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UDIENZA
GENERALE (10 SETTEMBRE 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
10 settembre 2008
La
catechesi di Benedetto XVI all'udienza generale: San Paolo
insegna che essere apostoli significa annunciare la
"gioia di Cristo" nel mondo
Prima
del saluto alla Francia, Benedetto XVI nel corso
dell'udienza generale aveva svolto una nuova catechesi su
San Paolo, oggi dedicata in particolare alle
caratteristiche del suo essere “apostolo” e conclusa
dall’augurio che i testimoni del Vangelo di ogni tempo
siano, essenzialmente, “apostoli della gioia di
Cristo”. Il servizio di Alessandro De Carolis:
A servizio del Vangelo “ventiquattr’ore, su
ventiquattro”, coraggioso fino all’abnegazione nel
sopportare - in nome e per amore di Gesù - percosse,
prigionia, naufragi, fatiche, viaggi estenuanti. Paolo di
Tarso, ha spiegato Benedetto XVI, sapeva molto bene che la
parola “apostolo” vuol dire in greco “inviato”, un
ambasciatore per conto di qualcuno, per il quale spendersi
senza risparmio. Ed essendo quel “Qualcuno” Cristo
stesso, che lo aveva rapito alle porte di Damasco, Paolo
sa altrettanto bene - e lo mette più volte in luce nelle
sue Lettere - che fu una vera e propria chiamata interiore
a renderlo apostolo e non un atto di volontà umana:
“In definitiva, è il Signore che costituisce
nell'apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo
non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi
l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al
Signore. Non per nulla Paolo dice di essere ‘apostolo
per vocazione’, cioè ‘non da parte di uomini né per
mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio
Padre’”.
Un prescelto, dunque, “quasi selezionato dalla grazia
di Dio”, ha spiegato il Papa, che se da un lato
riconosce appieno la supremazia dei Dodici scelti da Gesù
durante la sua vita terrena di Cristo - autodefinendosi in
più di una occasione come “l’infimo degli apostoli”
- dall’altro lato manifesta una concezione più ampia
dell’impegno che attiene ad un annunciatore del Vangelo:
“Appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino
di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici.
Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da
quello di coloro ‘che erano stati apostoli prima’ di
lui: ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella
vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche San
Paolo interpreta se stesso come Apostolo in senso stretto.
Certo è che, al tempo delle origini cristiane, nessuno
percorse tanti chilometri quanti lui, per terra e per
mare, con il solo scopo di annunciare il Vangelo”.
L’essere prescelto per “iniziativa” divina e
l’essere inviato sono due delle tre caratteristiche
messe in risalto da Benedetto XVI della concezione che si
ha del termine “apostolo” nell’esperienza paolina.
La terza, ha sottolineato, riguarda “l’esercizio
dell’annuncio del Vangelo” con la “conseguente
fondazione di chiese”. “Quello di apostolo - ha
affermato il Papa - non è e non può essere un titolo
onorifico. Esso impegna concretamente e anche
drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto
interessato”:
“Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene
in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra
Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla
medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha
evidenziato come l'annuncio della croce di Cristo appaia
‘scandalo e stoltezza’, a cui molti reagiscono con
l'incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel
tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche
oggi (…) Questa rimane la missione di tutti gli apostoli
di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della
vera gioia”.
Al
momento dei saluti finali, dopo averne rivolto uno in
particolare ai partecipanti al Seminario sulle
comunicazioni sociali, promosso dalla Pontificia Università
della Santa Croce, Benedetto XVI ha dedicato, sulla scia
del prossimo pellegrinaggio a Lourdes, un pensiero mariano
ai giovani, ai malati e agli sposi novelli: “Per voi
giovani - ha detto - chiedo alla Vergine Santa il dono di
una fede sempre più matura; per voi malati, una fede
sempre più forte e per voi sposi novelli una fede sempre
più profonda”.
UDIENZA
GENERALE
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
mercoledì
scorso ho parlato della grande svolta che si ebbe nella
vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo
risorto. Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da
persecutore in apostolo. Quell’incontro segnò
l’inizio della sua missione: Paolo non poteva continuare
a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal
Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in
qualità di apostolo. E’ proprio di questa sua nuova
condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di
Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo
i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli,
intendendo così indicare coloro che erano compagni di
vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche
Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto,
che il concetto paolino di apostolato non si restringe al
gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene
il proprio caso da quello di coloro "che erano stati
apostoli prima" di lui (Gal 1,17): ad essi
riconosce un posto del tutto speciale nella vita della
Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo
interpreta se stesso come Apostolo in senso
stretto. Certo è che, al tempo delle origini cristiane,
nessuno percorse tanti chilometri quanti lui, per terra e
per mare, con il solo scopo di annunciare il Vangelo.
Quindi,
egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre
quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato
soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26;
6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo
opera una chiara distinzione tra "i Dodici" e
"tutti gli apostoli", menzionati come due
diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del
Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa
poi a nominare umilmente se stesso come "l'infimo
degli apostoli", paragonandosi persino a un aborto e
affermando testualmente: "Io non sono degno neppure
di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la
Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che
sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho
faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di
Dio che è con me" (1 Cor 15,9-10). La
metafora dell'aborto esprime un'estrema umiltà; la si
troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio
di Antiochia: "Sono l'ultimo di tutti, sono un
aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se
raggiungerò Dio" (9,2). Ciò che il Vescovo di
Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio,
prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di
indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio
impegno apostolico: è in esso che si manifesta la
fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare
un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Da
persecutore a fondatore di Chiese: questo ha fatto Dio in
uno che, dal punto di vista evangelico, avrebbe potuto
essere considerato uno scarto!
Cos'è,
dunque, secondo la concezione di san Paolo, ciò che fa di
lui e di altri degli apostoli? Nelle sue Lettere
appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono
l’apostolo. La prima è di avere "visto il
Signore" (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto
con lui un incontro determinante per la propria vita.
Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16)
dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per
grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista
del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore
che costituisce nell'apostolato, non la propria
presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è
fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di
rapportarsi costantemente al Signore. Non per nulla Paolo
dice di essere "apostolo per vocazione" (Rm
1,1), cioè "non da parte di uomini né per mezzo di
uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre" (Gal
1,1). Questa è la prima caratteristica: aver visto il
Signore, essere stato chiamato da Lui.
La
seconda caratteristica è di "essere stati
inviati". Lo stesso termine greco apóstolos significa
appunto "inviato, mandato", cioè ambasciatore e
portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come
incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo
che Paolo si definisce "apostolo di Gesù Cristo"
(1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo
delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da
chiamarsi anche "servo di Gesù Cristo" (Rm
1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l'idea di una
iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si
è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il
fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere
in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni
interesse personale.
Il terzo
requisito è l’esercizio dell’"annuncio del
Vangelo", con la conseguente fondazione di Chiese.
Quello di "apostolo", infatti, non è e non può
essere un titolo onorifico. Esso impegna concretamente e
anche drammaticamente tutta l'esistenza del soggetto
interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo
esclama: "Non sono forse un apostolo? Non ho veduto
Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel
Signore?" (9,1). Analogamente nella seconda
Lettera ai Corinzi afferma: "La nostra lettera
siete voi..., una lettera di Cristo composta da noi,
scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio
vivente" (3,2-3).
Non ci si
stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di
"un’anima di diamante" (Panegirici,
1,8), e continua dicendo: "Allo stesso modo
che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza
ancor di più..., così la parola di Paolo guadagnava alla
propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e
coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi
discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco
spirituale" (ibid., 7,11). Questo spiega perché
Paolo definisca gli apostoli come "collaboratori di
Dio" (1 Cor 3,9; 2 Cor 6,1), la cui
grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero
apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di
identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi
destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo,
infatti, ha evidenziato come l'annuncio della croce di
Cristo appaia "scandalo e stoltezza" (1 Cor
1,23), a cui molti reagiscono con l'incomprensione ed il
rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire
che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di
apparire "scandalo e stoltezza", partecipa
quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa
l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non
senza una venatura di ironia: "Ritengo infatti che
Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come
condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al
mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di
Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi
onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo
la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati,
andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo
lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo;
perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo
diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di
tutti fino a oggi" (1 Cor 4,9-13). E’ un
autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte
queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore
della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.
Paolo,
peraltro, condivide con la filosofia stoica del suo tempo
l'idea di una tenace costanza in tutte le difficoltà che
gli si presentano; ma egli supera la prospettiva meramente
umanistica, richiamando la componente dell'amore di Dio e
di Cristo: "Chi ci separerà dunque dall’amore di
Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la
persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a
morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da
macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che
vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono
infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né
principati, né presente né avvenire, né potenze, né
altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà
mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù nostro
Signore" (Rm 8,35-39). Questa è la certezza,
la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte
queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio.
E questo amore è la vera ricchezza della vita umana.
Come si
vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua
esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su
ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e
con gioia, "per salvare ad ogni costo qualcuno"
(1 Cor 9,22). E nei confronti delle Chiese, pur
sapendo di avere con esse un rapporto di paternità (cfr 1
Cor 4,15), se non addirittura di maternità (cfr Gal
4,19), si poneva in atteggiamento di completo servizio,
dichiarando ammirevolmente: "Noi non intendiamo far
da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori
della vostra gioia" (2 Cor 1,24). Questa
rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in
tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia.
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