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UDIENZA GENERALE  (12 DICEMBRE 2007) 

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 12 dicembre  2007

La Chiesa come mistero d'intima unione con Dio al centro dell’udienza generale, dedicata da Benedetto XVI a San Paolino di Nola, vissuto tra IV e V secolo

La testimonianza di San Paolino di Nola ci aiuta a sentire la Chiesa come “sacramento dell’intima unione con Dio”: è la riflessione offerta da Benedetto XVI ai fedeli all’udienza generale di stamani in Aula Paolo VI. Nella catechesi, il Papa si è soffermato sulla figura di questo Santo, vissuto tra IV e V secolo, fulgido esempio di apostolo della carità e amico di grandi personalità della Chiesa del tempo, come Ambrogio ed Agostino. Dopo l’udienza generale, è stato presentato al Santo Padre il suo ritratto ufficiale realizzato dalla pittrice russa, Natalia Tsarkova. Il dipinto, di grandi dimensioni, (180 cm x 120) ritrae Benedetto XVI seduto sul trono che fu di Leone XIII. Definita la "ritrattista ufficiale dei Papi", la Tasrkova ha già realizzato i ritratti dei due precedenti Pontefici, Papa Luciani e Papa Wojtyla. Ma torniamo all'udienza generale con il servizio di Alessandro Gisotti:

Vescovo “dal cuore grande”, seppe “stare vicino al suo popolo nelle tristi contingenze delle invasioni barbariche”: così, Benedetto XVI ha tratteggiato la figura di San Paolino di Nola, che prima di essere vescovo fu monaco e presbitero. Il Papa ha ripercorso la vita del Santo originario di Bordeaux. Prima di convertirsi, ha spiegato, Paolino fu protagonista di una precoce carriera politica. Proprio in questo periodo, nel recarsi alla tomba del Santo martire Felice, la grazia “fece germogliare nel suo cuore il seme della conversione”:
 
"Mentre si adoperava per costruire la città terrena, egli andava scoprendo la strada verso la città celeste. L’incontro con Cristo fu il punto d’arrivo di un cammino laborioso, seminato di prove. Circostanze dolore, a partire dal venir meno del favore dell’autorità politica, gli fecero toccare con mano la caducità delle cose".
 
Nel suo percorso di fede, ha ricordato Benedetto XVI, si colloca anche il matrimonio con la pia nobildonna Terasia. Quando muore il loro bimbo, dopo pochi giorni dalla nascita, Paolino viene scosso profondamente e, in pieno accordo con la moglie, intraprende una rigorosa vita ascetica vivendo con lei in “casta fraternità”. Autentico “pastore della carità”, il suo ministero si caratterizzò “per un’attenzione particolare verso i poveri”. Nel 409, divenne vescovo di Nola al termine di un cammino che, ha rammentato il Papa, destò all’epoca grande emozione:
 
"La conversione di Paolino impressionò i contemporanei. Il suo maestro Ausonio si sentì tradito e gli indirizzò parole aspre, rimproverandogli da un lato il disprezzo, giudicato dissennato, dei beni materiali, dall’altro l’abbandono della vocazione di letterato. Paolino replicò che il suo donare ai poveri non significava disprezzo per i beni terreni, ma semmai una loro valorizzazione per il fine più alto della carità".
 
D’altro canto, ha proseguito il Pontefice, Paolino non aveva lasciato in realtà la poesia, ma “attingeva ormai dal Vangelo la sua ispirazione”. I suoi carmi, ha detto, “sono canti di fede e di amore, nei quali la storia quotidiana dei piccoli e grandi eventi è colta come storia di salvezza”. La Scrittura, “letta, meditata, assimilata - ha aggiunto - era la luce sotto il cui raggio il Santo nolano scrutava la sua anima nella tensione verso la perfezione”. La decisione di abbandonare i beni materiali, ha affermato il Papa, non veniva vissuta da Paolino come piena conversione. E qui, Benedetto XVI ha citato una lettera del Santo:
 
"L’abbandono o la vendita dei beni temporali posseduti in questo mondo non costituisce il compimento, ma soltanto l’inizio della corsa nello stadio; non è, per così dire, il traguardo ma solo la partenza".

Accanto all’ascesi e alla Parola di Dio, ha rilevato, la carità distingueva la sua azione pastorale. Nella sua comunità monastica, “i poveri erano di casa”. Ad essi Paolino, “non si limitava a fare l’elemosina: li accoglieva come fossero Cristo stesso” e così facendo, “gli sembrava non tanto di dare, ma di ricevere”. Benedetto XVI si è così soffermato sulla teologia di Paolino, una “teologia vissuta, intrisa di Parola di Dio”, dalla quale emerge “il senso della Chiesa come mistero di unità”:

"La teologia del nostro tempo ha trovato proprio nel concetto di comunione la chiave di approccio al mistero della Chiesa. La testimonianza di San Paolino ci aiuta a sentire la Chiesa, quale ce la presenta il Concilio Vaticano II, come sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano".
 
Questa comunione, ha spiegato il Papa, era vissuta da San Paolino soprattutto attraverso “una spiccata pratica dell’amicizia spirituale”. In questo, il Santo nolano fece della sua vita “un crocevia di spiriti eletti”: da Martino di Tours a Girolamo, da Ambrogio ad Agostino. Di questa amicizia con il vescovo di Ippona, restano delle lettere in cui impressiona il calore con cui canta l’amicizia stessa. Un’amicizia, ha detto, che è “manifestazione dell’unico corpo di Cristo animato dallo Spirito Santo”. Al momento dei saluti ai pellegrini, il Papa ha rivolto un pensiero speciale ai rappresentanti della Federazione italiana panificatori ringraziandoli per il “dono dei panettoni destinati alle opere di carità del Papa”. Un saluto particolare l’ha infine dedicato ai malati, che nella malattia, ha detto, sperimentano “ancor più il peso della croce”. A loro, il Papa ha augurato che “le prossime feste natalizie apportino serenità e conforto”.



UDIENZA GENERALE

Cari fratelli e sorelle!

Il Padre della Chiesa a cui oggi volgiamo l’attenzione è san Paolino di Nola. Contemporaneo di sant’Agostino, al quale fu legato da viva amicizia, Paolino esercitò il suo ministero in Campania, a Nola, dove fu monaco, poi presbitero e Vescovo. Era però originario dell’Aquitania, nel sud della Francia, e precisamente di Bordeaux, dove era nato da famiglia altolocata. Qui ricevette una fine educazione letteraria, avendo come maestro il poeta Ausonio. Dalla sua terra si allontanò una prima volta per seguire la sua precoce carriera politica, che lo vide assurgere, ancora in giovane età, al ruolo di governatore della Campania. In questa carica pubblica fece ammirare le sue doti di saggezza e di mitezza. Fu in questo periodo che la grazia fece germogliare nel suo cuore il seme della conversione. Lo stimolo venne dalla fede semplice e intensa con cui il popolo onorava la tomba di un Santo, il martire Felice, nel Santuario dell’attuale Cimitile. Come responsabile della cosa pubblica, Paolino si interessò a questo Santuario e fece costruire un ospizio per i poveri e una strada per rendere più agevole l’accesso ai tanti pellegrini.

Mentre si adoperava per costruire la città terrena, egli andava scoprendo la strada verso la città celeste. L’incontro con Cristo fu il punto d’arrivo di un cammino laborioso, seminato di prove. Circostanze dolorose, a partire dal venir meno del favore dell’autorità politica, gli fecero toccare con mano la caducità delle cose. Una volta arrivato alla fede scriverà: "L’uomo senza Cristo è polvere ed ombra" (Carme X, 289). Desideroso di gettar luce sul senso dell’esistenza, si recò a Milano per porsi alla scuola di Ambrogio. Completò poi la formazione cristiana nella sua terra natale, ove ricevette il battesimo per le mani del Vescovo Delfino, di Bordeaux. Nel suo percorso di fede si colloca anche il matrimonio. Sposò infatti Terasia, una pia nobildonna di Barcellona, dalla quale ebbe un figlio. Avrebbe continuato a vivere da buon laico cristiano, se la morte del bimbo dopo pochi giorni non fosse intervenuta a scuoterlo, mostrandogli che altro era il disegno di Dio sulla sua vita. Si sentì in effetti chiamato a votarsi a Cristo in una rigorosa vita ascetica.

In pieno accordo con la moglie Terasia, vendette i suoi beni a vantaggio dei poveri e, insieme con lei, lasciò l’Aquitania per Nola, dove i due coniugi presero dimora accanto alla Basilica del protettore San Felice, vivendo ormai in casta fraternità, secondo una forma di vita alla quale anche altri si aggregarono. Il ritmo comunitario era tipicamente monastico, ma Paolino, che a Barcellona era stato ordinato presbitero, prese ad impegnarsi pure nel ministero sacerdotale a favore dei pellegrini. Ciò gli conciliò la simpatia e la fiducia della comunità cristiana, che, alla morte del Vescovo, verso il 409, volle sceglierlo come successore sulla cattedra di Nola. La sua azione pastorale si intensificò, caratterizzandosi per un’attenzione particolare verso i poveri. Lasciò l’immagine di un autentico Pastore della carità, come lo descrisse san Gregorio Magno nel capitolo III dei suoi Dialoghi, dove Paolino è scolpito nel gesto eroico di offrirsi prigioniero al posto del figlio di una vedova. L’episodio è storicamente discusso, ma rimane la figura di un Vescovo dal cuore grande, che seppe stare vicino al suo popolo nelle tristi contingenze delle invasioni barbariche.

La conversione di Paolino impressionò i contemporanei. Il suo maestro Ausonio, un poeta pagano, si sentì "tradito", e gli indirizzò parole aspre, rimproverandogli da un lato il "disprezzo", giudicato dissennato, dei beni materiali, dall’altro l’abbandono della vocazione di letterato. Paolino replicò che il suo donare ai poveri non significava disprezzo per i beni terreni, ma semmai una loro valorizzazione per il fine più alto della carità. Quanto agli impegni letterari, ciò da cui Paolino aveva preso congedo non era il talento poetico, che avrebbe continuato a coltivare, ma i moduli poetici ispirati alla mitologia e agli ideali pagani. Una nuova estetica governava ormai la sua sensibilità: era la bellezza del Dio incarnato, crocifisso e risorto, di cui egli si faceva adesso cantore. Non aveva lasciato, in realtà, la poesia, ma attingeva ormai dal Vangelo la sua ispirazione, come egli dice in questo verso: "Per me l’unica arte è la fede, e Cristo la mia poesia" ("At nobis ars una fides, et musica Christus": Carme XX, 32).

I suoi carmi sono canti di fede e di amore, nei quali la storia quotidiana dei piccoli e grandi eventi è colta come storia di salvezza, come storia di Dio con noi. Molti di questi componimenti, i cosiddetti "Carmi natalizi", sono legati all’annuale festa del martire Felice, che egli aveva eletto quale celeste Patrono. Ricordando san Felice, egli intendeva glorificare Cristo stesso, convinto com’era che l’intercessione del Santo gli avesse ottenuto la grazia della conversione: "Nella tua luce, gioioso, ho amato Cristo" (Carme XXI, 373). Questo stesso concetto egli volle esprimere ampliando lo spazio del Santuario con una nuova basilica, che fece decorare in modo che i dipinti, illustrati da opportune didascalie, costituissero per i pellegrini una catechesi visiva. Così egli spiegava il suo progetto in un Carme dedicato a un altro grande catecheta, san Niceta di Remesiana, mentre lo accompagnava nella visita alle sue Basiliche: "Ora voglio che tu contempli le pitture che si snodano in lunga serie sulle pareti dei portici dipinti… A noi è sembrata opera utile rappresentare con la pittura argomenti sacri in tutta la casa di Felice, nella speranza che, alla vista di queste immagini, la figura dipinta susciti l’interesse delle menti attonite dei contadini" (Carme XXVII, vv. 511.580-583). Ancora oggi si possono ammirare i resti di queste realizzazioni, che collocano a buon diritto il Santo nolano tra le figure di riferimento dell’archeologia cristiana.

Nell’asceterio di Cimitile la vita scorreva nella povertà, nella preghiera e tutta immersa nella "lectio divina". La Scrittura letta, meditata, assimilata, era la luce sotto il cui raggio il Santo nolano scrutava la sua anima nella tensione verso la perfezione. A chi rimaneva ammirato della decisione da lui presa di abbandonare i beni materiali, egli ricordava che tale gesto era ben lontano dal rappresentare già la piena conversione: "L’abbandono o la vendita dei beni temporali posseduti in questo mondo non costituisce il compimento, ma soltanto l’inizio della corsa nello stadio; non è, per così dire, il traguardo, ma solo la partenza. L’atleta infatti non vince allorché si spoglia, perché egli depone le sue vesti proprio per incominciare a lottare, mentre è degno di essere coronato vincitore solo dopo che avrà combattuto a dovere" (cfr Ep. XXIV, 7 a Sulpicio Severo).

Accanto all’ascesi e alla Parola di Dio, la carità: nella comunità monastica i poveri erano di casa. Ad essi Paolino non si limitava a fare l’elemosina: li accoglieva come fossero Cristo stesso. Aveva riservato per loro un reparto del monastero e, così facendo, gli sembrava non tanto di dare, ma di ricevere, nello scambio di doni tra l’accoglienza offerta e la gratitudine orante degli assistiti. Chiamava i poveri suoi "patroni" (cfr Ep. XIII,11 a Pammachio) e, osservando che erano alloggiati al piano inferiore, amava dire che la loro preghiera faceva da fondamento alla sua casa cfr Carme XXI, 393-394).

San Paolino non scrisse trattati di teologia, ma i suoi carmi e il denso epistolario sono ricchi di una teologia vissuta, intrisa di Parola di Dio, costantemente scrutata come luce per la vita. In particolare, emerge il senso della Chiesa come mistero di unità. La comunione era da lui vissuta soprattutto attraverso una spiccata pratica dell’amicizia spirituale. In questa Paolino fu un vero maestro, facendo della sua vita un crocevia di spiriti eletti: da Martino di Tours a Girolamo, da Ambrogio ad Agostino, da Delfino di Bordeaux a Niceta di Remesiana, da Vittricio di Rouen a Rufino di Aquileia, da Pammachio a Sulpicio Severo, e a tanti altri ancora, più o meno noti. Nascono in questo clima le intense pagine scritte ad Agostino. Al di là dei contenuti delle singole lettere, impressiona il calore con cui il Santo nolano canta l’amicizia stessa, quale manifestazione dell’unico corpo di Cristo animato dallo Spirito Santo. Ecco un brano significativo, agli inizi della corrispondenza tra i due amici: "Non c’è da meravigliarsi se noi, pur lontani, siamo presenti l’uno all’altro e senza esserci conosciuti ci conosciamo, poiché siamo membra di un solo corpo, abbiamo un unico capo, siamo inondati da un’unica grazia, viviamo di un solo pane, camminiamo su un’unica strada, abitiamo nella medesima casa" (Ep. 6, 2). Come si vede, una bellissima descrizione di che cosa significhi essere cristiani, essere Corpo di Cristo, vivere nella comunione della Chiesa. La teologia del nostro tempo ha trovato proprio nel concetto di comunione la chiave di approccio al mistero della Chiesa. La testimonianza di san Paolino di Nola ci aiuta a sentire la Chiesa, quale ce la presenta il Concilio Vaticano II, come sacramento dell’intima unione con Dio e così dell’unità di tutti noi e infine di tutto il genere umano (cfr Lumen gentium, 1). In questa prospettiva auguro a tutti voi un buon tempo di Avvento.


 

 

 

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