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UDIENZA
GENERALE (21 MAGGIO 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
21 maggio 2008
Se
la fede è viva, la cultura cristiana non diventa una cosa
del passato: così, il Papa all’udienza generale
dedicata a Romano il Melode, poeta della fede vissuto tra
V e VI secolo
All’udienza
generale, in Aula Paolo VI, Benedetto XVI ha messo
l’accento sulla bellezza della cultura cristiana, sul
suo patrimonio sempre vivo perché radicato nella fede in
Cristo. Ad offrire al Papa l’occasione di questa
riflessione è stata la figura di Romano il Melode, poeta
e diacono, vissuto tra il V e il VI secolo. Prima della
catechesi, il Papa ha salutato i pellegrini raccolti nella
Basilica di San Pietro. A loro ha chiesto di testimoniare
“specie con i più deboli e i più bisognosi” la carità
del Signore, impegnandosi per la costruzione di un mondo
più solidale. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Dal contatto del cuore con la verità che è amore è
nata tutta la grande cultura cristiana: è la riflessione
offerta ai fedeli da Benedetto XVI che ha incentrato la
sua catechesi sulla figura del diacono poeta, Romano il
Melode. Nato in Siria nel 490 e vissuto gli anni della sua
maturità a Costantinopoli, Romano fu definito il
“Pindaro cristiano” per l’elevatezza delle sue
composizioni in versi. Questo grande poeta, ha detto il
Papa a braccio, ci ricorda “tutto il tesoro della
cultura cristiana nato dalla fede, nato dal cuore che si
è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio”:
“Se la fede rimane viva, anche questa eredità
culturale non diventa una cosa morta ma rimane viva e
presente. Le icone parlano anche oggi al cuore credente,
non sono solo cose del passato. Le cattedrali non sono
monumenti medievali, ma case di vita dove siamo 'a casa',
incontriamo Dio, ci incontriamo l’uno con l’altro. E
la grande musica, il gregoriano o Bach e Mozart, nella
Chiesa non sono cose del passato ma vivono della vitalità
della liturgia della nostra fede. Se la fede è viva, la
cultura cristiana non diventa passato, ma rimane viva e
presente”.
Se la fede è viva, ha aggiunto, “anche oggi possiamo
rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo
nei Salmi: “Cantate al Signore un cantico nuovo”:
“Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura
nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella
vitalità della fede, non si escludono ma sono una unica
realtà, sono presenza della bellezza di Dio, della gioia
di essere figlio di Dio”.
Soffermandosi sulla figura di Romano il Melode, il Papa
ha spiegato che l’episodio chiave della sua vita fu
l’apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del
carisma poetico. Romano, ha proseguito, fu “un testimone
eminente del sentimento religioso della sua epoca”. A
Costantinopoli, ha detto, Romano predicava in un santuario
di periferia. Qui, il diacono parlava alla comunità
ricorrendo a raffigurazioni murali o icone disposte
sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue, ha
aggiunto, erano “omelie metriche cantate” dette “kontákia”.
La tradizione gliene attribuisce mille, ma a noi ne sono
giunte 89. Romano adottava un greco vicino alla koiné del
Nuovo Testamento, più accessibile ai suoi uditori. Un
esempio significativo di “kontakion” di Romano è il
dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge
sulla via della Croce:
“Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il
corso della tua vita?/ Mai avrei creduto, o figlio, di
vederti in questo stato/ né mai avrei immaginato che a
tal punto di furore sarebbero giunti gli empi/ da metterti
le mani addosso contro ogni giustizia”. Gesù risponde:
“Perché piangi, madre mia?... Non dovrei patire? Non
dovrei morire? Come dunque potrei salvare Adamo?”
Il Figlio di Maria consola dunque la Madre, “ma la
richiama al suo ruolo nella storia della Salvezza”.
Abile comunicatore, ha notato il Pontefice, Romano il
Melode dichiara vuote le sue omelie, se disgiunte dal
proprio coerente comportamento. Il Papa ha quindi messo
l’accento sull’ “umanità palpitante”,
“l’ardore di fede” e la “profonda umiltà"
che pervadono i canti di Romano il Melode. Nei suoi inni
sono presenti temi cristologici e mariologici. Il diacono
predica una cristologia semplice, vicina alla devozione
popolare e combatte gli errori degli ariani che negavano
la divinità di Cristo, mentre offre una splendida sintesi
di pneumatologia in linea col Concilio di Costantinopoli.
Nella Pentecoste, ha detto, Romano sottolinea la continuità
che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè
la Chiesa. Inoltre, Romano accentua il primato della carità
che il cristiano deve praticare in positivo. Al momento
dei saluti ai pellegrini, il Papa ha ricordato
l’appuntamento di domani, solennità del Corpus Domini:
“Alle ore 19, sul sagrato della Basilica di San
Giovanni in Laterano presiederò la Messa, cui seguirà la
tradizionale processione fino a Santa Maria Maggiore.
Invito tutti a partecipare a questa solenne celebrazione,
per esprimere insieme la fede in Cristo, presente nell’Eucarestia”
Un
saluto particolare, il Papa l’ha rivolto ad una
delegazione di ufficiali del Comando NATO di Napoli,
presenti all'udienza esortandoli a servire la causa della
pace. In italiano, il Papa ha quindi salutato i fedeli
albanesi, convenuti in occasione della visita “ad limina
Apostolorum” dei vescovi dell’Albania.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
nella
serie delle catechesi sui Padri della Chiesa, vorrei oggi
parlare di una figura poco conosciuta: Romano il Melode,
nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo,
poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei
teologi che hanno trasformato la teologia in poesia.
Pensiamo al suo compatriota, sant’Efrem di Siria,
vissuto duecento anni prima di lui. Ma pensiamo anche a
teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i cui inni
sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano
anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande
vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della
festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni
della Croce e a tanti altri. La fede è amore e perciò
crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea
bellezza.
Così
Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore
teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e
siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito
(Beirut), perfezionandovi l’istruzione classica e le
conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.),
fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a
Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio I (518
ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa
della Theotókos, Madre di Dio. Qui ebbe luogo
l’episodio-chiave della sua vita: il Sinassario
ci informa circa l’apparizione in sogno della Madre di
Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli
ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato.
Risvegliatosi il mattino dopo – era la festa della
Natività del Signore – Romano si diede a declamare
dall’ambone: «Oggi la Vergine partorisce il
Trascendente» (Inno "Sulla Natività" I.
Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla
morte (dopo il 555).
Romano
resta nella storia come uno dei più rappresentativi
autori di inni liturgici. L’omelia era allora, per i
fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione
catechetica. Romano si pone così come testimone eminente
del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un
modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue
composizioni possiamo renderci conto della creatività di
questa forma di catechesi, della creatività del pensiero
teologico, dell’estetica e dell’innografia sacra di
quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un
santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva
all’ambone posto al centro della chiesa e parlava alla
comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto
dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone
disposte sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le
sue erano omelie metriche cantate, dette
"contaci" (kontákia). Il termine kontákion,
"piccola verga", pare rinviare al bastoncino
attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto
liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a
noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la
tradizione gliene attribuisce mille.
In
Romano, ogni kontákion è composto di strofe, per
lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di
sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo);
gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si
modellano su quelli dell’irmo. Ciascuna strofa si
conclude con un ritornello (efimnio) per lo più
identico per creare l’unità poetica. Inoltre le
iniziali delle singole strofe indicano il nome
dell’autore (acrostico), preceduto spesso
dall’aggettivo "umile". Una preghiera in
riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude
l’inno. Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio,
per lo più in forma di preghiera o di supplica.
Annunciava così il tema dell’omelia e spiegava il ritornello
da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui
declamata con cadenza a voce alta.
Un
esempio significativo ci è offerto dal kontakion
per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra
Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce.
Dice Maria: «Dove vai, figlio? Perché così rapido compi
il corso della tua vita?/ Mai avrei creduto, o figlio, di
vederti in questo stato,/ né mai avrei immaginato che a
tal punto di furore sarebbero giunti gli empi/ da metterti
le mani addosso contro ogni giustizia». Gesù risponde:
«Perché piangi, madre mia? [...]. Non dovrei patire? Non
dovrei morire?/ Come dunque potrei salvare Adamo?». Il
figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo
ruolo nella storia della salvezza: «Deponi, dunque,
madre, deponi il tuo dolore:/ non si addice a te il
gemere, poiché fosti chiamata "piena di grazia"»
(Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5).
Nell’inno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a
sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: «Quando
Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue
parole,/conosciuto questo tuo volere essa mi dirà:/- Se
chi ce l’ha dato se lo riprende, perchè ce l’ha
donato?/[...] - Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a
me,/e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a
me» (Il sacrificio di Abramo, 7).
Romano
adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un
greco semplice, vicino al linguaggio del popolo. Vorrei
qui citare un esempio del suo modo vivace e molto
personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama
"fonte che non brucia e luce contro le tenebre"
e dice: «Io ardisco tenerti in mano come una lampada;/
chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è
illuminato senza bruciare./ Illuminami dunque, Tu che sei
la Lucerna inestinguibile» (La Presentazione o Festa
dell’incontro, 8). La forza di convinzione delle sue
predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue
parole e la sua vita. In una preghiera dice: «Rendi
chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca /
e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il
mio agire/ sia coerente con le mie parole» (Missione
degli Apostoli, 2).
Esaminiamo
adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema
fondamentale della sua predicazione è l’unità
dell’azione di Dio nella storia, l’unità tra
creazione e storia della salvezza, l’unità tra Antico e
Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la
pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo.
Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi
è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la
Chiesa, e ne esalta l’azione missionaria nel mondo: «[...]
con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini;/
hanno preso la croce di Cristo come una penna,/ hanno
usato le parole come reti e con esse hanno pescato il
mondo,/ hanno avuto il Verbo come amo acuminato,/ come
esca è diventata per loro/ la carne del Sovrano
dell’universo» (La Pentecoste 2;18).
Altro
tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non
entra nel problema dei concetti difficili della teologia,
tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto
lacerato l’unità non solo tra i teologi, ma anche tra i
cristiani nella Chiesa. Egli predica una cristologia
semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi
Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare –
del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà
popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano – e così
Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed
essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra
creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo
parlare il Verbo di Dio stesso. «Era uomo – dice – il
Cristo, ma era anche Dio,/ non però diviso in due: è
Uno, figlio di un Padre che è Uno solo» (La Passione
19). Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il
dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di
quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più
belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina,
Nuova Eva.
Gli
insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio
finale (Le dieci vergini [II]). Egli ci conduce
verso questo momento della verità della nostra vita, del
confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla
conversione nella penitenza e nel digiuno. In positivo, il
cristiano deve praticare la carità, l’elemosina. Egli
accentua il primato della carità sulla continenza in due
inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La
carità è la più grande delle virtù: «[...]
dieci vergini possedevan la virtù dell’intatta verginità,/
ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto./
Le altre brillarono per le lampade dell’amore per
l’umanità,/ per questo lo sposo le invitò» (Le
dieci Vergini, 1).
Umanità
palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i
canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e
compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura
cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è
incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo
contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la
cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se
la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non
diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le
icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono
cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti
medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a
casa": incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con
gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o
Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della
vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede
è viva, la cultura cristiana non diventa
"passato", ma rimane viva e presente. E se la
fede è viva, anche oggi possiamo rispondere
all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi:
"Cantate al Signore un canto nuovo". Creatività,
innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di
tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede
non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono
presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere
figli suoi.
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