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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
21 novembre 2007
All'udienza
generale, appello di Benedetto XVI alla solidarietà con
la Somalia, in crisi umanitaria e sociale. La catechesi
dedicata al monaco siriaco Afraate, vissuto nel IV secolo
Un
appello per la crisi sociale e umanitaria, che da
settimane ha riportato la Somalia ai suoi giorni più
oscuri, e un invito a vivere una “carità sincera”,
quella che nasce dalla fede in Cristo. Sono i due estremi
che hanno racchiuso l’udienza generale di questa mattina
in Piazza San Pietro. Benedetto XVI ha dedicato la
catechesi alle Chiese cristiane siriache del quarto secolo
e in particolare all’esperienza di un monaco
dell’epoca, Afraate, detto il “Saggio”. Ce ne parla Alessandro
De Carolis:
Il “digiuno dalle parole vane”, per far spazio alle
parole della preghiera rende il cuore dell’uomo aperto
alla “carità sincera”. L’insegnamento di un
“saggio” monaco, Afraate, vissuto 1700 anni fa nella
regione che corrisponde oggi all’Iraq e ricordato da
Benedetto XVI all’inizio dell’udienza generale si lega
strettamente con l’appello alla solidarietà che chiude
l’incontro del Papa con i circa 30 mila fedeli in Piazza
San Pietro. Appello che in questa circostanza richiama
l’attenzione internazionale su una delle tante crisi
dimenticate dell’Africa, quella in Somalia, da dove -
dice Benedetto XVI – “giungono dolorose notizie circa
la precaria situazione umanitaria”, specialmente da
Mogadiscio, “sempre più afflitta dall’insicurezza
sociale e dalla povertà”:
“Seguo con trepidazione l’evolversi degli eventi
e faccio appello a quanti hanno responsabilità politiche,
a livello locale e internazionale, affinché si trovino
soluzioni pacifiche e si rechi sollievo a quella cara
popolazione. Incoraggio, altresì, gli sforzi di quanti,
pur nell’insicurezza e nel disagio, rimangono in quella
regione per portare aiuto e sollievo agli abitanti”.
Per un cristiano, la solidarietà è frutto di un cuore
che ama il prossimo secondo il comandamento di Gesù. Fede
e carità sono dunque strettamente interconnesse e
Benedetto XVI lo ha ricordato con le parole del monaco
Afraate, figlio di quelle Chiese cristiane siriache dei
primi secoli non influenzate dal mondo greco ma
strettamente legate e “fedeli alla tradizione
giudeo-cristiana”. Anche perché, in quelle comunità,
lingua e tradizioni sono di orgine semitica, identiche cioè
all’ebraico della Bibbia o all’aramaico parlato da Gesù:
"Spesso in Afraate la vita cristiana viene
presentata in una chiara dimensione ascetica e spirituale:
la fede ne è la base, il fondamento; essa fa dell’uomo
un tempio dove Cristo stesso abita. La fede quindi rende
possibile una carità sincera, che si esprime nell’amore
verso Dio e verso il prossimo".
Negli
scritti del monaco Afraate, ha proseguito il Pontefice, si
affrontano i temi principali della vita cristiana: la
preghiera - che, dice, “si realizza quando Cristo abita
nel cuore del cristiano” - ma anche l’amore, la fede,
il digiuno, la corporeità umana, considerata in una
“positiva visione” di bellezza. Ma è uno di questi
temi, l’umiltà, a stimolare ampiamente la riflessione
dell’antico asceta, che ne tesse un profondo elogio:
"Per Afraate la vita cristiana è incentrata
nell’imitazione Cristo, nel prendere il suo giogo e nel
seguirlo sulla via del Vangelo. Una delle virtù che più
conviene al discepolo di Cristo è l’umiltà. Essa non
è un aspetto secondario nella vita spirituale del
cristiano: la natura dell’uomo è umile, ed è Dio che
la esalta alla sua stessa gloria (...) Restando umile,
anche nella realtà terrena in cui vive, il cristiano può
entrare in relazione col Signore".
Benedetto XVI ha concluso l’udienza con i consueti
saluti in varie lingue ai gruppi di pellegrini nella
Piazza. Un pensiero particolare del Papa è andato alle
partecipanti al Capitolo generale delle Suore Missionarie
di San Carlo Borromeo–Scalabriniane, esortate ad essere
“generose dispensatrici di speranza, di solidarietà e
di comunione”. E un successivo cenno del Papa ha
riguardato i membri dell’emittente italiana Radio Mater
di Erba: “Esprimo apprezzamento - ha detto loro il
Pontefice - per il servizio ecclesiale che svolgono
diffondendo la devozione verso la Vergine Santa”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
nella
nostra escursione nel mondo dei Padri della Chiesa, vorrei
oggi guidarvi in una parte poco conosciuta di questo
universo della fede, cioè nei territori in cui sono
fiorite le Chiese di lingua semitica, non ancora
influenzate dal pensiero greco. Queste Chiese, lungo il IV
secolo, si sviluppano nel vicino Oriente, dalla Terra
Santa al Libano e alla Mesopotamia. In quel secolo, che è
un periodo di formazione a livello ecclesiale e
letterario, tali comunità conoscono l’affermarsi del
fenomeno ascetico-monastico con caratteristiche autoctone,
che non subiscono l’influsso del monachesimo egiziano.
Le comunità siriache del IV secolo rappresentano quindi
il mondo semitico da cui è uscita la Bibbia stessa, e
sono espressione di un cristianesimo la cui formulazione
teologica non è ancora entrata in contatto con correnti
culturali diverse, ma vive in forme proprie di pensiero.
Sono Chiese in cui l’ascetismo sotto varie forme
eremitiche (eremiti nel deserto, nelle caverne, reclusi,
stiliti), e il monachesimo sotto forme di vita
comunitaria, esercitano un ruolo di vitale importanza
nello sviluppo del pensiero teologico e spirituale.
Vorrei
presentare questo mondo attraverso la grande figura di
Afraate, conosciuto anche col soprannome di
"Saggio", uno dei personaggi più importanti e
allo stesso tempo più enigmatici del cristianesimo
siriaco del IV secolo.
Originario
della regione di Ninive-Mossul, oggi in Iraq, visse nella
prima metà del IV secolo. Abbiamo poche notizie sulla sua
vita; intrattenne comunque rapporti stretti con gli
ambienti ascetico-monastici della Chiesa siriaca, di cui
ci ha conservato notizie nella sua opera e a cui dedica
parte della sua riflessione. Secondo alcune fonti fu anzi
a capo di un monastero, e infine fu anche consacrato
Vescovo. Scrisse 23 discorsi conosciuti con il nome di Esposizioni
o Dimostrazioni, in cui tratta diversi temi di vita
cristiana, come la fede, l’amore, il digiuno, l’umiltà,
la preghiera, la stessa vita ascetica, e anche il rapporto
tra giudaismo e cristianesimo, tra Antico e Nuovo
Testamento. Scrive in uno stile semplice, con delle frasi
brevi e con parallelismi a volte contrastanti; riesce
tuttavia a tessere un discorso coerente con uno sviluppo
ben articolato dei vari argomenti che affronta.
Afraate
era originario di una comunità ecclesiale che si trovava
alla frontiera tra il giudaismo ed il cristianesimo. Era
una comunità molto legata alla Chiesa-madre di
Gerusalemme, e i suoi Vescovi venivano scelti
tradizionalmente fra i cosiddetti "familiari" di
Giacomo, il "fratello del Signore" (cfr Mc
6,3): erano cioè persone collegate per sangue e per fede
alla Chiesa gerosolimitana. La lingua di Afraate è quella
siriaca, una lingua quindi semitica come l’ebraico
dell’Antico Testamento e come l’aramaico parlato dallo
stesso Gesù. La comunità ecclesiale in cui si trovò a
vivere Afraate era una comunità che cercava di restare
fedele alla tradizione giudeo-cristiana, di cui si sentiva
figlia. Essa manteneva perciò uno stretto rapporto con il
mondo ebraico e con i suoi Libri sacri. Significativamente
Afraate si definisce "discepolo della Sacra
Scrittura" dell’Antico e del Nuovo Testamento (Esposizione
22,26), che considera sua unica fonte di ispirazione,
ricorrendovi in modo così abbondante da farne il centro
della sua riflessione.
Diversi
sono gli argomenti che Afraate sviluppa nelle sue Esposizioni.
Fedele alla tradizione siriaca, spesso presenta la
salvezza operata da Cristo come una guarigione e, quindi,
Cristo stesso come medico. Il peccato, invece, è visto
come una ferita, che solo la penitenza può risanare:
"Un uomo che è stato ferito in battaglia, dice
Afraate, non ha vergogna di mettersi nelle mani di un
saggio medico…; allo stesso modo, chi è stato ferito da
Satana non deve vergognarsi di riconoscere la sua colpa e
di allontanarsi da essa, domandando la medicina della
penitenza" (Esposizione 7,3). Un altro
aspetto importante nell’opera di Afraate è il suo
insegnamento sulla preghiera, e in modo speciale su Cristo
come maestro di preghiera. Il cristiano prega seguendo
l’insegnamento di Gesù e il suo esempio di orante:
"Il nostro Salvatore ha insegnato a pregare così,
dicendo: «Prega nel segreto Colui che è nascosto, ma che
vede tutto»; e ancora: «Entra nella tua camera e prega
il tuo Padre nel segreto, e il Padre che vede nel segreto
ti ricompenserà» (Mt 6,6)… Quello che il nostro
Salvatore vuol mostrare è che Dio conosce i desideri e i
pensieri del cuore" (Esposizione 4,10).
Per
Afraate la vita cristiana è incentrata nell’imitazione
Cristo, nel prendere il suo giogo e nel seguirlo sulla via
del Vangelo. Una delle virtù che più conviene al
discepolo di Cristo è l’umiltà. Essa non è un aspetto
secondario nella vita spirituale del cristiano: la natura
dell’uomo è umile, ed è Dio che la esalta alla sua
stessa gloria. L’umiltà, osserva Afraate, non è un
valore negativo: "Se la radice dell’uomo è
piantata nella terra, i suoi frutti salgono davanti al
Signore della grandezza" (Esposizione
9,14). Restando umile, anche nella realtà terrena in cui
vive, il cristiano può entrare in relazione col Signore:
"L’umile è umile, ma il suo cuore si innalza ad
altezze eccelse. Gli occhi del suo volto osservano la
terra e gli occhi della mente l’altezza eccelsa"
(Esposizione 9,2).
La
visione che Afraate ha dell’uomo e della sua realtà
corporale è molto positiva: il corpo umano,
sull’esempio di Cristo umile, è chiamato alla bellezza,
alla gioia, alla luce: "Dio si avvicina all’uomo
che ama, ed è giusto amare l’umiltà e restare nella
condizione di umiltà. Gli umili sono semplici, pazienti,
amati, integri, retti, esperti nel bene, prudenti, sereni,
sapienti, quieti, pacifici, misericordiosi, pronti a
convertirsi, benevoli, profondi, ponderati, belli e
desiderabili" (Esposizione 9,14).
Spesso in Afraate la vita cristiana viene presentata in
una chiara dimensione ascetica e spirituale: la fede ne è
la base, il fondamento; essa fa dell’uomo un tempio dove
Cristo stesso abita. La fede quindi rende possibile una
carità sincera, che si esprime nell’amore verso Dio e
verso il prossimo. Un altro aspetto importante in Afraate
è il digiuno, che è da lui inteso in senso ampio. Egli
parla del digiuno dal cibo come di pratica necessaria per
essere caritatevole e vergine, del digiuno costituito
dalla continenza in vista della santità, del digiuno
dalle parole vane o detestabili, del digiuno dalla
collera, del digiuno dalla proprietà di beni in vista del
ministero, del digiuno dal sonno per attendere alla
preghiera.
Cari
fratelli e sorelle, ritorniamo ancora – per concludere
– all’insegnamento di Afraate sulla preghiera. Secondo
questo antico "Saggio", la preghiera si realizza
quando Cristo abita nel cuore del cristiano, e lo invita a
un impegno coerente di carità verso il prossimo. Scrive
infatti:
"Da’
sollievo agli affranti, visita i malati,
sii
sollecito verso i poveri: questa è la preghiera.
La
preghiera è buona, e le sue opere sono belle.
La
preghiera è accetta quando dà sollievo al prossimo.
La
preghiera è ascoltata
quando in
essa si trova anche il perdono delle offese.
La
preghiera è forte
quando è
piena della forza di Dio" (Esposizione 4,14-16).
Con
queste parole Afraate ci invita a una preghiera che
diventa vita cristiana, vita realizzata, vita penetrata
dalla fede, dall’apertura a Dio e, così, dall'amore per
il prossimo.