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UDIENZA
GENERALE (28 MARZO 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 28 marzo 2007
Benedetto
XVI all'udienza generale: la vera fede non
è un artificio intellettuale ma è quella trasmessa
pubblicamente dai
vescovi. Il Papa esorta i siciliani a testimoniare la pace
nella
legalità e nell'amore
La
fede contenuta nel Vangelo non è privilegio di pochi
intellettuali, ma è raggiungibile attraverso la
predicazione dei vescovi, successori degli Apostoli, a
partire dal Papa. Ai ventimila fedeli presenti questa
mattina in Piazza San Pietro per l’udienza generale,
Benedetto XVI ha parlato dell’unicità,
dell’universalità e dell’ispirazione divina del
cristianesimo così come difesi e trasmessi da Sant’Ireneo
di Lione già nel 200 dopo Cristo, al tempo dell’eresia
gnostica. Il servizio di Alessandro De Carolis:
**********
“Il
vero insegnamento è quello impartito dai vescovi, che
possono provare di averlo
ricevuto per mezzo di una tradizione ininterrotta dagli
Apostoli”. La fermezza di queste parole permise poco
meno di duemila anni fa al vescovo Ireneo di Lione di
confutare il pensiero settario degli gnostici che andavano
predicando un cristianesimo di tipo “elitario,
intellettualistico”, che permetteva di cogliere a pochi
le verità del Vangelo, lasciando alle masse insegnamenti
di scarsa importanza. Benedetto XVI ha ricordato e
celebrato le doti di questo antico presule francese,
definito dal Papa “campione della
lotta contro le eresie” e capace di riaffermare
“il genuino concetto di tradizione apostolica”:
“La
tradizione apostolica è pubblica, non privata o segreta.
Per Ireneo non c’è alcun dubbio che il contenuto della
fede trasmessa dalla Chiesa è quello ricevuto dagli
apostoli e da Gesù, dal Figlio di Dio. Non esiste altro
insegnamento che questo. Pertanto, chi vuol conoscere la
vera dottrina basta che conosca la tradizione che viene
dagli apostoli e la fede annunciata agli uomini,
tradizione e fede – così dice verbalmente – sono
giunte fino a noi attraverso la successione dei
vescovi”.
In
questa tradizione, ha ribadito Benedetto XVI, “occorre
considerare in modo speciale l’insegnamento della Chiesa
di Roma, preminente e antichissima, che - ha detto - ha
‘maggiore apostolicità’
perché trae origine dalle ‘colonne’ del Collegio
apostolico: Pietro e Paolo”. E da costoro, fino ai
vescovi di oggi, la Tradizione apostolica mostra anche un
altro carattere: quello dell’“unicità”. Per
descriverla, il Papa si è servito delle stesse parole
pensate da Ireneo per contrastare gli eretici:
“La
Chiesa, benché disseminata in tutto il mondo, custodisce
con cura la fede degli apostoli, come se abitasse una casa
sola. Allo stesso modo, crede in queste verità come se
avesse una sola anima e lo stesso cuore. In pieno accordo,
queste verità proclama, insegna e trasmette come se
avesse una sola bocca”.
La
Tradizione apostolica, infine, ha una terza caratteristica
fondamentale: è “ispirata dallo Spirito Santo”:
“Non
si tratta, infatti, di una trasmissione affidata
all’abilità di uomini più o meno dotti, ma lo Spirito
di Dio che garantisce la fedeltà della trasmissione della
fede. E’ questa la vita della Chiesa, ciò che rende la
Chiesa sempre fresca e giovane, feconda di molteplici
carismi”.
Dopo
la catechesi e i saluti ai pellegrini,
oggi pronunciati in dieci lingue, Benedetto XVI ha
concluso l’udienza con un pensiero particolare alla
Chiesa siciliana, i cui vescovi sono in questi giorni a
Roma per la visita ad Limina.
Nell’invitare i presuli dell'isola, sulla scorta del
celebre passo di San Timoteo, ad annunziare integralmente
la Parola di Dio, “in ogni occasione opportuna e non
opportuna” e con “rinnovato slancio e fervore”, il
Papa ha aggiunto:
“Nessun
timore sorprenda mai e agiti il cuore di tutti voi, cari
fratelli e sorelle. Chi segue Cristo non si spaventa delle
difficoltà; chi confida in Lui va avanti sicuro. Siate
costruttori di pace nella legalità e nell’amore,
offrendo luce agli uomini del nostro tempo, i quali pur
presi dagli affanni della vita quotidiana, avvertono il
richiamo delle realtà eterne”.
BENEDETTO
XVI
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle!
Nelle
catechesi sulle grandi figure della Chiesa dei primi
secoli arriviamo oggi alla personalità eminente di
sant’Ireneo di Lione. Le notizie biografiche su di lui
provengono dalla sua stessa testimonianza, tramandata a
noi da Eusebio nel quinto libro della Storia
Ecclesiastica. Ireneo nacque con tutta probabilità a
Smirne (oggi Izmir, in Turchia) verso il 135-140, dove
ancor giovane fu alla scuola del Vescovo Policarpo,
discepolo a sua volta dell'apostolo Giovanni. Non sappiamo
quando si trasferì dall'Asia Minore in Gallia, ma lo
spostamento dovette coincidere con i primi sviluppi della
comunità cristiana di Lione: qui, nel 177, troviamo
Ireneo annoverato nel collegio dei presbiteri. Proprio in
quell'anno egli fu mandato a Roma, latore di una lettera
della comunità di Lione al Papa Eleuterio. La missione
romana sottrasse Ireneo alla persecuzione di Marco
Aurelio, nella quale caddero almeno quarantotto martiri,
tra cui lo stesso Vescovo di Lione, il novantenne Potino,
morto di maltrattamenti in carcere. Così, al suo ritorno,
Ireneo fu eletto Vescovo della città. Il nuovo Pastore si
dedicò totalmente al ministero episcopale, che si
concluse verso il 202-203, forse con il martirio.
Ireneo è
innanzitutto un uomo di fede e un Pastore. Del buon
Pastore ha il senso della misura, la ricchezza della
dottrina, l'ardore missionario. Come scrittore, persegue
un duplice scopo: difendere la vera dottrina dagli assalti
degli eretici, ed esporre con chiarezza le verità della
fede. A questi fini corrispondono esattamente le due opere
che di lui ci rimangono: i cinque libri Contro le
eresie, e l'Esposizione della predicazione
apostolica (che si può anche chiamare il più antico
"catechismo della dottrina cristiana"). In
definitiva, Ireneo è il campione della lotta contro le
eresie. La Chiesa del II secolo era minacciata dalla
cosiddetta gnosi, una dottrina la quale affermava
che la fede insegnata nella Chiesa sarebbe solo un
simbolismo per i semplici, che non sono in grado di capire
cose difficili; invece, gli iniziati, gli intellettuali
— gnostici, si chiamavano — avrebbero capito
quanto sta dietro questi simboli, e così avrebbero
formato un cristianesimo elitario, intellettualista.
Ovviamente questo cristianesimo intellettualista si
frammentava sempre più in diverse correnti con pensieri
spesso strani e stravaganti, ma attraenti per molti. Un
elemento comune di queste diverse correnti era il
dualismo, cioè si negava la fede nell'unico Dio Padre di
tutti, Creatore e Salvatore dell'uomo e del mondo. Per
spiegare il male nel mondo, essi affermavano
l’esistenza, accanto al Dio buono, di un principio
negativo. Questo principio negativo avrebbe prodotto le
cose materiali, la materia.
Radicandosi
saldamente nella dottrina biblica della creazione, Ireneo
confuta il dualismo e il pessimismo gnostico che
svalutavano le realtà corporee. Egli rivendicava
decisamente l'originaria santità della materia, del
corpo, della carne, non meno che dello spirito. Ma la sua
opera va ben oltre la confutazione dell'eresia: si può
dire infatti che egli si presenta come il primo grande
teologo della Chiesa, che ha creato la teologia
sistematica; egli stesso parla del sistema della teologia,
cioé dell'interna coerenza di tutta la fede. Al centro
della sua dottrina sta la questione della "regola
della fede" e della sua trasmissione. Per Ireneo la
"regola della fede" coincide in pratica con il Credo
degli Apostoli, e ci dà la chiave per interpretare il
Vangelo, per interpretare il Credo alla luce del Vangelo.
Il simbolo apostolico, che è una sorta di sintesi del
Vangelo, ci aiuta a capire che cosa vuol dire, come
dobbiamo leggere il Vangelo stesso.
Di fatto
il Vangelo predicato da Ireneo è quello che egli ha
ricevuto da Policarpo, Vescovo di Smirne, e il Vangelo di
Policarpo risale all’apostolo Giovanni, di cui Policarpo
era discepolo. E così il vero insegnamento non è quello
inventato dagli intellettuali al di là della fede
semplice della Chiesa. Il vero Evangelo è quello
impartito dai Vescovi che lo hanno ricevuto in una catena
ininterrotta dagli Apostoli. Questi non hanno insegnato
altro che proprio questa fede semplice, che è anche la
vera profondità della rivelazione di Dio. Così — ci
dice Ireneo — non c'è una dottrina segreta dietro il
comune Credo della Chiesa. Non esiste un cristianesimo
superiore per intellettuali. La fede pubblicamente
confessata dalla Chiesa è la fede comune di tutti. Solo
questa fede è apostolica, viene dagli Apostoli, cioè da
Gesù e da Dio. Aderendo a questa fede trasmessa
pubblicamente dagli Apostoli ai loro successori, i
cristiani devono osservare quanto i Vescovi dicono, devono
considerare specialmente l'insegnamento della Chiesa di
Roma, preminente e antichissima. Questa Chiesa, a causa
della sua antichità, ha la maggiore apostolicità,
infatti trae origine dalle colonne del Collegio
apostolico, Pietro e Paolo. Con la Chiesa di Roma devono
accordarsi tutte le Chiese, riconoscendo in essa la misura
della vera tradizione apostolica, dell'unica fede comune
della Chiesa. Con tali argomenti, qui molto brevemente
riassunti, Ireneo confuta dalle fondamenta le pretese di
questi gnostici, di questi intellettuali: anzitutto essi
non posseggono una verità che sarebbe superiore a quella
della fede comune, perché quanto essi dicono non è di
origine apostolica, è inventato da loro; in secondo
luogo, la verità e la salvezza non sono privilegio e
monopolio di pochi, ma tutti le possono raggiungere
attraverso la predicazione dei successori degli Apostoli,
e soprattutto del Vescovo di Roma. In particolare - sempre
polemizzando con il carattere "segreto" della
tradizione gnostica, e notandone gli esiti molteplici e
fra loro contraddittori - Ireneo si preoccupa di
illustrare il genuino concetto di Tradizione apostolica,
che possiamo riassumere in tre punti.
a) La
Tradizione apostolica è "pubblica", non privata
o segreta. Per Ireneo non c'è alcun dubbio che il
contenuto della fede trasmessa dalla Chiesa è quello
ricevuto dagli Apostoli e da Gesù, dal Figlio di Dio. Non
esiste altro insegnamento che questo. Pertanto chi vuole
conoscere la vera dottrina basta che conosca "la
Tradizione che viene dagli Apostoli e la fede annunciata
agli uomini": tradizione e fede che "sono giunte
fino a noi attraverso la successione dei vescovi" (Adv.
Haer. 3,3,3-4). Così successione dei Vescovi,
principio personale e Tradizione apostolica, principio
dottrinale coincidono.
b) La
Tradizione apostolica è "unica". Mentre infatti
lo gnosticismo è suddiviso in molteplici sètte, la
Tradizione della Chiesa è unica nei suoi contenuti
fondamentali, che - come abbiamo visto - Ireneo chiama
appunto regula fidei o veritatis: e così
perché è unica, crea unità attraverso i popoli,
attraverso le culture diverse, attraverso i popoli
diversi; è un contenuto comune come la verità,
nonostante la diversità delle lingue e delle culture. C'è
una frase molto preziosa di sant'Ireneo nel libro Contro
le eresie: "La Chiesa, benché disseminata in
tutto il mondo, custodisce con cura [la fede degli
Apostoli], come se abitasse una casa sola; allo stesso
modo crede in queste verità, come se avesse una sola
anima e lo stesso cuore; in pieno accordo queste verità
proclama, insegna e trasmette, come se avesse una sola
bocca. Le lingue del mondo sono diverse, ma la potenza
della tradizione è unica e la stessa: le Chiese fondate
nelle Germanie non hanno ricevuto né trasmettono una fede
diversa, né quelle fondate nelle Spagne o tra i Celti o
nelle regioni orientali o in Egitto o in Libia o nel
centro del mondo" (1,10,1-2). Si vede già in questo
momento, siamo nell'anno 200, l'universalità della
Chiesa, la sua cattolicità e la forza unificante della
verità, che unisce queste realtà così diverse, dalla
Germania, alla Spagna, all'Italia, all'Egitto, alla Libia,
nella comune verità rivelataci da Cristo.
c)
Infine, la Tradizione apostolica è come lui dice nella
lingua greca nella quale ha scritto il suo libro,
"pneumatica", cioè spirituale, guidata dallo
Spirito Santo: in greco spirito si dice pneuma. Non
si tratta infatti di una trasmissione affidata all'abilità
di uomini più o meno dotti, ma allo Spirito di Dio, che
garantisce la fedeltà della trasmissione della fede. E'
questa la "vita" della Chiesa, ciò che rende la
Chiesa sempre fresca e giovane, cioè feconda di
molteplici carismi. Chiesa e Spirito per Ireneo sono
inseparabili: "Questa fede", leggiamo ancora nel
terzo libro Contro le eresie, "l'abbiamo
ricevuta dalla Chiesa e la custodiamo: la fede, per opera
dello Spirito di Dio, come un deposito prezioso custodito
in un vaso di valore ringiovanisce sempre e fa
ringiovanire anche il vaso che la contiene... Dove è la
Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di
Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia" (3,24,1).
Come si
vede, Ireneo non si limita a definire il concetto di
Tradizione. La sua tradizione, la Tradizione ininterrotta,
non è tradizionalismo, perché questa Tradizione è
sempre internamente vivificata dallo Spirito Santo, che la
fa di nuovo vivere, la fa essere interpretata e compresa
nella vitalità della Chiesa. Stando al suo insegnamento,
la fede della Chiesa va trasmessa in modo che appaia quale
deve essere, cioè "pubblica",
"unica", "pneumatica",
"spirituale". A partire da ciascuna di queste
caratteristiche si può condurre un fruttuoso
discernimento circa l'autentica trasmissione della fede
nell'oggi della Chiesa. Più in generale, nella
dottrina di Ireneo la dignità dell'uomo, corpo e anima,
è saldamente ancorata nella creazione divina,
nell’immagine di Cristo e nell’opera permanente di
santificazione dello Spirito. Tale dottrina è come una
"via maestra" per chiarire insieme a tutte le
persone di buona volontà l'oggetto e i confini del
dialogo sui valori, e per dare slancio sempre nuovo
all'azione missionaria della Chiesa, alla forza della
verità che è la fonte di tutti i veri valori del mondo.
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