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UDIENZA GENERALE  (20 FEBBRAIO 2008) 

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 20 febbraio 2008

Udienza generale: il Papa cita Sant'Agostino come precursore della vera laicità

Dopo la pausa degli Esercizi Spirituali, Benedetto XVI ha ripreso le udienze generali del mercoledì salutando i pellegrini radunati nella Basilica Vaticana per poi svolgere la sua catechesi nell’Aula Paolo VI. Il Papa ha parlato ancora della “straordinaria figura di Sant’Agostino”, sottolineando come questo grande Padre della Chiesa abbia insegnato la “vera laicità”. Ha quindi esortato i fedeli ad attuare, in questo tempo quaresimale, un deciso sforzo di conversione e un impegno evangelico più generoso. Il servizio di Tiziana Campisi:

“Grande testimone di Cristo”: questo è stato Sant’Agostino, le cui innumerevoli opere, ha detto Benedetto XVI, “sono d’importanza capitale, e non solo per la storia del cristianesimo”. L’esempio più chiaro sono le Confessioni, uno dei libri dell’antichità cristiana tuttora più letti. Scritte fra il 397 e il 400, durante l’episcopato, sono una “meditazione interiore” compiuta dinanzi a Dio e descrivono “il cammino interiore” dell’antico retore, una “confessione delle proprie debolezze”, “dei propri peccati”, ma anche una lode a Dio, uno sguardo della propria miseria alla luce di Dio che diventa ringraziamento a Lui per l’amore verso gli uomini, amore che trasforma ed eleva a Dio stesso:

Sono una specie di autobiografia ma autobiografia nella forma di un dialogo con Dio. E questo genere letterario riflette proprio la vita di Sant’Agostino che era una vita non in sé chiusa e non una vita dispersa in tante cose ma sostanzialmente una vita vissuta come dialogo con Dio e così una vita per gli altri … E vi sono molti fratelli ai quali queste opere piacciono e devo dire che io sono uno di questi fratelli”.

Il Papa ha illustrato dettagliatamente alcune opere del vescovo di Ippona, elencando, accanto alle Ritrattazioni – due libri in cui l’anziano presule revisionò tutti i suoi scritti lasciando anche “un insegnamento di sincerità e di umiltà intellettuale” – le oltre trecento lettere pervenuteci e le quasi seicento omelie, “frutto di un quarantennio di predicazione” che lascia pensare, in realtà, a circa quattromila prediche, molte delle quali “trascritte e corrette”, per confutare eretici, per interpretare le Sacre Scritture ed edificare i figli della Chiesa. E come non parlare de “La Città di Dio”? “Opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia”, ha spiegato il Santo Padre; ventidue libri, per rispondere alle accuse pagane che imputavano al cristianesimo la caduta di Roma, invasa e messa a sacco dai Goti nel 410: se con il culto agli dei Roma era divenuta caput mundi, la nuova religione aveva portato alla sua caduta. Il Dio cristiano, insomma veniva definito incapace di proteggere la capitale dell’impero romano, perciò non un dio al quale potersi affidare. Agostino spiegò cosa aspettarsi da Dio e cosa no, “quale la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede e della Chiesa”:

Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede. Quindi il libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina ma divisa da due amori. E’ questo è il suo disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia: la lotta di due amori, amore di sé sino all’indifferenza per Dio e amore di Dio sino all’indifferenza di sé, alla piena libertà da sé per gli altri, nella luce di Dio”.
 
Dal lungo elenco degli scritti agostiniani Benedetto XVI ha citato poi il De Trinitate - sulla fede in Dio-Trinità, sul volto di Dio, “unico creatore del mondo”, “cerchio di amore” e “mistero insondabile” che “nelle Tre Persone è la più reale e profonda unità dell’unico Dio” - il De doctrina Christiana - “una vera e propria introduzione culturale all’interpretazione della Bibbia e in definitiva allo stesso cristianesimo” - il De catechizandis rudibus, dedicato ai problemi dell’istruzione dei molti cristiani illetterati. E ancora “la massa delle omelie, spesso pronunciate ‘a braccio’, trascritte dai tachigrafi durante la predicazione e subito messe in circolazione”. Della vasta produzione letteraria di Agostino e del suo amore per i libri e la cultura, ha aggiunto il Papa, c’è traccia anche nell’iconografia. Pure in quello che è ritenuto il più antico ritratto del grande Padre della Chiesa - un affresco del VI secolo nel Sancta Sanctorum Laterano - in cui il vescovo di Ippona è raffigurato con un codice ed uno scritto:
 
“Raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici, soprattutto quelli delle sue opere".
 
Il Papa ha infine ricordato le parole del primo biografo di Sant’Agostino - Possidio - che definisce l’amico vescovo “sempre vivo” nelle sue opere, che “giova a chi legge i suoi scritti”. “La Quaresima è il tempo della conversione dei cuori, degli esercizi spirituali e del ritorno dell’uomo a Dio – ha affermato Benedetto XVI nei saluti in polacco – che la nostra preghiera ed i nostri buoni propositi siano animati dall’invocazione di Sant’Agostino: “Inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in Dio”. E ai fedeli raccolti nella Basilica di San Pietro il Papa ha invece rivolto questo invito:

 
“Il cammino quaresimale che stiamo percorrendo sia occasione favorevole di un deciso sforzo di conversione e di rinnovamento spirituale per un risveglio alla fede autentica, per un recupero salutare del rapporto con Dio e per un impegno evangelico più generoso. Nella consapevolezza che l'amore è stile di vita che contraddistingue il credente, non stancatevi di essere ovunque testimoni di carità”.

 
Nei suoi saluti Benedetto XVI ha avuto un pensiero particolare per i fedeli della diocesi di Pavia e di Vigevano, dove si è recato in visita, nell’aprile dello scorso anno, per conoscere, anche, i luoghi che custodiscono le reliquie di Sant’Agostino. Per i giovani poi il Papa ha auspicato che “l’amicizia nei confronti di Gesù” possa essere “fonte di gioia e spinta a compiere scelte impegnative”.




BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

 

Cari fratelli e sorelle,

dopo la pausa degli esercizi spirituali della settimana scorsa ritorniamo oggi alla grande figura di sant'Agostino, sul quale già ripetutamente ho parlato nelle catechesi del mercoledì. E’ il Padre della Chiesa che ha lasciato il maggior numero di opere, e di queste oggi intendo parlare brevemente. Alcuni degli scritti agostiniani sono d’importanza capitale, e non solo per la storia del cristianesimo ma per la formazione di tutta la cultura occidentale: l’esempio più chiaro sono le Confessiones, senza dubbio uno dei libri dell’antichità cristiana tuttora più letti. Come diversi Padri della Chiesa dei primi secoli, ma in misura incomparabilmente più vasta, anche il Vescovo d’Ippona ha infatti esercitato un influsso esteso e persistente, come appare già dalla sovrabbondante tradizione manoscritta delle sue opere, che sono davvero moltissime.

Lui stesso le passò in rassegna qualche anno prima di morire nelle Retractationes e poco dopo la sua morte esse vennero accuratamente registrate nell’Indiculus ("elenco") aggiunto dal fedele amico Possidio alla biografia di sant'Agostino, Vita Augustini. L’elenco delle opere di Agostino fu realizzato con l’intento esplicito di salvaguardarne la memoria mentre l’invasione vandala dilagava in tutta l’Africa romana e conta ben milletrenta scritti numerati dal loro Autore, con altri "che non si possono numerare, perché non vi ha apposto nessun numero". Vescovo di una città vicina, Possidio dettava queste parole proprio a Ippona – dove si era rifugiato e dove aveva assistito alla morte dell’amico – e quasi sicuramente si basava sul catalogo della biblioteca personale di Agostino. Oggi, sono oltre trecento le lettere sopravvissute del Vescovo di Ippona e quasi seicento le omelie, ma queste in origine erano moltissime di più, forse addirittura tra le tremila e le quattromila, frutto di un quarantennio di predicazione dell’antico retore che aveva deciso di seguire Gesù e di parlare non più ai grandi della corte imperiale, ma alla semplice popolazione di Ippona.

E ancora in anni recenti le scoperte di un gruppo di lettere e di alcune omelie hanno arricchito la nostra conoscenza di questo grande Padre della Chiesa. "Molti libri – scrive Possidio – furono da lui composti e pubblicati, molte prediche furono tenute in chiesa, trascritte e corrette, sia per confutare i diversi eretici sia per interpretare le sacre Scritture ad edificazione dei santi figli della Chiesa. Queste opere – sottolinea il Vescovo amico – sono tante che a stento uno studioso ha la possibilità di leggerle ed imparare a conoscerle" (Vita Augustini, 18, 9).

Tra la produzione letteraria di Agostino – quindi più di mille pubblicazioni suddivise in scritti filosofici, apologetici, dottrinali, morali, monastici, esegetici, antieretici, oltre appunto le lettere e le omelie – spiccano alcune opere eccezionali di grande respiro teologico e filosofico. Innanzi tutto bisogna ricordare le già menzionate Confessiones, scritte in tredici libri tra il 397 e il 400 a lode di Dio. Esse sono una specie di autobiografia nella forma di un dialogo con Dio. Questo genere letterario riflette proprio la vita di sant'Agostino, che era un vita non chiusa in sé, dispersa in tante cose, ma vissuta sostanzialmente come dialogo con Dio e così una vita con gli altri. Già il titolo Confessiones indica la specificità di questa autobiografia. Questa parola confessiones nel latino cristiano sviluppato dalla tradizione dei Salmi ha due significati, che tuttavia si intrecciano. Confessiones indica, in primo luogo, la confessione delle proprie debolezze, della miseria dei peccati; ma, allo stesso tempo, confessiones significa lode di Dio, riconoscimento a Dio. Vedere la propria miseria nella luce di Dio diventa lode a Dio e ringraziamento perché Dio ci ama e ci accetta, ci trasforma e ci eleva verso se stesso. Su queste Confessiones che ebbero grande successo già durante la vita di sant'Agostino, lui stesso ha scritto: "Esse hanno esercitato su di me tale azione mentre le scrivevo e l’esercitano ancora quando le rileggo. Vi sono molti fratelli ai quali queste opere piacciono" (Retractationes, II, 6): e devo dire che anch’io sono uno di questi «fratelli». E grazie alle Confessiones possiamo seguire passo passo il cammino interiore di quest’uomo straordinario e appassionato di Dio. Meno diffuse ma altrettanto originali e molto importanti sono poi le Retractationes, composte in due libri intorno al 427, nelle quali sant’Agostino, ormai anziano, compie un’opera di "revisione" (retractatio) di tutta la sua opera scritta, lasciando così un documento letterario singolare e preziosissimo, ma anche un insegnamento di sincerità e di umiltà intellettuale.

Il De civitate Dei – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritto tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L'occasione era il sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. Tanti pagani ancora viventi, ma anche molti cristiani, avevano detto: Roma è caduta, adesso il Dio cristiano e gli apostoli non possono proteggere la città. Durante la presenza delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio cristiano, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant'Agostino con questa grandiosa opera, il De civitate Dei, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede.

Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé "sino all'indifferenza per Dio", e amore di Dio "sino all'indifferenza per sé", (De civitate Dei, XIV, 28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant'Agostino, di una importanza permanente. Altrettanto importante è il De Trinitate, opera in quindici libri sul principale nucleo della fede cristiana, la fede nel Dio trinitario, scritta in due tempi: tra il 399 e il 412 i primi dodici libri, pubblicati a insaputa di Agostino, che verso il 420 li completò e rivide l’intera opera. Qui egli riflette sul volto di Dio e cerca di capire questo mistero del Dio che è unico, l'unico creatore del mondo, di noi tutti, e tuttavia, proprio questo unico Dio è trinitario, un cerchio di amore. Cerca di capire il mistero insondabile: proprio l'essere trinitario, in tre Persone, è la più reale e più profonda unità dell'unico Dio. Il De doctrina Christiana è invece una vera e propria introduzione culturale all’interpretazione della Bibbia e in definitiva allo stesso cristianesimo, che ha avuto un’importanza decisiva nella formazione della cultura occidentale.

Pur con tutta la sua umiltà, Agostino certamente fu consapevole della propria statura intellettuale. Ma per lui, più importante del fare grandi opere di respiro alto, teologico, era portare il messaggio cristiano ai semplici. Questa sua intenzione più profonda, che ha guidato tutta la sua vita, appare da una lettera scritta al collega Evodio, dove comunica la decisione di sospendere per il momento la dettatura dei libri del De Trinitate, "perché sono troppo faticosi e penso che possano essere capiti da pochi; per questo urgono di più testi che speriamo saranno utili a molti" (Epistulae, 169, 1, 1). Quindi più utile era per lui comunicare la fede in modo comprensibile a tutti, che non scrivere grandi opere teologiche. La responsabilità acutamente avvertita nei confronti della divulgazione del messaggio cristiano è poi all’origine di scritti come il De catechizandis rudibus, una teoria e anche una prassi della catechesi, o il Psalmus contra partem Donati. I donatisti erano il grande problema dell'Africa di sant'Agostino, uno scisma volutamente africano. Essi affermavano: la vera cristianità è quella africana. Si opponevano all'unità della Chiesa. Contro questo scisma il grande Vescovo ha lottato per tutta la sua vita, cercando di convincere i donatisti che solo nell'unità anche l'africanità può essere vera. E per farsi capire dai semplici, che non potevano comprendere il grande latino del retore, ha detto: devo scrivere anche con errori grammaticali, in un latino molto semplificato. E lo ha fatto soprattutto in questo Psalmus, una specie di poesia semplice contro i donatisti, per aiutare tutta la gente a capire che solo nell'unità della Chiesa si realizza per tutti realmente la nostra relazione con Dio e cresce la pace nel mondo.

In questa produzione destinata a un pubblico più largo riveste un’importanza particolare la massa delle omelie, spesso pronunciate ‘a braccio’, trascritte dai tachigrafi durante la predicazione e subito messe in circolazione. Tra queste, spiccano le bellissime Enarrationes in Psalmos, molto lette nel medioevo. Proprio la prassi di pubblicazione delle migliaia di omelie di Agostino – spesso senza il controllo dell’autore – spiega la loro diffusione e successiva dispersione, ma anche la loro vitalità. Subito infatti le prediche del vescovo d’Ippona diventavano, per la fama del loro autore, testi molto ricercati e servivano anche per altri Vescovi e sacerdoti come modelli, adattati a sempre nuovi contesti.

La tradizione iconografica, già in un affresco lateranense risalente al VI secolo, rappresenta sant’Agostino con un libro in mano, certo per esprimere la sua produzione letteraria, che tanto influenzò la mentalità e il pensiero cristiani, ma per esprimere anche il suo amore per i libri, per la lettura e la conoscenza della grande cultura precedente. Alla sua morte non lasciò nulla, racconta Possidio, ma "raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici", soprattutto quelli delle sue opere. In queste, sottolinea Possidio, Agostino è "sempre vivo" e giova a chi legge i suoi scritti, anche se, conclude, "io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente" (Vita Augustini, 31). Sì, anche per noi sarebbe stato bello poterlo sentire vivo. Ma è realmente vivo nei suoi scritti, è presente in noi e così vediamo anche la permanente vitalità della fede alla quale ha dato tutta la sua vita.

 

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