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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
30 aprile 2008
All'udienza
generale Benedetto XVI ricorda la visita negli Stati
Uniti: ho portato la speranza di Cristo nel Paese che
valorizza la libertà religiosa a garanzia dei diritti
umani
Il
recente viaggio apostolico negli Stati Uniti ha costituito
il fulcro dell’udienza generale di questa mattina, in
Piazza San Pietro. Di fronte a circa 40 mila persone,
Benedetto XVI ha ripercorso le singole tappe della sua
visita ricordando come, nella patria per eccellenza del
pluralismo culturale e della libertà religiosa, abbia
potuto annunciare la speranza di Cristo, al di là delle
dolorose esperienze vissute dalla Chiesa locale. Prima
dell’udienza, il Papa ha anche benedetto la statua di
San Giovanni Leonardi, fondatore dei Chierici della Madre
di Dio e patrono dei farmacisti. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
L’ONU e la Casa Bianca. L’entusiasmo della gente e
il silenzio di Ground Zero. La condanna senza appelli
della pedofilia e l’invito a sperare in Cristo nelle
sfide della vita. Sedimentate le sensazioni a caldo, ciò
che rimane è la consapevolezza di un Paese nel quale la
fede cristiana, e cattolica in particolare, costituisce un
oceano di valori al quale attingere, più forte delle
tempeste che ne hanno spazzato la superficie. Fede che il
Papa ha contribuito a rafforzare con la sua presenza e le
sue parole, ricevendo in cambio attenzione globale,
dedizione, calore. Si è percepito questo dalle parole di
Benedetto XVI, che ha portato in Piazza San Pietro il
ricordo del suo contatto “con l’amato popolo degli
Stati Uniti d’America” e l’eredità di conferme e di
nuovi orizzonti che la visita pastorale ha portato con sé.
A più riprese, come accaduto nel soggiorno americano,
Benedetto XVI ha subito mostrato di ammirare degli Stati
Uniti quella che ha definito una “felice coniugazione
tra principi religiosi, etici e politici”, che
costituisce “un valido esempio di sana laicità”, in
cui la religione “non è solo tollerata, ma valorizzata
come ‘anima’ della nazione”:
“In tale contesto la Chiesa può svolgere con
libertà ed impegno la sua missione di evangelizzazione e
promozione umana, e anche di 'coscienza critica',
contribuendo alla costruzione di una società degna della
persona umana e, al tempo stesso, stimolando un Paese come
gli Stati Uniti, a cui tutti guardano quale ad uno dei
principali attori della scena internazionale, verso la
solidarietà globale, sempre più necessaria ed urgente, e
verso l’esercizio paziente del dialogo nelle relazioni
internazionali”.
Ripensando alle due tappe di Washington e di New York -
rivissute nei singoli momenti - Benedetto XVI ha
ringraziato anzitutto il presidente Bush e poi gli
americani e la Chiesa del Paese per la festa riservata
alla sua persona, anche per via del genetliaco e del terzo
anniversario di Pontificato celebrati in quei giorni.
Quindi, ha ricordato l’incoraggiamento dato ai vescovi
statunitensi perché facciano sentire la loro voce sulle
“attuali questioni morali e sociali”, sulla difesa
della vita, del matrimonio e della famiglia, come un
“buon lievito” in seno a una società che non manca di
“contraddizioni” e la cui fede ha dovuto patire una
dura prova:
“Pensando alla dolorosa vicenda degli abusi
sessuali su minori commessi da ministri ordinati, ho
voluto esprimere ai Vescovi la mia vicinanza,
incoraggiandoli nell’impegno di fasciare le ferite e di
rafforzare i rapporti con i loro sacerdoti. Nel rispondere
ad alcuni interrogativi posti dai Vescovi, mi è stato
dato di sottolineare alcuni aspetti importanti: il
rapporto intrinseco tra il Vangelo e la 'legge naturale';
la sana concezione della libertà, che si comprende e si
realizza nell’amore; la dimensione ecclesiale
dell’esperienza cristiana; l’esigenza di annunciare in
modo nuovo, specialmente ai giovani, la 'salvezza' come
pienezza di vita, e di educare alla preghiera, dalla quale
germogliano le risposte generose alla chiamata del
Signore".
Uno dei motivi centrali che hanno portato due settimane
fa il Papa al di là dell’Atlantico è stato l’invito
a parlare alle Nazioni Unite, nel 60.mo della
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo:
“La Provvidenza mi ha dato l’opportunità di
confermare, nel più ampio e autorevole consesso
sovranazionale, il valore di tale Carta, richiamandone il
fondamento universale, cioè la dignità della persona
umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza per
cooperare nel mondo al suo grande disegno di vita e di
pace”.
Parlando di pace, Benedetto XVI non ha mancato di
sottolineare la cordialità degli incontri avuti con i
rappresentanti di altre fedi e la possibilità di aver
potuto evidenziare la “grande responsabilità” che i
leader religiosi hanno sia, ha affermato, nell’insegnare
il rispetto e la nonviolenza, sia nel tener vive le
domande più profonde della coscienza umana. Domande che
esigono risposte soprattutto per i giovani, ai quali il
Papa ha dedicato un ultimo pensiero:
“Guardando in faccia le tenebre di oggi, che
minacciano la vita dei giovani, i giovani possono trovare
nei santi la luce che disperde queste tenebre: la luce di
Cristo, speranza per ogni uomo! Questa speranza, più
forte del peccato e della morte, ha animato il momento
carico di emozione che ho trascorso in silenzio nella
voragine di Ground Zero, dove ho acceso un cero pregando
per tutte le vittime di quella terribile tragedia”.
Sia
durante il giro inziale di saluto del Papa ai pellegrini,
sia dopo la catechesi, una banda messicana ha intonato le
note di alcuni brani caratteristici del Paese, facendo da
sfondo ai saluti di Benedetto XVI dedicati, tra gli altri,
alle religiose partecipanti all’incontro dell’Unione
superiore maggiori d’Italia (USMI). Al termine
dell'udienza, il Pontefice si è soffermato alcuni minuti
in conversazione con tre esponenti buddisti, tra cui due
monaci abbigliati nel tradizionale saio arancione e rosso,
che partecipano al terzo Simposio cristiano-buddista, in
corso in questi giorni a Castel Gandolfo. Prima di
arrivare in Piazza San Pietro, il Papa aveva benedetto la
monumentale statua raffigurante San Giovanni Leonardi,
iniziatore della Congregazione dei Chierici regolari della
Madre di Dio e proclamato, nel 2006, patrono dei
farmacisti. La scultura, alta 5 metri e 40 e pesante 27
tonnellate, è opera dell’artista spezzino, Paolo
Cavallo.
UDIENZA
GENERALE
Piazza San
Pietro
Mercoledì, 30 aprile 2008
Cari
fratelli e sorelle,
benché
siano passati già diversi giorni dal mio rientro,
desidero tuttavia dedicare l’odierna catechesi, come di
consueto, al viaggio apostolico che ho compiuto presso
l’Organizzazione delle Nazioni Unite e negli Stati Uniti
d’America dal 15 al 21 aprile scorso. Rinnovo
innanzitutto l’espressione della mia più cordiale
riconoscenza alla Conferenza Episcopale statunitense, come
pure al Presidente Bush, per avermi invitato e per la
calorosa accoglienza che mi hanno riservato. Ma il mio
“grazie” vorrebbe estendersi a tutti coloro che, a
Washington e a New York, sono venuti a salutarmi e a
manifestare il loro amore per il Papa, o che mi hanno
accompagnato e sostenuto con la preghiera e con
l’offerta dei loro sacrifici. Com’è noto,
l’occasione della visita è stata il bicentenario della
elevazione a Metropolia della prima Diocesi del Paese,
Baltimora, e della fondazione delle sedi di New York,
Boston, Filadelfia e Louisville. In questa ricorrenza
tipicamente ecclesiale, ho avuto perciò la gioia di
recarmi di persona, per la prima volta quale Successore di
Pietro, a visitare l’amato popolo degli Stati Uniti
d’America, per confermare nella fede i cattolici, per
rinnovare e incrementare la fraternità con tutti i
cristiani, e per annunciare a tutti il messaggio di
“Cristo nostra Speranza”, come suonava il motto del
viaggio.
Nell’incontro
con il Signor Presidente nella sua residenza, ho avuto
modo di rendere omaggio a quel grande Paese, che fin dagli
albori è stato edificato sulla base di una felice
coniugazione tra principi religiosi, etici e politici, e
che tuttora costituisce un valido esempio di sana laicità,
dove la dimensione religiosa, nella diversità delle sue
espressioni, è non solo tollerata, ma valorizzata quale
“anima” della Nazione e garanzia fondamentale dei
diritti e dei doveri dell’uomo. In tale contesto la
Chiesa può svolgere con libertà ed impegno la sua
missione di evangelizzazione e promozione umana, e anche
di “coscienza critica”, contribuendo alla costruzione
di una società degna della persona umana e, al tempo
stesso, stimolando un Paese come gli Stati Uniti, a cui
tutti guardano quale ad uno dei principali attori della
scena internazionale, verso la solidarietà globale,
sempre più necessaria ed urgente, e verso l’esercizio
paziente del dialogo nelle relazioni internazionali.
Naturalmente
la missione e il ruolo della Comunità ecclesiale sono
stati al centro dell'incontro con i vescovi, che ha avuto
luogo nel Santuario Nazionale dell’Immacolata
Concezione, a Washington. Nel contesto liturgico dei
Vespri, abbiamo lodato il Signore per il cammino compiuto
dal Popolo di Dio negli Stati Uniti, per lo zelo dei suoi
Pastori e il fervore e la generosità dei suoi fedeli, che
si manifesta nell’alta e aperta considerazione della
fede e in innumerevoli iniziative caritative e umanitarie
all’interno e all’estero. Al tempo stesso ho sostenuto
i miei Confratelli nell’episcopato nel loro non facile
compito di seminare il Vangelo in una società segnata da
non poche contraddizioni, che minacciano anche la coerenza
dei cattolici e del clero stesso. Li ho incoraggiati a far
sentire la loro voce sulle attuali questioni morali e
sociali e a formare i fedeli laici, affinché siano buon
“lievito” nella comunità civile, a partire dalla
cellula fondamentale che è la famiglia. In questo senso
li ho esortati a riproporre il sacramento del Matrimonio
come dono e impegno indissolubile tra un uomo e una donna,
ambito naturale di accoglienza e di educazione dei figli.
La Chiesa e la famiglia, insieme con la scuola –
specialmente quella di ispirazione cristiana – devono
cooperare per offrire ai giovani una solida educazione
morale, ma in questo compito hanno grande responsabilità
anche gli operatori della comunicazione e
dell’intrattenimento. Pensando alla dolorosa vicenda
degli abusi sessuali su minori commessi da ministri
ordinati, ho voluto esprimere ai Vescovi la mia vicinanza,
incoraggiandoli nell’impegno di fasciare le ferite e di
rafforzare i rapporti con i loro sacerdoti. Nel rispondere
ad alcuni interrogativi posti dai Vescovi, mi è stato
dato di sottolineare alcuni aspetti importanti: il
rapporto intrinseco tra il Vangelo e la “legge
naturale”; la sana concezione della libertà, che si
comprende e si realizza nell’amore; la dimensione
ecclesiale dell’esperienza cristiana; l’esigenza di
annunciare in modo nuovo, specialmente ai giovani, la
“salvezza” come pienezza di vita, e di educare alla
preghiera, dalla quale germogliano le risposte generose
alla chiamata del Signore.
Nella
grande e festosa Celebrazione eucaristica al Nationals
Park Stadium di Washington abbiamo invocato lo Spirito
Santo sull’intera Chiesa che è negli Stati Uniti
d’America, perché, saldamente radicata nella fede
trasmessa dai padri, profondamente unita e rinnovata,
affronti le sfide presenti e future con coraggio e
speranza, quella speranza che “non delude, perché
l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per
mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5,5). Una di tali
sfide è certamente quella dell’educazione, e perciò
nella Catholic University of America ho incontrato
i Rettori di Università e College cattolici, i
responsabili diocesani per l’insegnamento e i
rappresentanti dei docenti e degli studenti. Il compito
educativo è parte integrante della missione della Chiesa,
e la Comunità ecclesiale statunitense si è sempre molto
impegnata in esso, rendendo al tempo stesso un grande
servizio sociale e culturale all’intero Paese. E’
importante che ciò possa continuare. Ed è altrettanto
importante curare la qualità degli istituti cattolici,
affinché in essi ci si formi veramente secondo “la
misura della maturità” di Cristo (cfr Ef 4,13),
coniugando fede e ragione, libertà e verità. Con gioia
pertanto ho confermato i formatori nel loro prezioso
impegno di carità intellettuale.
In un
Paese a vocazione multiculturale quale gli Stati Uniti
d’America, hanno assunto speciale rilievo gli incontri
con i rappresentanti di altre religioni: a Washington,
nel Centro Culturale Giovanni Paolo II, con ebrei,
musulmani, indù, buddisti e giainisti; a New York, la
visita alla Sinagoga. Momenti, specialmente quest’ultimo,
molto cordiali, che hanno confermato il comune impegno al
dialogo e alla promozione della pace e dei valori
spirituali e morali. In quella che si può considerare la
patria della libertà religiosa, ho voluto ricordare che
questa va sempre difesa con sforzo concorde, per evitare
ogni forma di discriminazione e pregiudizio. Ed ho
evidenziato la grande responsabilità dei leaders
religiosi, sia nell’insegnare il rispetto e la
nonviolenza, sia nel tener vive le domande più profonde
della coscienza umana. Anche la celebrazione ecumenica,
nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe, è stata
caratterizzata da grande cordialità. Insieme abbiamo
pregato il Signore perché aumenti nei cristiani la
capacità di rendere ragione, anche con una sempre
maggiore unità, dell’unica grande speranza che è in
essi (cfr 1 Pt 3,15) per la comune fede in Gesù
Cristo.
Altro
principale obiettivo del mio viaggio era la visita alla
sede centrale dell’ONU: la quarta visita di un Papa,
dopo quella di Paolo VI nel 1965 e le due di Giovanni
Paolo II, nel '79 e nel '95. Nella ricorrenza del 60°
anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo”, la Provvidenza mi ha dato l’opportunità
di confermare, nel più ampio e autorevole consesso
sovranazionale, il valore di tale Carta, richiamandone il
fondamento universale, cioè la dignità della persona
umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza per
cooperare nel mondo al suo grande disegno di vita e di
pace. Come la pace, anche il rispetto dei diritti umani è
radicato nella “giustizia”, vale a dire in un ordine
etico valido per tutti i tempi e per tutti i popoli,
riassumibile nella celebre massima “Non fare agli altri
ciò che non vorresti fosse fatto a te”, o, espressa in
forma positiva con le parole di Gesù: “Tutto quanto
volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a
loro” (Mt 7,12). Su questa base, che costituisce
l’apporto tipico della Santa Sede all’Organizzazione
delle Nazioni Unite, ho rinnovato, e anche oggi rinnovo,
il fattivo impegno della Chiesa Cattolica per contribuire
al rafforzamento di relazioni internazionali improntate ai
principi di responsabilità e di solidarietà.
Nel mio
animo sono rimasti fortemente impressi anche gli altri
momenti della mia permanenza a New York. Nella Cattedrale
di Saint Patrick, nel cuore di Manhattan – davvero
una “casa di preghiera per tutti i popoli” – ho
celebrato la Santa Messa per i sacerdoti e i consacrati,
venuti da ogni parte del Paese. Non dimenticherò mai con
quanto calore mi hanno fatto gli auguri per il terzo
anniversario della mia elezione alla sede di Pietro. E’
stato un momento commovente, in cui ho sperimentato in
modo sensibile tutto il sostegno della Chiesa per il mio
ministero. Altrettanto posso dire per l’incontro con
i giovani e i seminaristi svoltosi proprio presso il
Seminario diocesano, e che è stato preceduto da una sosta
molto significativa in mezzo a ragazzi e giovani portatori
di handicap con i loro familiari. Ai giovani, per loro
natura assetati di verità e di amore, ho proposto alcune
figure di uomini e donne che hanno testimoniato in modo
esemplare il Vangelo in terra americana, il Vangelo della
verità che rende liberi nell’amore, nel servizio, nella
vita spesa per gli altri. Guardando in faccia le tenebre
di oggi, che minacciano la vita dei giovani, i giovani
possono trovare nei santi la luce che disperde queste
tenebre: la luce di Cristo, speranza per ogni uomo! Questa
speranza, più forte del peccato e della morte, ha animato
il momento carico di emozione che ho trascorso in silenzio
nella voragine di Ground Zero, dove ho acceso un
cero pregando per tutte le vittime di quella terribile
tragedia. Infine, la mia visita è culminata nella Celebrazione
eucaristica nello Yankee Stadium di New York: porto
ancora nel cuore quella festa di fede e di fraternità,
con cui abbiamo celebrato i bicentenari delle più antiche
Diocesi dell’America del Nord. Il piccolo gregge delle
origini si è enormemente sviluppato, arricchendosi della
fede e delle tradizioni di successive ondate di
immigrazione. A quella Chiesa, che ora affronta le sfide
del presente, ho avuto la gioia di annunciare nuovamente
“Cristo nostra Speranza” ieri, oggi e sempre.
Cari
fratelli e sorelle, vi invito ad unirvi a me nel
rendimento di grazie per la confortante riuscita di questo
viaggio apostolico e nel domandare a Dio, per
intercessione di Maria Vergine, che esso possa produrre
abbondanza di frutti per la Chiesa in America e in tutte
le parti del mondo.
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