|
UDIENZA
GENERALE (14 MARZO 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
14 marzo 2007
Il
Papa all’udienza generale: la Chiesa si regge sulla
stretta unità tra vescovi, clero e fedeli per essere,
insieme, imitatori di Cristo e apostoli del Vangelo
Unità
di ogni fedele a Cristo fino a farsene imitatore. Unità
del clero e dei fedeli con i vescovi che si traduca poi in
annuncio del Vangelo al mondo. All’udienza generale di
questa mattina, tornata a svolgersi in Piazza San Pietro,
Benedetto XVI ha parlato ai 40 mila presenti dell’esperienza
di fede, chiamata a una sintesi “tra comunione e
missione”. E lo ha fatto partendo dalle parole di una
delle personalità più carismatiche della Chiesa
primitiva: Sant’Ignazio di Antiochia. Il servizio di Alessandro De Carolis:
**********
“Non
intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza
il vescovo”. Arriva dalla Chiesa più antica - quella
nella quale si “sente la freschezza dei primi tempi” e
l’eco di una generazione che “ha conosciuto gli
apostoli” - uno dei capisaldi sui quali si regge la sua
bimillenaria tradizione: la stretta comunione fra le varie
parti della comunità cristiana, con a capo il vescovo.
Alle migliaia di persone tornate ad ascoltare la catechesi
del mercoledì in una soleggiata Piazza San Pietro,
Benedetto XVI ha portato l’esempio di un celebre pastore
di Antiochia, Sant’Ignazio, definito “un dottore dell’unità”,
grazie all'illuminata energia con cui si oppose alle
eresie che cominciavano a diffondersi a quel tempo, i
primi anni dell’anno 100 dopo Cristo:
“Nessun
Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di
Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in
Lui. In realtà, confluiscono in Ignazio due correnti
spirituali: quella di Paolo, tutta tesa all’unione con
Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla vita in
Lui. A loro volta queste due correnti sfociano nell’imitazione
di Cristo”.
Questa
“irresistibile tensione” di Ignazio verso l’unità
con Cristo, ha osservato Benedetto XVI, fonda una vera e
propria “mistica dell’unità”. Ma, ha spiegato il
Papa, l’unità “allo stato puro” si trova “solo in
Dio: dunque, quella che possono realizzare gli uomini “non
è altro che un’imitazione il più possibile conforme”
al modello. Come Papa Clemente Romano - altra figura
eminente del cristianesimo antico, proposta dal Papa
mercoledì scorso - anche Sant’Ignazio di Antiochia
insiste con insegnamenti e immagini sul valore “dell’unità
fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo”:
“E’
evidente la responsabilità peculiare dei vescovi, dei
presbiteri e dei diaconi nell’edificazione della
comunità. Vale anzitutto per loro l’invito all’amore
e all’unità (...) Ignazio per primo nella letteratura
cristiana attribuisce alla Chiesa l’aggettivo ‘cattolica’,
cioè universale. E proprio nel servizio di unità alla
Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita,
secondo lui, una sorta di primato nell’amore (...) Come
si vede Ignazio è realmente 'dottore dell’unità'”.
“In
definitiva, ha affermato Benedetto XVI, il “realismo”
di Sant’Ignazio invita i fedeli di ieri e di oggi ad
essere "in possesso di quello spirito indiviso che è
Gesù Cristo stesso":
“Invita
ad una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo e
dedizione alla Chiesa (...) Insomma occorre pervenire ad
una sintesi tra comunione della Chiesa nell’interno di
sé e missione. E preghiamo che il Signore ci aiuti a
trovare questa unità, che ci aiuti ad essere finalmente
trovati senza macchia, perché è l’amore che purifica
le anime”.
Un’eco
attualizzata dell’insegnamento di Sant’Ignazio si è
colta nelle parole che il Papa, dopo aver salutato in
dieci lingue i pellegrini in Piazza San Pietro, ha rivolto
ai fedeli della Puglia accompagnati dai loro vescovi
presenti a Roma per la visita ad Limina:
“Cari
amici, vi incoraggio a sentirvi sempre più coinvolti
nella missione della Chiesa per venire incontro con
rinnovato slancio apostolico alle numerose sfide sociali e
religiose dell’epoca attuale. E voi, cari Fratelli nell’Episcopato,
non stancatevi di sollecitare quanti sono affidati alle
vostre cure pastorali ad incontrare personalmente Cristo
vivo in mezzo a noi, aderendo integralmente al suo Vangelo
e alle esigenze morali che da esso scaturiscono.
**********
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle!
Come
abbiamo già fatto mercoledì, parliamo delle personalità
della Chiesa nascente. La scorsa settimana abbiamo parlato
di Papa Clemente I, terzo Successore di San Pietro. Oggi
parliamo di sant'Ignazio, che è stato il terzo Vescovo di
Antiochia, dal 70 al 107, data del suo martirio. In quel
tempo Roma, Alessandria e Antiochia erano le tre grandi
metropoli dell'impero romano. Il Concilio di Nicea parla
di tre «primati»: quello di Roma, ma anche Alessandria e
Antiochia partecipano, in un certo senso, a un «primato».
Sant'Ignazio era Vescovo di Antiochia, che oggi si trova
in Turchia. Qui, in Antiochia, come sappiamo dagli Atti
degli Apostoli, sorse una comunità cristiana fiorente:
primo Vescovo ne fu l'apostolo Pietro – così ci dice la
tradizione -, e lì "per la prima volta i discepoli
furono chiamati cristiani" (At 11,26).
Eusebio di Cesarea, uno storico del IV secolo, dedica un
intero capitolo della sua Storia Ecclesiastica alla
vita e all'opera letteraria di Ignazio (3,36). "Dalla
Siria", egli scrive, "Ignazio fu mandato a Roma
per essere gettato in pasto alle belve, a causa della
testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo
viaggio attraverso l'Asia, sotto la custodia severa delle
guardie" (che lui chiama "dieci leopardi"
nella sua Lettera ai Romani 5,1), "nelle
singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni,
andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col
calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora
cominciavano a pullulare, e raccomandava di non staccarsi
dalla tradizione apostolica". La prima tappa del
viaggio di Ignazio verso il martirio fu la città di
Smirne, dove era Vescovo san Policarpo, discepolo di san
Giovanni. Qui Ignazio scrisse quattro lettere,
rispettivamente alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di
Tralli e di Roma. "Partito da Smirne", prosegue
Eusebio, "Ignazio venne a Troade, e di là spedì
nuove lettere": due alle Chiese di Filadelfia e di
Smirne, e una al Vescovo Policarpo. Eusebio completa così
l'elenco delle lettere, che sono venute a noi dalla Chiesa
del primo secolo come un prezioso tesoro. Leggendo questi
testi si sente la freschezza della fede della generazione
che ancora aveva conosciuto gli Apostoli. Si sente anche
in queste lettere l'amore ardente di un santo. Finalmente
da Troade il martire giunse a Roma, dove, nell'Anfiteatro
Flavio, venne dato in pasto alle bestie feroci.
Nessun
Padre della Chiesa ha espresso con l'intensità di Ignazio
l’anelito all'unione con Cristo e alla vita in
Lui. Perciò abbiamo letto il brano Vangelo sulla vigna,
che secondo il vangelo di Giovanni è Gesù. In realtà,
confluiscono in Ignazio due "correnti"
spirituali: quella di Paolo, tutta tesa all’unione con
Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla vita in
Lui. A loro volta, queste due correnti sfociano nell’imitazione
di Cristo, più volte proclamato da Ignazio come
"il mio" o "il nostro Dio". Così
Ignazio supplica i cristiani di Roma di non impedire il
suo martirio, perché è impaziente di "congiungersi
con Gesù Cristo". E spiega: "E' bello per me
morire andando verso (eis) Gesù Cristo, piuttosto
che regnare sino ai confini della terra. Cerco lui, che è
morto per me, voglio lui, che è risorto per noi...
Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio
Dio!" (Romani 5-6). Si può cogliere in queste
espressioni brucianti d'amore lo spiccato
"realismo" cristologico tipico della Chiesa di
Antiochia, più che mai attento all'incarnazione del
Figlio di Dio e alla sua vera e concreta umanità: Gesù
Cristo, scrive Ignazio agli Smirnesi, "è realmente
dalla stirpe di Davide", "realmente è
nato da una vergine", "realmente fu
inchiodato per noi" (1,1).
L'irresistibile
tensione di Ignazio verso l'unione con Cristo fonda una
vera e propria "mistica dell'unità". Egli
stesso si definisce "un uomo al quale è affidato il
compito dell'unità" (Filadelfiesi 8,1). Per
Ignazio l'unità è anzitutto una prerogativa di Dio, che
esistendo in tre Persone è Uno in assoluta unità. Egli
ripete spesso che Dio è unità, e che solo in Dio essa si
trova allo stato puro e originario. L'unità da realizzare
su questa terra da parte dei cristiani non è altro che
un'imitazione, il più possibile conforme all'archétipo
divino. In questo modo Ignazio giunge a elaborare una
visione della Chiesa, che richiama da vicino alcune
espressioni della Lettera ai Corinti di Clemente
Romano. "E' bene per voi", scrive per esempio ai
cristiani di Efeso, "procedere insieme d'accordo col
pensiero del vescovo, cosa che già fate. Infatti il
vostro collegio dei presbiteri, giustamente famoso, degno
di Dio, è così armonicamente unito al vescovo come le
corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel
vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così
voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella
sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio
nell'unità, cantiate a una sola voce" (4,1-2). E
dopo aver raccomandato agli Smirnesi di non
"intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa
senza il vescovo" (8,1), confida a Policarpo:
"Io offro la mia vita per quelli che sono sottomessi
al vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro
avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli
altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme,
dormite e vegliate insieme come amministratori di Dio,
suoi assessori e servi. Cercate di piacere a Colui per il
quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di
voi sia trovato disertore. Il vostro battesimo rimanga
come uno scudo, la fede come un elmo, la carità come una
lancia, la pazienza come un'armatura" (6,1-2).
Complessivamente
si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta
di dialettica costante e feconda tra due aspetti
caratteristici della vita cristiana: da una parte la
struttura gerarchica della comunità ecclesiale, e
dall’altra l'unità fondamentale che lega fra loro tutti
i fedeli in Cristo. Di conseguenza, i ruoli non si possono
contrapporre. Al contrario, l'insistenza sulla comunione
dei credenti tra loro e con i propri pastori è
continuamente riformulata attraverso eloquenti immagini e
analogie: la cetra, le corde, l'intonazione, il concerto,
la sinfonia. E’ evidente la responsabilità peculiare
dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi
nell'edificazione della comunità. Vale anzitutto per loro
l'invito all'amore e all'unità. "Siate una cosa
sola", scrive Ignazio ai Magnesi, riprendendo la
preghiera di Gesù nell'Ultima Cena: "Un'unica
supplica, un'unica mente, un'unica speranza nell'amore...
Accorrete tutti a Gesù Cristo come all'unico tempio di
Dio, come all'unico altare: egli è uno, e procedendo
dall'unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è
ritornato nell'unità" (7,1-2). Ignazio, per primo
nella letteratura cristiana, attribuisce alla Chiesa
l'aggettivo "cattolica", cioè
"universale": "Dove è Gesù Cristo",
egli afferma, "lì è la Chiesa cattolica" (Smirnesi
8,2). E proprio nel servizio di unità alla Chiesa
cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita una
sorta di primato nell’amore: "In Roma essa presiede
degna di Dio, venerabile, degna di essere chiamata
beata... Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo
e porta il nome del Padre" (Romani, prologo).
Come si
vede, Ignazio è veramente il "dottore dell'unità":
unità di Dio e unità di Cristo (a dispetto delle varie
eresie che iniziavano a circolare e dividevano l’uomo e
Dio in Cristo), unità della Chiesa, unità dei fedeli
"nella fede e nella carità, delle quali non vi è
nulla di più eccellente" (Smirnesi 6,1). In
definitiva, il "realismo" di Ignazio invita i
fedeli di ieri e di oggi, invita noi tutti a una sintesi
progressiva tra configurazione a Cristo (unione con
Lui, vita in Lui) e dedizione alla sua Chiesa (unità
con il Vescovo, servizio generoso alla comunità e al
mondo). Insomma, occorre pervenire a una sintesi tra comunione
della Chiesa all’interno di sè e missione
proclamazione del Vangelo per gli altri, fino a
che attraverso una dimensione parli l'altra, e i credenti
siano sempre più "nel possesso di quello spirito
indiviso, che è Gesù Cristo stesso" (Magnesi 15).
Implorando dal Signore questa "grazia di unità",
e nella convinzione di presiedere alla carità di tutta la
Chiesa (cfr. Romani, prologo), rivolgo a voi lo
stesso augurio che conclude la lettera di Ignazio ai
cristiani di Tralli: "Amatevi l'un l'altro con cuore
non diviso. Il mio spirito si offre in sacrificio per voi,
non solo ora, ma anche quando avrà raggiunto Dio... In
Cristo possiate essere trovati senza macchia" (13). E
preghiamo affinché il Signore ci aiuti a raggiungere
questa unità e ad essere trovati finalmente senza
macchia, perché è l'amore che purifica le anime.
©
Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
|
|