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UDIENZA
GENERALE (2 MARZO 2011) |
Radio
Vaticana, 2 marzo 2011
Il
Papa all'udienza generale: la libertà non si raggiunge
con la violenza ma con l'amore
L’ideale
di libertà cui aspirano gli uomini si realizza con
pienezza solo in Dio e non attraverso la violenza e
l’inquietudine, con le quali spesso lo si cerca anche
oggi. Lo ha affermato Benedetto XVI al termine della
catechesi dell’udienza generale, tenuta questa mattina
in Aula Paolo VI e dedicata a San Francesco di Sales. Il
Papa ha parlato della grande amabilità e profondità
d’animo del Santo, che insegnò che la santità è un
percorso aperto a tutti, al di là del loro stato sociale.
Il servizio di Alessandro De Carolis:
La santità a portata di tutti, non solo degli asceti o
dei conventi. Un concetto ormai acquisito e familiare per
la sensibilità cristiana contemporanea. Un pensiero
travolgente quattrocento anni fa, quando, con la grazia e
la profondità che gli erano proprie, lo formulò
Francesco di Sales. Eloquente – in un’epoca in cui si
discettava su cosa bisognasse aspettarsi da Dio – la
consapevolezza cui approdò, pregando e interrogandosi, il
ventenne Francesco: la libertà sta nell’amare Dio
“senza chiedere nulla in cambio”. Evidente
l’ammirazione con la quale Benedetto XVI ha ritratto un
uomo che la Chiesa venera come Santo e dottore, tra i più
grandi, vissuto tra il Cinque e il Seicento:
“L’influsso della sua vita e del suo
insegnamento sull’Europa dell’epoca e dei secoli
successivi appare immenso. E’ apostolo, predicatore,
scrittore, uomo d’azione e di preghiera; impegnato a
realizzare gli ideali del Concilio di Trento; coinvolto
nella controversia e nel dialogo con i protestanti,
sperimentando sempre più, al di là del necessario
confronto teologico, l’efficacia della relazione
personale e della carità; incaricato di missioni
diplomatiche a livello europeo, e di compiti sociali di
mediazione e di riconciliazione”.
“Dio è il Dio del cuore umano”, spiegava con
semplicità solo apparente Francesco di Sales. Il quale di
umanità, ha riconosciuto il Papa, era ben ricco, con le
sue doti di cultura, cortesia, nobiltà, solidarietà. Ma
di lui arricchiva quel senso umano dell’esperienza
cristiana, una sapienza che riversava nei suoi contatti
con la gente e nelle sue opere scritte, rimaste celebri.
In una di esse, l’“Introduzione alla vita devota”,
il Santo francese – ha ricordato Benedetto XVI –
formula un invito “rivoluzionario”, quello “a essere
completamente di Dio, vivendo in pienezza la presenza nel
mondo e i compiti del proprio stato”:
“Nasceva così quell’appello ai laici, quella
cura per la consacrazione delle cose temporali e per la
santificazione del quotidiano su cui insisteranno il
Concilio Vaticano II e la spiritualità del nostro tempo.
Si manifestava l’ideale di un’umanità riconciliata,
nella sintonia fra azione nel mondo e preghiera, fra
condizione secolare e ricerca di perfezione, con l’aiuto
della Grazia di Dio che permea l’umano e, senza
distruggerlo, lo purifica, innalzandolo alle altezze
divine”.
Francesco di Sales, ha proseguito il Pontefice, arriva
a descrivere la ragione umana come “un tempio articolato
in più spazi”, al centro del quale vi è il “fondo
dell’anima”, il punto in cui la ragione – disse un
giorno – “chiude gli occhi” e la conoscenza diventa
un “tutt’uno con l’amore”:
“Che l’amore, nella sua dimensione teologale,
divina, sia la ragion d’essere di tutte le cose, in una
scala ascendente che non sembra conoscere fratture e
abissi, san Francesco di Sales lo ha riassunto in una
celebre frase: “L’uomo è la perfezione
dell’universo; lo spirito è la perfezione dell’uomo;
l’amore è quella dello spirito, e la carità quella
dell’amore”.
Scriverà un giorno, a Santa Francesca di Chantal, la
“regola” sulla quale, ha ricordato Benedetto XVI, si
formeranno Santi successivi come Giovanni Bosco o Teresa
di Lisieux:
“Fare tutto per amore, niente per forza - amar più
l’obbedienza che temere la disobbedienza. Vi lascio lo
spirito di libertà, non già quello che esclude
l’obbedienza, ché questa è la libertà del mondo; ma
quello che esclude la violenza, l’ansia e lo
scrupolo”.
Una regola, ha concluso il Papa, che sovverte e
risponde a certe derive del mondo di oggi:
“In una stagione come la nostra che cerca la
libertà, anche con violenza e inquietudine, non deve
sfuggire l’attualità di questo grande maestro di
spiritualità e di pace, che consegna ai suoi discepoli lo
‘spirito di libertà’, quella vera (...) San Francesco
di Sales è un testimone esemplare dell’umanesimo
cristiano; con il suo stile familiare, con parabole che
hanno talora il colpo d’ala della poesia, ricorda che
l’uomo porta iscritta nel profondo di sé la nostalgia
di Dio e che solo in Lui trova la vera gioia e la sua
realizzazione più piena”.
Tra i gruppi di fedeli citati al termine dell’udienza
generale, Benedetto XVI ha rivolto saluti particolari alle
Suore Figlie di San Camillo, che nel 2011 ricordano il
centenario di morte della loro fondatrice, la Beata
Giuseppina Vannini, e che il Pontefice ha esortato “a
servire con rinnovata generosità il Vangelo della vita,
seguendo Cristo Buon Samaritano”. Un saluto è stato
indirizzato anche a un gruppo di allevatori sardi,
presenti in aula Paolo VI assieme all’arcivescovo di
Sassari, Paolo Atzei.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
"Dieu
est le Dieu du coeur humain" [Dio è il Dio del cuore
umano] (Trattato dell’Amore di Dio, I, XV): in
queste parole apparentemente semplici cogliamo
l’impronta della spiritualità di un grande maestro, del
quale vorrei parlarvi oggi, san Francesco di Sales,
Vescovo e Dottore della Chiesa. Nato nel 1567 in una
regione francese di frontiera, era figlio del Signore di
Boisy, antica e nobile famiglia di Savoia. Vissuto a
cavallo tra due secoli, il Cinquecento e il Seicento,
raccolse in sé il meglio degli insegnamenti e delle
conquiste culturali del secolo che finiva, riconciliando
l’eredità dell’umanesimo con la spinta verso
l’assoluto propria delle correnti mistiche. La sua
formazione fu molto accurata; a Parigi fece gli studi
superiori, dedicandosi anche alla teologia, e
all’Università di Padova quelli di giurisprudenza, come
desiderava il padre, conclusi in modo brillante, con la
laurea in utroque iure, diritto canonico e diritto
civile. Nella sua armoniosa giovinezza, riflettendo sul
pensiero di sant’Agostino e di san Tommaso d’Aquino,
ebbe una crisi profonda che lo indusse a interrogarsi
sulla propria salvezza eterna e sulla predestinazione di
Dio nei suoi riguardi, soffrendo come vero dramma
spirituale le principali questioni teologiche del suo
tempo. Pregava intensamente, ma il dubbio lo tormentò in
modo così forte che per alcune settimane non riuscì
quasi del tutto a mangiare e dormire. Al culmine della
prova, si recò nella chiesa dei Domenicani a Parigi,
aprì il suo cuore e pregò così: "Qualsiasi cosa
accada, Signore, tu che tieni tutto nella tua mano, e le
cui vie sono giustizia e verità; qualunque cosa tu abbia
stabilito a mio riguardo …; tu che sei sempre giusto
giudice e Padre misericordioso, io ti amerò, Signore
[…], ti amerò qui, o mio Dio, e spererò sempre nella
tua misericordia, e sempre ripeterò la tua lode… O
Signore Gesù, tu sarai sempre la mia speranza e la mia
salvezza nella terra dei viventi" (I Proc. Canon.,
vol I, art 4). Il ventenne Francesco trovò la pace nella
realtà radicale e liberante dell’amore di Dio: amarlo
senza nulla chiedere in cambio e confidare nell’amore
divino; non chiedere più che cosa farà Dio con me: io lo
amo semplicemente, indipendentemente da quanto mi dà o
non mi dà. Così trovò la pace, e la questione della
predestinazione - sulla quale si discuteva in quel tempo
– era risolta, perché egli non cercava più di quanto
poteva avere da Dio; lo amava semplicemente, si
abbandonava alla Sua bontà. E questo sarà il segreto
della sua vita, che trasparirà nella sua opera
principale: il Trattato
dell’amore di Dio.
Vincendo
le resistenze del padre, Francesco seguì la chiamata del
Signore e, il 18 dicembre 1593, fu ordinato sacerdote. Nel
1602 divenne Vescovo di Ginevra, in un periodo in
cui la città era roccaforte del Calvinismo, tanto che la
sede vescovile si trovava "in esilio" ad Annecy.
Pastore di una diocesi povera e tormentata, in un
paesaggio di montagna di cui conosceva bene tanto la
durezza quanto la bellezza, egli scrive: "[Dio]
l’ho incontrato pieno di dolcezza e soavità fra le
nostre più alte e aspre montagne, ove molte anime
semplici lo amavano e adoravano in tutta verità e
sincerità; e caprioli e camosci correvano qua e là tra i
ghiacci spaventosi per annunciare le sue lodi" (Lettera
alla Madre di Chantal, ottobre 1606, in Oeuvres, éd.
Mackey, t. XIII, p. 223). E tuttavia l’influsso della
sua vita e del suo insegnamento sull’Europa dell’epoca
e dei secoli successivi appare immenso. E’ apostolo,
predicatore, scrittore, uomo d’azione e di preghiera;
impegnato a realizzare gli ideali del Concilio di Trento;
coinvolto nella controversia e nel dialogo con i
protestanti, sperimentando sempre più, al di là del
necessario confronto teologico, l’efficacia della
relazione personale e della carità; incaricato di
missioni diplomatiche a livello europeo, e di compiti
sociali di mediazione e di riconciliazione. Ma soprattutto
san Francesco di Sales è guida di anime: dall’incontro
con una giovane donna, la signora di Charmoisy, trarrà
spunto per scrivere uno dei libri più letti nell’età
moderna, l’Introduzione alla vita devota; dalla
sua profonda comunione spirituale con una personalità
d’eccezione, santa Giovanna Francesca di Chantal,
nascerà una nuova famiglia religiosa, l’Ordine della
Visitazione, caratterizzato – come volle il Santo – da
una consacrazione totale a Dio vissuta nella semplicità e
umiltà, nel fare straordinariamente bene le cose
ordinarie: "… voglio che le mie Figlie – egli
scrive – non abbiano altro ideale che quello di
glorificare [Nostro Signore] con la loro umiltà" (Lettera
a mons. de Marquemond, giugno 1615). Muore nel 1622, a
cinquantacinque anni, dopo un’esistenza segnata dalla
durezza dei tempi e dalla fatica apostolica.
Quella di
san Francesco di Sales è stata una vita relativamente
breve, ma vissuta con grande intensità. Dalla figura di
questo Santo emana un’impressione di rara pienezza,
dimostrata nella serenità della sua ricerca
intellettuale, ma anche nella ricchezza dei suoi affetti,
nella "dolcezza" dei suoi insegnamenti che hanno
avuto un grande influsso sulla coscienza cristiana. Della
parola "umanità" egli ha incarnato diverse
accezioni che, oggi come ieri, questo termine può
assumere: cultura e cortesia, libertà e tenerezza,
nobiltà e solidarietà. Nell’aspetto aveva qualcosa
della maestà del paesaggio in cui è vissuto,
conservandone anche la semplicità e la naturalezza. Le
antiche parole e le immagini in cui si esprimeva suonano
inaspettatamente, anche all’orecchio dell’uomo
d’oggi, come una lingua nativa e familiare.
A Filotea,
l’ideale destinataria della sua Introduzione alla
vita devota (1607), Francesco di Sales rivolge un
invito che poté apparire, all’epoca, rivoluzionario.
E’ l’invito a essere completamente di Dio, vivendo in
pienezza la presenza nel mondo e i compiti del proprio
stato. "La mia intenzione è di istruire quelli che
vivono nelle città, nello stato coniugale, a corte
[…]" (Prefazione alla Introduzione alla
vita devota). Il Documento con cui Papa Leone XIII,
più di due secoli dopo, lo proclamerà Dottore della
Chiesa insisterà su questo allargamento della chiamata
alla perfezione, alla santità. Vi è scritto: "[la
vera pietà] è penetrata fino al trono dei re, nella
tenda dei capi degli eserciti, nel pretorio dei giudici,
negli uffici, nelle botteghe e addirittura nelle capanne
dei pastori […]" (Breve Dives in misericordia,
16 novembre 1877). Nasceva così quell’appello ai laici,
quella cura per la consacrazione delle cose temporali e
per la santificazione del quotidiano su cui insisteranno
il Concilio Vaticano II e la spiritualità del nostro
tempo. Si manifestava l’ideale di un’umanità
riconciliata, nella sintonia fra azione nel mondo e
preghiera, fra condizione secolare e ricerca di
perfezione, con l’aiuto della Grazia di Dio che permea
l’umano e, senza distruggerlo, lo purifica, innalzandolo
alle altezze divine. A Teotimo, il cristiano adulto,
spiritualmente maturo, al quale indirizza alcuni anni dopo
il suo Trattato dell’amore di Dio (1616), san
Francesco di Sales offre una lezione più complessa. Essa
suppone, all’inizio, una precisa visione dell’essere
umano, un’antropologia: la "ragione"
dell’uomo, anzi l’"anima ragionevole", vi è
vista come un’architettura armonica, un tempio,
articolato in più spazi, intorno ad un centro, che egli
chiama, insieme con i grandi mistici, "cima",
"punta" dello spirito, o "fondo"
dell’anima. E’ il punto in cui la ragione, percorsi
tutti i suoi gradi, "chiude gli occhi" e la
conoscenza diventa tutt’uno con l’amore (cfr libro I,
cap. XII). Che l’amore, nella sua dimensione teologale,
divina, sia la ragion d’essere di tutte le cose, in una
scala ascendente che non sembra conoscere fratture e
abissi, san Francesco di Sales lo ha riassunto in una
celebre frase: "L’uomo è la perfezione
dell’universo; lo spirito è la perfezione dell’uomo;
l’amore è quella dello spirito, e la carità quella
dell’amore" (ibid., libro X, cap. I).
In una
stagione di intensa fioritura mistica, il Trattato
dell’amore di Dio è una vera e propria summa,
e insieme un’affascinante opera letteraria. La sua
descrizione dell’itinerario verso Dio parte dal
riconoscimento della "naturale inclinazione" (ibid.,
libro I, cap. XVI), iscritta nel cuore dell’uomo pur
peccatore, ad amare Dio sopra ogni cosa. Secondo il
modello della Sacra Scrittura, san Francesco di Sales
parla dell’unione fra Dio e l’uomo sviluppando tutta
una serie di immagini di relazione interpersonale. Il suo
Dio è padre e signore, sposo e amico, ha caratteristiche
materne e di nutrice, è il sole di cui persino la notte
è misteriosa rivelazione. Un tale Dio trae a sé l’uomo
con vincoli di amore, cioè di vera libertà:
"poiché l’amore non ha forzati né schiavi, ma
riduce ogni cosa sotto la propria obbedienza con una forza
così deliziosa che, se nulla è forte come l’amore,
nulla è amabile come la sua forza" (ibid.,
libro I, cap. VI). Troviamo nel trattato del nostro Santo
una meditazione profonda sulla volontà umana e la
descrizione del suo fluire, passare, morire, per vivere
(cfr ibid., libro IX, cap. XIII) nel completo
abbandono non solo alla volontà di Dio, ma a ciò che a
Lui piace, al suo "bon plaisir", al suo
beneplacito (cfr ibid., libro IX, cap. I).
All’apice dell’unione con Dio, oltre i rapimenti
dell’estasi contemplativa, si colloca quel rifluire di
carità concreta, che si fa attenta a tutti i bisogni
degli altri e che egli chiama "estasi della vita e
delle opere" (ibid., libro VII, cap. VI).
Si
avverte bene, leggendo il libro sull’amore di Dio e
ancor più le tante lettere di direzione e di amicizia
spirituale, quale conoscitore del cuore umano sia stato
san Francesco di Sales. A santa Giovanna di Chantal, a cui
scrive: "[…] Ecco la regola della nostra obbedienza
che vi scrivo a caratteri grandi: FARE TUTTO PER AMORE,
NIENTE PER FORZA - AMAR PIÙ L’OBBEDIENZA CHE TEMERE LA
DISOBBEDIENZA. Vi lascio lo spirito di libertà, non già
quello che esclude l’obbedienza, ché questa è la
libertà del mondo; ma quello che esclude la violenza,
l’ansia e lo scrupolo" (Lettera del 14
ottobre 1604). Non per niente, all’origine di molte vie
della pedagogia e della spiritualità del nostro tempo
ritroviamo proprio la traccia di questo maestro, senza il
quale non vi sarebbero stati san Giovanni Bosco né
l’eroica "piccola via" di santa Teresa di
Lisieux.
Cari
fratelli e sorelle, in una stagione come la nostra che
cerca la libertà, anche con violenza e inquietudine, non
deve sfuggire l’attualità di questo grande maestro di
spiritualità e di pace, che consegna ai suoi discepoli lo
"spirito di libertà", quella vera, al culmine
di un insegnamento affascinante e completo sulla realtà
dell’amore. San Francesco di Sales è un testimone
esemplare dell’umanesimo cristiano; con il suo stile
familiare, con parabole che hanno talora il colpo d’ala
della poesia, ricorda che l’uomo porta iscritta nel
profondo di sé la nostalgia di Dio e che solo in Lui
trova la vera gioia e la sua realizzazione più piena.
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