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UDIENZA
GENERALE (21 MARZO 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
21 marzo 2007
Benedetto
XVI all'udienza generale: i miti del relativismo etico di
ieri e di oggi, "diabolici depistaggi" rispetto
alla verità del Vangelo. Appello del Papa per i malati di
tubercolosi
In
tempi in cui etica e religione vengono svuotate di senso,
la lezione degli antichi apologeti cristiani, che
difendevano il Vangelo dai miti pagani e dalle mode del
tempo, ritorna con prepotente attualità. Lo ha ribadito
questa mattina Benedetto XVI davanti alle 25 mila persone
presenti in Piazza San Pietro all’udienza generale. Il
Papa ha dedicato la sua catechesi alla figura del primo
apologeta cristiano, San Giustino, ed ha poi concluso con
un appello per i malati di tubercolosi, la cui Giornata
internazionale verrà celebrata sabato prossimo. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
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“Cristo ha affermato di essere la verità, non la
consuetudine”. Al contrario, i miti o le mode che si
susseguono nella diverse epoche si sostanziano di rituali
artificiosi, che nulla hanno a che vedere e anzi sono
fuorvianti rispetto al Vangelo. Ciò accadeva duemila anni
fa - quando agli esordi del cristianesimo una categoria di
scrittori si era incaricata di difenderne principi e
valori - e accade oggi, giacché quegli stessi principi e
valori vengono bersagliati dal relativismo etico. E’, in
sostanza, l’insegnamento che Benedetto XVI trae dalle
considerazioni sulla vita di Giustino, scrittore e
apologeta del 100 dopo Cristo, martire attorno al 165
sotto Diocleziano. Gli scritti degli apologeti come
Giustino, ha spiegato il Papa, avevano due obiettivi:
difendere il cristianesimo nascente "dalle pesanti
accuse di pagani ed ebrei” ed “esporre i contenuti
della fede in un linguaggio e con categorie di pensiero
comprensibili ai destinatari”. L’avversario, per
tutti, era il paganesimo:
“Con la religione pagana, infatti, i primi
cristiani rifiutarono strenuamente ogni compromesso. La
ritenevano idolatria, a costo di essere tacciati per
questo di ‘empietà’ e di ‘ateismo’. In
particolare Giustino, specialmente nella sua prima
Apologia, condusse una critica implacabile nei confronti
della religione pagana e dei suoi miti, considerati da lui
come diabolici ‘depistaggi’ nel cammino della verità”.
Se il paganesimo viene rigettato con il suo corredo di
falsità, non così la filosofia greca, "terreno
privilegiato" per l'incontro con la fede cristiana,
cui Giustino approderà dopo “un lungo itinerario”.
Antico Testamento e pensiero greco, ha affermato il Papa,
sono le due strade che guidano a Cristo e al Logos,
cioè Cristo come Verbo di verità. Verità che, sfuggendo
alla religione pagana incentrata sul mito, condanna poi
quella stessa religione, ha osservato il Pontefice, ad un
inevitabile “tramonto”:
“Questo tramonto fluiva come logica conseguenza
del distacco della religione - ridotta a un artificioso
insieme di cerimonie, convenzioni e consuetudini - dalla
verità dell'essere. Giustino, e con lui gli altri
apologisti, siglarono la presa di posizione netta della
fede cristiana per il Dio dei filosofi contro i falsi dèi
della religione pagana. Era la scelta per la verità
dell'essere contro il mito della consuetudine”.
Sul contrasto tra verità e consuetudine si soffermerà,
qualche decennio dopo Giustino, un altro grande scrittore,
Tertulliano. E’ sua la frase “Cristo ha affermato di
essere la verità, non la consuetudine”. E nelle lingue
moderne, quel “consuetudine”, ha asserito Benedetto
XVI, si può tradurre in “moda culturale, moda del
tempo”:
“In un'età come la nostra, segnata dal
relativismo nel dibattito sui valori e sulla religione -
come pure nel dialogo interreligioso -, è questa una
lezione da non dimenticare. A tale scopo vi ripropongo - e
così concludo - le ultime parole del misterioso
vegliardo, incontrato dal filosofo Giustino sulla riva del
mare: ‘Tu prega anzitutto che le porte della luce ti
siano aperte, perché nessuno può vedere e comprendere,
se Dio e il suo Cristo non gli concedono di capire'”.
Dopo aver svolto sinteticamente le catechesi nelle altre
lingue, Benedetto XVI ha rivolto un saluto - ormai
consueto da molte settimane a questa parte - ai fedeli di
regioni italiane guidati dai vescovi in visita ad
Limina, in questo caso provenienti dalle diocesi della
Sardegna. “Cari amici - ha detto loro il Papa - nella
recente Esortazione Apostolica ho richiamato il valore
dell’Eucaristia per la vita della Chiesa e di ogni
cristiano. Incoraggio anche voi ad attingere da questa
mirabile fonte la forza spirituale necessaria per
mantenervi fedeli al Vangelo e testimoniare sempre e
dappertutto l’amore di Dio. E voi, cari Fratelli
nell’Episcopato, ‘facendovi modelli del Gregge’ non
stancatevi di condurre i fedeli affidati alle vostre cure
pastorali ad una adesione personale e comunitaria sempre
più generosa a Cristo”.
Infine, Benedetto XVI ha concluso l’udienza ricordando
l’evento che la comunità internazionale celebrerà
sabato prossimo 24 marzo: la Giornata Mondiale per la
lotta contro la tubercolosi, malattia che miete due
milioni di vite all’anno, il 98% delle quali nei Paesi
in via di sviluppo:
“Possa tale ricorrenza favorire un’accresciuta
responsabilità nella cura di tale malattia ed una sempre
più intensa solidarietà nei confronti di quanti ne
soffrono. Su di loro e sulle loro famiglie invoco il
conforto del Signore, mentre incoraggio le molteplici
iniziative di assistenza che la Chiesa promuove in questo
ambito”.
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BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
stiamo in
queste catechesi riflettendo sulle grandi figure della
Chiesa nascente. Oggi parliamo di San Giustino, filosofo e
martire, il più importante tra i Padri apologisti del
secondo secolo. La parola "apologisti" designa
quegli antichi scrittori cristiani che si proponevano di
difendere la nuova religione dalle pesanti accuse dei
pagani e degli Ebrei, e di diffondere la dottrina
cristiana in termini adatti alla cultura del proprio
tempo. Così negli apologisti è presente una duplice
sollecitudine: quella, più propriamente apologetica, di
difendere il cristianesimo nascente (apologhía in
greco significa appunto "difesa") e quella
propositiva, "missionaria", di esporre i
contenuti della fede in un linguaggio e con categorie di
pensiero comprensibili ai contemporanei.
Giustino
era nato intorno all'anno 100 presso l'antica Sichem, in
Samaria, in Terra Santa; egli cercò a lungo la verità,
pellegrinando nelle varie scuole della tradizione
filosofica greca. Finalmente - come egli stesso racconta
nei primi capitoli del suo Dialogo con Trifone - un
misterioso personaggio, un vegliardo incontrato lungo la
spiaggia del mare, lo mise dapprima in crisi,
dimostrandogli l'incapacità dell'uomo a soddisfare con le
sole sue forze l'aspirazione al divino. Poi gli indicò
negli antichi profeti le persone a cui rivolgersi per
trovare la strada di Dio e la "vera filosofia".
Nel congedarlo, l'anziano lo esortò alla preghiera, perché
gli venissero aperte le porte della luce. Il racconto
adombra l'episodio cruciale della vita di Giustino: al
termine di un lungo itinerario filosofico di ricerca della
verità, egli approdò alla fede cristiana. Fondò una
scuola a Roma, dove gratuitamente iniziava gli allievi
alla nuova religione, considerata come la vera filosofia.
In essa, infatti, aveva trovato la verità e quindi
l’arte di vivere in modo retto. Fu denunciato per questo
motivo e venne decapitato intorno al 165, sotto il regno
di Marco Aurelio, l'imperatore filosofo a cui Giustino
stesso aveva indirizzato una sua Apologia.
Sono
queste - le due Apologie e il Dialogo con
l'Ebreo Trifone - le sole opere che di lui ci
rimangono. In esse Giustino intende illustrare anzitutto
il progetto divino della creazione e della salvezza che si
compie in Gesù Cristo, il Logos, cioè il Verbo
eterno, la Ragione eterna, la Ragione creatrice. Ogni
uomo, in quanto creatura razionale, è partecipe del Logos,
ne porta in sé un "seme", e può cogliere i
barlumi della verità. Così lo stesso Logos, che
si è rivelato come in figura profetica agli Ebrei nella
Legge antica, si è manifestato parzialmente, come in
"semi di verità", anche nella filosofia greca.
Ora, conclude Giustino, poiché il cristianesimo è la
manifestazione storica e personale del Logos nella
sua totalità, ne consegue che "tutto ciò che di
bello è stato espresso da chiunque, appartiene a noi
cristiani" (2 Apol. 13,4). In questo modo
Giustino, pur contestando alla filosofia greca le sue
contraddizioni, orienta decisamente al Logos
qualunque verità filosofica, motivando dal punto di vista
razionale la singolare "pretesa" di verità e di
universalità della religione cristiana. Se l'Antico
Testamento tende a Cristo come la figura orienta verso la
realtà significata, la filosofia greca mira anch'essa a
Cristo e al Vangelo, come la parte tende a unirsi al
tutto. E dice che queste due realtà, l’Antico
Testamento e la filosofia greca, sono come le due strade
che guidano a Cristo, al Logos. Ecco perché la
filosofia greca non può opporsi alla verità evangelica,
e i cristiani possono attingervi con fiducia, come a un
bene proprio. Perciò il mio venerato Predecessore, Papa
Giovanni Paolo II, definì Giustino "pioniere di un
incontro positivo col pensiero filosofico, anche se nel
segno di un cauto discernimento": perché Giustino,
"pur conservando anche dopo la conversione grande
stima per la filosofia greca, asseriva con forza e
chiarezza di aver trovato nel cristianesimo ‘l’unica
sicura e proficua filosofia’ (Dial. 8,1)" (Fides
et ratio, 38).
Nel
complesso la figura e l'opera di Giustino segnano la
decisa opzione della Chiesa antica per la filosofia, per
la ragione, piuttosto che per la religione dei pagani. Con
la religione pagana, infatti, i primi cristiani
rifiutarono strenuamente ogni compromesso. La ritenevano
idolatria, a costo di essere tacciati per questo di
"empietà" e di "ateismo". In
particolare Giustino, specialmente nella sua prima Apologia,
condusse una critica implacabile nei confronti della
religione pagana e dei suoi miti, considerati da lui come
diabolici "depistaggi" nel cammino della verità.
La filosofia rappresentò invece l'area privilegiata
dell'incontro tra paganesimo, giudaismo e cristianesimo
proprio sul piano della critica alla religione pagana e ai
suoi falsi miti. "La nostra filosofia...": così,
nel modo più esplicito, giunse a definire la nuova
religione un altro apologista contemporaneo di Giustino,
il Vescovo Melitone di Sardi (ap. Hist. Eccl. 4,26,7).
Di fatto
la religione pagana non batteva le vie del Logos,
ma si ostinava su quelle del mito, anche se questo era
riconosciuto dalla filosofia greca come privo di
consistenza nella verità. Perciò il tramonto della
religione pagana era inevitabile: esso fluiva come logica
conseguenza del distacco della religione - ridotta a un
artificioso insieme di cerimonie, convenzioni e
consuetudini - dalla verità dell'essere. Giustino, e con
lui gli altri apologisti, siglarono la presa di posizione
netta della fede cristiana per il Dio dei filosofi contro
i falsi dèi della religione pagana. Era la scelta per la verità
dell'essere contro il mito della consuetudine.
Qualche decennio dopo Giustino, Tertulliano definì la
medesima opzione dei cristiani con una sentenza lapidaria
e sempre valida: "Dominus noster Christus
veritatem se, non consuetudinem, cognominavit - Cristo
ha affermato di essere la verità, non la
consuetudine" (De virgin. vel. 1,1). Si noti
in proposito che il termine consuetudo, qui
impiegato da Tertulliano in riferimento alla religione
pagana, può essere tradotto nelle lingue moderne con le
espressioni "moda culturale", "moda del
tempo".
In un'età
come la nostra, segnata dal relativismo nel dibattito sui
valori e sulla religione - come pure nel dialogo
interreligioso -, è questa una lezione da non
dimenticare. A tale scopo vi ripropongo - e così concludo
- le ultime parole del misterioso vegliardo, incontrato
dal filosofo Giustino sulla riva del mare: "Tu prega
anzitutto che le porte della luce ti siano aperte, perché
nessuno può vedere e comprendere, se Dio e il suo Cristo
non gli concedono di capire" (Dial. 7,3).
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