Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
12 marzo 2008
Benedetto
XVI all'udienza generale denuncia l'assurda condizione di
quanti sono detenuti e torturati per le loro convinzioni
ideali e religiose. Appello ai docenti: non svilite
l'insegnamento in nozionismo, approfondite i temi
culturali ed etici
Un
appello in difesa di tutti coloro che sono ingiustamente
imprigionati, e non di rado torturati, per le loro idee
politiche e religiose e la consapevolezza che, in un tempo
non facile di integrazione delle culture, la possibilità
che esse convivano in armonia risiede nella concordia
ispirata da Dio. Sono due dei temi che hanno orientato la
catechesi di Benedetto XVI all’udienza generale tenuta
oggi in Aula Paolo VI. Ampio anche lo spazio dedicato alla
scuola e agli obiettivi dell’insegnamento: il Papa ha
invitato i docenti e le scuole in genere ad approfondire i
messaggi culturali ed etici - senza ridursi a una mera
trasmissione di nozioni - per poi concludere con un
singolare saluto in latino ad un istituto svedese che lo
insegna tutt'oggi ai suoi allievi. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Boezio e Cassiodoro: due uomini di ingegno al crocevia
della storia, che assiste al tramonto della cultura
greco-romana e al suo non indolore innesto in quella
predominante, a matrice barbara, degli Ostrogoti e dei
Goti. Benedetto XVI ha presentato queste due figure come
altrettanti spiriti che coltivarono il disegno - impedito
dalle traversie personali e dalle vicende del tempo - di
“una possibile conciliazione” del patrimonio
ellenistico-romano e di quello cristiano con la nuova
mentalità e le culture delle popolazioni nordiche del
quinto secolo. Boezio pagò con una lunga e cruda
detenzione in carcere, e poi con la vita, questo impegno
intellettuale e il Papa lo ha proposto come simbolo delle
gravi ingiustizie spesso presenti, ha detto, anche oggi in
“tanta parte della ‘giustizia umana’”:
“Ogni detenuto, per qualunque motivo sia finito in
carcere, intuisce quanto sia pesante questa particolare
condizione umana, soprattutto quando essa è abbrutita,
come accadde a Boezio, dal ricorso alla tortura.
Particolarmente assurda è poi la condizione di chi,
ancora come Boezio che la città di Pavia riconosce e
celebra nella liturgia come martire della fede, viene
torturato a morte senza alcun altro motivo che non sia
quello delle proprie convinzioni ideali, politiche e
religiose. Boezio, simbolo di un numero immenso di
detenuti ingiustamente di tutti i tempi e di tutte le
latitudini, è di fatto oggettiva porta di ingresso alla
contemplazione del misterioso Crocifisso del Golgota”.
Anche dalla sua cella - ha proseguito il Papa, che alla
fine saluterà un gruppo di detenuti del carcere di
Lanciano - Boezio non smise di cercare Dio, “bene
supremo verso cui tende ogni essere umano anche senza
saperlo”. Il dramma di una prigionia crudele non lo
indusse a ripiegarsi su se stesso, ma anzi a rifiutare una
fatalistica “accettazione della sofferenza”, perché
essa - affermò Boezio - nega la speranza di incontrare
Dio nella preghiera:
“Nel carcere [Boezio] cerca la consolazione, cerca
la luce, cerca la saggezza. E dice di aver saputo
distinguere, proprio in questa situazione, tra i beni
apparenti - nel carcere essi scompaiono - e i beni veri,
come come l’autentica amicizia, che anche nel carcere
non scompaiono. Il bene più alto è Dio”.
Contemporaneo di Boezio, anche Cassiodoro - ha spiegato
Benedetto XVI - a non “lasciare svanire nella
dimenticanza tutto il patrimonio umano e umanistico,
accumulato nei secoli d’oro dell’Impero Romano. E
perché ciò non avvenisse, ebbe una intuizione decisiva
per le sorti culturali anzitutto dell’Europa:
“Concepì l’idea di affidare proprio ai monaci
il compito di recuperare, conservare e trasmettere ai
posteri l’immenso patrimonio culturale degli antichi,
perché non andasse perduto. Per questo fondò Vivarium,
un cenobio in cui tutto era organizzato in modo tale che
fosse stimato come preziosissimo e irrinunciabile il
lavoro intellettuale dei monaci (…) E questo senza
nessuno scapito per l’impegno spirituale monastico e
cristiano e per l’attività caritativa verso i
poveri”.
In modo analogo a mercoledì scorso, il Papa ha
effettuato un breve passaggio nella Basilica di San Pietro
per salutare la folla di fedeli prima di recarsi in Aula
Paolo VI. Una folla composta in larga parte di studenti,
ai quali il Pontefice ha affidato questa riflessione sul
ruolo dell’insegnamento in un periodo nel quale, ha
osservato, la scuola “affronta notevoli sfide che
emergono nel campo dell’educazione delle nuove
generazioni”:
“Per questo motivo la scuola non può essere
soltanto luogo di apprendimento nozionistico, ma è
chiamata ad offrire agli alunni l’opportunità di
approfondire validi messaggi di carattere culturale,
sociale, etico e religioso. Chi insegna non può non
percepire anche il risvolto morale di ogni umano sapere,
perché l’uomo conosce per agire e l’agire è frutto
della sua conoscenza”.
Inedito, poi, il saluto in latino che Benedetto XVI ha
indirizzato, al termine dell’udienza generale, agli
studenti di un Istituto della città svedese di Skora, la
“Schola Cathedralis Scarensis”, nel quale si insegna e
si studia la lingua latina:
“Volumus omnino eorum confirmare et incitare
studia...
Vogliamo incitarli agli studi mentre qui a Roma
visitano le vestigia cristiane e degli antichi romani: da
questa esperienza si acuisca il loro patrimonio umano e
spirituale”.
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
oggi
vorrei parlare di due scrittori ecclesiastici, Boezio e
Cassiodoro, che vissero in anni tra i più tribolati
dell’Occidente cristiano e, in particolare, della
penisola italiana. Odoacre, re degli Eruli, un'etnia
germanica, si era ribellato, ponendo termine all’impero
romano d’Occidente (a. 476), ma aveva poi ben presto
dovuto soccombere agli Ostrogoti di Teodorico, che per
alcuni decenni si assicurarono il controllo della penisola
italiana. Boezio, nato a Roma nel 480 circa dalla nobile
stirpe degli Anicii, entrò ancor giovane nella vita
pubblica, raggiungendo già a venticinque anni la carica
di senatore. Fedele alla tradizione della sua famiglia, si
impegnò in politica convinto che si potessero temperare
insieme le linee portanti della società romana con i
valori dei popoli nuovi. E in questo nuovo tempo
dell'incontro delle culture considerò come sua propria
missione quella di riconciliare e di mettere insieme
queste due culture, la classica romana con la nascente del
popolo ostrogoto. Fu così attivo in politica anche sotto
Teodorico, che nei primi tempi lo stimava molto.
Nonostante questa attività pubblica, Boezio non trascurò
gli studi, dedicandosi in particolare
all’approfondimento di temi di ordine
filosofico-religioso. Ma scrisse anche manuali di
aritmetica, di geometria, di musica, di astronomia: tutto
con l'intenzione di trasmettere alle nuove generazioni, ai
nuovi tempi, la grande cultura greco-romana. In questo
ambito, cioè nell’impegno di promuovere l'incontro
delle culture, utilizzò le categorie della filosofia
greca per proporre la fede cristiana, anche qui in ricerca
di una sintesi fra il patrimonio ellenistico-romano e il
messaggio evangelico. Proprio per questo, Boezio è stato
qualificato come l’ultimo rappresentante della cultura
romana antica e il primo degli intellettuali medievali.
La sua
opera certamente più nota è il De consolatione
philosophiae, che egli compose in carcere per dare un
senso alla sua ingiusta detenzione. Era stato infatti
accusato di complotto contro il re Teodorico per aver
assunto la difesa in giudizio di un amico, il senatore
Albino. Ma questo era un pretesto: in realtà Teodorico,
ariano e barbaro, sospettava che Boezio avesse simpatie
per l’imperatore bizantino Giustiniano. Di fatto,
processato e condannato a morte, fu giustiziato il 23
ottobre del 524, a soli 44 anni. Proprio per questa sua
drammatica fine, egli può parlare dall’interno della
propria esperienza anche all’uomo contemporaneo e
soprattutto alle tantissime persone che subiscono la sua
stessa sorte a causa dell’ingiustizia presente in tanta
parte della ‘giustizia umana’. In quest’opera, nel
carcere cerca la consolazione, cerca la luce, cerca la
saggezza. E dice di aver saputo distinguere, proprio in
questa situazione, tra i beni apparenti – nel carcere
essi scompaiono – e i beni veri, come come l’autentica
amicizia che anche nel carcere non scompaiono. Il bene più
alto è Dio: Boezio imparò – e lo insegna a noi – a
non cadere nel fatalismo, che spegne la speranza. Egli ci
insegna che non governa il fato, governa la Provvidenza ed
essa ha un volto. Con la Provvidenza si può parlare,
perché la Provvidenza è Dio. Così, anche nel carcere
gli rimane la possibilità della preghiera, del dialogo
con Colui che ci salva. Nello stesso tempo, anche in
questa situazione egli conserva il senso della bellezza
della cultura e richiama l’insegnamento dei grandi
filosofi antichi greci e romani come Platone, Aristotile
– aveva cominciato a tradurre questi greci in latino -
Cicerone, Seneca, ed anche poeti come Tibullo e Virgilio.
La
filosofia, nel senso della ricerca della vera saggezza, è
secondo Boezio la vera medicina dell’anima (lib. I).
D’altra parte, l’uomo può sperimentare l’autentica
felicità unicamente nella propria interiorità (lib. II).
Per questo, Boezio riesce a trovare un senso nel pensare
alla propria tragedia personale alla luce di un testo
sapienziale dell’Antico Testamento (Sap 7,30-8,1)
che egli cita: "Contro la sapienza la malvagità non
può prevalere. Essa si estende da un confine all’altro
con forza e governa con bontà eccellente ogni cosa"
(Lib. III, 12: PL 63, col. 780). La cosiddetta
prosperità dei malvagi, pertanto, si rivela menzognera (lib.
IV), e si evidenzia la natura provvidenziale dell’adversa
fortuna. Le difficoltà della vita non soltanto
rivelano quanto quest’ultima sia effimera e di breve
durata, ma si dimostrano perfino utili per individuare e
mantenere gli autentici rapporti fra gli uomini. L’adversa
fortuna permette infatti di discernere i falsi amici
dai veri e fa capire che nulla è più prezioso per
l’uomo di un’amicizia vera. Accettare fatalisticamente
una condizione di sofferenza è assolutamente pericoloso,
aggiunge il credente Boezio, perché "elimina alla
radice la possibilità stessa della preghiera e della
speranza teologale che stanno alla base del rapporto
dell’uomo con Dio" (Lib. V, 3: PL 63, col.
842).
La
perorazione finale del De consolatione philosophiae
può essere considerata una sintesi dell’intero
insegnamento che Boezio rivolge a se stesso e a tutti
coloro che si dovessero trovare nelle sue stesse
condizioni. Scrive così in carcere: "Combattete
dunque i vizi, dedicatevi ad una vita virtuosa orientata
dalla speranza che spinge in alto il cuore fino a
raggiungere il cielo con le preghiere nutrite di umiltà.
L’imposizione che avete subìto può tramutarsi, qualora
rifiutiate di mentire, nell’enorme vantaggio di avere
sempre davanti agli occhi il giudice supremo che vede e sa
come stanno veramente le cose" (Lib. V, 6: PL
63, col. 862). Ogni detenuto, per qualunque motivo sia
finito in carcere, intuisce quanto sia pesante questa
particolare condizione umana, soprattutto quando essa è
abbrutita, come accadde a Boezio, dal ricorso alla
tortura. Particolarmente assurda è poi la condizione di
chi, ancora come Boezio che la città di Pavia riconosce e
celebra nella liturgia come martire della fede, viene
torturato a morte senza alcun altro motivo che non sia
quello delle proprie convinzioni ideali, politiche e
religiose. Boezio, simbolo di un numero immenso di
detenuti ingiustamente di tutti i tempi e di tutte le
latitudini, è di fatto oggettiva porta di ingresso alla
contemplazione del misterioso Crocifisso del Golgota.
Contemporaneo
di Boezio fu Marco Aurelio Cassiodoro, un calabrese nato a
Squillace verso il 485, che morì pieno di giorni, a
Vivarium intorno al 580. Anch’egli, uomo di alto livello
sociale, si dedicò alla vita politica e all’impegno
culturale come pochi altri nell’occidente romano del suo
tempo. Forse gli unici che gli potevano stare alla pari in
questo suo duplice interesse furono il già ricordato
Boezio, e il futuro Papa di Roma, Gregorio Magno
(590-604). Consapevole della necessità di non lasciare
svanire nella dimenticanza tutto il patrimonio umano e
umanistico, accumulato nei secoli d’oro dell’Impero
Romano, Cassiodoro collaborò generosamente, e ai livelli
più alti della responsabilità politica, con i popoli
nuovi che avevano attraversato i confini dell’Impero e
si erano stanziati in Italia. Anche lui fu modello di
incontro culturale, di dialogo, di riconciliazione. Le
vicende storiche non gli permisero di realizzare i suoi
sogni politici e culturali, che miravano a creare una
sintesi fra la tradizione romano-cristiana dell’Italia e
la nuova cultura gotica. Quelle stesse vicende lo
convinsero però della provvidenzialità del movimento
monastico, che si andava affermando nelle terre cristiane.
Decise di appoggiarlo dedicando ad esso tutte le sue
ricchezze materiali e le sue forze spirituali.
Concepì
l’idea di affidare proprio ai monaci il compito di
recuperare, conservare e trasmettere ai posteri
l’immenso patrimonio culturale degli antichi, perché
non andasse perduto. Per questo fondò Vivarium, un
cenobio in cui tutto era organizzato in modo tale che
fosse stimato come preziosissimo e irrinunciabile il
lavoro intellettuale dei monaci. Egli dispose che anche
quei monaci che non avevano una formazione intellettuale
non dovevano occuparsi solo del lavoro materiale,
dell'agricoltura, ma anche trascrivere manoscritti e così
aiutare nel trasmettere la grande cultura alle future
generazioni. E questo senza nessuno scapito per
l’impegno spirituale monastico e cristiano e per
l’attività caritativa verso i poveri. Nel suo
insegnamento, distribuito in varie opere, ma soprattutto
nel trattato De anima e nelle Institutiones
divinarum litterarum, la preghiera (cfr PL 69,
col. 1108), nutrita dalla Sacra Scrittura e
particolarmente dalla frequentazione assidua dei Salmi
(cfr PL 69, col. 1149), ha sempre una posizione
centrale quale nutrimento necessario per tutti. Ecco, ad
esempio, come questo dottissimo calabrese introduce la sua
Expositio in Psalterium: "Respinte e
abbandonate a Ravenna le sollecitazioni della carriera
politica segnata dal sapore disgustoso delle
preoccupazioni mondane, avendo goduto del Salterio, libro
venuto dal cielo come autentico miele dell’anima, mi
tuffai avido come un assetato a scrutarlo senza posa per
lasciarmi permeare tutto di quella dolcezza salutare dopo
averne avuto abbastanza delle innumerevoli amarezze della
vita attiva" (PL 70, col. 10).
La
ricerca di Dio, tesa alla sua contemplazione – annota
Cassiodoro -, resta lo scopo permanente della vita
monastica (cfr PL 69, col. 1107). Egli aggiunge però
che, con l’aiuto della grazia divina (cfr PL 69,
col. 1131.1142), una migliore fruizione della Parola
rivelata si può raggiungere con l’utilizzazione delle
conquiste scientifiche e degli strumenti culturali
"profani" già posseduti dai Greci e dai Romani
(cfr PL 69, col. 1140). Personalmente, Cassiodoro
si dedicò a studi filosofici, teologici ed esegetici
senza particolare creatività, ma attento alle intuizioni
che riconosceva valide negli altri. Leggeva con rispetto e
devozione soprattutto Girolamo ed Agostino. Di quest’ultimo
diceva: "In Agostino c’è talmente tanta ricchezza
che mi sembra impossibile trovare qualcosa che non sia già
stato abbondantemente trattato da lui" (cfr PL
70, col. 10). Citando Girolamo invece esortava i monaci di
Vivarium: "Conseguono la palma della vittoria non
soltanto coloro che lottano fino all’effusione del
sangue o che vivono nella verginità, ma anche tutti
coloro che, con l’aiuto di Dio, vincono i vizi del corpo
e conservano la retta fede. Ma perché possiate, sempre
con l’aiuto di Dio, vincere più facilmente le
sollecitazioni del mondo e i suoi allettamenti, restando
in esso come pellegrini continuamente in cammino, cercate
anzitutto di garantirvi l’aiuto salutare suggerito dal
primo salmo che raccomanda di meditare notte e giorno la
legge del Signore. Il nemico non troverà infatti alcun
varco per assalirvi se tutta la vostra attenzione sarà
occupata da Cristo" (De Institutione Divinarum
Scripturarum, 32: PL 69, col. 1147). È un
ammonimento che possiamo accogliere come valido anche per
noi. Viviamo infatti anche noi in un tempo di incontro
delle culture, di pericolo della violenza che distrugge le
culture, e del necessario impegno di trasmettere i grandi
valori e di insegnare alle nuove generazioni la via della
riconciliazione e della pace. Questa via troviamo
orientandoci verso il Dio con il volto umano, il Dio
rivelatosi a noi in Cristo.
©
Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana