|
UDIENZA
GENERALE (2 novembre 2011) |
Radio
Vaticana, 2 novembre 2011
Benedetto
XVI all'udienza generale: dopo la morte non c'è il nulla
ma l'amore di Dio, l'uomo ha bisogno di eternità
◊ Ricordare i propri morti è
come compiere “un cammino segnato dalla speranza di
eternità”. Nel giorno che la Chiesa dedica alla
commemorazione dei fedeli defunti, Benedetto XVI ha voluto
dedicare a questo tema la catechesi dell’udienza
generale di questa mattina, tenuta in Aula Paolo VI.
“Dietro il presente – ha affermato il Papa – non
c’è il nulla e proprio la fede nella vita eterna dà al
cristiano il coraggio” per amare “intensamente” la
terra e di “costruirle un futuro”. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
È inutile che in tanti si sforzino di negarlo e la
mentalità dominante si affanni a rimuoverne la presenza
compensandola con svariati feticci: l’umanità, “in
sua larga parte, mai si è rassegnata a credere” che al
di là della morte “vi sia semplicemente il nulla”.
Con lo sguardo della fede e l’acume dell’esperienza,
Benedetto XVI fa luce con una serie di pensieri in
quell’angolo dell’anima dove spesso si preferisce non
pensare: sulla realtà della morte, sul timore che essa
suscita, sul vuoto che scava nel cuore e sulla pienezza
della consolazione che viene da Dio. Il Papa si è in
certo modo fatto compagno di chi in queste ore percorre i
viali dei cimiteri cercando di scandagliarne i sentimenti,
quei perché troppo grandi, primo fra tutti il perché la
morte incute timore:
“C’è in noi un senso di rifiuto perché non
possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande
è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga
improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla.
Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede
eternità e non è possibile accettare che esso venga
distrutto dalla morte in un solo momento”.
Chi si preoccupa dei propri morti, con cura e con
affetto – ha proseguito Benedetto XVI – cerca di
“dare loro una sorta di seconda vita”. Tenta, ha
soggiunto con profondità, di affrontare quella percezione
che un giudizio vi sarà sulle azioni al termine della
vita, “soprattutto su quei punti d’ombra che, con
abilità, sappiamo rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla
nostra coscienza”:
“In un certo senso i gesti di affetto, di amore
che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo
nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul
giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte
delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo”.
Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è
diventato molto più razionale”, ha osservato il Papa,
per cui “si è diffusa la tendenza a pensare che ogni
realtà debba essere affrontata con i criteri della
scienza sperimentale, e che anche alla grande questione
della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma
partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche”:
“Non ci si rende sufficientemente conto, però,
che proprio in questo modo si è finiti per cadere in
forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche
contatto con il mondo al di là della morte, quasi
immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe
una copia di quella presente”.
Ma la visita a un cimitero, lo sguardo sulla foto di
una persona amata e scomparsa mentre “si affollano i
ricordi”, non è situazione alla quale possa rispondere
alcuna scienza. Le tombe, ha suggerito Benedetto XVI,
aprono uno squarcio nell’anima ben oltre il razionale.
Perché?
“Perché, nonostante la morte sia spesso un tema
quasi proibito nella nostra società, e vi sia il
tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo
pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi (...)
E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente,
cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che
ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che
offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà,
è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri,
come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un
cammino segnato dalla speranza di eternità”.
Ecco dunque, ha chiarito il Papa, la verità che la
Chiesa vive e testimonia celebrando i Santi e commemorando
i defunti, sulla scia della risurrezione di Gesù che ha
aperto all’uomo “le porte dell’eternità”:
“Solamente chi può riconoscere una grande
speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire
dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente
alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può
percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso
profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra
speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata (...)
L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo,
solamente se c’è Dio”.
“Nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con
amore per i nostri defunti, siamo invitati”, ha concluso
Benedetto XVI, “a rinnovare con coraggio e con forza la
nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa
grande speranza e testimoniarla al mondo”:
“Dietro il presente non c’è il nulla. E proprio
la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di
amare ancora più intensamente questa nostra terra e di
lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e
sicura speranza”.
Al termine della sintesi della catechesi in sei lingue,
il Papa ha affidato i giovani, gli ammalati e i nuovi
sposi all’antico vescovo di Milano, San Carlo Borromeo,
del quale dopodomani ricorre la memoria liturgica. “Fu
instancabile maestro e guida dei fratelli”, ha ricordato
Benedetto XVI: il suo esempio “aiuti voi, cari giovani,
a lasciarvi condurre da Cristo nelle vostre scelte per
seguirLo senza timore; incoraggi voi, cari ammalati, ad
offrire la vostra sofferenza per i Pastori della Chiesa e
per la salvezza delle anime; sostenga voi, cari sposi
novelli, nel generoso servizio alla vita”.
UDIENZA
GENERALE
Aula
Paolo VI
Mercoledì, 2 novembre 2011
La
Commemorazione di tutti i fedeli defunti
Cari
fratelli e sorelle!
Dopo avere celebrato la Solennità di Tutti i Santi, la
Chiesa ci invita oggi a commemorare tutti i fedeli
defunti, a volgere il nostro sguardo a tanti volti che ci
hanno preceduto e che hanno concluso il cammino terreno.
Nell’Udienza di questo giorno, allora, vorrei proporvi
alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte, che
per noi cristiani è illuminata dalla Risurrezione di
Cristo, e per rinnovare la nostra fede nella vita eterna.
Come già dicevo ieri all’Angelus, in questi giorni ci
si reca al cimitero per pregare per le persone care che ci
hanno lasciato, quasi un andare a visitarle per esprimere
loro, ancora una volta, il nostro affetto, per sentirle
ancora vicine, ricordando anche, in questo modo, un
articolo del Credo: nella comunione dei santi c’è uno
stretto legame tra noi che camminiamo ancora su questa
terra e tanti fratelli e sorelle che hanno già raggiunto
l’eternità.
Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha
cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso
l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si
vuole conservare la loro esperienza di vita; e,
paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno
amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che
cosa hanno detestato, noi lo scopriamo proprio dalle
tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono
quasi uno specchio del loro mondo.
Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso
un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il
tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo
pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi,
riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E
davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente,
cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che
ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che
offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà,
è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri,
come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un
cammino segnato dalla speranza di eternità.
Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla
morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai
si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi
sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono
molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché
abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa
che non conosciamo, che ci è ignoto. E allora c’è in
noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che
tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato
durante un’intera esistenza, venga improvvisamente
cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi
sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non
è possibile accettare che esso venga distrutto dalla
morte in un solo momento.
Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando
ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la
percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su
come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei
punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso
rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza.
Direi che proprio la questione del giudizio è spesso
sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i
defunti, all’attenzione verso le persone che sono state
significative per lui e che non gli sono più accanto nel
cammino della vita terrena. In un certo senso i gesti di
affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo
per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano
senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere
nella maggior parte delle culture che caratterizzano la
storia dell’uomo.
Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto
più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a
pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i
criteri della scienza sperimentale, e che anche alla
grande questione della morte si debba rispondere non tanto
con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili,
empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però,
che proprio in questo modo si è finiti per cadere in
forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche
contatto con il mondo al di là della morte, quasi
immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è
sarebbe una copia di quella presente.
Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la
Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che
solamente chi può riconoscere una grande speranza nella
morte, può anche vivere una vita a partire dalla
speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla
sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire
empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo.
L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza
per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è
spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni
isolamento, anche quello della morte, in una totalità che
trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è
spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se
c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua
lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra
vita e ci dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi
crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede
in me non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).
Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo
le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al
malfattore crocifisso alla sua destra: «In verità io ti
dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43).
Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando,
dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto,
lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme
per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc
24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le
parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore.
Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa
del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai
detto: “Vado a prepararvi un posto”?» (Gv 14,1-2).
Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha
tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia
la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore
della Croce, immergendosi nell’abisso della morte,
l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte
dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte
della morte che Egli stesso ha attraversato; è il Buon
Pastore, alla cui guida ci si può affidare senza alcuna
paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attraverso
l’oscurità.
Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa
verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e
con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una
volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede
nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande
speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non
c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà
al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente
questa nostra terra e di lavorare per costruirle un
futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.
Saluti:
Je suis
heureux de saluer ce matin les pèlerins de langue française.
Que votre foi dans la résurrection du Christ vous donne
force et courage pour traverser les épreuves de la vie et
qu’elle fasse grandir en vous l’espérance de la vie
éternelle ! Que Dieu vous bénisse!
I offer a
warm welcome to the priests from the United States taking
part in the Institute for Continuing Theological Education
at the Pontifical North American College in Rome. My
greeting also goes to the pilgrimage group from Saint
Paul’s High School in Tokyo, Japan. Upon all the
English-speaking visitors present at today’s Audience,
especially those from Ireland, Denmark, Norway, Japan and
the United States, I invoke God’s blessings of joy and
peace!
Einen
herzlichen Gruß richte ich an alle Pilger deutscher
Sprache. Auch zu uns heute sagt Christus: »Ich bin die
Auferstehung und das Leben. Wer an mich glaubt, wird leben,
auch wenn er stirbt« (Joh 11,25). So ist dies ein Tag, um
unseren Glauben an das Ewige Leben und unsere Hoffnung neu
zu bekräftigen, von dieser Hoffnung her unser Leben zu
vollbringen, und sie so auch vor den Mitmenschen glaubhaft
zu machen. Gott behüte euch und führe euch auf allen
euren Wegen.
Saludo
cordialmente a los peregrinos de lengua española, en
particular a los grupos provenientes de España, México,
República Dominicana, Colombia, Argentina y otros países
latinoamericanos. Invito a todos a que al recitar el Credo
proclaméis al mundo la fe en la vida eterna, pues si el
Buen Pastor nos guía en la noche de la muerte, seremos
capaces de trabajar con denuedo en este mundo, con la
esperanza del futuro que nos promete. Muchas gracias.
Saúdo
com afeto os peregrinos de língua portuguesa, em
particular os brasileiros vindos de diversas cidades do
Estado de São Paulo. Exorto-vos a construir a vossa vida
aqui na terra trabalhando por um futuro marcado por uma
esperança verdadeira e segura, que abra para a vida
eterna. Que Deus vos abençoe!
Saluto
in lingua polacca:
Witam
serdecznie obecnych tu pielgrzymów polskich. Dzisiaj we
Wspomnienie Wszystkich Wiernych Zmarłych pamiętamy
w modlitwie szczególnie o tych, którzy oczekują
naszej pomocy, by wejść do życia wiecznego.
Wierząc w świętych obcowanie, polecamy ich
Bożemu Miłosierdziu. Niech smutek i ból rozłąki
z bliskimi ożywia nadzieja naszego zmartwychwstania i
spotkania z Bogiem w niebie. Niech będzie pochwalony
Jezus Chrystus.
Traduzione italiana:
Saluto
cordialmente i pellegrini polacchi qui presenti. Oggi,
celebrando la Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti,
ricordiamo in modo particolare coloro che aspettano
l’aiuto della nostra preghiera per entrare nella vita
eterna. Credendo nella comunione dei santi, affidiamoli
alla Divina Misericordia. Che la tristezza e il dolore per
la separazione dai nostri cari siano alleviati dalla
speranza della risurrezione e dell’incontro con Dio nel
cielo. Sia lodato Gesù Cristo.
APPELLO
Il
3 e il 4 novembre prossimi - domani e dopo domani - i Capi
di Stato o di Governo del G-20 si riuniranno a Cannes, per
esaminare le principali problematiche connesse con
l’economia globale. Auspico che l’incontro aiuti a
superare le difficoltà che, a livello mondiale,
ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente
umano e integrale.
* * *
Rivolgo
un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. Cari
amici, vi ringrazio per questa visita e vi esorto a
trovare nella preghiera la forza per avanzare sempre più
nel cammino della santità.
Desidero, infine, salutare i giovani, gli ammalati e gli
sposi novelli. Dopo domani ricorre la memoria liturgica di
San Carlo Borromeo, Vescovo insigne della Diocesi di
Milano, che, animato da ardente amore per Cristo, fu
instancabile maestro e guida dei fratelli. Il suo esempio
aiuti voi, cari giovani, a lasciarvi condurre da Cristo
nelle vostre scelte per seguirLo senza timore; incoraggi
voi, cari ammalati, ad offrire la vostra sofferenza per i
Pastori della Chiesa e per la salvezza delle anime;
sostenga voi, cari sposi novelli, nel generoso servizio
alla vita.
©
Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana
|
|