dio, chi prega i
Salmi parla a Dio con le parole stesse che Dio ci ha
donato, si rivolge a Lui con le parole che Egli stesso ci
dona. Così, pregando i Salmi si impara a pregare. Sono
una scuola della preghiera.
Qualcosa
di analogo avviene quando il bambino inizia a parlare,
impara cioè ad esprimere le proprie sensazioni, emozioni,
necessità con parole che non gli appartengono in modo
innato, ma che egli apprende dai suoi genitori e da coloro
che vivono intorno a lui. Ciò che il bambino vuole
esprimere è il suo proprio vissuto, ma il mezzo
espressivo è di altri; ed egli piano piano se ne
appropria, le parole ricevute dai genitori diventano le
sue parole e attraverso quelle parole impara anche un modo
di pensare e di sentire, accede ad un intero mondo di
concetti, e in esso cresce, si relaziona con la realtà,
con gli uomini e con Dio. La lingua dei suoi genitori è
infine diventata la sua lingua, egli parla con parole
ricevute da altri che sono ormai divenute le sue parole.
Così avviene con la preghiera dei Salmi. Essi ci sono
donati perché noi impariamo a rivolgerci a Dio, a
comunicare con Lui, a parlarGli di noi con le sue parole,
a trovare un linguaggio per l'incontro con Dio. E,
attraverso quelle parole, sarà possibile anche conoscere
ed accogliere i criteri del suo agire, avvicinarsi al
mistero dei suoi pensieri e delle sue vie (cfr Is
55,8-9), così da crescere sempre più nella fede e
nell’amore. Come le nostre parole non sono solo parole,
ma ci insegnano un mondo reale e concettuale, così anche
queste preghiere ci insegnano il cuore di Dio, per cui non
solo possiamo parlare con Dio, ma possiamo imparare chi è
Dio e, imparando come parlare con Lui, impariamo l'essere
uomo, l'essere noi stessi.
A tale
proposito, appare significativo il titolo che la
tradizione ebraica ha dato al Salterio. Esso si chiama tehillîm,
un termine ebraico che vuol dire "lodi", da
quella radice verbale che ritroviamo nell’espressione
"Halleluyah", cioè, letteralmente: "lodate
il Signore". Questo libro di preghiere, dunque, anche
se così multiforme e complesso, con i suoi diversi generi
letterari e con la sua articolazione tra lode e supplica,
è ultimamente un libro di lodi, che insegna a rendere
grazie, a celebrare la grandezza del dono di Dio, a
riconoscere la bellezza delle sue opere e a glorificare il
suo Nome santo. È questa la risposta più adeguata
davanti al manifestarsi del Signore e all’esperienza
della sua bontà. Insegnandoci a pregare, i Salmi ci
insegnano che anche nella desolazione, anche
nel dolore, la presenza di Dio rimane, è fonte di
meraviglia e di consolazione; si può piangere,
supplicare, intercedere, lamentarsi, ma nella
consapevolezza che stiamo camminando verso la luce, dove
la lode potrà essere definitiva. Come ci insegna il Salmo
36: «È in Te la sorgente della vita, alla tua luce
vedremo la luce» (Sal 36,10).
Ma oltre
a questo titolo generale del libro, la tradizione ebraica
ha posto su molti Salmi dei titoli specifici,
attribuendoli, in grande maggioranza, al re Davide. Figura
dal notevole spessore umano e teologico, Davide è
personaggio complesso, che ha attraversato le più
svariate esperienze fondamentali del vivere. Giovane
pastore del gregge paterno, passando per alterne e a volte
drammatiche vicende, diventa re di Israele, pastore del
popolo di Dio. Uomo di pace, ha combattuto molte guerre;
instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne ha tradito
l’amore, e questo è caratteristico: sempre è rimasto
cercatore di Dio, anche se molte volte ha gravemente
peccato; umile penitente, ha accolto il perdono divino,
anche la pena divina, e ha accettato un destino segnato
dal dolore. Davide così è stato un re, con tutte le sue
debolezze, «secondo il cuore di Dio» (cfr 1Sam 13,14),
cioè un orante appassionato, un uomo che sapeva cosa vuol
dire supplicare e lodare. Il collegamento dei Salmi con
questo insigne re di Israele è dunque importante, perché
egli è figura messianica, Unto del Signore, in cui è in
qualche modo adombrato il mistero di Cristo.
Altrettanto
importanti e significativi sono il modo e la frequenza con
cui le parole dei Salmi vengono riprese dal Nuovo
Testamento, assumendo e sottolineando quel valore
profetico suggerito dal collegamento del Salterio con la
figura messianica di Davide. Nel Signore Gesù, che nella
sua vita terrena ha pregato con i Salmi, essi trovano il
loro definitivo compimento e svelano il loro senso più
pieno e profondo. Le preghiere del Salterio, con cui si
parla a Dio, ci parlano di Lui, ci parlano del Figlio,
immagine del Dio invisibile (Col 1,15), che ci
rivela compiutamente il Volto del Padre. Il cristiano,
dunque, pregando i Salmi, prega il Padre in Cristo e con
Cristo, assumendo quei canti in una prospettiva nuova, che
ha nel mistero pasquale la sua ultima chiave
interpretativa. L’orizzonte dell’orante si apre così
a realtà inaspettate, ogni Salmo acquista una luce nuova
in Cristo e il Salterio può brillare in tutta la sua
infinita ricchezza.
Fratelli
e sorelle carissimi, prendiamo dunque in mano questo libro
santo, lasciamoci insegnare da Dio a rivolgerci a Lui,
facciamo del Salterio una guida che ci aiuti e ci
accompagni quotidianamente nel cammino della preghiera. E
chiediamo anche noi, come i discepoli di Gesù, «Signore,
insegnaci a pregare» (Lc 11,1), aprendo il cuore
ad accogliere la preghiera del Maestro, in cui tutte le
preghiere giungono a compimento. Così, resi figli nel
Figlio, potremo parlare a Dio chiamandoLo "Padre
Nostro". Grazie
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