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UDIENZA
GENERALE (29 dicembre 2010) |
Radio
Vaticana, 29 dicembre 2010
Umiltà,
obbedienza e servizio, armi per combattere il male: così
il Papa all'udienza generale dedicata a Santa Caterina da
Bologna
La
tentazione di compiere il male si vince facendo il bene e
vivendo l’autorità come occasione di servizio e non
come strumento di potere. Questi universali insegnamenti
del cristianesimo furono al centro della vita di Santa
Caterina da Bologna, mistica clarissa del 1400, presentata
questa mattina da Benedetto XVI ai circa ottomila presenti
in Aula Paolo VI, durante la 45.ma e ultima udienza
generale dell'anno. Al momento dei saluti finali, il Papa
ne ha indirizzato uno particolare alla comunità dei
Legionari di Cristo. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
“Sette
armi” per battere Satana. Armi dello spirito da affilare
con cura e dedizione. A usarle, nel cuore della Chiesa del
Quattrocento, è una giovane donna di Bologna – prima
dama di corte del marchese di Ferrara poi religiosa
consacrata – di nome Caterina. Di questa omonima della
più celebre Santa senese, e solo di qualche decennio più
giovane, non si sa molto e Benedetto XVI ha voluto colmare
questa lacuna offrendone un ritratto particolareggiato. La
parabola che la porterà a diventare una fervida nemica
del male nasce sin dai primi anni di vita monastica
quando, ha raccontato il Papa, accanto ai “progressi
spirituali”, Caterina da Bologna sperimenta anche prove
“grandi e terribili”, “sofferenze interiori” con
le quali la tenta il demonio:
“Attraversa una profonda crisi spirituale fino
alle soglie della disperazione. Vive nella notte dello
spirito, percossa pure dalla tentazione dell’incredulità
verso l’Eucaristia. Dopo tanto patire, il Signore la
consola: in una visione le dona la chiara conoscenza della
presenza reale eucaristica, una conoscenza così luminosa
che Caterina non riesce ad esprimere con le parole”.
Nel 1429, dopo una confessione da uno dei Frati Minori
di cui ha stima, Caterina – che nel frattempo ha aderito
alla regola di Santa Chiara d’Assisi – riceve una
visione nella quale, ha affermato Benedetto XVI, “Dio le
rivela di averle perdonato tutto”. E’ l’inizio di
un’ascesi spirituale e di una maturazione umana
impetuose. E’ questo, ha detto il Papa, il periodo in
cui la futura Santa “individua sette armi nella lotta
contro il male”:
“1. avere cura e sollecitudine nell'operare sempre
il bene; 2. credere che da soli non potremo mai fare
qualcosa di veramente buono; 3. confidare in Dio e, per
amore suo, non temere mai la battaglia contro il male, sia
nel mondo, sia in noi stessi; 4. meditare spesso gli
eventi e le parole della vita di Gesù, soprattutto la sua
passione e morte; 5. ricordarsi che dobbiamo morire; 6.
avere fissa nella mente la memoria dei beni del Paradiso;
7. avere familiarità con la Santa Scrittura, portandola
sempre nel cuore perché orienti tutti i pensieri e tutte
le azioni. Un bel programma di vita spirituale, anche oggi
per ognuno di noi”.
Caterina, che già ai tempi delle sue frequentazioni
mondane aveva rivelato una “singolare modestia”, unita
a “grazia e gentilezza nel comportamento”, è ora –
ha notato il Pontefice – una donna e una religiosa
trasformata dall’amore per Cristo, capace di “profonda
umiltà”, “semplicità di cuore, e “ardore
missionario”, che dimostra concretamente ogni giorno:
“In convento, Caterina, nonostante fosse abituata
alla corte ferrarese, svolge mansioni di lavandaia,
cucitrice, fornaia, ed è addetta alla cura degli animali.
Compie tutto, anche i servizi più umili, con amore e con
pronta obbedienza, offrendo alle consorelle una
testimonianza luminosa. Ella vede, infatti, nella
disobbedienza quell’orgoglio spirituale che distrugge
ogni altra virtù”.
Dalla Santa bolognese, divenuta badessa nel tratto
finale della sua vita, ci arriva, ha concluso Benedetto
XVI, un forte invito a procedere nella vita tenendo
stretta nella propria “la mano di Dio”. E a
considerare l’esercizio di una autorità uno strumento
per porsi al servizio di chi si governa:
“Così, dice anche a noi: coraggio, anche nella
notte della fede, anche in tanti dubbi che ci possono
essere, non lasciare la mano del Signore, cammina con la
tua mano nella sua mano, credi nella bontà di Dio; così
è andare sulla via giusta! E vorrei sottolineare un altro
aspetto, quello della sua grande umiltà: è una persona
che non vuole essere qualcuno o qualcosa; non vuole
apparire; non vuole governare. Vuole servire, fare la
volontà di Dio, essere al servizio degli altri. E proprio
per questo Caterina era credibile nell’autorità, perché
si poteva vedere che per lei l'autorità era esattamente
servire gli altri”.
Dopo le catechesi in sintesi,
pronunciate in altre sette lingue, il Papa ha rivolto un
particolare e “cordiale” saluto alla comunità dei
Legionari di Cristo e ai membri di varia provenienza
internazionale appartenenti del suo ramo laicale, il
movimento “Regnum Christi”, presenti in Aula Paolo VI
sotto la guida del loro delegato pontificio, il cardinale
Velasio De Paolis. E un saluto del Pontefice è stato
indirizzato, fra gli altri, alle Missionarie Secolari
Scalabriniane, nel 50.mo del loro Istituto, nato – ha
ricordato Benedetto XVI – “dal carisma del Beato
vescovo Giovanni Battista Scalabrini per seminare il
Vangelo tra i migranti”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
in una
recente catechesi ho parlato di santa Caterina da Siena.
Oggi vorrei presentarvi un’altra Santa, meno conosciuta,
che porta lo stesso nome: santa Caterina da Bologna, donna
di vasta cultura, ma molto umile; dedita alla preghiera,
ma sempre pronta a servire; generosa nel sacrificio, ma
colma di gioia nell’accogliere con Cristo la croce.
Nasce a
Bologna l'8 settembre 1413, primogenita di Benvenuta
Mammolini e di Giovanni de’ Vigri, patrizio ferrarese
ricco e colto, Dottore in Legge e pubblico Lettore a
Padova, dove svolgeva attività diplomatica per Niccolò
III d'Este, marchese di Ferrara. Le notizie
sull’infanzia e la fanciullezza di Caterina sono scarse
e non tutte sicure. Da bambina vive a Bologna, nella casa
dei nonni; qui viene educata dai parenti, soprattutto
dalla mamma, donna di grande fede. Si trasferisce con lei
a Ferrara quando aveva circa dieci anni ed entra alla
corte di Niccolò III d’Este come damigella d’onore di
Margherita, figlia naturale di Niccolò. Il marchese sta
trasformando Ferrara in una splendida città, chiamando
artisti e letterati di vari Paesi. Promuove la cultura e,
benché conduca una vita privata non esemplare, cura molto
il bene spirituale, la condotta morale e l’educazione
dei sudditi.
A Ferrara
Caterina non risente degli aspetti negativi, che
comportava spesso la vita di corte; gode dell'amicizia di
Margherita e ne diventa la confidente; arricchisce la sua
cultura: studia musica, pittura, danza; impara a poetare,
a scrivere composizioni letterarie, a suonare la viola;
diventa esperta nell’arte della miniatura e della
copiatura; perfeziona lo studio del latino. Nella vita
monastica futura valorizzerà molto il patrimonio
culturale e artistico acquisito in questi anni. Apprende
con facilità, con passione e con tenacia; mostra grande
prudenza, singolare modestia, grazia e gentilezza nel
comportamento. Una nota, comunque, la contraddistingue in
modo assolutamente chiaro: il suo spirito costantemente
rivolto alle cose del Cielo. Nel 1427, a soli quattordici
anni, anche in seguito ad alcuni eventi familiari,
Caterina decide di lasciare la corte, per unirsi a un
gruppo di giovani donne provenienti da famiglie gentilizie
che facevano vita comune, consacrandosi a Dio. La madre,
con fede, acconsente, benché avesse altri progetti su di
lei.
Non
conosciamo il cammino spirituale di Caterina prima di
questa scelta. Parlando in terza persona, ella afferma che
è entrata al servizio di Dio "illuminata dalla
grazia divina […] con retta coscienza e grande
fervore", sollecita notte e giorno alla santa
orazione, impegnandosi a conquistare tutte le virtù che
vedeva in altri, "non per invidia, ma per piacere di
più a Dio in cui aveva posto tutto il suo amore" (Le
sette armi spirituali, VII, 8, Bologna 1998, p. 12).
Notevoli sono i suoi progressi spirituali in questa nuova
fase della vita, ma grandi e terribili sono pure le prove,
le sofferenze interiori, soprattutto le tentazioni del
demonio. Attraversa una profonda crisi spirituale fino
alle soglie della disperazione (cfr ibid., VII, p.
12-29). Vive nella notte dello spirito, percossa pure
dalla tentazione dell’incredulità verso l’Eucaristia.
Dopo tanto patire, il Signore la consola: in una visione
le dona la chiara conoscenza della presenza reale
eucaristica, una conoscenza così luminosa che Caterina
non riesce ad esprimere con le parole (cfr ibid.,
VIII, 2, p. 42-46). Nello stesso periodo una prova
dolorosa si abbatte sulla comunità: sorgono tensioni tra
chi vuole seguire la spiritualità agostiniana e chi è più
orientata verso la spiritualità francescana.
Tra il
1429 e il 1430 la responsabile del gruppo, Lucia
Mascheroni, decide di fondare un monastero agostiniano.
Caterina, invece, con altre, sceglie di legarsi alla
regola di santa Chiara d’Assisi. E’ un dono della
Provvidenza, perché la comunità abita nei pressi della
chiesa di Santo Spirito annessa al convento dei Frati
Minori che hanno aderito al movimento dell'Osservanza.
Caterina e le compagne possono così partecipare
regolarmente alle celebrazioni liturgiche e ricevere
un’adeguata assistenza spirituale. Hanno pure la gioia
di ascoltare la predicazione di san Bernardino da Siena
(cfr ibid., VII, 62, p. 26). Caterina narra che,
nel 1429 - terzo anno dalla sua conversione - va a
confessarsi da uno dei Frati Minori da lei stimati, compie
una buona Confessione e prega intensamente il Signore di
donarle il perdono di tutti i peccati e della pena ad essi
connessa. Dio le rivela in visione di averle perdonato
tutto. È un’esperienza molto forte della misericordia
divina, che la segna per sempre, dandole nuovo slancio nel
rispondere con generosità all’immenso amore di Dio (cfr
ibid., IX, 2, p. 46-48).
Nel 1431
ha una visione del giudizio finale. La terrificante scena
dei dannati la spinge a intensificare preghiere e
penitenze per la salvezza dei peccatori. Il demonio
continua ad assalirla ed ella si affida in modo sempre più
totale al Signore e alla Vergine Maria (cfr. ibid.,
X, 3, p. 53-54). Negli scritti, Caterina ci lascia alcune
note essenziali di questo misterioso combattimento, da cui
esce vittoriosa con la grazia di Dio. Lo fa per istruire
le sue consorelle e coloro che intendono incamminarsi
nella via della perfezione: vuole mettere in guardia dalle
tentazioni del demonio, che si nasconde spesso sotto
sembianze ingannatrici, per poi insinuare dubbi di fede,
incertezze vocazionali, sensualità.
Nel
trattato autobiografico e didascalico, Le sette armi
spirituali, Caterina offre, al riguardo, insegnamenti
di grande saggezza e di profondo discernimento. Parla in
terza persona nel riportare le grazie straordinarie che il
Signore le dona e in prima persona nel confessare i propri
peccati. Dal suo scritto traspare la purezza della sua
fede in Dio, la profonda umiltà, la semplicità di cuore,
l’ardore missionario, la passione per la salvezza delle
anime. Individua sette armi nella lotta contro il male,
contro il diavolo: 1. avere cura e sollecitudine
nell'operare sempre il bene; 2. credere che da soli non
potremo mai fare qualcosa di veramente buono; 3. confidare
in Dio e, per amore suo, non temere mai la battaglia
contro il male, sia nel mondo, sia in noi stessi; 4.
meditare spesso gli eventi e le parole della vita di Gesù,
soprattutto la sua passione e morte; 5. ricordarsi che
dobbiamo morire; 6. avere fissa nella mente la memoria dei
beni del Paradiso; 7. avere familiarità con la Santa
Scrittura, portandola sempre nel cuore perché orienti
tutti i pensieri e tutte le azioni. Un bel programma di
vita spirituale, anche oggi, per ognuno di noi!
In
convento, Caterina, nonostante fosse abituata alla corte
ferrarese, svolge mansioni di lavandaia, cucitrice,
fornaia, ed è addetta alla cura degli animali. Compie
tutto, anche i servizi più umili, con amore e con pronta
obbedienza, offrendo alle consorelle una testimonianza
luminosa. Ella vede, infatti, nella disobbedienza
quell’orgoglio spirituale che distrugge ogni altra virtù.
Per obbedienza accetta l’ufficio di maestra delle
novizie, nonostante si ritenga incapace di svolgere
l’incarico, e Dio continua ad animarla con la sua
presenza e i suoi doni: è, infatti, una maestra saggia e
apprezzata.
In
seguito le viene affidato il servizio del parlatorio. Le
costa molto interrompere spesso la preghiera per
rispondere alle persone che si presentano alla grata del
monastero, ma anche questa volta il Signore non manca di
visitarla ed esserle vicino. Con lei il monastero è
sempre più un luogo di preghiera, di offerta, di
silenzio, di fatica e di gioia. Alla morte dell'abbadessa,
i superiori pensano subito a lei, ma Caterina li spinge a
rivolgersi alle Clarisse di Mantova, più istruite nelle
costituzioni e nelle osservanze religiose. Pochi anni
dopo, però, nel 1456, al suo monastero è richiesto di
creare una nuova fondazione a Bologna. Caterina
preferirebbe terminare i suoi giorni a Ferrara, ma il
Signore le appare e la esorta a compiere la volontà di
Dio andando a Bologna come abbadessa. Si prepara al nuovo
impegno con digiuni, discipline e penitenze. Si reca a
Bologna con diciotto consorelle. Da superiora è la prima
nella preghiera e nel servizio; vive in profonda umiltà e
povertà. Allo scadere del triennio di abbadessa è felice
di essere sostituita, ma dopo un anno deve riprendere le
sue funzioni, perché la nuova eletta è diventata cieca.
Sebbene sofferente e con gravi infermità che la
tormentano, svolge il suo servizio con generosità e
dedizione.
Ancora
per un anno esorta le consorelle alla vita evangelica,
alla pazienza e alla costanza nelle prove, all’amore
fraterno, all'unione con lo Sposo divino, Gesù, per
preparare, così, la propria dote per le nozze eterne. Una
dote che Caterina vede nel saper condividere le sofferenze
di Cristo, affrontando, con serenità, disagi, angustie,
disprezzo, incomprensione (cfr Le sette armi spirituali,
X, 20, p. 57-58). All’inizio del 1463 le infermità si
aggravano; riunisce le consorelle un’ultima volta nel
Capitolo, per annunciare loro la sua morte e raccomandare
l'osservanza della regola. Verso la fine di febbraio è
colta da forti sofferenze che non la lasceranno più, ma
è lei a confortare le consorelle nel dolore,
assicurandole del suo aiuto anche dal Cielo. Dopo aver
ricevuto gli ultimi Sacramenti, consegna al confessore lo
scritto Le sette armi spirituali ed entra in
agonia; il suo viso si fa bello e luminoso; guarda ancora
con amore quante la circondano e spira dolcemente,
pronunciando tre volte il nome di Gesù: è il 9 marzo
1463 (cfr I. Bembo, Specchio di illuminazione. Vita di
S. Caterina a Bologna, Firenze 2001, cap. III).
Caterina sarà canonizzata dal Papa Clemente XI il 22
maggio 1712. La città di Bologna, nella cappella del
monastero del Corpus Domini, custodisce il suo
corpo incorrotto.
Cari
amici, santa Caterina da Bologna, con le sue parole e con
la sua vita, è un forte invito a lasciarci guidare sempre
da Dio, a compiere quotidianamente la sua volontà, anche
se spesso non corrisponde ai nostri progetti, a confidare
nella sua Provvidenza che mai ci lascia soli. In questa
prospettiva, santa Caterina parla con noi; dalla distanza
di tanti secoli, è, tuttavia, molto moderna e parla alla
nostra vita. Come noi soffre la tentazione, soffre le
tentazioni dell'incredulità, della sensualità, di un
combattimento difficile, spirituale. Si sente abbandonata
da Dio, si trova nel buio della fede. Ma in tutte queste
situazioni tiene sempre la mano del Signore, non Lo
lascia, non Lo abbandona. E camminando con la mano nella
mano del Signore, va sulla via giusta e trova la via della
luce. Così, dice anche a noi: coraggio, anche nella notte
della fede, anche in tanti dubbi che ci possono essere,
non lasciare la mano del Signore, cammina con la tua mano
nella sua mano, credi nella bontà di Dio; così è andare
sulla via giusta! E vorrei sottolineare un altro aspetto,
quello della sua grande umiltà: è una persona che non
vuole essere qualcuno o qualcosa; non vuole apparire; non
vuole governare. Vuole servire, fare la volontà di Dio,
essere al servizio degli altri. E proprio per questo
Caterina era credibile nell’autorità, perché si poteva
vedere che per lei l'autorità era esattamente servire gli
altri. Chiediamo a Dio, per l’intercessione della nostra
Santa il dono di realizzare il progetto che Egli ha su di
noi, con coraggio e generosità, perché solo Lui sia la
salda roccia su cui si edifica la nostra vita. Grazie.
©
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