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UDIENZA
GENERALE (14 MAGGIO 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
14 maggio 2008
All'udienza
generale la vicinanza del Papa alle popolazioni colpite
dal terremoto in Cina. La catechesi dedicata allo
Pseudo-Dionigi l'Areopagita, modello di dialogo con le
religioni dell'Asia
Prego
per “tutti coloro che hanno perso la vita” e sono
vicino “alle persone provate da così devastante calamità”.
Con questo appello rivolto alle vittime del terremoto che
il 12 maggio scorso ha raso al suolo molte città della
Cina, specie nella provincia del Sichuan, causando la
morte di migliaia di persone - circa 15 mila secondo un
ultimo bilancio, purtoppo molto provvisorio - Benedetto
XVI si è congedato dalla folla di Piazza San Pietro, che
questa mattina ha assistito all’udienza generale. Il
Papa ha dedicato la catechesi allo Pseudo-Dionigi
Areopagita, un teologo del VI secolo dopo Cristo, la cui
mistica - ha affermato - può costituire oggi un modello
per il dialogo con le religioni asiatiche. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Le ultime parole del Papa vogliono arrivare lontano.
Vogliono arrivare al cuore di una tragedia che ha bisogno
di rapidi soccorsi quanto di sostegno morale per gli
sventurati abitanti di quella parte della Cina, che 48 ore
fa hanno visto annientati in pochi istanti affetti, beni,
progetti. L’appello di Benedetto XVI vuole raggiungere,
dice al termine dell’udienza generale, le “popolazioni
del Sichuan e delle Province limitrofe in Cina”:
“Duramente colpite dal terremoto, che ha causato
gravi perdite in vite umane, numerosissimi dispersi e
danni incalcolabili. Vi invito ad unirvi a me nella
fervida preghiera per tutti coloro che hanno perso la
vita. Sono spiritualmente vicino alle persone provate da
così devastante calamità: per esse imploriamo da Dio
sollievo nella sofferenza. Voglia il Signore concedere
sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel far fronte
alle esigenze immediate del soccorso”.
E sempre l’Asia, in particolare il tema del confronto
e del dialogo con le antiche religioni di quel continente,
aveva ispirato la catechesi precedente, innescata dagli
scritti e dalla sconosciuta identità di un teologo del
sesto secolo, passato alla storia con l’appellativo di
Pseudo-Dionigi l’Areopagita. Questi, ha affermato il
Papa, partendo dalla “teologia negativa” che sa dire
di Dio ciò che egli anzitutto “non è”, si pose come
mediatore tra il pensiero greco dell’epoca e la nascente
mistica cristiana. Mentre i sostenitori del primo, con le
loro fini argomentazioni, puntavano - ha affermato
Benedetto XVI - ad adattare i misteri di Dio alla logica
umana, lo Pseudo-Dionigi, rifiutando tale impostazione,
arriva ad affermare che dalla teologia negativa il
credente arriva meglio a conoscere Dio nella forma della
teologia simbolica, dove la speculazione cede il passo
alla contemplazione e la conoscenza all’esperienza.
L’esperienza di una creatura che comprende col cuore il
suo Creatore:
"Essendo la creatura una lode di Dio, la
teologia dello Pseudo-Dionigi diventa una teologia
liturgica: Dio si trova soprattutto lodandolo, non solo
riflettendo; e la liturgia, non è qualcosa di costruito
da noi, qualcosa di inventato per fare un'esperienza
religiosa durante un certo periodo di tempo; essa è il
cantare con il coro delle creature e l'entrare nella realtà
cosmica stessa. E proprio così la liturgia,
apparentemente solo ecclesiastica, diventa larga e grande,
diventa unione di noi con il linguaggio di tutte le
creature. Egli dice: non si può parlare di Dio in modo
astratto; parlare di Dio è sempre – egli dice con
parola greca – un «hymnein», un cantare per Dio con il
grande canto delle creature, che si riflette e concretizza
nella lode liturgica".
E’ quanto propone la mistica, appunto, che dallo
Pseudo-Dionigi ricevette un autorevole impulso. Così
autorevole che, ad esempio, San Bonaventura, il celebre
biografo di San Francesco, trasse da quella impostazione
lo schema per meglio comprendere la mistica del Poverello:
"Che cosa sia questa esperienza Bonaventura lo
vide in San Francesco: è l’esperienza di un cammino
molto umile, molto realistico, giorno per giorno, è
questo andare con Cristo, accettando la sua croce. In
questa povertà e in questa umiltà, nell’umiltà che si
vive anche nella ecclesialità, c'è un’esperienza di
Dio che è più alta di quella che si raggiunge mediante
la riflessione: in essa, tocchiamo realmente il cuore di
Dio".
Dunque, ha osservato il Papa, in questo modo di
procedere sta anche la “nuova attualità” dello
Pseudo-Dionigi:
"Oggi esiste una nuova attualità di Dionigi
Areopagita: egli appare come un grande mediatore nel
dialogo moderno tra il cristianesimo e le teologie
mistiche dell'Asia, la cui nota caratteristica sta nella
convinzione che non si può dire chi sia Dio; di Lui si può
parlare solo in forme negative; di Dio si può parlare
solo col "non", e solo entrando in questa
esperienza del "non" Lo si raggiunge. E qui si
vede una vicinanza tra il pensiero dell'Areopagita e
quello delle religioni asiatiche: egli può essere oggi un
mediatore come lo fu tra lo spirito greco e il Vangelo. Si
vede così che il dialogo non accetta la superficialità.
Proprio quando uno entra nella profondità dell'incontro
con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo.
Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che
è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa
possibile capirsi l'un l'altro o almeno parlare l'uno con
l'altro, avvicinarsi".
Ai saluti, dopo le catechesi nelle varie lingue,
Benedetto XVI ha indirizzato, tra gli altri, un pensiero
alle Suore Cappuccine di Madre Rubatto, impegnate nel
Capitolo generale, e ai sacerdoti provenienti da Trento e
da Torino, assicurando loro preghiere “affinchè - ha
concluso - il loro ministero, sostenuto dalla grazia di
Dio, sia sempre più fecondo”.
UDIENZA
GENERALE
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
oggi
vorrei, nel corso delle catechesi sui Padri della Chiesa,
parlare di una figura assai misteriosa: un teologo del
sesto secolo, il cui nome è sconosciuto, che ha scritto
sotto lo pseudonimo di Dionigi Areopagita. Con questo
pseudonimo egli alludeva al passo della Scrittura che
abbiamo adesso ascoltato, cioè alla vicenda raccontata da
San Luca nel XVII capitolo degli Atti degli Apostoli,
dove viene riferito che Paolo predicò in Atene
sull'Areopago, per una élite del grande mondo
intellettuale greco, ma alla fine la maggior parte degli
ascoltatori si dimostrò disinteressata, e si allontanò
deridendolo; tuttavia alcuni, pochi ci dice San Luca, si
avvicinarono a Paolo aprendosi alla fede. L’evangelista
ci dona due nomi: Dionigi, membro dell'Areopago, e una
certa donna, Damaris.
Se
l'autore di questi libri ha scelto cinque secoli dopo lo
pseudonimo di Dionigi Areopagita vuol dire che sua
intenzione era di mettere la saggezza greca al servizio
del Vangelo, aiutare l'incontro tra la cultura e
l'intelligenza greca e l'annuncio di Cristo; voleva fare
quanto intendeva questo Dionigi, che cioè il pensiero
greco si incontrasse con l'annuncio di San Paolo; essendo
greco, farsi discepolo di San Paolo e così discepolo di
Cristo.
Perché
egli nascose il suo nome e scelse questo pseudonimo? Una
parte di risposta è già stata detta: voleva proprio
esprimere questa intenzione fondamentale del suo pensiero.
Ma ci sono due ipotesi circa questo anonimato e
pseudonimato. Una prima ipotesi dice: era una voluta
falsificazione, con la quale, ridatando le sue opere al
primo secolo, al tempo di San Paolo, egli voleva dare alla
sua produzione letteraria un'autorità quasi apostolica.
Ma migliore di questa ipotesi — che mi sembra poco
credibile — è l'altra: che cioè egli volesse proprio
fare un atto di umiltà. Non dare gloria al proprio nome,
non creare un monumento per se stesso con le sue opere, ma
realmente servire il Vangelo, creare una teologia
ecclesiale, non individuale, basata su se stesso. In realtà
riuscì a costruire una teologia che, certo, possiamo
datare al sesto secolo, ma non attribuire a una delle
figure di quel tempo: è una teologia un po'
disindividualizzata, cioè una teologia che esprime un
pensiero e un linguaggio comune. Era un tempo di acerrime
polemiche dopo il Concilio di Calcedonia; lui invece,
nella sua Settima Epistola, dice: «Non vorrei fare
delle polemiche; parlo semplicemente della verità, cerco
la verità». E la luce della verità da se stessa fa
cadere gli errori e fa splendere quanto è buono. E con
questo principio egli purificò il pensiero greco e lo
mise in rapporto con il Vangelo. Questo principio, che
egli afferma nella sua settima lettera, è anche
espressione di un vero spirito di dialogo: cercare non le
cose che separano, cercare la verità nella Verità
stessa; essa poi riluce e fa cadere gli errori.
Quindi,
pur essendo la teologia di questo autore, per così dire
"soprapersonale", realmente ecclesiale, noi
possiamo collocarla nel VI secolo. Perché? Lo spirito
greco, che egli mise al servizio del Vangelo, lo incontrò
nei libri di un certo Proclo, morto nel 485 ad Atene:
questo autore apparteneva al tardo platonismo, una
corrente di pensiero che aveva trasformato la filosofia di
Platone in una sorta di religione, il cui scopo alla fine
era di creare una grande apologia del politeisimo greco e
ritornare, dopo il successo del cristianesimo,
all’antica religione greca. Voleva dimostrare che, in
realtà, le divinità erano le forze operanti nel cosmo.
La conseguenza era che doveva ritenersi più vero il
politeismo che il monoteismo, con un unico Dio creatore.
Era un grande sistema cosmico di divinità, di forze
misteriose, quello che mostrava Proclo, per il quale in
questo cosmo deificato l'uomo poteva trovare l'accesso
alla divinità. Egli però distingueva le strade per i
semplici, i quali non erano in grado di elevarsi ai
vertici della verità — per loro certi riti potevano
anche essere sufficienti — e le strade per i saggi, che
invece dovevano purificarsi per arrivare alla pura luce.
Questo
pensiero, come si vede, è profondamente anticristiano. È
una reazione tarda contro la vittoria del cristianesimo.
Un uso anticristiano di Platone, mentre era già in corso
un uso cristiano del grande filosofo. È interessante che
questo Pseudo-Dionigi abbia osato servirsi proprio di
questo pensiero per mostrare la verità di Cristo;
trasformare questo universo politeistico in un cosmo
creato da Dio, nell'armonia del cosmo di Dio dove tutte le
forze sono lode di Dio, e mostrare questa grande armonia,
questa sinfonia del cosmo che va dai serafini, agli angeli
e arcangeli, all'uomo e a tutte le creature che insieme
riflettono la bellezza di Dio e sono lode a Dio.
Trasformava così l'immagine politeista in un elogio del
Creatore e della sua creatura. Possiamo in questo modo
scoprire le caratteristiche essenziali del suo pensiero:
esso è innanzitutto una lode cosmica. Tutta la creazione
parla di Dio ed è un elogio di Dio. Essendo la creatura
una lode di Dio, la teologia dello Pseudo-Dionigi diventa
una teologia liturgica: Dio si trova soprattutto
lodandolo, non solo riflettendo; e la liturgia, non è
qualcosa di costruito da noi, qualcosa di inventato per
fare un'esperienza religiosa durante un certo periodo di
tempo; essa è il cantare con il coro delle creature e
l'entrare nella realtà cosmica stessa. E proprio così la
liturgia, apparentemente solo ecclesiastica, diventa larga
e grande, diventa unione di noi con il linguaggio di tutte
le creature. Egli dice: non si può parlare di Dio in modo
astratto; parlare di Dio è sempre – egli dice con
parola greca – un «hymnein», un cantare per Dio con il
grande canto delle creature, che si riflette e concretizza
nella lode liturgica. Tuttavia, pur essendo la sua
teologia cosmica, ecclesiale e liturgica, essa è anche
profondamente personale. Egli creò la prima grande
teologia mistica. Anzi la parola "mistica"
acquisisce con lui un nuovo significato. Fino a quel tempo
per i cristiani tale parola era equivalente alla parola
"sacramentale", cioè quanto appartiene al «mysterion»,
al sacramento. Con lui la parola "mistica"
diventa più personale, più intima: esprime il cammino
dell'anima verso Dio. E come trovare Dio? Qui osserviamo
di nuovo un elemento importante nel suo dialogo tra la
filosofia greca e il cristianesimo, in particolare la fede
biblica. Apparentemente quanto dice Platone e quanto dice
la grande filosofia su Dio è molto più alto, è molto più
vero; la Bibbia appare abbastanza "barbara",
semplice, precritica si direbbe oggi; ma lui osserva che
proprio questo è necessario, perché così possiamo
capire che i più alti concetti su Dio non arrivano mai
fino alla sua vera grandezza; sono sempre impropri. Queste
immagini ci fanno, in realtà, capire che Dio è sopra
tutti i concetti; nella semplicità delle immagini, noi
troviamo più verità che nei grandi concetti. Il volto di
Dio è la nostra incapacità di esprimere realmente che
cosa Egli è. Così si parla — è lo stesso
Pseudo-Dionigi a farlo — di una "teologia
negativa". Possiamo più facilmente dire che cosa Dio
non è, che non esprimere che cosa Egli è veramente. Solo
tramite queste immagini possiamo indovinare il suo vero
volto, e dall'altra parte questo volto di Dio è molto
concreto: è Gesù Cristo. E benché Dionigi ci mostri,
seguendo questo Proclo, l'armonia dei cori celesti, così
che sembra che tutti dipendano da tutti, resta vero che il
nostro cammino verso Dio resta molto lontano da Lui; lo
Pseudo-Dionigi dimostra che alla fine la strada verso Dio
è Dio stesso, il Quale si fa vicino a noi in Gesù
Cristo.
E così
una teologia grande e misteriosa diventa anche molto
concreta sia nella interpretazione della liturgia sia nel
discorso su Gesù Cristo: con tutto ciò, questo Dionigi
Areopagita ebbe un grande influsso su tutta la teologia
medievale, su tutta la teologia mistica sia dell'Oriente
sia dell'Occidente, fu quasi riscoperto nel tredicesimo
secolo soprattutto da San Bonaventura, il grande teologo
francescano che in questa teologia mistica trovò lo
strumento concettuale per interpretare l'eredità così
semplice e così profonda di San Francesco: il Poverello
con Dionigi ci dice alla fine, che l'amore vede più che
la ragione. Dov'è la luce dell’amore non hanno più
accesso le tenebre della ragione; l'amore vede, l'amore è
occhio e l'esperienza ci dà più che la riflessione. Che
cosa sia questa esperienza Bonaventura lo vide in San
Francesco: è l’esperienza di un cammino molto umile,
molto realistico, giorno per giorno, è questo andare con
Cristo, accettando la sua croce. In questa povertà e in
questa umiltà, nell’umiltà che si vive anche nella
ecclesialità, c'è un’esperienza di Dio che è più
alta di quella che si raggiunge mediante la riflessione:
in essa, tocchiamo realmente il cuore di Dio.
Oggi
esiste una nuova attualità di Dionigi Areopagita: egli
appare come un grande mediatore nel dialogo moderno tra il
cristianesimo e le teologie mistiche dell'Asia, la cui
nota caratteristica sta nella convinzione che non si può
dire chi sia Dio; di Lui si può parlare solo in forme
negative; di Dio si può parlare solo col "non",
e solo entrando in questa esperienza del "non"
Lo si raggiunge. E qui si vede una vicinanza tra il
pensiero dell'Areopagita e quello delle religioni
asiatiche: egli può essere oggi un mediatore come lo fu
tra lo spirito greco e il Vangelo.
Si vede
così che il dialogo non accetta la superficialità.
Proprio quando uno entra nella profondità dell'incontro
con Cristo si apre anche lo spazio vasto per il dialogo.
Quando uno incontra la luce della verità, si accorge che
è una luce per tutti; scompaiono le polemiche e diventa
possibile capirsi l'un l'altro o almeno parlare l'uno con
l'altro, avvicinarsi. Il cammino del dialogo è proprio
l'essere vicini in Cristo a Dio nella profondità
dell'incontro con Lui, nell'esperienza della verità che
ci apre alla luce e ci aiuta ad andare incontro agli
altri: la luce della verità, la luce dell'amore. E in fin
dei conti ci dice: prendete la strada dell'esperienza,
dell'esperienza umile della fede, ogni giorno. Il cuore
diventa allora grande e può vedere e illuminare anche la
ragione perché veda la bellezza di Dio. Preghiamo il
Signore perché ci aiuti anche oggi a mettere al servizio
del Vangelo la saggezza dei nostri tempi, scoprendo di
nuovo la bellezza della fede, l'incontro con Dio in
Cristo.
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