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UDIENZA
GENERALE (24 OTTOBRE 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
24 ottobre 2007
Benedetto
XVI all'udienza generale: i maestri della fede ne siano
prima di tutto testimoni, e non "clown che recitano
una parte". La catechesi dedicata a Sant'Ambrogio
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Chi
predica il Vangelo deve unire ad una sapienza
appresa tramite lo studio e la riflessione anche
la testimonianza della carità verso gli altri, ma
non può mai essere un “clown” che “recita
una parte per mestiere”. E’ un’affermazione
di grande intensità a sintetizzare la catechesi
di Benedetto XVI all’udienza generale tenuta
questa mattina in Piazza San Pietro e dedicata
alla figura di Sant’Ambrogio. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Ambrogio fu un altro Giovanni. Il celebre
vescovo di Milano del IV secolo - eletto per
acclamazione, lui che era un uomo di legge e un
funzionario civile di carriera - come il discepolo
amato da Gesù: entrambi capaci di cogliere
direttamente dal cuore del Maestro l’essenza del
suo messaggio di amore e di essere essi stessi
testimoni di carità oltre che maestri della fede.
E’ il paragone che chiude la catechesi di
Benedetto XVI, che ha presentato ai trentamila in
Piazza San Pietro - in una giornata mite rispetto
ai rigori dei giorni scorsi - la figura, ha detto,
“di un autentico testimone del Signore”, che
ebbe tra i tanti il merito di convertire il cuore
di Agostino grazie non solo alla sua spiritualità,
ma soprattutto grazie all’esempio. Agostino, ha
spiegato Benedetto XVI, rimase colpito in
particolare dalla “lunga fila” di persone che
regolarmente chiedevano di parlare con il vescovo
Ambrogio per trovare “consolazione e soluzione
ai loro problemi”. Stando dunque al magistero di
Ambrogio e Agostino, ha osservato il Papa, si
capisce come la catechesi sia “inseparabile
dalla testimonianza di vita”. E questo deve
essere chiaro anche per i catechisti di oggi:
“Chi educa alla fede non può rischiare di
apparire una specie di clown, che recita una parte
‘per mestiere’. Piuttosto - per usare
un'immagine cara a Origene, scrittore
particolarmente apprezzato da Ambrogio - egli deve
essere come il discepolo amato, che ha poggiato il
capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il
modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine
di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia
il Vangelo nel modo più credibile ed efficace”.
Per il giovane Agostino, ancora alla ricerca di
Dio, l’efficacia dell’annuncio cristiano si
manifestò, per così dire, in una doppia veste,
personale e comunitaria. La testimonianza
personale venne dall’allora vescovo di Milano.
Benedetto XVI ha raccontato di quando il futuro
vescovo di Ippona rimase sorpreso nell’osservare
Ambrogio leggere la Sacra Scrittura a bocca
chiusa, solo con gli occhi. Ciò era in
controtendenza con le usanze dell’epoca che
prediligevano la lettura, anche personale della
Bibbia, a voce alta. Agostino colse in quel modo
di approcciare le Scritture “una capacità
singolare di lettura e di familiarità” con
esse:
“In quella ‘lettura a fior di labbra’,
dove il cuore si impegna a raggiungere
l'intelligenza della Parola di Dio - ecco «l'icona»
di cui andiamo parlando -, si può intravedere il
metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura
stessa, intimamente assimilata, a suggerire i
contenuti da annunciare per condurre alla
conversione dei cuori”.
Il Papa ha detto di voler lasciare questa
immagine di Ambrogio come un’“icona
patristica”, che mostra cioè il “cuore della
dottrina ambrosiana”. Ma è un’icona anche la
testimonianza di fede che i cristiani offrirono ad
Agostino al suo arrivo a Milano:
“A muovere il cuore del giovane retore
africano, scettico e disperato, e a spingerlo alla
conversione definitivamente, non furono anzitutto
le belle omelie - pure da lui assai apprezzate -
di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del
Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e
cantava, compatta come un solo corpo”.
Il Papa ha terminato la catechesi con le parole
di una intensa preghiera di Sant’Ambrogio
dedicata a Cristo: “Se vuoi curare una ferita,
egli è il medico; se sei riarso dalla febbre,
egli è la fonte; (…) se hai bisogno di aiuto,
egli è la forza; se desideri il cielo, egli è la
via”:
“Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così
beati e vivremo nella pace”.
Dopo le catechesi in breve pronunciate in nove
lingue, Benedetto XVI ha concluso con i saluti ai
gruppi di fedeli, incoraggiando, tra gli altri, il
“Servizio di animazione missionaria
comunitaria–Movimento per un mondo migliore”,
fondato da padre Riccardo Lombardi, “a
proseguire nel loro apostolato intenso e
capillare” per la nuova evangelizzazione. E
parole di apprezzamento di Benedetto XVI sono
andate anche ai componenti dell’Associazione
nazionale famiglie degli emigrati, e
all’Associazione cardio-trapiantati italiani,
“che esorto a testimoniare con le loro
iniziative - ha detto il Papa - la gioia che
scaturisce dalla solidarietà e dall’aiuto
reciproco specialmente nei momenti di difficoltà”.
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UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
il santo
Vescovo Ambrogio - del quale vi parlerò quest'oggi - morì
a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era
l'alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque
del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto,
con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così,
nel solenne triduo pasquale, alla morte e alla
risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue
labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito
di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la
sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare.
Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere
Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da
una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta
per morire...». Onorato scese in fretta - prosegue
Paolino - «e porse al santo il Corpo del Signore. Appena
lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando
con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata
dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli
angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo
del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente
esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e
alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima
catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora
con la testimonianza della vita.
Ambrogio
non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant'anni,
essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era
prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla
morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era
ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile,
assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica.
Verso il 370 fu inviato a governare le province
dell'Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì
ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo
la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne
a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua
autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne
acclamato dal popolo Vescovo di Milano.
Fino a
quel momento Ambrogio era il più alto magistrato
dell'Impero nell'Italia settentrionale. Culturalmente
molto preparato, ma altrettanto sfornito nell'approccio
alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle
alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia
dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola
alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì
nell'ambiente latino la meditazione delle Scritture
avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica
della lectio divina. Il metodo della lectio giunse
a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio,
che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della
Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi
ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo
applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana: «Quando
si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei
Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale - dice il
Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti -
affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad
entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino
dell'obbedienza ai precetti divini» (I misteri
1,1). In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a
giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del
vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai
grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di
Ambrogio - che rappresenta il nucleo portante della sua
ingente opera letteraria - parte dalla lettura dei Libri
sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i
Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere
in conformità alla divina Rivelazione.
E'
evidente che la testimonianza personale del predicatore e
il livello di esemplarità della comunità cristiana
condizionano l'efficacia della predicazione. Da questo
punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni
di sant'Agostino. Egli era venuto a Milano come
professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava
cercando, ma non era in grado di trovare realmente la
verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore
africano, scettico e disperato, e a spingerlo alla
conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle
omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu
piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa
milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo
corpo. Una Chiesa capace di resistere alle prepotenze
dell'imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del
386 erano tornati a pretendere la requisizione di un
edificio di culto per le cerimonie degli ariani.
Nell’edificio che doveva essere requisito - racconta
Agostino - «il popolo devoto vegliava, pronto a morire
con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni
è preziosa, perché segnala che qualche cosa andava
muovendosi nell'intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche
noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi
dell'eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni
9,7).
Dalla
vita e dall'esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò
a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre
sermone dell'Africano, che meritò di essere citato
parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei
Verbum: «E' necessario - ammonisce infatti la Dei
Verbum al n. 25 - che tutti i chierici e quanti, come
i catechisti, attendono al ministero della Parola,
conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante
una sacra lettura assidua e lo studio accurato,
"affinché non diventi - ed è qui la
citazione agostiniana - vano predicatore della Parola
all'esterno colui che non l'ascolta di dentro"».
Aveva imparato proprio da Ambrogio questo "ascoltare
di dentro", questa assiduità nella lettura della
Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da
accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la
Parola di Dio.
Cari
fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona
patristica», che, interpretata alla luce di quello che
abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore»
della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni
Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un
incontro certamente di grande importanza nella storia
della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si
recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente
impegnato con catervae di persone piene di
problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era
sempre una lunga fila che aspettava di parlare con
Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza.
Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo
accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava
il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito
con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché
Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli
occhi (cfr Confess. 6,3). Di fatto, nei primi
secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai
fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce
facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che
Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi
soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità
singolare di lettura e di familiarità con le Scritture.
Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il
cuore si impegna a raggiungere l'intelligenza della Parola
di Dio - ecco «l'icona» di cui andiamo parlando -, si può
intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la
Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i
contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei
cuori.
Così,
stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la
catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può
servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione
al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa
alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown,
che recita una parte «per mestiere». Piuttosto - per
usare un'immagine cara a Origene, scrittore
particolarmente apprezzato da Ambrogio - egli deve essere
come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore
del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di
parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo
è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile
ed efficace.
Come
l'apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio - che mai si
stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis!; Cristo
è tutto per noi!» - rimane un autentico testimone del
Signore. Con le sue stesse parole, piene d'amore per Gesù,
concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus
est nobis! Se vuoi curare una ferita, egli è il
medico; se sei riarso dalla febbre, egli è la fonte; se
sei oppresso dall'iniquità, egli è la giustizia; se hai
bisogno di aiuto, egli è la forza; se temi la morte, egli
è la vita; se desideri il cielo, egli è la via; se sei
nelle tenebre, egli è la luce... Gustate e vedete come è
buono il Signore: beato è l'uomo che spera in lui!» (De
virginitate 16,99). Speriamo anche noi in Cristo.
Saremo così beati e vivremo nella pace.
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