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UDIENZA
GENERALE (31 MAGGIO 2011) |
Radio
Vaticana, 31 maggio 2011
Il
Papa all'udienza generale: l'uomo vinca la tentazione di
costruirsi un "dio" secondo i propri schemi
L’episodio
del “vitello d’oro” raccontato nel Libro
dell’Esodo è stato il filo conduttore dell’udienza
generale di questa mattina, presieduta da Benedetto XVI in
Piazza San Pietro davanti a 20 mila persone. Il Papa ha
riflettuto ancora una volta sulla forza della preghiera di
intercessione, in particolare sul modo in cui Mosè ha
convinto Dio a non punire il popolo ebreo, che gli aveva
preferito un idolo. Al termine dell’udienza, Benedetto
XVI ha chiesto preghiere per il suo imminente viaggio
apostolico in Croazia. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
È indubbio che il popolo ebreo in marcia verso la
Terra promessa debba a Mosè il fatto di essere stato
protetto da Dio nei mille pericoli che hanno costellato la
sua lunghissima impresa. Dalla libertà iniziale implorata
e ottenuta dal Faraone, alle continue preghiere levate via
via perché lebbra, fuoco, serpenti, ma anche paura e
ribellione, non infrangessero l’Alleanza tra Dio e il
popolo eletto, in ogni circostanza – ha affermato
Benedetto XVI – Mosè brilla “come mediatore di
salvezza per Israele”. Un episodio più degli altri è
emblematico, quello del “vitello d’oro”. La storia
è nota: mentre sulla cima del Sinai Dio consegna a Mosè
le Tavole della Legge, a valle gli ebrei rumoreggiano.
“Stanco di un cammino con un Dio invisibile”, ora che
anche “Mosè, il mediatore, è sparito”, il popolo,
ricorda il Papa, chiede “una presenza tangibile”, un
'dio' “accessibile, manovrabile, alla portata
dell’uomo”:
“È questa una tentazione costante nel cammino di
fede: eludere il mistero divino costruendo un dio
comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri
progetti. Quanto avviene al Sinai mostra tutta la
stoltezza e l’illusoria vanità di questa pretesa perché,
come ironicamente afferma il Salmo 106, ‘scambiarono la
loro gloria con la figura di un toro che mangia
erba’”.
Dio comunica di voler punire gli israeliti che hanno
tradito la sua benevolenza; Mosè reagisce invocando
clemenza in un gioco che ricorda quello tra Dio e Abramo
quando si tratta della salvezza di Sodoma e Gomorra. Un
gioco nel quale – spiega Benedetto XVI - è il Creatore
a volere in realtà che sia la creatura a rivelare,
attraverso la sua supplica, che il perdono è l’unico
“desiderio di Dio”:
“Questa è la salvezza di Dio, che implica
misericordia, ma insieme anche denuncia della verità del
peccato, del male che esiste, così che il peccatore,
riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi
perdonare e trasformare da Dio. La preghiera di
intercessione rende così operante, dentro la realtà
corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina,
che trova voce nella supplica dell’orante e si fa
presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di
salvezza”.
Benedetto XVI si sofferma sugli argomenti che Mosè
porta per convincere Dio. Ad esempio, che l’aver
liberato Israele dagli egiziani, per poi farlo morire nel
deserto, potrebbe indurre il popolo a ritenere Dio
“incapace di vincere il peccato e di mostrarsi più
forte del male:
“L’opera di salvezza iniziata deve essere
completata; se Dio facesse perire il suo popolo, ciò
potrebbe essere interpretato come il segno di
un’incapacità divina di portare a compimento il
progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli
è il Signore buono che salva, il garante della vita, è
il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal
peccato che uccide. E così Mosè fa appello a Dio, alla
vita interiore di Dio contro la sentenza esteriore”.
Mosè, prosegue il Papa, non è dunque preoccupato
solamente della salvezza del suo popolo, bensì del
“nome” di Dio, che cioè la sua promessa si riveli in
tutta la sua “verità”:
“L’intercessore infatti vuole che il popolo di
Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato
affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti
la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio
si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono
inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso
tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un
unico desiderio di bene”.
Nel chiedere di perdonare Israele, Mosè – afferma
Benedetto XVI – “si appella alla fedeltà di Dio”,
senza minimamente di preoccuparsi di se stesso. Mosè,
dice, è “mediatore di vita”, l’intercessore “che
solidarizza con il suo popolo”:
“L’intercessore non accampa scuse per il peccato
della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo
né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio
libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si
è allontanato, che resta sempre fedele a se stesso e
offre al peccatore la possibilità di tornare a Lui e di
diventare, con il perdono, giusto e capace di fedeltà”.
In un intenso finale pronunciato a braccio, il Papa
conclude la catechesi rammentando come anche questa pagina
dell’Antico Testamento riporti al Nuovo, alla figura del
vero mediatore inviato da Dio una volta per tutte per
salvare l’umanità di tutti i tempi, non con
l’imposizione di una legge, ma con l’offerta della
propria vita:
“In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a
faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e
offre se stesso (…) i Padri della Chiesa hanno visto una
prefigurazione di Cristo, che sull'alta cima della croce
realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come
Figlio (…) la sua intercessione è non solo solidarietà,
ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo.
E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è
grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che
trasforma e rinnova”.
Di rilievo, fra i saluti nelle varie lingue, quello in
lingua polacca nel quale Benedetto XVI è tornato a
parlare della Beatificazione di Giovanni Paolo II,
indicandolo ai giovani come loro “padre”, “guida”
e “amico” e ricordando la sua perseveranza nella
preghiera e la sua apertura verso ogni uomo. Poi, in
lingua croata, il Papa ha fatto cenno all’imminente
viaggio apostolico a Zagabria del 4 e 5 giugno prossimi
per la Giornata delle famiglie cattoliche croate:
“Dok s radošću iščekujem taj susret...
Mentre attendo con gioia questo incontro, vi invito
a pregare affinché il mio viaggio in quella cara terra
porti molti frutti spirituali e le famiglie cristiane
siano sale della terra e luce del mondo”.
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
leggendo
l’Antico Testamento, una figura risalta tra le altre:
quella di Mosè, proprio come uomo di preghiera. Mosè, il
grande profeta e condottiero del tempo dell’Esodo, ha
svolto la sua funzione di mediatore tra Dio e Israele
facendosi portatore, presso il popolo, delle parole e dei
comandi divini, conducendolo verso la libertà della Terra
Promessa, insegnando agli Israeliti a vivere
nell’obbedienza e nella fiducia verso Dio durante la
lunga permanenza nel deserto, ma anche, e direi
soprattutto, pregando. Egli prega per il Faraone quando
Dio, con le piaghe, tentava di convertire il cuore degli
Egiziani (cfr Es 8–10); chiede al Signore la
guarigione della sorella Maria colpita dalla lebbra (cfr Nm
12,9-13), intercede per il popolo che si era ribellato,
impaurito dal resoconto degli esploratori (cfr Nm
14,1-19), prega quando il fuoco stava per divorare
l’accampamento (cfr Nm 11,1-2) e quando serpenti
velenosi facevano strage (cfr Nm 21,4-9); si
rivolge al Signore e reagisce protestando quando il peso
della sua missione si era fatto troppo pesante (cfr Nm
11,10-15); vede Dio e parla con Lui «faccia a faccia,
come uno parla con il proprio amico» (cfr Es
24,9-17; 33,7-23; 34,1-10.28-35).
Anche
quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il
vitello d’oro, Mosè prega, esplicando in modo
emblematico la propria funzione di intercessore.
L’episodio è narrato nel capitolo 32 del Libro
dell’Esodo ed ha un racconto parallelo in Deuteronomio
al capitolo 9. È su questo episodio che vorrei
soffermarmi nella catechesi di oggi, e in particolare
sulla preghiera di Mosè che troviamo nella narrazione
dell’Esodo. Il popolo di Israele si trovava ai piedi del
Sinai mentre Mosè, sul monte, attendeva il dono delle
tavole della Legge, digiunando per quaranta giorni e
quaranta notti (cfr Es 24,18; Dt 9,9). Il
numero quaranta ha valore simbolico e significa la totalità
dell’esperienza, mentre con il digiuno si indica che la
vita viene da Dio, è Lui che la sostiene. L’atto del
mangiare, infatti, implica l’assunzione del nutrimento
che ci sostiene; perciò digiunare, rinunciando al cibo,
acquista, in questo caso, un significato religioso: è un
modo per indicare che non di solo pane vive l’uomo, ma
di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cfr Dt
8,3). Digiunando, Mosè mostra di attendere il dono della
Legge divina come fonte di vita: essa svela la volontà di
Dio e nutre il cuore dell’uomo, facendolo entrare in
un’alleanza con l’Altissimo, che è fonte della vita,
è la vita stessa.
Ma mentre
il Signore, sul monte, dona a Mosè la Legge, ai piedi del
monte il popolo la trasgredisce. Incapaci di resistere
all’attesa e all’assenza del mediatore, gli Israeliti
chiedono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini
alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha
fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa
sia accaduto» (Es 32,1). Stanco di un cammino con
un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è
sparito, il popolo chiede una presenza tangibile,
toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo
fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile,
manovrabile, alla portata dell’uomo. È questa una
tentazione costante nel cammino di fede: eludere il
mistero divino costruendo un dio comprensibile,
corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti.
Quanto avviene al Sinai mostra tutta la stoltezza e
l’illusoria vanità di questa pretesa perché, come
ironicamente afferma il Salmo 106, «scambiarono la
loro gloria con la figura di un toro che mangia erba» (Sal
106,20). Perciò il Signore reagisce e ordina a Mosè di
scendere dal monte, rivelandogli quanto il popolo stava
facendo e terminando con queste parole: «Ora lascia che
la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te
invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Come
con Abramo a proposito di Sodoma e Gomorra, anche ora Dio
svela a Mosè che cosa intende fare, quasi non volesse
agire senza il suo consenso (cfr Am 3,7). Dice: «lascia
che si accenda la mia ira». In realtà, questo «lascia
che si accenda la mia ira» è detto proprio perché Mosè
intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che
il desiderio di Dio è sempre di salvezza. Come per le due
città dei tempi di Abramo, la punizione e la distruzione,
in cui si esprime l’ira di Dio come rifiuto del male,
indicano la gravità del peccato commesso; allo stesso
tempo, la richiesta dell’intercessore intende
manifestare la volontà di perdono del Signore. Questa è
la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme
anche denuncia della verità del peccato, del male che
esiste, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato
il proprio male, possa lasciarsi perdonare e trasformare
da Dio. La preghiera di intercessione rende così
operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo
peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella
supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui
lì dove c’è bisogno di salvezza.
La
supplica di Mosè è tutta incentrata sulla fedeltà e la
grazia del Signore. Egli si riferisce dapprima alla storia
di redenzione che Dio ha iniziato con l’uscita
d’Israele dall’Egitto, per poi fare memoria
dell’antica promessa data ai Padri. Il Signore ha
operato salvezza liberando il suo popolo dalla schiavitù
egiziana; perché allora – chiede Mosè – «gli
Egiziani dovranno dire: "Con malizia li ha fatti
uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire
dalla faccia della terra"?» (Es 32,12).
L’opera di salvezza iniziata deve essere completata; se
Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere
interpretato come il segno di un’incapacità divina di
portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può
permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il
garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono,
di liberazione dal peccato che uccide. E così Mosè fa
appello a Dio, alla vita interiore di Dio contro la
sentenza esteriore. Ma allora, argomenta Mosè con il
Signore, se i suoi eletti periscono, anche se sono
colpevoli, Egli potrebbe apparire incapace di vincere il
peccato. E questo non si può accettare. Mosè ha fatto
esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato
come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua
preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine,
preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche
preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la
verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che
il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che
gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza
si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e
amore di Dio si compenetrano nella preghiera di
intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore,
è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si
sovrappongono in un unico desiderio di bene.
Poi, Mosè
si appella alla fedeltà di Dio, rammentandogli le sue
promesse: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele,
tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai
detto: "Renderò la vostra posterità numerosa come
le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho
parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno
per sempre"» (Es 32,13). Mosè fa memoria
della storia fondatrice delle origini, dei Padri del
popolo e della loro elezione, totalmente gratuita, in cui
Dio solo aveva avuto l’iniziativa. Non a motivo dei loro
meriti, essi avevano ricevuto la promessa, ma per la
libera scelta di Dio e del suo amore (cfr Dt
10,15). E ora, Mosè chiede che il Signore continui nella
fedeltà la sua storia di elezione e di salvezza,
perdonando il suo popolo. L’intercessore non accampa
scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti
meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità
di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di
cercare chi si è allontanato, che resta sempre fedele a
se stesso e offre al peccatore la possibilità di tornare
a Lui e di diventare, con il perdono, giusto e capace di
fedeltà. Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche
del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca
questo rivelarsi divino. Mediatore di vita,
l’intercessore solidarizza con il popolo; desideroso
solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia
alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al
Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te
invece farò una grande nazione», non è neppure presa in
considerazione dall’"amico" di Dio, che invece
è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della
sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la
distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per
chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al
Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato!
Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v.
32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio,
l’intercessore entra sempre più profondamente nella
conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa
capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé.
In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con
Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se
stesso - «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno
visto una prefigurazione di Cristo, che sull'alta cima
della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come
amico ma come Figlio. E non solo si offre - «cancellami»
-, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa,
come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé
i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua
intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione
con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la
sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di
Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.
Penso che
dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al
volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce
è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me:
Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è
identificato con me prendendo il nostro corpo e l'anima
umana. E ci invita a entrare in questa sua identità,
facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall'alta
cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole
di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo
sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con
Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a
entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui
nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con
Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione
ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è
rinnovamento, è trasformazione.
Vorrei
concludere questa catechesi con le parole dell’apostolo
Paolo ai cristiani di Roma: «Chi muoverà accuse contro
coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi
condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta
alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà
dall’amore di Cristo? […] né morte né vita, né
angeli né principati […] né alcun’altra creatura
potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo
Gesù, nostro Signore» (Rm 8,33-35.38.39).
©
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