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UDIENZA
GENERALE (26 NOVEMBRE 2008) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
26 novembre 2006
Il
Papa all'udienza generale: non c'è contraddizione tra San
Paolo e San Giacomo: è la fede in Dio a salvarci, ma la
vera fede diventa carità operosa
Tra
la teologia di San Paolo e quella di San Giacomo, che
pongono un diverso accento sul valore della fede e delle
opere in merito alla salvezza, non c’è nessuna
contraddizione. E’ quanto ha affermato Benedetto XVI
stamane durante l’udienza generale in Aula Paolo VI in
Vaticano, cui ha partecipato anche il Catholicos armeno di
Cilicia Aram I. Il servizio di Sergio Centofanti.
L’udienza si è aperta con il saluto e l’abbraccio
fraterno tra Benedetto XVI e Aram I, accolto dal caloroso
applauso dei pellegrini presenti:
“This fraternal visit”…
“Questa visita fraterna – ha detto il Papa – è
una significativa occasione per rafforzare i vincoli di
unità già esistenti tra di noi” e “un passo
ulteriore lungo il cammino verso la piena unità”.
Benedetto XVI ha espresso la sua gratitudine” per il
“costante e personale impegno” ecumenico di Aram I e
ha ricordato le sofferenze del popolo armeno nel
testimoniare Cristo “con fedeltà e coraggio in
comunione con l’Agnello Immolato”.
“We need re-evangelization of our Christian
communites…”
Da parte sua il Catholicos armeno, esprimendo il suo
grande apprezzamento per l’impegno di Benedetto XVI
nell’annunciare le verità di fede in un mondo che vede
il decadimento dei valori morali e religiosi, ha affermato
la necessità di una comune testimonianza per
rievangelizzare le comunità cristiane a partire dalle
famiglie.
Il Papa ha poi svolto la sua catechesi sulla dottrina
della giustificazione in San Paolo e San Giacomo
ricordando come il rapporto tra fede e opere abbia
provocato spesso “confusione” e “fraintendimenti”
nella cristianità nel corso dei secoli.
“Spesso si è vista un’infondata
contrapposizione tra la teologia di San Paolo e quella di
San Giacomo, che nella sua Lettera scrive: ‘Come il
corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza
le opere è morta’. In realtà, mentre Paolo è
preoccupato anzitutto di dimostrare che la fede in Cristo
è necessaria e sufficiente, Giacomo pone l’accento
sulle relazioni consequenziali tra la fede e le opere.
Pertanto sia per Paolo sia per Giacomo la fede operante
nell’amore attesta il dono gratuito della
giustificazione in Cristo”.
Solo Dio ci rende giusti – ha detto il Papa - ma la
fede è vera se diventa amore:
“Disastrose sono le conseguenze di una fede che
non s’incarna nell’amore, perché si riduce
all’arbitrio e al soggettivismo più nocivo per noi e
per i fratelli…A che cosa si ridurrebbe una liturgia
rivolta soltanto al Signore, senza diventare, nello stesso
tempo, servizio per i fratelli, una fede che non si
esprimesse nella carità?”
Quindi, “giustificati per il dono della fede in
Cristo – ha aggiunto - siamo chiamati a vivere
nell’amore di Cristo per il prossimo, perché è su
questo criterio che saremo alla fine della nostra
esistenza giudicati”. Come lo stesso San Paolo afferma
nel suo celebre inno alla carità: “Se parlassi le
lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi
l’amore, sarei come bronzo che rimbomba…”:
“L’amore cristiano è quanto mai esigente poiché
sgorga dall’amore totale di Cristo per noi: quell’amore
che ci reclama, ci accoglie, ci abbraccia, sino a
tormentarci, poiché costringe ciascuno a non vivere più
per se stesso, chiuso nel proprio egoismo, ma per ‘Colui
che è morto e risorto per noi’”.
“Se l’etica che Paolo propone ai credenti non scade
in forme di moralismo e si dimostra attuale per noi – ha
concluso il Papa – è perché ogni volta riparte sempre
dalla relazione personale e comunitaria con la
giustificazione in Cristo, per inverarsi nella vita
secondo lo Spirito”:
“Questo è essenziale: l'etica cristiana non nasce
da un sistema di comandamenti, ma è conseguenza della
nostra amicizia con Cristo. Questa amicizia influenza la
vita: se è vera si incarna e si realizza nell'amore per
il prossimo. Per questo, qualsiasi decadimento etico non
si limita alla sfera individuale, ma è nello stesso tempo
svalutazione della fede personale e comunitaria: da questa
deriva e su essa incide in modo determinante. Lasciamoci
quindi raggiungere dalla riconciliazione, che Dio ci ha
donato in Cristo, dall'amore ‘folle’ di Dio per noi:
nulla e nessuno potranno mai separarci dal suo amore (cfr
Rm 8,39). In questa certezza viviamo. E’ questa certezza
a donarci la forza di vivere concretamente la fede che
opera nell'amore”.
UDIENZA
GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 26 novembre 2008
Questa
mattina saluto con grande gioia Sua Santità Aram I,
Catholicos di Cilicia degli Armeni, insieme alla distinta
delegazione che lo accompagna e ai pellegrini armeni dei
vari Paesi. Questa visita fraterna è un'occasione
significativa per rafforzare i vincoli di unità già
esistenti fra noi, mentre procediamo verso la piena
comunione che è sia un obiettivo di tutti i seguaci di
Cristo sia un dono da implorare ogni giorno dal Signore.
Per
questo motivo, Santità, invoco la grazia dello Spirito
Santo sul suo pellegrinaggio presso le tombe degli
Apostoli Pietro e Paolo e invito tutti i presenti a
pregare con fervore il Signore affinché la sua visita e i
nostri incontri siano un ulteriore passo avanti lungo il
cammino verso la piena unità.
Santità,
desidero esprimere particolare gratitudine per il suo
costante impegno personale nel campo dell'ecumenismo, in
particolare nella Commissione congiunta Internazionale per
il Dialogo Teologico fra la Chiesa cattolica e le Chiese
ortodosse orientali e nel Consiglio Mondiale delle Chiese.
Sulla
facciata esterna della basilica di San Pietro c'è una
statua di San Gregorio l'Illuminatore, fondatore della
Chiesa armena, che uno dei vostri storici ha definito
"nostro progenitore e padre del Vangelo". La
presenza di questa statua evoca le sofferenze che ha
sopportato nel condurre il popolo armeno al cristianesimo,
ma ricorda anche i numerosi martiri e confessori della
fede la cui testimonianza ha recato frutti abbondanti
nella storia del vostro popolo. La cultura e la
spiritualità armene sono pervase dall'orgoglio di questa
testimonianza dei loro antenati, che hanno sofferto con
fedeltà e coraggio in comunione con l'Agnello ucciso per
la salvezza del mondo.
Benvenuti,
Santità, cari Vescovi e cari amici! Insieme invochiamo
l'intercessione di San Gregorio l'Illuminatore e
soprattutto la Vergine Madre di Dio cosicché illuminino
il nostro cammino verso la pienezza di quell'unità che
noi tutti desideriamo.

San
Paolo (14)
La
dottrina della giustificazione: dalla fede alle opere.
Cari
fratelli e sorelle,
nella catechesi
di mercoledì scorso ho parlato della questione di
come l'uomo diventi giusto davanti a Dio. Seguendo san
Paolo, abbiamo visto che l'uomo non è in grado di farsi
“giusto” con le sue proprie azioni, ma può realmente
divenire “giusto” davanti a Dio solo perché Dio gli
conferisce la sua “giustizia” unendolo a Cristo suo
Figlio. E questa unione con Cristo l’uomo l’ottiene
mediante la fede. In questo senso san Paolo ci dice: non
le nostre opere, ma la fede ci rende “giusti”. Questa
fede, tuttavia, non è un pensiero, un'opinione, un'idea.
Questa fede è comunione con Cristo, che il Signore ci
dona e perciò diventa vita, diventa conformità con Lui.
O, con altre parole, la fede, se è vera, se è reale,
diventa amore, diventa carità, si esprime nella carità.
Una fede senza carità, senza questo frutto non sarebbe
vera fede. Sarebbe fede morta.
Abbiamo
quindi trovato nell'ultima catechesi due livelli: quello
della non rilevanza delle nostre azioni, delle nostre
opere per il raggiungimento della salvezza e quello della
“giustificazione” mediante la fede che produce il
frutto dello Spirito. La confusione di questi due livelli
ha causato, nel corso dei secoli, non pochi
fraintendimenti nella cristianità. In questo contesto è
importante che san Paolo nella stessa Lettera ai Galati
ponga, da una parte, l’accento, in modo radicale, sulla
gratuità della giustificazione non per le nostre opere,
ma che, al tempo stesso, sottolinei pure la relazione tra
la fede e la carità, tra la fede e le opere: “In Cristo
Gesù non è la circoncisione che vale o la non
circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo
della carità” (Gal
5,6). Di conseguenza, vi sono, da una parte, le
“opere della carne” che sono “fornicazione, impurità,
dissolutezza, idolatria...” (Gal
5,19-21): tutte opere contrarie alla fede;
dall’altra, vi è l’azione dello Spirito Santo, che
alimenta la vita cristiana suscitando “amore, gioia,
pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà,
mitezza, dominio di sé” (Gal
5,22): sono questi i frutti dello Spirito che
sbocciano dalla fede.
All’inizio
di quest’elenco di virtù è citata l’agape, l'amore,
e nella conclusione il dominio di sé. In realtà, lo
Spirito, che è l’Amore del Padre e del Figlio, effonde
il suo primo dono, l’agape, nei nostri cuori (cfr Rm
5,5); e l’agape, l'amore, per esprimersi in pienezza
esige il dominio di sé. Dell’amore del Padre e del
Figlio, che ci raggiunge e trasforma la nostra esistenza
in profondità, ho anche trattato nella mia prima
Enciclica: Deus
caritas est. I credenti sanno che nell'amore
vicendevole s'incarna l'amore di Dio e di Cristo, per
mezzo dello Spirito. Ritorniamo alla Lettera ai Galati.
Qui san Paolo dice che, portando i pesi gli uni degli
altri, i credenti adempiono il comandamento dell’amore (cfr
Gal
6,2). Giustificati per il dono della fede in Cristo,
siamo chiamati a vivere nell’amore di Cristo per il
prossimo, perché è su questo criterio che saremo, alla
fine della nostra esistenza, giudicati. In realtà, Paolo
non fa che ripetere ciò che aveva detto Gesù stesso e
che ci è stato riproposto dal Vangelo di domenica scorsa,
nella parabola dell'ultimo Giudizio. Nella Prima Lettera
ai Corinzi, san Paolo si diffonde in un famoso elogio
dell’amore. E’ il cosiddetto inno alla carità: “Se
parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non
avessi l'amore, sarei come bronzo che rimbomba o come
cimbalo che strepita... La carità è magnanima, benevola
è la carità, non è invidiosa, non si vanta, non si
gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il
proprio interesse...” (1
Cor 13,1.4-5). L’amore cristiano è quanto mai
esigente poiché sgorga dall’amore totale di Cristo per
noi: quell’amore che ci reclama, ci accoglie, ci
abbraccia, ci sostiene, sino a tormentarci, poiché
costringe ciascuno a non vivere più per se stesso, chiuso
nel proprio egoismo, ma per “Colui che è morto e
risorto per noi” (cfr 2
Cor 5,15). L’amore di Cristo ci fa essere in Lui
quella creatura nuova (cfr 2
Cor 5,17) che entra a far parte del suo Corpo
mistico che è la Chiesa.
Vista in
questa prospettiva, la centralità della giustificazione
senza le opere, oggetto primario della predicazione di
Paolo, non entra in contraddizione con la fede operante
nell’amore; anzi esige che la nostra stessa fede si
esprima in una vita secondo lo Spirito. Spesso si è vista
un’infondata contrapposizione tra la teologia di san
Paolo e quella di san Giacomo, che nella sua Lettera
scrive: “Come il corpo senza lo spirito è morto, così
anche la fede senza le opere è morta” (2,26).
In realtà, mentre Paolo è preoccupato anzitutto di
dimostrare che la fede in Cristo è necessaria e
sufficiente, Giacomo pone l’accento sulle relazioni
consequenziali tra la fede e le opere (cfr Gc
2,2-4). Pertanto sia per Paolo sia per Giacomo la fede
operante nell’amore attesta il dono gratuito della
giustificazione in Cristo. La salvezza, ricevuta in
Cristo, ha bisogno di essere custodita e testimoniata
“con rispetto e timore. E’ Dio infatti che suscita in
voi il volere e l’operare secondo il suo disegno
d’amore. Fate tutto senza mormorare e senza esitare...
tenendo salda la parola di vita”, dirà ancora san Paolo
ai cristiani di Filippi (cfr Fil
2,12-14.16).
Spesso
siamo portati a cadere negli stessi fraintendimenti che
hanno caratterizzato la comunità di Corinto: quei
cristiani pensavano che, essendo stati giustificati
gratuitamente in Cristo per la fede, “tutto fosse loro
lecito”. E pensavano, e spesso sembra che lo pensino
anche cristiani di oggi, che sia lecito creare divisioni
nella Chiesa, Corpo di Cristo, celebrare l’Eucaristia
senza farsi carico dei fratelli più bisognosi, aspirare
ai carismi migliori senza rendersi conto di essere membra
gli uni degli altri, e così via. Disastrose sono le
conseguenze di una fede che non s’incarna nell’amore,
perché si riduce all’arbitrio e al soggettivismo più
nocivo per noi e per i fratelli. Al contrario, seguendo
san Paolo, dobbiamo prendere rinnovata coscienza del fatto
che, proprio perché giustificati in Cristo, non
apparteniamo più a noi stessi, ma siamo diventati tempio
dello Spirito e siamo perciò chiamati a glorificare Dio
nel nostro corpo con tutta la nostra esistenza (cfr 1
Cor 6,19). Sarebbe uno svendere il valore
inestimabile della giustificazione se, comprati a caro
prezzo dal sangue di Cristo, non lo glorificassimo con il
nostro corpo. In realtà, è proprio questo il nostro
culto “ragionevole” e insieme “spirituale”, per
cui siamo esortati da Paolo a “offrire il nostro corpo
come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm
12,1). A che cosa si ridurrebbe una liturgia rivolta
soltanto al Signore, senza diventare, nello stesso tempo,
servizio per i fratelli, una fede che non si esprimesse
nella carità? E l’Apostolo pone spesso le sue comunità
di fronte al giudizio finale, in occasione del quale tutti
“dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per
ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute
quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2
Cor 5,10; cfr anche Rm
2,16). E questo pensiero del Giudizio deve
illuminarci nella nostra vita di ogni giorno.
Se
l’etica che Paolo propone ai credenti non scade in forme
di moralismo e si dimostra attuale per noi, è perché,
ogni volta, riparte sempre dalla relazione personale e
comunitaria con Cristo, per inverarsi nella vita secondo
lo Spirito. Questo è essenziale: l'etica cristiana non
nasce da un sistema di comandamenti, ma è conseguenza
della nostra amicizia con Cristo. Questa amicizia
influenza la vita: se è vera si incarna e si realizza
nell'amore per il prossimo. Per questo, qualsiasi
decadimento etico non si limita alla sfera individuale, ma
è nello stesso tempo svalutazione della fede personale e
comunitaria: da questa deriva e su essa incide in modo
determinante. Lasciamoci quindi raggiungere dalla
riconciliazione, che Dio ci ha donato in Cristo,
dall'amore “folle” di Dio per noi: nulla e nessuno
potranno mai separarci dal suo amore (cfr Rm
8,39). In questa certezza viviamo. E’ questa
certezza a donarci la forza di vivere concretamente la
fede che opera nell'amore.
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