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UDIENZA GENERALE  (6 GIUGNO 2007) 

Radio Vaticana, 6 giugno 2007

Appello del Papa ai leader del G8: rispettate gli impegni sugli aiuti allo sviluppo dei Paesi poveri e in particolare dell'Africa. Il commento di mons. Biguzzi

Stamani il Papa, durante l’udienza generale in Piazza San Pietro dedicata al vescovo di Cartagine Cipriano del 3° secolo, ha lanciato un nuovo accorato appello ai leader del G8 riuniti nel Vertice di Heiligendamm, in Germania, perché non dimentichino gli impegni presi in favore dei Paesi poveri. Il servizio di Sergio Centofanti
  
Benedetto XVI ha ricordato la lettera che ha inviato, nel dicembre scorso, al cancelliere tedesco Angela Merkel, per ringraziarla, “a nome della Chiesa cattolica, per la decisione di conservare all’ordine del giorno del G-8 il tema della povertà nel mondo, con particolare attenzione all’Africa”. Nella sua lettera di risposta, la signora Merkel assicurava il Papa circa l’impegno del G-8 nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio: Benedetto XVI chiedeva per i Paesi poveri la cancellazione immediata e incondizionata del debito estero, l’accesso ampio e senza riserve ai mercati, la lotta alle pandemie, come l’AIDS, la tubercolosi e la malaria, e poi ancora la riduzione del commercio delle armi, la lotta alla corruzione e al riciclaggio del denaro sporco: traguardi – affermava - legati “indissolubilmente alla pace e alla sicurezza nel mondo”:
  
“Vorrei ora rivolgere un nuovo appello ai leader riuniti a Heiligendamm, affinché non vengano meno alle promesse di aumentare sostanzialmente l’aiuto allo sviluppo, in favore delle popolazioni più bisognose, soprattutto quelle del Continente Africano. In tale senso, speciale attenzione merita il secondo grande obiettivo del millennio: il raggiungimento dell’educazione primaria per tutti; l’assicurazione che ogni ragazzo e ragazza completi l’intero corso della scuola primaria entro il 2015”.  
 
Quest’obiettivo – ha detto il Papa – “è parte integrale del raggiungimento di tutti gli altri obiettivi del millennio; è garanzia del consolidamento degli obiettivi raggiunti; è punto di partenza dei processi autonomi e sostenibili di sviluppo”. Quindi ha ricordato l’impegno della Chiesa:
  
“Non si deve dimenticare che la Chiesa cattolica è stata sempre in prima linea nel campo dell’educazione, arrivando, particolarmente nei Paesi più poveri, là dove le strutture statali spesso non riescono ad arrivare”.
 
“Altre Chiese cristiane, gruppi religiosi e organizzazioni della società civile – ha proseguito - condividono tale impegno educativo. E’ una realtà che, in applicazione del principio di sussidiarietà, i Governi e le Organizzazioni internazionali sono chiamati a riconoscere, a valorizzare e a sostenere, anche mediante l’erogazione di adeguati contributi finanziari”.
 La solidarietà verso i Paesi poveri – ha scritto il Papa nella lettera ad Angela Merkel – non è una concessione ma è “un dovere morale grave e incondizionato, basato sulla comune appartenenza alla famiglia umana”.
 
La catechesi dell’udienza generale dedicata da Benedetto XVI a Cipriano, vescovo africano del III secolo, testimone dell'unità e della misericordia della Chiesa

Nella catechesi dell’udienza generale di stamattina, Benedetto XVI aveva proposto, come detto, la figura dell’antico vescovo di Cartagine, Cipriano, all’attenzione degli oltre 30 mila fedeli presenti in Piazza San Pietro. Un vescovo, ha detto il Papa, che ebbe a cuore l’unità della Chiesa e che usò compassione per accogliervi anche chi, spaventato dalle persecuzioni anticristiane, aveva inizialmente abiurato la fede. Il servizio di Alessandro De Carolis:


La Chiesa è una e unita sotto la “cattedra di Pietro” e chi se ne allontana “si illude” di farne parte. Ma ciò affermato, il perdono verso chi l’ha abbandonata e chiede di rientrarvi è un atto cristiano per eccellenza, che parte dal cuore: cioè, quel luogo privilegiato dell’intimità col divino, dove “l’uomo parla a Dio e Dio ascolta l’uomo”. Fu questo, in sostanza, lo stile pastorale che informò la breve e intensa parabola di fede del vescovo Cipriano, africano di Catagine, convertitosi al cristianesimo a 35 anni, presto consacrato vescovo e martire appena tredici anni dopo, sotto l’imperatore Valeriano. Cipriano, ha spiegato Benedetto XVI, non fu un teologo ma un pastore, impegnato “strenuamente” a riportare la disciplina tra le file cristiane, scompaginate dalla violenza della persecuzione romana. Dopo quella di Decio del 251, Cipriano dovette affrontare la questione dei “lapsi”, cioè dei “caduti”: coloro che avevano abbandonato la Chiesa per paura di essere giustiziati ma che ora, cessato il pericolo, chiedevano di esserne riammessi. La comunità di Cartagine si spaccò in due fra “lassisti”, pronti al perdono, e i “rigoristi”, che avrebbero voluto l’epurazione dei traditori. Come se non bastasse, una grave pestilenza e una controversia tra il vescovo di Cartagine e Papa Stefano contribuirono ad aumentare la tensione. Ebbene, in quelle “difficili cirscostanze - ha osservato Benedetto XVI - Cipriano rivelò elette doti di governo”:

 
"Fu severo, ma non inflessibile con i lapsi, accordando loro la possibilità del perdono dopo una penitenza esemplare; davanti a Roma fu fermo nel difendere le sane tradizioni della Chiesa africana; fu umanissimo e pervaso dal più autentico spirito evangelico nell’esortare i cristiani all’aiuto fraterno dei pagani durante la pestilenza; seppe tenere la giusta misura nel ricordare ai fedeli - troppo timorosi di perdere la vita e i beni terreni - che per loro la vera vita e i veri beni non sono quelli di questo mondo; fu irremovibile nel combattere i costumi corrotti e i peccati che devastavano la vita morale, soprattutto l’avarizia".
 
Nonostante le persecuzioni o i contrasti con Roma Cipriano, ha affermato Benedetto XVI, sarà sempre netto nell’indicare nell’unità con il Papa il vincolo supremo dell’appartenenza ecclesiale. Egli, ha detto:

 
"Distingue tra Chiesa visibile, gerarchica, e Chiesa invisibile, mistica, ma afferma con forza che la Chiesa è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca di ripetere che 'chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è fondata la Chiesa, si illude di restare nella Chiesa' (...) Vi è un solo Dio, un solo Cristo', ammonisce Cipriano, 'una sola è la sua Chiesa, una sola fede, un solo popolo cristiano, stretto in salda unità dal cemento della concordia: e non si può separare ciò che è uno per natura'”.

Anche dalla preghiera cristiana per eccellenza, il Padre Nostro, emerge il carattere concorde e collettivo della Chiesa. Essa, nota Cipriano in una sua Orazione, è stata donata da Cristo al plurale “affinché colui che prega non preghi unicamente per sé. La nostra preghiera - prosegue - è pubblica e comunitaria”:

"In definitiva, Cipriano si colloca alle origini di quella feconda tradizione teologico-spirituale che vede nel ‘cuore’ il luogo privilegiato della preghiera. Stando alla Bibbia e ai Padri, infatti, il cuore è l’intimo dell’uomo, il luogo dove abita Dio. Carissimi, facciamo nostro questo 'cuore in ascolto', di cui ci parlano la Bibbia e i Padri: ne abbiamo tanto bisogno! Solo così potremo sperimentare in pienezza che Dio è il nostro Padre, e che la Chiesa, la santa Sposa di Cristo, è veramente la nostra Madre".

La 20.ma udienza generale dell’anno è stata conclusa da Benedetto XVI con le catechesi in nove lingue e i suoi saluti particolari ai gruppi di pellegrini, fra i quali i fedeli provenienti dalla località foggiana di Margherita di Savoia, che festeggiano il 250.mo di fondazione della loro parrocchia, il “Santissimo Salvatore”.

 
Poco prima che l'udienza generale iniziasse, uno squilibrato ha tentato di salire sulla giardinetta del Papa, subito bloccato dagli uomini della scorta. L'accaduto è stato precisato con questa nota da padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa vaticana e nostro direttore generale:
 “Prima dell’udienza generale, mentre il Papa compiva il giro della Piazza per salutare i fedeli, e si trovava presso l’obelisco, un giovane di 27 anni, di nazionalità tedesca, ha superato la transenna per avvicinarsi alla macchina del Papa. E’ stato bloccato dalla gendarmeria vaticana e trattenuto in stato di fermo per i dovuti accertamenti. L’interrogatorio da parte del giudice unico dott. Marrone ha messo in luce che l’intenzione del giovane non era di attentare alla vita del Papa ma di compiere un atto dimostrativo per attirare l’attenzione su di sé. Manifestandosi chiari segni di squilibrio mentale, sono intervenuti i medici psichiatri del Servizio sanitario vaticano e hanno disposto il ricovero per trattamento obbligatorio in una struttura sanitaria specializzata protetta. Il caso è quindi da considerarsi concluso”.

BENEDETTO XVI

Udienza generale

Cari fratelli e sorelle,

nella serie delle nostre catechesi su grandi personalità della Chiesa antica, arriviamo oggi a un eccellente Vescovo africano del III secolo, san Cipriano, che "fu il primo vescovo che in Africa conseguì la corona del martirio". In pari grado la sua fama - come attesta il diacono Ponzio, che per primo ne scrisse la vita - è legata alla produzione letteraria e all'attività pastorale dei tredici anni che intercorrono fra la sua conversione e il martirio (cfr Vita 19,1; 1,1). Nato a Cartagine da ricca famiglia pagana, dopo una giovinezza dissipata Cipriano si converte al cristianesimo all’età di 35 anni. Egli stesso racconta il suo itinerario spirituale: "Quando ancora giacevo come in una notte oscura", scrive alcuni mesi dopo il battesimo, "mi appariva estremamente difficile e faticoso compiere quello che la misericordia di Dio mi proponeva... Ero legato dai moltissimi errori della mia vita passata, e non credevo di potermene liberare, tanto assecondavo i vizi e favorivo i miei cattivi desideri... Ma poi, con l’aiuto dell’acqua rigeneratrice, fu lavata la miseria della mia vita precedente; una luce sovrana si diffuse nel mio cuore; una seconda nascita mi restaurò in un essere interamente nuovo. In modo meraviglioso cominciò allora a dissiparsi ogni dubbio... Comprendevo chiaramente che era terreno quello che prima viveva in me, nella schiavitù dei vizi della carne, ed era invece divino e celeste ciò che lo Spirito Santo in me aveva ormai generato" (A Donato, 3-4).

Subito dopo la conversione, Cipriano - non senza invidie e resistenze - viene eletto all’ufficio sacerdotale e alla dignità di Vescovo. Nel breve periodo del suo episcopato affronta le prime due persecuzioni sancite da un editto imperiale, quella di Decio (250) e quella di Valeriano (257 -258). Dopo la persecuzione particolarmente crudele di Decio il Vescovo dovette impegnarsi strenuamente per riportare la disciplina nella comunità cristiana. Molti fedeli, infatti, avevano abiurato, o comunque non avevano tenuto un contegno corretto dinanzi alla prova. Erano i cosiddetti lapsi - cioè i ‘caduti’ -, che desideravano ardentemente rientrare nella comunità. Il dibattito sulla loro riammissione giunse a dividere i cristiani di Cartagine in lassisti e rigoristi. A queste difficoltà occorre aggiungere una grave pestilenza che sconvolse l’Africa e pose interrogativi teologici angosciosi sia all’interno della comunità sia nel confronto con i pagani. Bisogna ricordare, infine, la controversia fra Cipriano e il vescovo di Roma, Stefano, circa la validità del battesimo amministrato ai pagani da cristiani eretici.

In queste circostanze realmente difficili Cipriano rivelò elette doti di governo: fu severo, ma non inflessibile con i lapsi, accordando loro la possibilità del perdono dopo una penitenza esemplare; davanti a Roma fu fermo nel difendere le sane tradizioni della Chiesa africana; fu umanissimo e pervaso dal più autentico spirito evangelico nell’esortare i cristiani all’aiuto fraterno dei pagani durante la pestilenza; seppe tenere la giusta misura nel ricordare ai fedeli - troppo timorosi di perdere la vita e i beni terreni - che per loro la vera vita e i veri beni non sono quelli di questo mondo; fu irremovibile nel combattere i costumi corrotti e i peccati che devastavano la vita morale, soprattutto l’avarizia. "Passava così le sue giornate", racconta a questo punto il diacono Ponzio, "quand’ecco che - per ordine del proconsole - giunse improvvisamente alla sua villa il capo della polizia" (Vita, 15,1). In quel giorno il santo vescovo fu arrestato, e dopo un breve interrogatorio affrontò coraggiosamente il martirio in mezzo al suo popolo.

Cipriano compose numerosi trattati e lettere, sempre legati al suo ministero pastorale. Poco incline alla speculazione teologica, scriveva soprattutto per l’edificazione della comunità e per il buon comportamento dei fedeli. Di fatto, la Chiesa è il tema che gli è di gran lunga più caro. Distingue tra Chiesa visibile, gerarchica, e Chiesa invisibile, mistica, ma afferma con forza che la Chiesa è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca di ripetere che "chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è fondata la Chiesa, si illude di restare nella Chiesa" (L’unità della Chiesa cattolica, 4). Cipriano sa bene, e lo ha formulato con parole forti, che "fuori della Chiesa non c'è salvezza" (Epistola 4,4 e 73,21), e che "non può avere Dio come padre chi non ha la Chiesa come madre" (L’unità della Chiesa cattolica,4). Caratteristica irrinunciabile della Chiesa è l’unità, simboleggiata dalla tunica di Cristo senza cuciture (ibid., 7): unità della quale dice che trova il suo fondamento in Pietro (ibid., 4) e la sua perfetta realizzazione nell’Eucaristia (Epistola 63,13). "Vi è un solo Dio, un solo Cristo", ammonisce Cipriano, "una sola è la sua Chiesa, una sola fede, un solo popolo cristiano, stretto in salda unità dal cemento della concordia: e non si può separare ciò che è uno per natura" (L’unità della Chiesa cattolica, 23).

Abbiamo parlato del suo pensiero riguardante la Chiesa, ma non si deve trascurare, infine, l’insegnamento di Cipriano sulla preghiera. Io amo particolarmente il suo libro sul «Padre Nostro», che mi ha aiutato molto a capire meglio e a recitare meglio la «preghiera del Signore»: Cipriano insegna come proprio nel «Padre Nostro» è donato al cristiano il retto modo di pregare; e sottolinea che tale preghiera è al plurale, "affinché colui che prega non preghi unicamente per sé. La nostra preghiera — scrive — è pubblica e comunitaria e, quando noi preghiamo, non preghiamo per uno solo, ma per tutto il popolo, perché con tutto il popolo noi siamo una cosa sola" (L’orazione del Signore 8). Così preghiera personale e liturgica appaiono robustamente legate tra loro. La loro unità proviene dal fatto che esse rispondono alla medesima Parola di Dio. Il cristiano non dice "Padre mio", ma "Padre nostro", fin nel segreto della camera chiusa, perché sa che in ogni luogo, in ogni circostanza, egli è membro di uno stesso Corpo.

"Preghiamo dunque, fratelli amatissimi", scrive il Vescovo di Cartagine, "come Dio, il Maestro, ci ha insegnato. E’ preghiera confidenziale e intima pregare Dio con ciò che è suo, far salire alle sue orecchie la preghiera di Cristo. Riconosca il Padre le parole del suo Figlio, quando diciamo una preghiera: colui che abita interiormente nell’animo sia presente anche nella voce... Quando si prega, inoltre, si abbia un modo di parlare e di pregare che, con disciplina, mantenga calma e riservatezza. Pensiamo che siamo davanti allo sguardo di Dio. Bisogna essere graditi agli occhi divini sia con l’atteggiamento del corpo che col tono della voce... E quando ci riuniamo insieme con i fratelli e celebriamo i sacrifici divini con il sacerdote di Dio, dobbiamo ricordarci del timore reverenziale e della disciplina, non dare al vento qua e là le nostre preghiere con voci scomposte, né scagliare con tumultuosa verbosità una richiesta che va raccomandata a Dio con moderazione, perché Dio è ascoltatore non della voce, ma del cuore (non vocis sed cordis auditor est)" (3-4). Si tratta di parole che restano valide anche oggi e ci aiutano a celebrare bene la Santa Liturgia.

In definitiva, Cipriano si colloca alle origini di quella feconda tradizione teologico-spirituale che vede nel ‘cuore’ il luogo privilegiato della preghiera. Stando alla Bibbia e ai Padri, infatti, il cuore è l’intimo dell’uomo, il luogo dove abita Dio. In esso si compie quell’incontro nel quale Dio parla all’uomo, e l’uomo ascolta Dio; l’uomo parla a Dio, e Dio ascolta l’uomo: il tutto attraverso l’unica Parola divina. Precisamente in questo senso - riecheggiando Cipriano - Smaragdo, abate di San Michele alla Mosa nei primi anni del nono secolo, attesta che la preghiera "è opera del cuore, non delle labbra, perché Dio guarda non alle parole, ma al cuore dell’orante" (Il diadema dei monaci, l).

Carissimi, facciamo nostro questo "cuore in ascolto", di cui ci parlano la Bibbia (cfr 1 Re 3,9) e i Padri: ne abbiamo tanto bisogno! Solo così potremo sperimentare in pienezza che Dio è il nostro Padre, e che la Chiesa, la santa Sposa di Cristo, è veramente la nostra Madre.

 

 

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