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UDIENZA
GENERALE (26 SETTEMBRE 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
26 settembre 2007
Costruire
città con un'anima e un volto cristiano, solidali con i
poveri: così Benedetto XVI all'udienza generale, dedicata
ancora a S. Giovanni Crisostomo
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Con
San Giovanni Crisostomo “comincia la visione di
una città costruita dalla coscienza cristiana”,
nella quale l’uomo, anche il più povero, ha un
suo posto e una sua dignità. E’ una delle
considerazioni di Benedetto XVI, all’udienza
generale di questa mattina in Piazza San Pietro. Il
Papa è ritornato per il secondo mercoledì
consecutivo sulla figura del Crisostomo, mettendone
in luce il valore degli insegnamenti che lo resero,
ha affermato, uno dei precursori della Dottrina
sociale della Chiesa. Il servizio di Alessandro
De Carolis: |
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Un
uomo austero in mezzo allo sfarzo della corte
bizantina. Affascinato dal modello della prima
comunità cristiana unita da una fraternità, che
non attribuiva importanza alle persone in base
alla posizione sociale, ma le considerava in
un’ottica di fede. Ecco presentato ai 20 mila
fedeli in Piazza San Pietro il volto di un Santo
di 1600 anni fa, in fondo rivoluzionario anche per
gli standard attuali. Il suo “cuore buono” -
che si eprimeva nel suo modo di fare “cordiale e
paterno” - non lo mise al riparo da contrasti e
persecuzioni i quali, ha ricordato Benedetto XVI,
costarono a San Giovanni Crisostomo due esili,
l’ultimo dei quali concluso con la sua morte,
nel 407. Tuttavia, nella grande Costantinopoli dei
palazzi imperiali e degli intrighi di corte, il
Crisostomo - ha spiegato il Papa - non si nascose
fra gli agi ma scelse l’austerità - a partire
dal suo palazzo espicopale - e fuori di esso i
poveri e le famiglie, primi obiettivi della sua
cura pastorale. A ispirarlo fu il “modello della
Chiesa primitiva” che gli consentì di
sviluppare la visione di una “città ideale”:
“Crisostomo sosteneva con Paolo il primato
del singolo cristiano, della persona in quanto
tale, anche dello schiavo e del povero. Il suo
progetto corregge così la tradizionale visione
greca della 'polis', della città, in cui larghi
strati della popolazione erano esclusi dai diritti
di cittadinanza, mentre nella città cristiana
tutti sono fratelli e sorelle con uguali
diritti”.
Giovanni Crisostomo, ha proseguito il
Pontefice, aveva compreso che “la vecchia idea
della polis greca” andava “sostituita
dall’idea di una città ispirata dalla fede”
nel Vangelo. Ecco perché con lui, ha rilevato
Benedetto XVI, “comincia la visione di una città
costruita dalla coscienza cristiana”, che “ci
fa tutti uguali, fratelli e sorelle, e ci obbliga
- ha sottolineato il Papa - alla solidarietà”:
“Si trattava infatti di dare
un'anima e un volto cristiano alla città. In
altre parole, Crisostomo ha capito che non è
sufficiente fare elemosina, aiutare i poveri di
volta in volta, ma è necessario creare una nuova
struttura, un nuovo modello di società; un
modello basato sulla prospettiva del Nuovo
Testamento. È la nuova società che si rivela
nella Chiesa nascente”.
Celebre per la sua brillante oratoria, anche
nella “Nuova Roma”, cioè Costantinopoli, il
Crisostomo si confermò maestro di fede e
testimone di carità. Benedetto XVI ha individuato
nella sua spiritualità quattro “passi”. Il
primo riguarda la sensibilità del Santo
antiocheno verso la Creazione - vista come atto
supremo dell’amore di Dio - e il secondo
l’attenzione che egli dedicò alla spiegazione
della Sacra Scrittura la quale, secondo la visione
del Padre della Chiesa, permette - ha osservato il
Papa - di “decifrare” la Creazione stessa. Il
quarto passo riguarda l’azione dello Spirito
Santo nel cuore dell’uomo, ma è il terzo a
rivelare tutta l’umanità e la fede
dell’antico vescovo di Costantinopoli:
“Dio (…) in definitiva, scende Lui
stesso, si incarna, diventa realmente 'Dio con
noi', nostro fratello fino alla morte sulla
Croce”.
Dopo le catechesi in sintesi nelle varie
lingue, Benedetto XVI si è congedato dalla folla
rivolgendo, fra gli altri, saluti particolari ai
sacerdoti dei Pontifici Collegi San Pietro e San
Paolo e dei Legionari di Cristo e ai
rappresentanti dell’Unione Consoli Onorari
d’Italia e dell’Associazione Ragazzi del
Cielo-Ragazzi della terra. “Auspico - ha
concluso il Papa - che da questa sosta presso le
tombe degli Apostoli, tutti possano ricavare
abbondanti frutti sia per la vita personale che
per quella comunitaria”.
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Udienza
generale
Cari
fratelli e sorelle!
Continuiamo
oggi la nostra riflessione su san Giovanni Crisostomo.
Dopo il periodo passato ad Antiochia, nel 397 egli fu
nominato Vescovo di Costantinopoli, la capitale
dell'Impero romano d'Oriente. Fin dall’inizio, Giovanni
progettò la riforma della sua Chiesa: l'austerità del
palazzo episcopale doveva essere di esempio per tutti -
clero, vedove, monaci, persone della corte e ricchi.
Purtroppo, non pochi di essi, toccati dai suoi giudizi, si
allontanarono da lui. Sollecito per i poveri, Giovanni fu
chiamato anche "l'Elemosiniere". Da attento
amministratore, infatti, era riuscito a creare istituzioni
caritative molto apprezzate. La sua intraprendenza nei
vari campi ne fece per alcuni un pericoloso rivale. Egli,
tuttavia, come vero Pastore, trattava tutti in modo
cordiale e paterno. In particolare, riservava accenti
sempre teneri per la donna e cure speciali per il
matrimonio e la famiglia. Invitava i fedeli a partecipare
alla vita liturgica, da lui resa splendida e attraente con
geniale creatività.
Nonostante
il cuore buono, non ebbe una vita tranquilla. Pastore
della capitale dell’Impero, si trovò coinvolto spesso
in questioni e intrighi politici, a motivo dei suoi
continui rapporti con le autorità e le istituzioni
civili. Sul piano ecclesiastico, poi, avendo deposto in
Asia nel 401 sei Vescovi indegnamente eletti, fu accusato
di aver varcato i confini della propria giurisdizione, e
diventò così bersaglio di facili accuse. Un altro
pretesto contro di lui fu la presenza di alcuni monaci
egiziani, scomunicati dal patriarca Teofilo di Alessandria
e rifugiatisi a Costantinopoli. Una vivace polemica fu poi
originata dalle critiche mosse dal Crisostomo
all'imperatrice Eudossia e alle sue cortigiane, che
reagirono gettando su di lui discredito e insulti. Si
giunse così alla sua deposizione, nel sinodo organizzato
dallo stesso patriarca Teofilo nel 403, con la conseguente
condanna al primo breve esilio. Dopo il suo rientro,
l’ostilità suscitata contro di lui dalla protesta
contro le feste in onore dell’imperatrice – che il
Vescovo considerava come feste pagane, lussuose –, e la
cacciata dei presbiteri incaricati dei Battesimi nella
Veglia pasquale del 404 segnarono l'inizio della
persecuzione di Crisostomo e dei suoi seguaci, i
cosiddetti "Giovanniti".
Allora
Giovanni denunciò per lettera i fatti al Vescovo di Roma,
Innocenzo I. Ma era ormai troppo tardi. Nell’anno 406
dovette di nuovo recarsi in esilio, questa volta a Cucusa,
in Armenia. Il Papa era convinto della sua innocenza, ma
non aveva il potere di aiutarlo. Un Concilio, voluto da
Roma per una pacificazione tra le due parti dell'Impero e
tra le loro Chiese, non poté avere luogo. Lo spostamento
logorante da Cucusa verso Pytius, mèta mai raggiunta,
doveva impedire le visite dei fedeli e spezzare la
resistenza dell'esule sfinito: la condanna all'esilio fu
una vera condanna a morte! Sono commoventi le numerose
lettere dall'esilio, in cui Giovanni manifesta le sue
preoccupazioni pastorali con accenti di partecipazione e
di dolore per le persecuzioni contro i suoi. La marcia
verso la morte si arrestò a Comana nel Ponto. Qui
Giovanni moribondo fu portato nella cappella del martire
san Basilisco, dove esalò lo spirito a Dio e fu sepolto,
martire accanto al martire (Palladio, Vita 119).
Era il 14 settembre 407, festa dell’Esaltazione della
santa Croce. La riabilitazione ebbe luogo nel 438 con
Teodosio II. Le reliquie del santo Vescovo, deposte nella
chiesa degli Apostoli a Costantinopoli, furono poi
trasportate nel 1204 a Roma, nella primitiva Basilica
costantiniana, e giacciono ora nella cappella del Coro dei
Canonici della Basilica di San Pietro. Il 24 agosto 2004
una parte cospicua di esse fu donata dal Papa Giovanni
Paolo II al Patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli. La
memoria liturgica del santo si celebra il 13 settembre. Il
beato Giovanni XXIII lo proclamò patrono del Concilio
Vaticano II.
Di
Giovanni Crisostomo si disse che, quando fu assiso sul
trono della Nuova Roma, cioè di Costantinopoli, Dio fece
vedere in lui un secondo Paolo, un dottore dell'Universo.
In realtà, nel Crisostomo c'è un'unità sostanziale di
pensiero e di azione ad Antiochia come a Costantinopoli.
Cambiano solo il ruolo e le situazioni. Meditando sulle
otto opere compiute da Dio nella sequenza dei sei giorni
nel commento della Genesi, il Crisostomo vuole riportare i
fedeli dalla creazione al Creatore: "È un gran
bene", dice, "conoscere ciò che è la creatura
e ciò che è il Creatore". Ci mostra la bellezza
della creazione e la trasparenza di Dio nella sua
creazione, la quale diventa così quasi una
"scala" per salire a Dio, per conoscerlo. Ma a
questo primo passo se ne aggiunge un secondo: questo Dio
creatore è anche il Dio della condiscendenza (synkatabasis).
Noi siamo deboli nel "salire", i nostri occhi
sono deboli. E così Dio diventa il Dio della
condiscendenza, che invia all'uomo caduto e straniero una
lettera, la Sacra Scrittura, cosicché creazione e
Scrittura si completano. Nella luce della
Scrittura, della lettera che Dio ci ha dato, possiamo
decifrare la creazione. Dio è chiamato "padre
tenero" (philostorgios) (ibid.),
medico delle anime (Omelia 40,3 sulla Genesi),
madre (ibid.) e amico affettuoso (Sulla
provvidenza 8,11-12). Ma a questo secondo passo —
prima la creazione come "scala" verso Dio e poi
la condiscendenza di Dio tramite una lettera che ci ha
dato, la Sacra Scrittura — si aggiunge un terzo passo.
Dio non solo ci trasmette una lettera: in definitiva,
scende Lui stesso, si incarna, diventa realmente "Dio
con noi", nostro fratello fino alla morte sulla
Croce. E a questi tre passi — Dio è visibile nella
creazione, Dio ci dà una sua lettera, Dio scende e
diventa uno di noi — si aggiunge alla fine un quarto
passo. All'interno della vita e dell'azione del cristiano,
il principio vitale e dinamico è lo Spirito Santo (Pneuma),
che trasforma le realtà del mondo. Dio entra nella nostra
stessa esistenza tramite lo Spirito Santo e ci trasforma
dall'interno del nostro cuore.
Su questo
sfondo, proprio a Costantinopoli Giovanni, nel commento
continuato degli Atti degli Apostoli, propone il
modello della Chiesa primitiva (At 4,32-37) come
modello per la società, sviluppando un’ "utopia"
sociale (quasi una "città ideale"). Si trattava
infatti di dare un'anima e un volto cristiano alla città.
In altre parole, Crisostomo ha capito che non è
sufficiente fare elemosina, aiutare i poveri di volta in
volta, ma è necessario creare una nuova struttura, un
nuovo modello di società; un modello basato sulla
prospettiva del Nuovo Testamento. È la nuova società che
si rivela nella Chiesa nascente. Quindi Giovanni
Crisostomo diventa realmente così uno dei grandi Padri
della Dottrina Sociale della Chiesa: la vecchia idea della
"polis" greca va sostituita da una nuova idea di
città ispirata alla fede cristiana. Crisostomo sosteneva
con Paolo (cfr 1 Cor 8, 11) il primato del singolo
cristiano, della persona in quanto tale, anche dello
schiavo e del povero. Il suo progetto corregge così la
tradizionale visione greca della "polis", della
città, in cui larghi strati della popolazione erano
esclusi dai diritti di cittadinanza, mentre nella città
cristiana tutti sono fratelli e sorelle con uguali
diritti. Il primato della persona è anche la conseguenza
del fatto che realmente partendo da essa si costruisce la
città, mentre nella "polis" greca la patria era
al di sopra del singolo, il quale era totalmente
subordinato alla città nel suo insieme. Così con
Crisostomo comincia la visione di una società costruita
dalla coscienza cristiana. Ed egli ci dice che la nostra
"polis" è un'altra, "la nostra patria è
nei cieli" (Fil 3, 20) e questa nostra patria
anche in questa terra ci rende tutti uguali, fratelli e
sorelle, e ci obbliga alla solidarietà.
Al
termine della sua vita, dall'esilio ai confini
dell'Armenia, "il luogo più remoto del mondo",
Giovanni, ricongiungendosi alla sua prima predicazione del
386, riprese il tema a lui caro del piano che Dio persegue
nei confronti dell'umanità: è un piano "indicibile
e incomprensibile", ma sicuramente guidato da Lui con
amore (cfr Sulla provvidenza 2,6). Questa è la
nostra certezza. Anche se non possiamo decifrare i
dettagli della storia personale e collettiva, sappiamo che
il piano di Dio è sempre ispirato dal suo amore. Così,
nonostante le sue sofferenze, il Crisostomo riaffermava la
scoperta che Dio ama ognuno di noi con un amore infinito,
e perciò vuole la salvezza di tutti. Da parte sua, il
santo Vescovo cooperò a questa salvezza generosamente,
senza risparmiarsi, lungo tutta la sua vita. Considerava
infatti ultimo fine della sua esistenza quella gloria di
Dio, che – ormai morente – lasciò come estremo
testamento: "Gloria a Dio per tutto!" (Palladio,
Vita 11).
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