|
UDIENZA
GENERALE (3 OTTOBRE 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
3 ottobre 2007
Benedetto
XVI all'udienza generale: i vescovi difendano il
patrimonio della fede e della tradizione da
interpretazioni errate, come fece San Cirillo
d'Alessandria
E’ con
la fedeltà alla tradizione che si preserva intatto il
deposito della fede. E’ l’insegnamento che si ricava
dalla vita e dall’opera pastorale di San Cirillo
d’Alessandria, uno dei grandi Padri della Chiesa del
quarto e quinto secolo. Proprio grazie alla chiarezza del
suo magistero, Cirillo d’Alessandria sconfisse la grave
eresia dei suoi tempi, quella di Nestorio, che di fatto
affermava la divisione tra la natura umana e quella divina
di Cristo. Benedetto XVI - che oggi ha fatto definitivo
rientro in Vaticano - ha incentrato sulla figura di San
Cirillo la catechesi all’udienza generale di stamattina,
tenuta in Piazza San Pietro davanti a diverse decine di
migliaia di persone. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Un “garante” della continuità apostolica e
dottrinale, che Leone XIII proclamò Dottore della Chiesa
nel 1882 poiché fu uno dei grandi difensori della fede,
capace di unire lucidità di pensiero, coerenza alla
tradizione e vigore da polemista contro avversari che nei
primi secoli del cristianesimo proposero ai fedeli gravi
derive interpretative. La grandezza del vescovo Cirillo di
Alessandria sta in questi meriti, che Benedetto XVI ha
illustrato con ampiezza alle migliaia di persone che hanno
accolto il Papa in Piazza San Pietro, al suo rientro in
Vaticano da Castel Gandolfo. Sotto il sole di una luminosa
mattinata per nulla autunnale nel clima, il Pontefice ha
subito ricordato gli antichi attestati di stima che ben
presto celebrarono la grandezza di Cirillo di Alessandria
all’interno della Chiesa:
“Nell’Oriente greco Cirillo fu più tardi
definito 'custode dell’esattezza' – da intendersi come
custode della vera fede – e addirittura 'sigillo dei
Padri'. Queste antiche espressioni esprimono bene un dato
di fatto che è caratteristico di Cirillo, e cioè il
costante riferimento del Vescovo di Alessandria agli
autori ecclesiastici precedenti (tra questi, soprattutto
Atanasio) con lo scopo di mostrare la continuità della
propria teologia con la tradizione”.
Il vescovo alessandrino è passato alla storia per il
suo acceso confronto con un altro vescovo, Nestorio di
Costantinopoli, che prese a celebrare l’umanità di
Cristo separandola di fatto dalla natura divina di Cristo
e con ciò negando anche alla Vergine il titolo, allora già
diffuso, di “Madre di Dio”. San Cirillo, ha spiegato
Benedetto XVI, reagì con prontezza, inviando alcune
lettere. La seconda è passata alla storia per più di un
motivo. Anzitutto, per la brillante definizione teologica
che confuta la posizione di Nestorio sulla divisione fra
le due nature di Cristo. Definizione che fu poi assunta
dal Concilio di Calcedonia, nel 451, e che il Papa ha
citato:
“Affermiamo così che sono diverse le nature che
si sono unite in vera unità, ma da ambedue è risultato
un solo Cristo e Figlio, non perché a causa dell’unità
sia stata eliminata la differenza delle nature, ma
piuttosto perché divinità e umanità, riunite in unione
indicibile e inenarrabile, hanno prodotto per noi il solo
Signore e Cristo e Figlio”.
Inoltre, sempre in questa seconda lettera a Nestorio,
San Cirillo scolpisce quasi la responsabilità che
possiede un vescovo nel difendere, tramandare e
interpretare gli insegnamenti della fede:
“Nella seconda che Cirillo gli indirizzò, nel
febbraio del 430, leggiamo una chiara affermazione del
dovere dei Pastori di preservare la fede del Popolo di
Dio. Questo era il suo criterio, valido peraltro anche
oggi: la fede del Popolo di Dio è espressione della
tradizione, è garanzia della sana dottrina".
Da questa profondità e insieme freschezza di vita
cristiana che testimoniò in vita San Cirillo
d’Alessandria, il Papa ha tratto al termine della
catechesi questo assunto:
“La fede cristiana è innanzitutto incontro con
Gesù, ‘una Persona che dà alla vita un nuovo
orizzonte’. Di Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato, san
Cirillo di Alessandria è stato un instancabile e fermo
testimone, sottolineandone soprattutto l’unità (…)
Questa affermazione, al di là del suo significato
dottrinale, mostra che la fede in Gesù Logos nato dal
Padre è anche ben radicata nella storia perché, come
afferma san Cirillo, questo stesso Gesù è venuto nel
tempo con la nascita da Maria, la Theotòkos, e sarà,
secondo la sua promessa, sempre con noi”.
Benedetto XVI ha poi tenuto le consuete sintesi della
catechesi in nove lingue, salutando i molti gruppi
presenti - fra i quali le suore capitolari di Santa
Caterina vergine e martire e i seminaristi del Pontificio
Collegio romano “Maria Mater Ecclesiae” - per
concludere quindi con un pensiero su San Francesco, del
quale ricorre domani la memoria liturgica. Ecco quanto
espresso dal Pontefice in lingua polacca:
“JUTRO
W LITURGII PRZYPADA WSPOMNIENIE ŚWIĘTEGO…
Domani nella liturgia ricorre la memoria di san
Francesco d’Assisi, il quale, imitando Cristo, ha
rinunziato ai beni terreni. Egli ci ha così insegnato che
dobbiamo essere semplici, umili e puri, perché lasciando
questo mondo riceviamo la ricompensa per amore. Impariamo
da san Francesco il comportamento del radicalismo
evangelico”.
Udienza
generale
Cari
fratelli e sorelle!
Anche
oggi, continuando il nostro itinerario che sta seguendo le
tracce dei Padri della Chiesa, incontriamo una grande
figura: san Cirillo di Alessandria. Legato alla
controversia cristologica che portò al Concilio di Efeso
del 431 e ultimo rappresentante di rilievo della
tradizione alessandrina, nell’Oriente greco Cirillo fu
più tardi definito "custode dell’esattezza"
– da intendersi come custode della vera fede – e
addirittura "sigillo dei Padri". Queste antiche
espressioni esprimono bene un dato di fatto che è
caratteristico di Cirillo, e cioè il costante riferimento
del Vescovo di Alessandria agli autori ecclesiastici
precedenti (tra questi, soprattutto Atanasio) con lo scopo
di mostrare la continuità della propria teologia con la
tradizione. Egli si inserisce volutamente, esplicitamente
nella tradizione della Chiesa, nella quale riconosce la
garanzia della continuità con gli Apostoli e con Cristo
stesso. Venerato come santo sia in Oriente che in
Occidente, nel 1882 san Cirillo fu proclamato dottore
della Chiesa dal Papa Leone XIII, il quale
contemporaneamente attribuì lo stesso titolo anche ad un
altro importante esponente della patristica greca, san
Cirillo di Gerusalemme. Si rivelavano così l’attenzione
e l’amore per le tradizioni cristiane orientali di quel
Papa, che in seguito volle proclamare dottore della Chiesa
anche san Giovanni Damasceno, mostrando così che tanto la
tradizione orientale quanto quella occidentale esprimono
la dottrina dell’unica Chiesa di Cristo.
Le
notizie sulla vita di Cirillo prima della sua elezione
all’importante sede di Alessandria sono pochissime.
Nipote di Teofilo, che dal 385 come Vescovo resse con mano
ferma e prestigio la diocesi alessandrina, Cirillo nacque
probabilmente nella stessa metropoli egiziana tra il 370 e
il 380, venne presto avviato alla vita ecclesiastica e
ricevette una buona educazione, sia culturale che
teologica. Nel 403 era a Costantinopoli al seguito del
potente zio e qui partecipò al Sinodo detto della
Quercia, che depose il Vescovo della città, Giovanni
(detto più tardi Crisostomo), segnando così il trionfo
della sede alessandrina su quella, tradizionalmente
rivale, di Costantinopoli, dove risiedeva l’imperatore.
Alla morte dello zio Teofilo, l’ancora giovane Cirillo
nel 412 fu eletto Vescovo dell’influente Chiesa di
Alessandria, che governò con grande energia per trentadue
anni, mirando sempre ad affermarne il primato in tutto
l’Oriente, forte anche dei tradizionali legami con Roma.
Due o tre
anni dopo, nel 417 o nel 418, il Vescovo di Alessandria si
dimostrò realista nel ricomporre la rottura della
comunione con Costantinopoli, che era in atto ormai dal
406 in conseguenza della deposizione del Crisostomo. Ma il
vecchio contrasto con la sede costantinopolitana si
riaccese una decina di anni più tardi, quando nel 428 vi
fu eletto Nestorio, un autorevole e severo monaco di
formazione antiochena. Il nuovo Vescovo di Costantinopoli,
infatti, suscitò presto opposizioni perché nella sua
predicazione preferiva per Maria il titolo di "Madre
di Cristo" (Christotòkos), in luogo di quello
- già molto caro alla devozione popolare - di "Madre
di Dio" (Theotòkos). Motivo di questa scelta
del Vescovo Nestorio era la sua adesione alla cristologia
di tipo antiocheno che, per salvaguardare l’importanza
dell’umanità di Cristo, finiva per affermarne la
divisione dalla divinità. E così non era più vera
l’unione tra Dio e l’uomo in Cristo e, naturalmente,
non si poteva più parlare di "Madre di Dio".
La
reazione di Cirillo – allora massimo esponente della
cristologia alessandrina, che intendeva invece
sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo
– fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già
dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso
Nestorio. Nella seconda (PG 77,44-49) che Cirillo
gli indirizzò, nel febbraio del 430, leggiamo una chiara
affermazione del dovere dei Pastori di preservare la fede
del Popolo di Dio. Questo era il suo criterio, valido
peraltro anche oggi: la fede del Popolo di Dio è
espressione della tradizione, è garanzia della sana
dottrina. Così scrive a Nistorio: "Bisogna esporre
al popolo l’insegnamento e l’interpretazione della
fede nel modo più irreprensibile e ricordare che chi
scandalizza anche uno solo dei piccoli che credono in
Cristo subirà un castigo intollerabile".
Nella
stessa lettera a Nestorio – lettera che più tardi, nel
451, sarebbe stata approvata dal Concilio di Calcedonia,
il quarto ecumenico – Cirillo descrive con chiarezza la
sua fede cristologica: "Affermiamo così che sono
diverse le nature che si sono unite in vera unità, ma da
ambedue è risultato un solo Cristo e Figlio, non perché
a causa dell’unità sia stata eliminata la differenza
delle nature, ma piuttosto perché divinità e umanità,
riunite in unione indicibile e inenarrabile, hanno
prodotto per noi il solo Signore e Cristo e Figlio".
E questo è importante: realmente la vera umanità e la
vera divinità si uniscono in una sola Persona, il Nostro
Signore Gesù Cristo. Perciò, continua il Vescovo di
Alessandria, "professeremo un solo Cristo e Signore,
non nel senso che adoriamo l’uomo insieme col Logos,
per non insinuare l’idea della separazione col dire ‘insieme’,
ma nel senso che adoriamo uno solo e lo stesso, perché
non è estraneo al Logos il suo corpo, col quale
siede anche accanto a suo Padre, non quasi che gli seggano
accanto due figli, bensì uno solo unito con la propria
carne".
E presto
il Vescovo di Alessandria, grazie ad accorte alleanze,
ottenne che Nestorio fosse ripetutamente condannato: da
parte della sede romana, quindi con una serie di dodici
anatematismi da lui stesso composti e, infine, dal
Concilio tenutosi a Efeso nel 431, il terzo ecumenico.
L’assemblea, svoltasi con alterne e tumultuose vicende,
si concluse con il primo grande trionfo della devozione a
Maria e con l’esilio del Vescovo costantinopolitano che
non voleva riconoscere alla Vergine il titolo di
"Madre di Dio", a causa di una cristologia
sbagliata, che apportava divisione in Cristo stesso. Dopo
avere così prevalso sul rivale e sulla sua dottrina,
Cirillo seppe però giungere, già nel 433, a una formula
teologica di compromesso e di riconciliazione con gli
antiocheni. E anche questo è significativo: da una parte
c’è la chiarezza della dottrina di fede, ma
dall’altra anche la ricerca intensa dell’unità e
della riconciliazione. Negli anni seguenti si dedicò in
ogni modo a difendere e a chiarire la sua posizione
teologica fino alla morte, sopraggiunta il 27 giugno del
444.
Gli
scritti di Cirillo – davvero molto numerosi e diffusi
con larghezza anche in diverse traduzioni latine e
orientali già durante la sua vita, a testimonianza del
loro immediato successo – sono di primaria importanza
per la storia del cristianesimo. Importanti sono i suoi
commenti a molti libri veterotestamentari e del Nuovo
Testamento, tra cui l’intero Pentateuco, Isaia, i Salmi
e i Vangeli di Giovanni e Luca. Rilevanti sono pure le
molte opere dottrinali, in cui ricorrente è la difesa
della fede trinitaria contro le tesi ariane e contro
quelle di Nestorio. Base dell’insegnamento di Cirillo è
la tradizione ecclesiastica, e in particolare, come ho
accennato, gli scritti di Atanasio, il suo grande
predecessore sulla sede alessandrina. Tra gli altri
scritti di Cirillo vanno infine ricordati i libri Contro
Giuliano, ultima grande risposta alle polemiche
anticristiane, dettata dal Vescovo di Alessandria
probabilmente negli ultimi anni della sua vita per
replicare all’opera Contro i Galilei composta
molti anni prima, nel 363, dall’imperatore che fu detto
l’Apostata per avere abbandonato il cristianesimo nel
quale era stato educato.
La fede
cristiana è innanzitutto incontro con Gesù, "una
Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte" (Enc. Deus
caritas est, 1). Di Gesù Cristo, Verbo di Dio
incarnato, san Cirillo di Alessandria è stato un
instancabile e fermo testimone, sottolineandone
soprattutto l’unità, come ripete nel 433 nella prima
lettera (PG 77,228-237) al Vescovo Succenso:
"Uno solo è il Figlio, uno solo il Signore Gesù
Cristo, sia prima dell’incarnazione sia dopo
l’incarnazione. Infatti non era un Figlio il Logos
nato da Dio Padre, e un altro quello nato dalla santa
Vergine; ma crediamo che proprio Colui che è prima dei
tempi è nato anche secondo la carne da una donna".
Questa affermazione, al di là del suo significato
dottrinale, mostra che la fede in Gesù Logos nato
dal Padre è anche ben radicata nella storia perché, come
afferma san Cirillo, questo stesso Gesù è venuto nel
tempo con la nascita da Maria, la Theotòkos, e sarà,
secondo la sua promessa, sempre con noi. E questo è
importante: Dio è eterno, è nato da una donna e rimane
con noi ogni giorno. In questa fiducia viviamo, in questa
fiducia troviamo la strada della nostra vita.
|
|