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UDIENZA
GENERALE (27 APRILE 2011) |
Radio
Vaticana, 27 aprile 2011
Il
Papa all'udienza generale: i cristiani "risorti"
cambiano faccia al mondo. Il saluto ai lampedusani: siete
esempio di solidarietà
Vivere
da “risorti” in mezzo all’umanità per trasformare
il mondo in un posto più solidale, le città in luoghi
dove sia rispettata la dignità di ciascuno. È questa, ha
detto il Papa, l’esperienza più profonda che i
cristiani possono fare della Pasqua. Benedetto XVI ha
dedicato la catechesi dell’udienza generale di questa
mattina, in Piazza San Pietro, alla riflessione sul tempo
pasquale. Al termine, il Papa ha rivolto un saluto ai
fedeli di Lampedusa, apprezzandone lo spirito di
solidarietà verso gli immigrati. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Non può essere Pasqua se tutto rimane come prima,
dentro e attorno a un cristiano. Se “freschezza” e
“gioia” non trasformano lui e i luoghi nei quali vive.
È la semplice verità del più grande mistero della fede,
spiegata una volta ancora da Benedetto XVI: il cristiano,
risorto con Gesù, è chiamato a comportarsi, in un mondo
di oscurità, come “un figlio della luce”:
“La risurrezione di Cristo è l’approdo verso
una vita non più sottomessa alla caducità del tempo, una
vita immersa nell’eternità di Dio. Nella risurrezione
di Gesù inizia una nuova condizione dell’essere uomini,
che illumina e trasforma il nostro cammino di ogni giorno
e apre un futuro qualitativamente diverso e nuovo per
l’intera umanità".
Dunque, una Pasqua vissuta nella quotidianità cambia
la qualità della vita. A patto, però, che i cristiani
sappiano vivere da “risorti”. Ma come si fa a far
“diventare ‘vita’ la Pasqua”? Per spiegarlo, il
Papa ha preso a prestito le parole di San Paolo.
Anzitutto, ha detto, bisogna pensare “alle cose di lassù,
non a quelle della terra”:
“A prima vista, leggendo questo testo, potrebbe
sembrare che l'Apostolo intenda favorire il disprezzo
delle realtà terrene, invitando cioè a dimenticarsi di
questo mondo di sofferenze, di ingiustizie, di peccati,
per vivere in anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero
del ‘cielo’ sarebbe in tale caso una specie di
alienazione”.
Le cose della terra, ha affermato Benedetto XVI, sono
soprattutto il “desiderio insaziabile di beni
materiali” e l’“egoismo, radice di ogni male”.
Spogliarsi di questo e “rivestirsi di Cristo” – cioè
di sentimenti di carità, di bontà, di mansuetudine,
secondo la celebre descrizione di San Paolo – rende un
cristiano capace di irradiare luce nel mondo. Quindi, ha
osservato il Papa, essere cristiani è tutt’altro che
essere alienati:
“San Paolo è dunque ben lontano dall'invitare i
cristiani, ciascuno di noi, ad evadere dal mondo nel quale
Dio ci ha posti. E’ vero che noi siamo cittadini di
un'altra ‘città’, dove si trova la nostra vera
patria, ma il cammino verso questa meta dobbiamo
percorrerlo quotidianamente su questa terra (...) E questa
è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per
trasformare il mondo, per dare alla città terrena un
volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell'uomo e della
società secondo la logica della solidarietà, della bontà,
nel profondo rispetto della dignità propria di
ciascuno”.
Ecco la Pasqua, il “passaggio profondo e totale”
che porta, ha assicurato il Pontefice, a “una nuova
armonia nel proprio cuore e nel rapporto con gli altri e
con le cose”:
“Ogni cristiano, così come ogni comunità, se
vive l’esperienza di questo passaggio di risurrezione,
non può non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi
senza riserve per le cause più urgenti e più giuste,
come dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e
in ogni luogo (…) E’ il nostro compito e la nostra
missione: far risorgere nel cuore del prossimo la speranza
dove c’è disperazione, la gioia dove c’è tristezza,
la vita dove c’è morte”.
Al termine dell’udienza generale, Benedetto XVI ha
rivolto, tra gli altri, saluti particolari ai diaconi
della Compagnia di Gesù e ai rappresentanti
dell’Associazione Nazionale Vittime dell’Amianto e
dell’Osservatorio Nazionale Amianto, esortati “a
proseguire la loro importante attività a difesa
dell’ambiente e della salute pubblica”. Un lungo
applauso ha poi caratterizzato il saluto che il Papa ha
fatto giungere ai fedeli di dell’isola di Lampedusa, da
sempre approdo di grandi masse di immigrati anche di
recente come sta accadendo, in seguito alla sollevazione
di molte popolazioni del Nord Africa:
“Li incoraggio a continuare
nel loro apprezzato impegno di solidarietà verso i
fratelli migranti, che trovano nella loro isola un primo
asilo di accoglienza; in pari tempo auspico che gli organi
competenti proseguano l’indispensabile azione di tutela
dell’ordine sociale nell’interesse di ogni
cittadino”.
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
in questi
primi giorni del Tempo Pasquale, che si prolunga fino a
Pentecoste, siamo ancora ricolmi della freschezza e della
gioia nuova che le celebrazioni liturgiche hanno portato
nei nostri cuori. Pertanto, oggi vorrei riflettere con voi
brevemente sulla Pasqua, cuore del mistero cristiano.
Tutto, infatti, prende avvio da qui: Cristo risorto dai
morti è il fondamento della nostra fede. Dalla Pasqua si
irradia, come da un centro luminoso, incandescente, tutta
la liturgia della Chiesa, traendo da essa contenuto e
significato. La celebrazione liturgica della morte e
risurrezione di Cristo non è una semplice commemorazione
di questo evento, ma è la sua attualizzazione nel
mistero, per la vita di ogni cristiano e di ogni comunità
ecclesiale, per la nostra vita. Infatti, la fede nel
Cristo risorto trasforma l’esistenza, operando in noi
una continua risurrezione, come scriveva san Paolo ai
primi credenti: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora
siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli
della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà,
giustizia e verità» (Ef 5, 8-9).
Come
possiamo allora far diventare "vita" la Pasqua?
Come può assumere una "forma" pasquale tutta la
nostra esistenza interiore ed esteriore? Dobbiamo partire
dalla comprensione autentica della risurrezione di Gesù:
tale evento non è un semplice ritorno alla vita
precedente, come lo fu per Lazzaro, per la figlia di
Giairo o per il giovane di Nain, ma è qualcosa di
completamente nuovo e diverso. La risurrezione di Cristo
è l’approdo verso una vita non più sottomessa alla
caducità del tempo, una vita immersa nell’eternità di
Dio. Nella risurrezione di Gesù inizia una nuova
condizione dell’essere uomini, che illumina e trasforma
il nostro cammino di ogni giorno e apre un futuro
qualitativamente diverso e nuovo per l’intera umanità.
Per questo, san Paolo non solo lega in maniera
inscindibile la risurrezione dei cristiani a quella di Gesù
(cfr 1Cor 15,16.20), ma indica anche come si deve
vivere il mistero pasquale nella quotidianità della
nostra vita.
Nella Lettera
ai Colossesi, egli dice: «Se siete risorti con
Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto
alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di
lassù, non a quelle della terra» (3,1-2). A prima vista,
leggendo questo testo, potrebbe sembrare che l'Apostolo
intenda favorire il disprezzo delle realtà terrene,
invitando cioè a dimenticarsi di questo mondo di
sofferenze, di ingiustizie, di peccati, per vivere in
anticipo in un paradiso celeste. Il pensiero del
"cielo" sarebbe in tale caso una specie di
alienazione. Ma, per cogliere il senso vero di queste
affermazioni paoline, basta non separarle dal contesto.
L'Apostolo precisa molto bene ciò che intende per «le
cose di lassù», che il cristiano deve ricercare, e «le
cose della terra», dalle quali deve guardarsi. Ecco
anzitutto quali sono «le cose della terra» che bisogna
evitare: «Fate morire – scrive san Paolo – ciò che
appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni,
desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria»
(3,5-6). Far morire in noi il desiderio insaziabile di
beni materiali, l’egoismo, radice di ogni peccato.
Dunque, quando l'Apostolo invita i cristiani a distaccarsi
con decisione dalle «cose della terra», vuole
chiaramente far capire ciò che appartiene all’«uomo
vecchio» di cui il cristiano deve spogliarsi, per
rivestirsi di Cristo.
Come è
stato chiaro nel dire quali sono le cose verso le quali
non bisogna fissare il proprio cuore, con altrettanta
chiarezza san Paolo ci indica quali sono le «cose di lassù»,
che il cristiano deve invece cercare e gustare. Esse
riguardano ciò che appartiene all’«uomo nuovo», che
si è rivestito di Cristo una volta per tutte nel
Battesimo, ma che ha sempre bisogno di rinnovarsi «ad
immagine di Colui che lo ha creato» (Col 3,10).
Ecco come l’Apostolo delle Genti descrive queste «cose
di lassù»: «Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi
dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà,
di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda
e perdonandovi gli uni gli altri (...). Ma sopra tutte
queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in
modo perfetto» (Col 3,12-14). San Paolo è dunque
ben lontano dall'invitare i cristiani, ciascuno di noi, ad
evadere dal mondo nel quale Dio ci ha posti. E’ vero che
noi siamo cittadini di un'altra «città», dove si trova
la nostra vera patria, ma il cammino verso questa meta
dobbiamo percorrerlo quotidianamente su questa terra.
Partecipando fin d'ora alla vita del Cristo risorto
dobbiamo vivere da uomini nuovi in questo mondo, nel cuore
della città terrena.
E questa
è la via non solo per trasformare noi stessi, ma per
trasformare il mondo, per dare alla città terrena un
volto nuovo che favorisca lo sviluppo dell'uomo e della
società secondo la logica della solidarietà, della bontà,
nel profondo rispetto della dignità propria di ciascuno.
L’Apostolo ci ricorda quali sono le virtù che devono
accompagnare la vita cristiana; al vertice c'è la carità,
alla quale tutte le altre sono correlate come alla fonte e
alla matrice. Essa riassume e compendia «le cose del
cielo»: la carità che, con la fede e la speranza,
rappresenta la grande regola di vita del cristiano e ne
definisce la natura profonda.
La
Pasqua, quindi, porta la novità di un passaggio profondo
e totale da una vita soggetta alla schiavitù del peccato
ad una vita di libertà, animata dall’amore, forza che
abbatte ogni barriera e costruisce una nuova armonia nel
proprio cuore e nel rapporto con gli altri e con le cose.
Ogni cristiano, così come ogni comunità, se vive
l’esperienza di questo passaggio di risurrezione, non può
non essere fermento nuovo nel mondo, donandosi senza
riserve per le cause più urgenti e più giuste, come
dimostrano le testimonianze dei Santi in ogni epoca e in
ogni luogo. Sono tante anche le attese del nostro tempo:
noi cristiani, credendo fermamente che la risurrezione di
Cristo ha rinnovato l’uomo senza toglierlo dal mondo in
cui costruisce la sua storia, dobbiamo essere i testimoni
luminosi di questa vita nuova che la Pasqua ha portato. La
Pasqua è dunque dono da accogliere sempre più
profondamente nella fede, per poter operare in ogni
situazione, con la grazia di Cristo, secondo la logica di
Dio, la logica dell’amore. La luce della risurrezione di
Cristo deve penetrare questo nostro mondo, deve giungere
come messaggio di verità e di vita a tutti gli uomini
attraverso la nostra testimonianza quotidiana.
Cari
amici, Sì, Cristo è veramente risorto! Non possiamo
tenere solo per noi la vita e la gioia che Egli ci ha
donato nella sua Pasqua, ma dobbiamo donarla a quanti
avviciniamo. E’ il nostro compito e la nostra missione:
far risorgere nel cuore del prossimo la speranza dove c’è
disperazione, la gioia dove c’è tristezza, la vita dove
c’è morte. Testimoniare ogni giorno la gioia del
Signore risorto significa vivere sempre in "modo
pasquale" e far risuonare il lieto annuncio che
Cristo non è un’idea o un ricordo del passato, ma una
Persona che vive con noi, per noi e in noi, e con Lui, per
e in Lui possiamo fare nuove tutte le cose (cfr Ap
21,5).
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