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UDIENZA
GENERALE (31 OTTOBRE 2007) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
31 ottobre 2007
Il
cristiano ha lo sguardo verso le realtà future ma è
profondamente impegnato nella società: così, il Papa
all’udienza generale dedicata agli insegnamenti di San
Massimo, vescovo di Torino
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In
ogni tempo, restano sempre validi i doveri del
credente verso la società civile: è quanto
sottolineato da Benedetto XVI all’udienza
generale, dedicata a San Massimo, vescovo di
Torino, tra la fine del IV e l’inizio del V
secolo. Soffermandosi su questa figura di pastore,
che contribuì alla diffusione del cristianesimo
nell’Italia settentrionale, il Papa ha offerto
una riflessione sul rapporto tra i fedeli e le
istituzioni politiche. L’udienza si è svolta
sotto una pioggia battente, che tuttavia non ha
spento il calore affettuoso di oltre 30 mila
pellegrini radunatisi in Piazza San Pietro per
ascoltare la catechesi del Santo Padre. Il
servizio di Alessandro Gisotti:
“Vivere la vita cristiana significa anche
assumere gli impegni civili”: è questo, ha
detto il Papa, uno degli insegnamenti di San
Massimo, contenuti nella sua raccolta di Sermoni.
Da questa opera, ha sottolineato, “emerge quel
legame profondo e vitale del vescovo con la sua
città, che attesta un punto di contatto
evidente” tra il ministero di Ambrogio a Milano
e quello di Massimo a Torino. Dinnanzi a gravi
tensioni e alla minaccia dei barbari, ha
ricordato, San Massimo riuscì “a coagulare il
popolo cristiano attorno alla sua persona di
pastore e di maestro”. Gli interventi di questo
vescovo testimoniano, dunque, “l’impegno di
reagire al degrado civile e alla disgregazione”:
"Senza darlo troppo a vedere, Massimo
giunge così a predicare una relazione profonda
tra i doveri del cristiano e quelli del
cittadino".
Il Papa ha citato i sermoni 17 e 18 di San
Massimo, dedicati al tema sempre attuale della
ricchezza e della povertà nelle comunità
cristiane. Il vescovo di Torino si rammarica che
le ricchezze “vengano accumulate e occultate”
e che non si pensi al bisogno dell’altro. E,
ancora, stigmatizza “forme ricorrenti di
sciacallaggio sulle altrui disgrazie”:
"In questo contesto Massimo non solo si
adopera per rinfocolare nei fedeli l’amore
tradizionale verso la patria cittadina, ma anche
il preciso dovere di far fronte agli oneri
fiscali, per quanto gravosi e sgraditi essi
possano apparire".
Rispetto all’atteggiamento prudente di
Ambrogio, ha rilevato il Papa, Massimo si sente
pienamente autorizzato ad esercitare “un vero e
proprio potere di controllo sulla città”. Un
potere, ha aggiunto, che “sarebbe poi diventato
sempre più ampio ed efficace, fino a supplire la
latitanza dei magistrati e delle istituzioni
civili”:
"In definitiva, l’analisi storica e
letteraria dimostra una crescente consapevolezza
della responsabilità politica dell’autorità
ecclesiastica, in un contesto nel quale essa
andava di fatto sostituendosi a quella
civile".
E’ evidente, ha costatato il Pontefice, che
il “contesto storico, culturale e sociale è
oggi profondamente diverso”. Sono nuove le sfide
per la Chiesa, ma non per questo perdono di
attualità i richiami di San Massimo:
"A parte le mutate condizioni, restano
sempre validi i doveri del credente verso la sua
città. L’intreccio degli impegni 'dell’onesto
cittadino' con quelli 'del buon cristiano' non è
affatto tramontato".
E qui, Benedetto XVI ha ripreso un passo della Nota
dottrinale del 2002 sul comportamento dei
cattolici nella vita politica per ribadire “uno
dei più importanti aspetti dell’unità di vita
del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra
Vangelo e cultura”:
"Sbagliano coloro che, sapendo che qui
noi non abbiamo una cittadinanza stabile, ma che
cerchiamo quella futura, pensano di potere per
questo trascurare i propri doveri terreni, e non
riflettono che invece proprio la fede li obbliga
ancora di più a compierli, secondo la vocazione
di ciascuno".
Il Papa ha così auspicato che, seguendo il
magistero di San Massimo, sempre più fedeli siano
desiderosi di unificare gli sforzi umani “in una
sola sintesi vitale insieme con i beni
religiosi”. Dopo la catechesi, il Santo Padre ha
salutato ai pellegrini, nelle diverse lingue. Un
pensiero particolare l’ha rivolto ai pellegrini
polacchi che hanno partecipato alla Beatificazione
di Madre Celina Borzęcka. Poi, in lingua
italiana, ha salutato i rappresentanti
dell’Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti
e Dispersi in Guerra, incoraggiandoli “a
proseguire generosamente nella loro significativa
opera di solidarietà”.
Il Papa ha concluso l’udienza invitando i
fedeli a vivere con lo spirito giusto le imminenti
celebrazioni della Solennità di tutti i Santi e
la Commemorazione dei fedeli defunti:
"Sia per ciascuno occasione propizia
per innalzare lo sguardo del cielo e contemplare
le realtà future, ultime e definitive che ci
attendono!"
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UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle!
Tra la
fine del quarto secolo e l’inizio del quinto, un altro
Padre della Chiesa, dopo sant’Ambrogio, contribuì
decisamente alla diffusione e al consolidamento del
cristianesimo nell’Italia settentrionale: è san
Massimo, che incontriamo Vescovo a Torino nel 398, un anno
dopo la morte di Ambrogio. Ben poche sono le notizie su di
lui; in compenso è giunta fino a noi una sua raccolta di
circa novanta Sermoni. Da essi emerge quel legame
profondo e vitale del Vescovo con la sua città, che
attesta un punto di contatto evidente tra il ministero
episcopale di Ambrogio e quello di Massimo.
In quel
tempo gravi tensioni turbavano l’ordinata convivenza
civile. Massimo, in questo contesto, riuscì a coagulare
il popolo cristiano attorno alla sua persona di pastore e
di maestro. La città era minacciata da gruppi sparsi di
barbari che, entrati dai valichi orientali, si spingevano
fino alle Alpi occidentali. Per questo Torino era
stabilmente presidiata da guarnigioni militari, e
diventava, nei momenti critici, il rifugio delle
popolazioni in fuga dalle campagne e dai centri urbani
sguarniti di protezione. Gli interventi di Massimo, di
fronte a questa situazione, testimoniano l’impegno di
reagire al degrado civile e alla disgregazione. Anche se
resta difficile determinare la composizione sociale dei
destinatari dei Sermoni, pare che la predicazione
di Massimo – per superare il rischio della genericità
– si rivolgesse in modo specifico a un nucleo
selezionato della comunità cristiana di Torino,
costituito da ricchi proprietari terrieri, che avevano i
loro possedimenti nella campagna torinese e la casa in
città. Fu una lucida scelta pastorale del Vescovo, che
intravide in questo tipo di predicazione la via più
efficace per mantenere e rinsaldare il proprio legame con
il popolo.
Per
illustrare in tale prospettiva il ministero di Massimo
nella sua città, vorrei addurre ad esempio i Sermoni 17
e 18, dedicati a un tema sempre attuale, quello della
ricchezza e della povertà nelle comunità cristiane.
Anche in questo àmbito la città era percorsa da gravi
tensioni. Le ricchezze venivano accumulate e occultate. «Uno
non pensa al bisogno dell'altro», constata amaramente il
Vescovo nel suo diciassettesimo Sermone. «Infatti
molti cristiani non solo non distribuiscono le cose
proprie, ma rapinano anche quelle degli altri. Non solo,
dico, raccogliendo i loro danari non li portano ai piedi
degli apostoli, ma anche trascinano via dai piedi dei
sacerdoti i loro fratelli che cercano aiuto». E conclude:
«Nella nostra città ci sono molti ospiti o pellegrini.
Fate ciò che avete promesso» aderendo alla fede, «perché
non si dica anche a voi ciò che fu detto ad Anania:
"Non avete mentito agli uomini, ma a Dio"» (Sermone
17,2-3).
Nel Sermone
successivo, il diciottesimo, Massimo stigmatizza forme
ricorrenti di sciacallaggio sulle altrui disgrazie. «Dimmi,
cristiano», così il Vescovo apostrofa i suoi fedeli, «dimmi:
perché hai preso la preda abbandonata dai predoni? Perché
hai introdotto nella tua casa un "guadagno",
come pensi tu stesso, sbranato e contaminato?». «Ma
forse», prosegue, «tu dici di aver comperato, e per
questo pensi di evitare l'accusa di avarizia. Ma non è in
questo modo che si può far corrispondere la compera alla
vendita. E' una buona cosa comperare, ma in tempo di pace
ciò che si vende liberamente, non durante un saccheggio
ciò che è stato rapinato... Agisce dunque da cristiano e
da cittadino chi compera per restituire» (Sermone 18,3).
Senza darlo troppo a vedere, Massimo giunge così a
predicare una relazione profonda tra i doveri del
cristiano e quelli del cittadino. Ai suoi occhi, vivere la
vita cristiana significa anche assumere gli impegni
civili. Viceversa, ogni cristiano che, «pur potendo
vivere col suo lavoro, cattura la preda altrui col furore
delle fiere»; che «insidia il suo vicino, che ogni
giorno tenta di rosicchiare i confini altrui, di
impadronirsi dei prodotti», non gli appare neanche più
simile alla volpe che sgozza le galline, ma al lupo che si
avventa sui porci (Sermone 41,4).
Rispetto
al prudente atteggiamento di difesa assunto da Ambrogio
per giustificare la sua famosa iniziativa di riscattare i
prigionieri di guerra, emergono chiaramente i mutamenti
storici intervenuti nel rapporto tra il Vescovo e le
istituzioni cittadine. Sostenuto ormai da una legislazione
che sollecitava i cristiani a redimere i prigionieri,
Massimo, nel crollo delle autorità civili dell’Impero
romano, si sentiva pienamente autorizzato ad esercitare in
tale senso un vero e proprio potere di controllo sulla
città. Questo potere sarebbe poi diventato sempre più
ampio ed efficace, fino a supplire la latitanza dei
magistrati e delle istituzioni civili. In questo contesto
Massimo non solo si adopera per rinfocolare nei fedeli
l'amore tradizionale verso la patria cittadina, ma
proclama anche il preciso dovere di far fronte agli oneri
fiscali, per quanto gravosi e sgraditi essi possano
apparire (Sermone 26,2). Insomma, il tono e la
sostanza dei Sermoni suppongono un'accresciuta
consapevolezza della responsabilità politica del Vescovo
nelle specifiche circostanze storiche. Egli è «la
vedetta» collocata nella città. Chi mai sono queste
vedette, si chiede infatti Massimo nel Sermone 92,
«se non i beatissimi Vescovi, che, collocati per così
dire su un'elevata rocca di sapienza per la difesa dei
popoli, vedono da lontano i mali che sopraggiungono?». E
nel Sermone 89 il Vescovo di Torino illustra ai
fedeli i suoi compiti, avvalendosi di un paragone
singolare tra la funzione episcopale e quella delle api:
«Come l'ape», egli dice, i Vescovi «osservano la castità
del corpo, porgono il cibo della vita celeste, usano il
pungiglione della legge. Sono puri per santificare, dolci
per ristorare, severi per punire». Così san Massimo
descrive il compito del Vescovo nel suo tempo.
In
definitiva, l'analisi storica e letteraria dimostra una
crescente consapevolezza della responsabilità politica
dell’autorità ecclesiastica, in un contesto nel quale
essa andava di fatto sostituendosi a quella civile. E'
questa infatti la linea di sviluppo del ministero del
Vescovo nell’Italia nord-occidentale, a partire da
Eusebio, che «come un monaco» abitava la sua Vercelli,
fino a Massimo di Torino, posto «come sentinella» sulla
rocca più alta della città. E' evidente che il contesto
storico, culturale e sociale è oggi profondamente
diverso. Il contesto odierno è piuttosto quello disegnato
dal mio venerato Predecessore, Papa Giovanni Paolo II,
nell’Esortazione post-sinodale Ecclesia in Europa,
là dove egli offre un'articolata analisi delle sfide e
dei segni di speranza per la Chiesa in Europa oggi (6-22).
In ogni caso, a parte le mutate condizioni, restano sempre
validi i doveri del credente verso la sua città e la sua
patria. L’intreccio degli impegni dell’"onesto
cittadino" con quelli del "buon cristiano"
non è affatto tramontato.
In
conclusione, vorrei ricordare ciò che dice la
Costituzione pastorale Gaudium et spes per
illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità
di vita del cristiano: la coerenza tra fede e
comportamento, tra Vangelo e cultura. Il Concilio esorta i
fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni,
facendosi guidare dallo spirito del Vangelo. Sbagliano
coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una
cittadinanza stabile, ma che cerchiamo quella futura,
pensano di potere per questo trascurare i propri doveri
terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li
obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione
di ciascuno» (n. 43). Seguendo il magistero di san
Massimo e di molti altri Padri, facciamo nostro
l’auspicio del Concilio, che sempre di più i fedeli
siano desiderosi di «esplicare tutte le loro attività
terrene, unificando gli sforzi umani, domestici,
professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi
vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui
altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio»
(ibid.), e così al bene dell’umanità.
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