|
UDIENZA
GENERALE (24 SETTEMBRE 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
24 settembre 2008
Il
Papa all'udienza generale: la fede non nasce da un mito né
da un'idea ma dall'incontro con il Risorto, nella vita
della Chiesa. L'auspicio per la pace nel Caucaso
La
nostra fede non nasce da un’idea ma dal personale
incontro con Gesù risorto: è quanto ha detto stamani
Benedetto XVI nel corso dell’udienza generale in Piazza
San Pietro. Il Papa ha continuato la sua catechesi sulla
vita di San Paolo. Ai saluti un auspicio per la
pacificazione nel Caucaso. Il servizio di Sergio
Centofanti.
Benedetto
XVI ha parlato nella sua catechesi dei rapporti tra Paolo
e gli Apostoli, segnati sempre da profondo rispetto e
nello stesso tempo da “quella franchezza” che
all’Apostolo delle Genti “derivava dalla difesa della
verità del Vangelo”. Particolarmente significativo il
suo incontro con Pietro, “la roccia su cui si stava
edificando la Chiesa”. E dagli Apostoli riceve la
conferma della sua missione evangelizzatrice presso i
pagani. San Paolo – afferma il Papa – riporta con
fedeltà tutte le informazioni ricevute dagli Apostoli e
nelle sue Lettere sono importanti soprattutto i passi
relativi all’Ultima Cena e alla Risurrezione:
“Le parole di Gesù nell’Ultima Cena (cfr 1 Cor
11,23-25) … hanno avuto un notevole impatto sulla
relazione personale di Paolo con Gesù. Da una parte
attestano che l'Eucaristia illumina la maledizione della
croce, rendendola benedizione (Gal 3,13-14), e dall'altra
spiegano la portata della stessa morte e risurrezione di
Gesù”.
San Paolo sottolinea con forza che “Colui che non
aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in
nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo
di lui giustizia di Dio”: Qui il Papa fa una citazione:
“Vale la pena ricordare il commento col quale
l’allora monaco agostiniano, Martin Lutero, accompagnava
queste espressioni paradossali di Paolo: ‘Questo è il
grandioso mistero della grazia divina verso i peccatori:
che con un mirabile scambio i nostri peccati non sono più
nostri, ma di Cristo, e la giustizia di Cristo non è più
di Cristo, ma nostra’ (Commento ai Salmi del 1513-1515).
E così siamo salvati”.
Il Papa ricorda quindi che nell’originale kerygma, la
morte e sepoltura del Cristo sono segnalate da un verbo al
passato: “morì e fu sepolto”, mentre per la
risurrezione si dice al presente: “è risuscitato”:
“La forma verbale «è risuscitato» è scelta per
sottolineare che la risurrezione di Cristo incide sino al
presente dell'esistenza dei credenti: possiamo tradurlo
con ‘è risuscitato e continua a vivere’
nell’Eucaristia e nella Chiesa”.
San Paolo ricorda come Cristo risorto sia apparso a
Pietro, ai dodici, a più di 500 fratelli e infine anche a
lui come a un aborto. Predichiamo lo stesso Vangelo,
afferma San Paolo, che opera sempre in stretta comunione
con gli altri Apostoli:
“L'importanza che egli conferisce alla Tradizione
viva della Chiesa, che trasmette alle sue comunità,
dimostra quanto sia errata la visione di chi attribuisce a
Paolo l’invenzione del cristianesimo: prima di
evangelizzare Gesù Cristo, il suo Signore, egli l’ha
incontrato sulla strada di Damasco e lo ha frequentato
nella Chiesa, osservandone la vita nei Dodici e in coloro
che lo hanno seguito per le strade della Galilea”.
Paolo da persecutore dei cristiani era diventato dunque
un ardente evangelizzatore di quella fede nel Messia
crocifisso che gli aveva sconvolto l’esistenza sulla via
di Damasco. Dunque nessuna invenzione, ma al contrario
l’annuncio di un fatto:
“La nostra fede non nasce da un mito, né da
un’idea, bensì dall’incontro con il Risorto, nella
vita della Chiesa”.
Al termine della catechesi, rivolgendosi ai fedeli
della Repubblica Ceca ha ricordato che domenica prossima
la Chiesa festeggerà in questo Paese la solennità di San
Venceslao, Patrono principale della Nazione ceca.
Benedetto XVI ha invitato i cattolici cechi a custodire la
loro eredità spirituale, tramandandola intatta alle nuove
generazioni. Salutando invece i fedeli portoghesi ha
esortato i cristiani a mostrare a tutti che la felicità
su questa terra è amare Gesù Cristo.
Infine, ha rivolto il suo saluto a un gruppo di giovani
dell’Associazione Rondine-Cittadella della pace di
Arezzo, tra cui - ha ricordato – “alcuni provenienti
dal Caucaso'': si tratta infatti di uno Studentato
internazionale che quest’anno vede riuniti ragazzi
russi, georgiani, abkhazi e osseti. E l’Associazione ha
presentato al Pontefice un progetto di incontro per tutti
i giovani della regione caucasica:
''Cari amici, auspico che questo vostro incontro
contribuisca ad affermare una giusta cultura di convivenza
tra i popoli e a promuovere l'intesa e la
riconciliazione".
(applausi)
UDIENZA
GENERALE
BENEDETTO XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
vorrei
oggi parlare sulla relazione tra san Paolo e gli Apostoli
che lo avevano preceduto nella sequela di Gesù. Questi
rapporti furono sempre segnati da profondo rispetto e da
quella franchezza che a Paolo derivava dalla difesa della
verità del Vangelo. Anche se egli era, in pratica,
contemporaneo di Gesù di Nazareth, non ebbe mai
l’opportunità d'incontrarlo, durante la sua vita
pubblica. Per questo, dopo la folgorazione sulla strada di
Damasco, avvertì il bisogno di consultare i primi
discepoli del Maestro, che erano stati scelti da Lui perché
ne portassero il Vangelo sino ai confini del mondo.
Nella Lettera
ai Galati Paolo stila un importante resoconto sui
contatti intrattenuti con alcuni dei Dodici: anzitutto con
Pietro che era stato scelto come Kephas, la parola
aramaica che significa roccia, su cui si stava edificando
la Chiesa (cfr Gal 1,18), con Giacomo, "il
fratello del Signore" (cfr Gal 1,19), e con
Giovanni (cfr Gal 2,9): Paolo non esita a
riconoscerli come "le colonne" della Chiesa.
Particolarmente significativo è l'incontro con Cefa
(Pietro), verificatosi a Gerusalemme: Paolo rimase presso
di lui 15 giorni per "consultarlo" (cfr Gal 1,19),
ossia per essere informato sulla vita terrena del Risorto,
che lo aveva "ghermito" sulla strada di Damasco
e gli stava cambiando, in modo radicale, l'esistenza: da
persecutore nei confronti della Chiesa di Dio era
diventato evangelizzatore di quella fede nel Messia
crocifisso e Figlio di Dio, che in passato aveva cercato
di distruggere (cfr Gal 1,23).
Quale
genere di informazioni Paolo ebbe su Gesù Cristo nei tre
anni che succedettero all’incontro di Damasco? Nella
prima Lettera ai Corinzi possiamo notare due brani, che
Paolo ha conosciuto a Gerusalemme, e che erano stati già
formulati come elementi centrali della tradizione
cristiana, tradizione costitutiva. Egli li trasmette
verbalmente, così come li ha ricevuti, con una formula
molto solenne: "Vi trasmetto quanto anch’io ho
ricevuto". Insiste cioè sulla fedeltà a quanto egli
stesso ha ricevuto e che fedelmente trasmette ai nuovi
cristiani. Sono elementi costitutivi e concernono
l’Eucaristia e la Risurrezione; si tratta di brani già
formulati negli anni trenta. Arriviamo così alla morte,
sepoltura nel cuore della terra e alla risurrezione di Gesù.
(cfr 1 Cor 15,3-4). Prendiamo l’uno e l’altro:
le parole di Gesù nell’Ultima Cena (cfr 1 Cor 11,23-25)
sono realmente per Paolo centro della vita della Chiesa:
la Chiesa si edifica a partire da questo centro,
diventando così se stessa. Oltre questo centro
eucaristico, nel quale nasce sempre di nuovo la Chiesa -
anche per tutta la teologia di San Paolo, per tutto il suo
pensiero - queste parole hanno avuto un notevole impatto
sulla relazione personale di Paolo con Gesù. Da una parte
attestano che l'Eucaristia illumina la maledizione della
croce, rendendola benedizione (Gal 3,13-14), e
dall'altra spiegano la portata della stessa morte e
risurrezione di Gesù. Nelle sue Lettere il "per
voi" dell’istituzione eucaristica diventa il
"per me" (Gal 2,20), personalizzando,
sapendo che in quel «voi» lui stesso era conosciuto e
amato da Gesù e dell'altra parte "per tutti" (2
Cor 5,14): questo «per voi» diventa «per me» e «per
la Chiesa (Ef 5, 25)», ossia anche «per tutti» del
sacrificio espiatorio della croce (cfr Rm 3,25).
Dalla e nell'Eucaristia la Chiesa si edifica e si
riconosce quale "Corpo di Cristo" (1 Cor 12,27),
alimentato ogni giorno dalla potenza dello Spirito del
Risorto.
L'altro
testo, sulla Risurrezione, ci trasmette di nuovo la stessa
formula di fedeltà. Scrive San Paolo: "Vi ho
trasmesso dunque, anzitutto quello che anch'io ho
ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati
secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il
terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e
quindi ai Dodici" (1 Cor 15,3-5). Anche in
questa tradizione trasmessa a Paolo torna quel "per i
nostri peccati", che pone l'accento sul dono che Gesù
ha fatto di sé al Padre, per liberarci dai peccati e
dalla morte. Da questo dono di sé, Paolo trarrà le
espressioni più coinvolgenti e affascinanti del nostro
rapporto con Cristo: "Colui che non aveva conosciuto
peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché
noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di
Dio" (2 Cor 5,21); "Conoscete infatti la
grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era,
si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi
per mezzo della sua povertà" (2 Cor
8,9). Vale la pena ricordare il commento col quale
l’allora monaco agostiniano, Martin Lutero, accompagnava
queste espressioni paradossali di Paolo: "Questo è
il grandioso mistero della grazia divina verso i
peccatori: che con un mirabile scambio i nostri peccati
non sono più nostri, ma di Cristo, e la giustizia di
Cristo non è più di Cristo, ma nostra" (Commento
ai Salmi del 1513-1515). E così siamo salvati.
Nell’originale
kerygma (annuncio), trasmesso di bocca in bocca,
merita di essere segnalato l'uso del verbo "è
risuscitato", invece del "fu risuscitato"
che sarebbe stato più logico utilizzare, in continuità
con "morì... e fu sepolto". La forma verbale
«è risuscitato» è scelta per sottolineare che la
risurrezione di Cristo incide sino al presente
dell'esistenza dei credenti: possiamo tradurlo con "è
risuscitato e continua a vivere" nell’Eucaristia e
nella Chiesa. Così tutte le Scritture rendono
testimonianza della morte e risurrezione di Cristo, perché
- come scriverà Ugo di San Vittore - "tutta la
divina Scrittura costituisce un unico libro e quest'unico
libro è Cristo, perché tutta la Scrittura parla di
Cristo e trova in Cristo il suo compimento" (De
arca Noe, 2,8). Se sant'Ambrogio di Milano potrà
dire che "nella Scrittura noi leggiamo Cristo",
è perché la Chiesa delle origini ha riletto tutte le
Scritture d'Israele partendo da e tornando a Cristo.
La
scansione delle apparizioni del Risorto a Cefa, ai Dodici,
a più di cinquecento fratelli, e a Giacomo si chiude con
l’accenno alla personale apparizione, ricevuta da Paolo
sulla strada di Damasco: "Ultimo fra tutti apparve
anche a me come a un aborto" (1 Cor 15,8).
Poiché egli ha perseguitato la Chiesa di Dio, in questa
confessione esprime la sua indegnità nell’essere
considerato apostolo, sullo stesso livello di quelli che
l’hanno preceduto: ma la grazia di Dio in lui non è
stata vana (1 Cor 15,10). Pertanto l’affermarsi
prepotente della grazia divina accomuna Paolo ai primi
testimoni della risurrezione di Cristo: "Sia io che
loro, così predichiamo e così avete creduto" (1
Cor 15,11). È importante l'identità e l'unicità
dell'annuncio del Vangelo: sia loro sia io predichiamo la
stessa fede, lo stesso Vangelo di Gesù Cristo morto e
risorto che si dona nella Santissima Eucaristia.
L'importanza
che egli conferisce alla Tradizione viva della Chiesa, che
trasmette alle sue comunità, dimostra quanto sia errata
la visione di chi attribuisce a Paolo l’invenzione del
cristianesimo: prima di evangelizzare Gesù Cristo, il suo
Signore, egli l’ha incontrato sulla strada di Damasco e
lo ha frequentato nella Chiesa, osservandone la vita nei
Dodici e in coloro che lo hanno seguito per le strade
della Galilea. Nelle prossime Catechesi avremo
l’opportunità di approfondire i contributi che Paolo ha
donato alla Chiesa delle origini; ma la missione ricevuta
dal Risorto in ordine all’evangelizzazione dei gentili
ha bisogno di essere confermata e garantita da coloro che
diedero a lui e a Barnaba la mano destra, in segno di
approvazione del loro apostolato e della loro
evangelizzazione e di accoglienza nella unica comunione
della Chiesa di Cristo (cfr Gal 2,9). Si comprende
allora che l'espressione "anche se abbiamo conosciuto
Cristo secondo la carne" (2 Cor 5,16) non
significa che la sua esistenza terrena abbia uno scarso
rilievo per la nostra maturazione nella fede, bensì che
dal momento della sua Risurrezione, cambia il nostro modo
di rapportarci con Lui. Egli è, nello stesso tempo, il
Figlio di Dio, "nato dalla stirpe di Davide secondo
la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo
Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai
morti", come ricorderà Paolo all'inizio della Lettera
ai Romani (1, 3-4).
Quanto più
cerchiamo di rintracciare le orme di Gesù di Nazaret per
le strade della Galilea, tanto più possiamo comprendere
che Egli si è fatto carico della nostra umanità,
condividendola in tutto, tranne che nel peccato. La nostra
fede non nasce da un mito, né da un’idea, bensì
dall’incontro con il Risorto, nella vita della Chiesa.
©
Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
|
|